Crepe

Una crepa separa due parti. La fenditura non può essere riparata da sola.
Si crepano vasi, muri, i bicchieri. Non si crepa un’arancia, un cuscino, un cuore.
Quello ci sembra, ma non lo fa davvero.
Le crepe sono diverse dalle ferite. Queste ultime, col tempo, cicatrizzano. Spontaneamente rigenerano tessuto sano.
Le crepe rimangono vuote. Quelle dei muri, nel tempo si allargano e minano la stabilità di una struttura.
I bambini e ragazzi in affido spesso nascondono crepe. Un abbandono, una crepa. L’incuria, una crepa. La violenza assistita, quella subita, l’abuso. Altre crepe.
Il kintsugi è quella tecnica giapponese che ripara le crepe della ceramica con l’oro. Rende visibile e bello ciò che è stato rotto. Ci dice che le fratture possono diventare trame preziose. Che si deve tentare di recuperare, e nel farlo ci si guadagna.
Le famiglie affidatarie sono fatte di quell’oro, che giorno dopo giorno, con pazienza e fatica, colma crepe generate da altri. Da chi, spesso, questi bambini li ha davvero generati. Un oro che cola una goccia alla volta, fuori da una scuola ogni giorno alla stessa ora, seduti accanto a un capriccio per i compiti, con la storia della buonanotte, l’accompagnamento dagli amici in un’altra città, il lavoretto per la festa della mamma, regalato a quella biologica, l’accoglimento di un dolore troppo grande per loro e a volte anche per noi.
Goccia a goccia, tanto che ci vuole del tempo per accorgersi che si è fatto davvero un bel lavoro. Che quel bambino o bambina, ragazza o ragazzo, può diventare una versione migliore di sé.
E noi con loro.

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Convivenze

“La convivenza sai, è come il vento

Spegne i fuochi piccoli

Ma accende quelli grandi” parafrasando il celebre Modugno.

Il fidanzato capogita s’è rivelato uomo dai molteplici e sconosciuti talenti.

Armato di cesoie sforbicia il glicine che insidia la mimosa in giardino.

Con l’ascia che s’è comprato -che fa tanto Shining, e mi preoccuperò quando lo troverò al computer a scrivere ossessivamente “il mattino ha l’oro in bocca-il mattino ha l’oro in bocca, il mattino ha l’oro in bocca”- riduce a tocchi grossi pezzi di legna per il camino.

Sfama con soddisfazione le orde di adolescenti che popolano casa nostra.

Tuttavia.

“Non sarebbe più pratico mettere in lavastoviglie forchette con forchette, cucchiai con cucchiai?” D’altronde, similes cum similibus congregantur.

“Ma le magliette le stendi sempre così? Ah”

“Il gatto può andare in tutta la casa ma se entra in camera nostra ne faccio uno scendiletto”

“Scusa, ma la carta forno si apre così? E su, annamo. La avranno messa per qualcosa la parte seghettata, usiamola”

Mi vedo già la mezzana e la piccola, in corridoio, vestite come le gemelline di Shining.

Pubblicato in Senza categoria | 2 commenti

Primo giorno

“Mamma, perché devo andare a scuola?”
“Ehm..”
“Ecco vedi, non lo sai nemmeno tu”
E invece sì che lo so, e te lo dico.
Devi andare a scuola per imparare, perché è più bello di quanto tu non creda sapere che l’Umbria non è bagnata dal mare, Matera sta in Basilicata e il Monte Bianco è la montagna più alta d’Italia, senza andare a cercare su Google.
Devi andare a scuola perché sapere più lingue ti consentirà di viaggiare, e hai già capito che il mondo è il libro più bello da sfogliare.
Devi andare a scuola perché la matematica nella sua certezza può essere un conforto in una vita che di certezze ne ha ben poche.
Devi andare a scuola perché imparare quella lunghissima parafrasi forse un giorno ti servirà come è stato per me, a stare seduta in una sera di inverno a fianco di un ragazzino scontroso che non sapeva da che parte cominciare.
Devi andare a scuola perché più impari più sei curioso, in un cerchio virtuoso che non ha mai fine.
Devi andare a scuola perché, fra i tanti professori che si avvicendano a quella cattedra ne troverai uno che ti trasmetterà la passione per quello che insegna, facendoti il regalo più grande, il desiderio di conoscere.
Devi andare a scuola perché quello è il tuo posto, al secondo banco in terza fila, di fianco al tuo migliore amico e dietro alla ragazzina dagli occhi belli, insieme ad altri venti ragazzini che, proprio come te, si stanno facendo la stessa domanda.

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Settembre

La mezzana stasera andrà al concerto di tale Ernia, c’è l’allerta meteo e sarà in macchina con amici.

La piccola dribbla compiti, oneri e doveri come Tomba nello slalom speciale. Il traguardo è l’uscita con le amiche.

Il primogenito è in fase di grandi cambiamenti, a lui graditi come la sabbia nelle mutande.

I gatti in meno di ventiquattro ore nella nuova casa si sono persi una decina di volte, ed ogni volta è il panico “hai lasciato la finestra aperta? La porta? Il portone?”

Il gatto minore ha vinto pure una visita dalla dolce dottoressa dai capelli rossi, per essersi malamente azzuffato nei giorni scorsi con un altro felino.

Io devo ritirare i libri di scuola scegliendo a quale rene rinunciare, fare gli abbonamenti del bus per le ragazze, prenotare visite, prendere decisioni.

Settembre è ancora troppo caldo per regalarmi l’illusione dell’autunno, e a me tremano le ginocchia.

Pubblicato in Senza categoria | 3 commenti

Diario di viaggio

14-24

La vita non va sempre come vorremmo.

Non lo fa con le questioni di primaria importanza, figuriamoci con amenità quali le vacanze. E non vale essere reduci da un trasloco nell’estate più calda o da un periodo particolarmente faticoso.

La vita non è mica risarcitoria, in alcun ambito.

Quest’anno avremmo dovuto essere altrove, invece è andata diversamente.

Dopo lo sconforto cosmico e il suo compagno scomodo, il senso di colpa -di cosa ti lamenti, con tutto quello che di bello hai fatto e farai, pensa a chi sta peggio- mi sono riaffidata al mio capo branco preferito, nonché compagno di vita e di (dis)avventure.

Il nostro viaggio comincia qui, in un ferragosto pigro, dentro una faggeta che si apre su un panorama di blu e verde.

Senza sapere ancora quale sarà la prossima tappa del nostro viaggio.

Un’unica certezza: non sarà a piedi.

In attesa di capire come proseguirà il nostro viaggio il fidanzato, preso dai sensi di colpa verso la sconsolata creatura che gli sta accanto, ieri sera ha esclamato greve “domani si va al mare”

Il mare, destinazione tanto amata da lei quanto osteggiata da lui.

Una giornata in spiaggia, per il mio compagno di vita, ha lo stesso appeal di un vocale su whatsapp di quindici minuti, un piatto di peperonata o il gatto che sale sul letto.

Pertanto i due, muniti di crema solare cinquanta e un sacchetto di albicocche della coop, sono approdati al bagno Boa sorte di Tarquinia.

Alle ore diciassette.

Le ore di oggi vanno dunque ad aggiungersi a una mattina di spiaggia durante la vacanza in Albania, e un breve bagno in quel di Camogli.

Quasi una giornata intera, in realtà.

Lui dice di avermi portato al mare per anni, invece.

Certo, era il mare artico.

Nel 79 dc, racconta Plinio il vecchio, una spaventosa eruzione ricoprì le città di Pompei ed Ercolano, consegnando alla storia l’insieme di reperti più ricco e preciso sull’epoca dell’antica Roma.

Il sito archeologico è fonte inesauribile di notizie su quest’epoca antica, e ci racconta come per i pompeiani fosse importante tanto il commercio quanto il benessere, attraverso la cura del corpo, il teatro, i lupanari.

Leggenda narra che ci fosse una coppia, lei coi capelli rossi e tanta voglia di andare al mare, lui coi ricci pazzi, la barba e una gran voglia di camminare.

Quell’anno la provincia partenopea era calda come la campagna cambogiana, ma i due, invece che godersi l’aria condizionata e i saldi del centro commerciale Neapolis, decisero di fare un tour guidato per le rovine di Pompei.

Dopo due ore di cammino rimane di loro solo una immagine. Forse si sono liquefatti dal caldo o, ed è l’ipotesi più accreditata dagli archeologi, lei ha consegnato l’amato alle belve, nell’anfiteatro.

Mancavamo solo noi.

C’erano stati Jennifer Lopez e il marito, i Ferragnez, Lebron James.

Stamattina, dopo una agevole corsa col bus e una movimentata navigazione in aliscafo, siamo sbarcati a Capri.

Passeggiando per i vicoli, bevendo granite al limone e comprando magneti di dubbio gusto per il frigo della cucina.

Una volta tornati sulla terraferma il capo gita, nonché mio fidanzato e compagno di vita, ha quindi proposto di andare in spiaggia. Una caletta meravigliosa raggiungibile con una passeggiata nel bosco.

Peccato che la strada fosse in picchiata. Buttarsi con un paracadute sarebbe stato più semplice.

A ogni passo scosceso su quella pietrosa e infinita discesa corrispondeva un mio sospiro, lamento e capriccio all’idea di doverla ripercorrere al contrario.

Arrivati nella meravigliosa caletta -FAI – Baia di Ieranto-ci siamo goduti un lungo bagno e il sole tiepido della fine del pomeriggio.

Prima di risalire, mi ha scattato una foto.

Per la lapide, presumo.

In qualche modo che non saprei spiegare, senza l’intervento dei vigili del fuoco né della protezione civile, siamo risaliti.

La foto comunque la tengo, non si sa mai.

Sorrento è gialla, come i limoni, i vestitini e il sole.

Vagabondando per vicoli e piazzette, il fidanzato capo gita ha assaggiato quello che doveva essere il più buon gelato della città ma che lui, il Tripadvisor delle gelaterie, ha liquidato con una scarsa sufficienza.

Siamo capitati nel bel mezzo di un matrimonio, sposi e invitati probabilmente inglesi sobri nell’abbigliamento quanto nel consumo di alcool.

Vivere in una città sopra alla scogliera deve essere senz’altro scenografico e suggestivo, ma mannaggia la morte ti spezza il fiato e la volontà coi suoi millemila gradini.

Al pomeriggio, come ormai consueto, ci siamo recati baldanzosi al mare. Purtroppo il dislivello era solo di ottanta metri e abbiamo dovuto accontentarci di una ripida salita asfaltata.

Cammina cammina, siamo approdati a Coccia de Morto, uno stretto lembo di terra ricoperta di sassi appuntiti, come camminare su un tappeto di mattoncini di lego, e di una umanità varia e variegata.

Il piccolo Leonardo, aggrappato al suo salvagente rosa, chiedeva di andare a nuoto fino al Vesuvio.

Il mare, di un blu da dipinto, si immaginava tra un’onda di tsunami e l’altra.

Domani lasceremo la penisola sorrentina, diretti verso nuove spiag…cammini.

A grandissima richiesta-si dice così pure se non ha lo ha chiesto nessuno-torna la rubrica estiva dei miti.

Oggi siamo a Ravello.

Leggenda narra che questa zona fosse abitata dalle janare, streghe né benevole né maligne ma che eviterei anche su Tinder.

Le Janare pare avessero una certa empatia con tutte le donne, specialmente con quelle che soffrono. Questa zona è sempre stata un borgo di marinai e capitava spesso che gli uomini mancassero da casa per mesi. Poteva succedere, dunque, che una moglie abbandonata dal marito pescatore provasse tanta frustrazione da trasformarsi in una Janara.

Acquattate in cima agli alberi a ridosso della costa e vestite solo con lunghe camicie da notte, le Janare attendevano le imbarcazioni dei pescatori e una volta avvistate, tac! Cercavano di attirare l’equipaggio in ogni modo con canzoni, dolci parole o mostrando le proprie nudità. Con i pescatori caduti nella trappola le Janare consumavano un rapporto sessuale, e peggio della mantide religiosa, offrivano le vittime al mare: insomma, li affogavano. Stessa sorte che toccava ai mariti che non portavano le mogli all’ikea.

Ma questa è un’altra storia.

Vostro onore, io l’amavo quest’uomo.

Anche quando, pur essendo al mare, siamo andati a dormire in un paesino di montagna.

Anche quando ha preparato lo zaino, dove ha messo le bacchette da cammino e i costumi da bagno, ché la destinazione finale era la spiaggia.

Poi abbiamo imboccato il Sentiero degli Dei.

Vostro onore, sa perché si chiama così? Perché ti porta a piedi in dieci chilometri a Positano -anche gli Dei avevano problemi di parcheggio- e quando scendi gli ennemila gradini evochi e invochi tutta la mitologia, da quella scandinava a quella Inca, fino a scomodare San Rocco, protettore delle articolazioni.

Sì vostro onore, è vero che sono stata io a nominare il sentiero degli Dei, dicendo che sarebbe stato bello. Ma non sono credibile quando dico certe cose, è un po’ come ammirare sulle riviste ville da sogno e abiti scintillanti: belli, ma mica li vorrei.

Vostro onore, io l’amavo quest’uomo.

Mi affido alla clemenza della corte.

In un piccolo Despar, nella assolata provincia campana.

È passato da poco mezzogiorno, i clienti popolano i tre corridoi del supermercato, chi in costume e ciabatte, qualcuno coi bimbi al seguito che litigano su chi porta la fetta di anguria.

Al banco gastronomia, salumeria e panetteria, la signora Silvana ascolta paziente la famiglia dall’altra parte del vetro. Chi vuole il panino con treccia e crudo, chi due fette di pomodoro che è uno spettacolo, chi ma che belle quelle melanzane, ci stanno bene col cotto?

Attendo il mio turno e scalpito, la mia anima lombarda efficiente e multitasking vorrebbe essere già alla cassa a pagare.

Poi un signore che sta scegliendo la frutta fa una battuta sugli uomini, la signora Silvana ride, interviene un altro avventore e il buonumore contagia un po’ tutti. La cassiera commenta che l’aria condizionata fa più male che bene, una mamma con una bimba bionda accanto annuisce convinta.

Nessuno ha fretta, chiacchiere e risate sono il sottofondo.

L’anziano signore davanti a me decide finalmente di volere i funghetti -giusto due, per vedere se mi piacciono- e viene il nostro turno di scegliere come farci farcire il panino dalla signora Silvana.

Di tutti i regali che mi ha fatto il tempo in questi luoghi, il più prezioso resta questo.

L’attesa di un panino, silenziare quella parte di me che considera la velocità una virtù.

Quando torno a casa ci provo, alla Tigros della mia città.

Magari rallento un po’.

La leggenda del giorno ci porta ad Agropoli, e racconta di quando i Saraceni sbarcarono sulla costa.

Ai tempi vi era una sola donna, Ermegalda. Nonostante il suo viso dal colorito verde, era di bell’aspetto e divenne ben presto la donna più bella della cittadina. Facile, quando sei l’unica. Le leggende narrano, però, che nonostante le sue origini nobili, si innamorò di un umile pescatore Il suo viso iniziò così a mutare, diventando rosa, ricalcandone l’amore e l’affetto. Una tempesta, però, non risparmiò il suo amato, facendolo soccombere nelle acque buie di questo mare. Passarono tre giorni e tre notti, ma egli non tornò. Secondo la leggenda, Ermegalda si buttò da una rupe, per porre fine alla sua vita così drammatica. Il dio del mare, però, decise di salvarla, trasformandola in una ninfa.

Insomma, da Fiona di Shrek alla sirenetta. Ancora oggi, tuttavia, con l’eco delle onde del mare, riecheggiano le sue urla disperate.

Oggi ho imparato la più grande lezione di pazienza della vita.

Nella grotta di Auletta Petrosa, provincia di Salerno, unica nel suo genere perché si entra su una barca, traghettati dallo speleologo Caronte sul fiume sotterraneo Negro.

Lungo il percorso all’interno della montagna si incontra una formazione calcarea particolare: il signor stalattite sta per baciare la signora stalagmite.

Mancano pochi millimetri, che si stima verranno colmati in una ventina d’anni. Per avvicinarsi così tanto ce ne sono voluti ventimila.

E io che mi lamentavo dell’attesa per un panino alla mortadella.

Finisce qui il nostro vagabondare al sud. Colmi di bellezza, gratitudine, e un panino con salsiccia e carciofo bianco che probabilmente finirò di digerire a natale.

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Alla salute

In coda, alla cassa.

Davanti a me, tre ragazzini.

Maglietta nike, pantaloncini Adidas, taglio sfumato ai lati e ciuffo sulla fronte.

Ci deve essere una ordinanza del sindaco che obbliga gli adolescenti maschi ad essere tutti uguali.

Un solo prodotto sul nastro.

Una bottiglia di Vodka, sottoprezzo e sotto marca.

La cassiera guarda la bottiglia, poi i ragazzi di fronte a lei, quindi di nuovo la bottiglia.

“Quanti anni avete?”

“Diciotto”

Dichiara l’eroico portavoce dell’ alcolico gruppetto.

“Ma ero la tua animatrice all’oratorio, che dici?”

“Io li compio domani!”

Dichiara quello intelligente del gruppo.

La signora dietro di me, brandendo la baguette come una scimitarra, esclama “ma te sei mica il nipote della Lucia? C’hai mica quindici anni come il mio nipotino, il figlio dell’Annamaria?”

I tre, pur non brillando di arguzia, capiscono che le cose si mettono male.

“E se ce lo compra la signora?”

Indicando la sottoscritta.

“Sono astemia, mi spiace”

“Minchia bro, bella fra, che sfiga. Andiamo”

Abitare in una piccola città può essere una immensa fortuna o una disgrazia senza precedenti. Dipende dai punti di vista.

Pubblicato in Senza categoria | 1 commento

Alla salute

In coda, alla cassa.

Davanti a me, tre ragazzini.

Maglietta nike, pantaloncini Adidas, taglio sfumato ai lati e ciuffo sulla fronte.

Ci deve essere una ordinanza del sindaco che obbliga gli adolescenti maschi ad essere tutti uguali.

Un solo prodotto sul nastro.

Una bottiglia di Vodka, sottoprezzo e sotto marca.

La cassiera guarda la bottiglia, poi i ragazzi di fronte a lei, quindi di nuovo la bottiglia.

“Quanti anni avete?”

“Diciotto”

Dichiara l’eroico portavoce dell’ alcolico gruppetto.

“Ma ero la tua animatrice all’oratorio, che dici?”

“Io li compio domani!”

Dichiara quello intelligente del gruppo.

La signora dietro di me, brandendo la baguette come una scimitarra, esclama “ma te sei mica il nipote della Lucia? C’hai mica quindici anni come il mio nipotino, il figlio dell’Annamaria?”

I tre, pur non brillando di arguzia, capiscono che le cose si mettono male.

“E se ce lo compra la signora?”

Indicando la sottoscritta.

“Sono astemia, mi spiace”

“Minchia bro, bella fra, che sfiga. Andiamo”

Abitare in una piccola città può essere una immensa fortuna o una disgrazia senza precedenti. Dipende dai punti di vista.

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Cambiamenti

Per quindici giorni la mezzana e la piccola sono state altrove, in regioni diverse e a fare esperienze alternative.

Il primogenito ed io ci siamo dati ai bagordi più sfrenati, le rare occasioni in cui ci siamo incontrati.

Ogni tanto mi sono domandata se la vita allora può essere fatta anche così, senza corse, accompagnamenti, notti in attesa dei rientri, frigorifero svuotato, vestiti da lavare.

Questa mattina c’è stato il trasloco ufficiale di casa in casa.

Questo pomeriggio la nostra vecchia e amata Duster nera, arrivata al capolinea, ci saluterà e accoglieremo una sua più giovane e rossa versione.

Nella stessa giornata si cambia casa e automobile dunque, ché il cambiamento qui non fa mica paura.

Fa paura eccome, invece. Fa tremare le ginocchia, azzera la salivazione, mette le vertigini.

Ti stringe lo stomaco e lascia il fiato corto, anche quando è un cambiamento voluto, atteso, desiderato.

È un viaggio sulle montagne russe tra l’esaltazione del nuovo inizio e la paura di salutare la propria zona di comfort.

Per fortuna c’è chi tiene saldo il timone, nonché una serie di inscalfibili certezze: il frigorifero svuotato, i panni da lavare, i recuperi serali, la curiosità di una vita nuova, l’entusiasmo per le infinite possibilità della vita, l’amore che avvolge, sostiene e accompagna, non importa sotto quale tetto ci si trovi.

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

La seconda legge di Boggio

Nelle infinite leggi della fisica che regolano il nostro universo, ce n’è una preposta agli equilibri familiari.

La legge in questione enuncia che, stante la presenza di figli in numero maggiore di uno, ogni creatura creerà preoccupazioni, problemi e fatiche al genitore alternandosi rigorosamente con gli altri fratelli e sorelle.

Questo nella teoria.

Nella pratica, succede che un figlio, specie se adolescente, decida di esercitare il suo scopo primario nella vita.

Lo scopo è chiaramente combinare disastri, sfinire l’adulto, manifestare opposizione, sfinire l’adulto, adottare condotte rischiose, sfinire l’adulto, costeggiare il labile confine tra legale e illegale.

E, non so se l’ho detto, sfinire l’adulto.

L’accortezza, in presenza di più figli simultaneamente adolescenti, è che questo accada un figlio alla volta.

Genitore, perdi il sonno per una situazione scolastica disastrosa? Pattugli il quartiere perché non è ancora tornato a casa? Ascolti per ore drammi sentimentali e amicali come se ti fregasse qualcosa dei tradimenti al parchetto?

Ecco, mentre ti struggi, ti interroghi, soppesi l’educazione che gli hai impartito negli anni, ti chiedi se quegli omogeneizzati che gli davi per fare prima non fossero imbottiti di sostanze psicotrope, gli altri figli se ne staranno buoni buoni, acquattati, in silenzio.

Carini e coccolosi, come i pinguini di Madagascar.

Quasi gentili, talvolta, impietositi davanti alle adulte fatiche.

Ma non appena la situazione col figlio degenere si sarà stabilizzata, eccoli. Pronti, col numerino in mano come al banco gastronomia dell’ Esselunga.

Ansiosi di riprendersi la dovuta attenzione.

È così, avanti, in un moto perpetuo che sembra non avere mai fine.

E cosi, mentre cala la dopamina nei loro cervelli adolescenti, sale prepotente il bisogno di Mojito in quelli, stremati, dei genitori.

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Respira

La maglietta quest’anno è arancione, con le scritte colorate.

I calzoncini corti e le immancabili Nike bianche ai piedi. I lunghi capelli scuri avvolti a cipolla sulla sommità della testa, che ondeggia a ritmo della musica nelle orecchie.

La bici vecchia, che viene riesumata di anno in anno solo in questo periodo.

Il megafono alla bocca, un bambino per mano, il controllo degli ingressi la mattina.

L’aiuto nei compiti il martedì e il giovedì mattina, figlio di un bizzarro karma verso una ragazzina che se le inventava tutte, pur di non farli.

Il richiamo alle regole, abbassa la voce, partecipa anche tu al gioco, vieni qui che non ti sei fatto niente.

Sembra quasi che parli alla se stessa seienne, piu che a una cinquantina di altri bambini e bambine.

I balli di gruppo, gli avvisi dal palco, il piatto portato in tavola un bambino alla volta.

La nomina a presentatrice ufficiale della serata finale, ché anche all’oratorio si può fare carriera.

La osservo di nascosto dal cancello ancora chiuso poco prima dell’uscita.

La mezzana animatrice per me è visione e ammirazione.

Come bimba ha preso attenzioni e cura, come giovane donna le restituisce con una gratuità ed entusiasmo che mi scaldano il cuore.

Inspira e prendi, espira e restituisci.

È il respiro giusto, ragazza mia.

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento