Il motivatore

Uscire la mattina presto, con una complessa e articolata organizzazione familiare che conduca il grande al liceo, la mezzana in seconda g e la piccola alla fermata dello scuolabus.

Tornare che è già buio, al termine di una giornata che ha tenuto insieme un numero tendente a infinito di impegni, incombenze, necessità.

Il trucco del mattino ridotto a un pallido ricordo, i capelli selvaggi che si ribellano a stanchezza, costrizioni e elastici.

Le rughe intorno agli occhi che nello specchietto della macchina sembrano sempre più profonde, come quando le luci dei camerini di prova ti restituiscono la voglia di comprare un burka più che un top.

Trovare la lavatrice e la lavastoviglie che aspettano di essere svuotate, ché dopo la comunione è sparita ogni traccia di collaborazione nella figlia minore -nei grandi non c’è mai stata, tant’è.

Mettersi a preparare il pranzo da lasciare l’indomani, perché sai che arriverai giusto un attimo prima dei rientri scolastici.

Trascinarsi in camera alla ricerca dell’unico outfit che ti rappresenti, il pigiama, e trovare il primo indizio di una caccia al tesoro. Sull’armadio, un pennello del trucco attaccato con lo scotch e un bigliettino, che porta a un altro sotto le lenzuola per finire all’ultimo, appoggiato sulla sedia del bagno, nascosto in un portacipria.

“Guardati, e ricordati che sei bellissima”

Lei è la mezzana, studentessa nullafacente di professione, rinforzatrice di autostima per hobby.

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Coincidenze

Si avvicina sicuro, in una mano l’ombrello, nell’altra la giacca, ché quando esci di casa la mattina devi essere pronto a tutto.

Arriva a pochi passi dall’auto e un’espressione interrogativa gli attraversa il volto. Strizza gli occhi perché ha il sole in faccia e aggrottando la fronte concentra lo sguardo sul parabrezza.

Sposta l’ombrello alla mano con la giacca, sputa vigorosamente sulla mano rimasta libera e comincia a pulire un angolo del vetro, come alcuni anni fa i signori al semaforo.

Io sono seduta in macchina, parcheggiata davanti alla scuola elementare per il recupero della piccola, dove tocca arrivare ore prima per trovare un parcheggio decente e munirsi di un buon libro nell’attesa.

Il vetro che l’anziano signore lucida con tanto vigore è quello della mia macchina.

Io lo osservo attonita, incerta se fare cenno al vigile dall’altra parte della strada che sta facendo il brillante con una bella signora bionda, la mamma di un bambino di terza.

Ma il pulitore di vetri si interrompe prima che io allerti le forze dell’ordine, ravanando nelle tasche per prendere le chiavi.

Arrivato davanti alla portiera mi scorge dietro il finestrino abbassato.

“Aaargh!”

“Ehm…buongiorno”

“Ma cosa ci fa nella mia macchina lei?”

“Guardi che questa è la mia, macchina”

“Ma io…ma no…ah! Eccola lì dietro! Ma guarda te che coincidenza, abbiamo lo stesso modello e dello stesso colore, e io la parcheggio sempre qua! Però non ci tengo nessuna rossa dentro, purtroppo. In effetti mi sembrava strano che fosse così sporca la macchina”

“Beh, sporca…”

“Molto, sporca”

“Vabbè, adesso metà vetro è pulito”

“Se vuole pulisco anche il resto, una macchina pulita fa l’uomo felice”

“No no, per carità. Grazie comunque, buongiorno”

La prossima volta vengo a piedi.

Quattro passi e qualche chilometro non mi faranno certo male.

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Prima Comunione

Lo sapevo che ti avrei visto di bianco vestita, perché hai fatto le prove a casa qualche giorno fa dopo che sul gruppo whatsapp era partito l’allarme dello scambio di un abito monacale.

Lo sapevo che avrei visto il tuo bel faccino che non riesco a smettere di sbaciucchiare incorniciato da due complicate trecce, perché ti ho accompagnato la mattina a farti pettinare.

Lo sapevo che mi sarei emozionata perché, non per vantarmi, ma sono al terzo giro di comunione e ho maturato una certa esperienza.

Lo sapevo ma non immaginavo, come un gelato che sai già essere buono ma poi provi con un gusto nuovo e ti chiedi come hai fatto a non assaggiarlo prima.

Lo sapevo ma accidenti, vederti lì in piedi, con le mani ferme e giunte, mentre di solito gesticolano a destra e sinistra per argomentare meglio le tue mille parole.

Lo sguardo serio e concentrato, ché forse sei riuscita a cogliere meglio di me l’importanza e il valore di questa giornata, anche se eravate in ottantasei e qualcuno si metteva le dita nel naso e qualcun altro sbadigliava sonoramente.

Le ballerine rosse che sbucavano dalla tunica bianca, che va bene essere seri ma non snaturarsi, eh.

I tuoi occhi sgranati davanti alla torta e ai regali, quasi ti chiedessi se la gente, i palloncini, l’attenzione e l’amore fossero davvero tutti quanti solo per te.

La verità è che non smette di incantarmi la maniera in cui accogli le emozioni, assaporandole, come la prima forchettata delle lasagne di nonna, il sole sulla faccia dopo tanta pioggia, un sorso del tuo succo di frutta preferito dopo tanta sete.

Ma anche la paura prima del tuffo, l’euforia di una verticale quasi perfetta, la tenerezza degli abbracci a tua sorella e pure la rabbia quando le cose non vanno per il verso giusto.

E oggi tutto, ma proprio tutto quanto, era solo per te.

Piccola mia.

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La casa infestata

“Eccomi qui, sono tornata, ciao a tutti!”

“Ehilà, mother”

“Ciao, mamma!”

“Come è andata la giornata? Io sono stanchissima, vediamo se in frigo c’è qualcosa di pronto ma…cos’è successo qui?”

“Tranqui Mother, che c’è?”

“La lavastoviglie! È svuotata e i piatti sono in ordine e le posate nel cassetto. Grazie! Chi di voi due l’ha fatto?”

“Ah, non guardare me”

“Io nemmeno”

“Beh, mica si sarà svuotata da sola, no? E poi vedo che qualcuno si è fatto un tè coi biscotti e ha lasciato tutto in giro. Quante volte te lo devo dire di mettere ordine?”

“Mamma, ma ti pare che mi faccio il tè? A merenda mi sono mangiata un toast con mortadella e maionese”

“Eh già, anche il tè si è bevuto da solo, vabbè…aaargh!!!”

“Mamma, che succede?”

“Oddio che impressione! No, non guardate, potreste spaventarvi. I panni…”

“I panni cosa, mother, mi fai paura”

“I panni sono usciti dall’asciugatrice e sono piegati perfettamente e divisi per proprietario!”

“Perché, non sei stata tu?”

“Ma no, ero al lavoro!”

“Ci devono essere i fantasmi, non c’è altra spiegazione. Chiamiamo il don e facciamoci benedire casa, è l’unica mamma”

“Eccomi qua! Son tornata! Che fatica la ginnastica oggi. Ma perché avete quelle facce?”

“Piccola, la mamma si è spaventata perché qualcuno ha svuotato la lavastoviglie, l’asciugatrice e sistemato i panni in ordine e pensa che abbiamo il fantasma della donna delle pulizie”

“Ah, quello! Ma sono stata io!”

“Tu?!?”

“Certo, mami. Sennò tornavi dal lavoro e dovevi ancora sistemare tutto, volevo aiutarti”

“Ma grazie! Che bello, non mi sembra vero! Guardate e imparate, voi altri scioperati”

“Resta un mistero mother, chi ha bevuto il tè?”

“Sempre io, no? Ero stanca dopo tutto quel lavoro. Ah mami, sono finite le gocciole”

Sono contenta e non mi lamento, per carità.

Però il fantasma della donna delle pulizie non era una brutta idea.

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Massima allerta

“Mother, evviva! Domenica prossima c’è un torneo di pallacanestro. Tutto il giorno e si mangia lì, perché è un po’ lontano ma chissene importa, tanto ci divertiamo”

“No”

“What?”

“C’è la comunione di tua sorella, domenica”

“Io non ho sorelle”

“Mamma, siamo in finale!! Evviva!!! Ci giochiamo il primo e secondo posto dell’under tredici! Non vedo l’ora sarà bellissimo”

“No”

“Scusa?”

“C’è la comunione di tua sorella, domenica”

“No, non potete farmi questo, vi prego”

“Meowwww, meowww”

“No, c’è la comunione di…ah no tu sei il gatto”

“Domenica c’è la mia comunione mami! Che emozione”

Il conto alla rovescia per ricevere il secondo sacramento è cominciato.

Sono pronti i palloncini a unicorno e fenicottero, le tovaglie e i piatti a tema canino, una sorpresa colorata e una torta a immagine e somiglianza della comunicanda.

Ora devo solo stare attenta che i fratelli maggiori, furibondi per i mancati eventi sportivi, non assoldino qualcuno per far sparire la piccola.

Occhi aperti, gente.

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In ostaggio

“Mami, il giorno più bello della mia vita. E guarda che io di giorni belli me ne intendo, eh? Io e te tutto il tempo senza fratelli. La Betta che insegna ginnastica e sai che ho imparato la verticale al muro senza materasso? Poi le mie amiche. Il Forum di Assago!! È grandissimo è pieno di gente sembra il concerto di Jovanotti anche se non sono venuta ma tu mi hai detto che era strapieno. La ginnastica! Gli attrezzi, hai visto quanti? Le parallele asimmetriche hai visto come sono alte? E gli anelli, il cavallo, la trave. E poi le ginnaste famose, i body che brillano, i salti! Hai visto che cadono anche loro che sembrano perfette? Scivolano dalla trave e inciampano nel corpo libero e mancano l’ostaggio e vanno giù come me, di faccia.

E poi Carlotta e Vanessa, ho preso la foto con l’autografo anche se ho dovuto combattere per averle. E gli autografi e le foto insieme! Ti rendi conto?”

Otto ore in un palazzetto vociante, tra musica e applausi.

Un pranzo con focaccia al prosciutto al costo di un filetto al pepe verde, le risse dei peggiori bar di Caracas per una foto, gli autografi sul libro che sto leggendo perché ci siamo dimenticate i fogli, le code per fare la pipì e bere il caffè, anche se è finito il latte. Gli ostaggi che non siamo noi ma scopro essere le sbarre delle parallele.

E poi il suo sguardo, rivolto alle ginnaste e ai suoi sogni.

Gli inglesi lo chiamano point of view, qui si chiama cuore di mamma.

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Dottor Jekyll e mamma Hide

Ci sono mattine più buie e faticose di altre, quando come sempre inserisci il pilota automatico, ma sembra quello dell’aereo più pazzo del mondo.

Quando basta la vista di un calzino solitario sotto il tavolo della colazione, il letto lasciato sfatto perché ‘è tardi mother perdo il pullman’, il dover apparecchiare per cena anche se non è ancora spuntato il sole perché sai che tornerai troppo tardi per farlo, il registro elettronico guardato dal cellulare mente ti lavi i denti che annuncia sventure e tragedie.

Il peso del mondo sulle spalle e del gatto avvinghiato alla gamba che miagola come se il tuo polpaccio fosse una sexy gattina.

Quando senti che il limite è vicino e pensi che sarebbe cosa buona e giusta sederti sul terrazzo a fumare una sigaretta, ma ti ricordi che non fumi da quasi dieci anni.

È allora che l’imbruttimento ha la meglio, che il peggio di te prende il sopravvento e arrivederci al buon senso, ciaone alla pedagogia e brutte parole all’albero genealogico della Montessori.

È allora che le tenebre spengono la luce e la strega che abita in te si stiracchia svegliandosi, urlando ordini sparsi a figli, felini e tutto ciò che si muove.

Ne seguono momenti di concitato stupore, dove vengono raccattati i calzini, sistemati i letti e abbandonati i polpacci. La strega sorride compiaciuta e tu ti intristisci arresa, a questa parente sgradita che volente o nolente abita in te.

Il dottor Jekyll era sicuramente una madre, trasformata in mister Hide di mattina, mentre preparava i figli per andare a scuola.

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È tutto un attimo

Siamo scivolati da aprile a maggio così, come una biglia su un piano inclinato che prende velocità.

Abbiamo attraversato questo ponte senza quasi accorgercene, forse perché ricco di cose da fare, tra punizioni esemplari, compiti arretrati e amici col dito sul campanello di casa.

Un pomeriggio di cinema solo al femminile, con un film animato di gnomi, amore e mistero che mi hanno raccontato essere bellissimo, mami, peccato che tu abbia dormito dall’inizio ai titoli di coda.

Una partita all’ultimo punto della squadra di pallavolo della mezzana, con un tifo avversario urlante e arrabbiato.

L’inizio del corso per i ragazzi di prima liceo, che in otto incontri trasformerà il primogenito da animato a animatore dell’oratorio estivo, per sopraggiunti limiti di età.

Un cerbiatto sulla strada, immobile davanti all’auto, che mi fissa un secondo prima di scappare nel bosco, una sera tardi tornando dal lavoro.

I preparativi dell’ormai prossima comunione della piccola, all’insegna della sobrietà, degli unicorni e dei cani.

Lo studio di un viaggio futuro ma non troppo, ché alla fine dopo la partenza il momento migliore è quando progetti e immagini.

I passetti sicuri del più piccolo abitante del cortile, che a nemmeno un anno zompetta felice dietro i compagni più grandi.

Qui bisogna stare attenti, che ci si ritrova a giugno senza nemmeno passare dal via.

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E all’improvviso, il genio

“Mother, prendo questi”

“Ma sono calzettoni al ginocchio! Fa caldo! E poi scusami, hai fatto tutto l’inverno coi ghiaccioli sulle caviglie nude e adesso che dovresti stare in infradito ti copri?”

“È la moda, mother”

“Mami mami guarda! C’è L!

Amica mia vieni, abbracciamoci!”

“Oh, ciao L, come stai? Sei qui con la nonna? Buongiorno signora”

“Ma buongiorno a lei, guarda che meraviglia queste creature come sono contente di vedersi. È una gioia, perché L è figlia unica e con la sua bambina sono come sorelle”

“Eh sì, proprio una bella amicizia”

“Ma anche quel ragazzo è figlio suo?”

“Sì”

“E quella ragazzina alta alta?”

“Pure”

“Caspita signora, non s’è risparmiata”

“Ehm…già”

“No ma dico, il televisore non ce l’avevate?”

“….”

“No dico, ci ha dato proprio dentro, eh?”

“Ragazzi! È ora di andare! Piccola, saluta l’amica L”

“Però mi raccomando, eh. Adesso basta!”

“Tranquilla signora. Ho Netflix”

Era da tempo che non mi si guardava come una strana creatura per via della prole.

Succedeva più che altro quando erano tutti piccini, e insieme vocianti sembravano ancora di più.

Finché un giorno il primogenito, all’ennesima anziana signora che al supermercato chiedeva come mai questi figliuoli fossero così numerosi, rispose serafico “eravamo tre per due alla corsia cinque, la mamma ci ha presi tutti lì”

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Online

“E questo? Cos’è? Ti avevo detto che non potevi avere questa applicazione dove chiunque può scrivere in anonimo qualcosa su di te. È un gioco al massacro. Disinstalla immediatamente”

“Vabbè mamma, ma non la usavo mica…era lì tanto per fare”

“Scusa, perché sul tuo profilo Instagram c’è scritto che hai quattordici anni? Mi sono persa qualcosa?”

“No, è che Instagram chiuderà per i minori di quattordici anni, io scrivo che ce li ho e buonanotte, nessuno mi trova”

“Correggi subito quella data”

“Uffa”

“Scusa, ma da quando hai una password?”

“Mother, è la privacy”

“Avrai la privacy quando sarai in grado di comprarti un cellulare e ricaricarlo ogni mese con la tua carta di credito. Scegli. Via la password o via il telefono”

“Uffa, mother”

“E poi non se ne può più. Appena mi giro stai col telefono in mano”

“Ti sbagli, sto facendo una ricerca”

“Ah sì? Fammi un po’ vedere. Ma questo è google traduttore! Quale ricerca?”

“La ricerca del significato, no? Non ci capisco una mazza”

“Mami, qual è la password del wi-fi? Devo guardare i video di ginnastica di Nadia Comanenci”

“Giusto Mother, passa la password”

“Ah sì? Beh, è semplicissima. Il nome dei componenti della famiglia Bolkonskij, protagonisti di Guerra e Pace. Sono solo milleseicentotrentotto pagine, è sulla mensola a destra”

“Cosa?!?! No, dimmi che non l’hai fatto sul serio!”

“No, ma prima o poi succederà. Quando meno te lo aspetti”

Vigilare sul mondo virtuale dei figli sta diventando più impegnativo che presidiare quello reale.

Serve una mamma in più.

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