La chiave

Sarà il sentirsi come il Grinch, la rapida fuoriuscita della tredicesima per i regali, il pensiero che non basta il pensiero, i pacchetti da fare e la paura che nevichi, perché sarà pure Natale ma a lavorare ci devi andare lo stesso.

Tuttavia.

I calendari dell’avvento sparsi per casa, quello classico per la piccola, che ogni mattina prima ancora di dire ciao corre ad aprire la finestrella e dopo sorride con gli occhi chiusi, mentre il cioccolatino si scioglie in bocca.

La mezzana che da una grossa calza rossa con tante taschine, allunga la mano verso il premio del giorno, rigorosamente fondente.

Il grande che apre il frigo, ché se sei maschio e adolescente ci vuole almeno un budino, altro che caramelle.

Il conto alla rovescia su un bizzarro nonché tamarro segna giorni con due pellicani appollaiati sopra, imperdibile souvenir di Mikonos.

I pacchetti confezionati di nascosto, con il pensiero all’emozione che proverà chi lo scarta, i nascondigli segreti ma non troppo che si rischia di ritrovare i pacchi l’anno dopo.

Il primo aereo da solo che il primogenito si appresta a prendere subito dopo le feste, armato di trolley, pigiama termico, incoscienza e entusiasmo in egual misura, e la spavalderia di chi può solo che divertirsi.

Il saggio di ginnastica, che mi fa commuovere a ogni ruota, capriola o salto.

La festa della pallavolo, con una mezzana in divisa e coda alta, sorridente fra le sue amiche e compagne di squadra, nonché seconda famiglia.

Sarà che hai voglia a mettere lucchetti sul cuore, magari per anni, quando poi hai tre chiavi che li aprono tutti.

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Un’altra me

“Bellissima, ciao! Ma quanto tempo! Tutto bene?”

“Ehm…si sì, tutto a posto. Posso avere un caffè?”

“Ma certo! Lungo in tazza grande, giusto?”

“Ehm…va bene”

“Ma allora raccontami qualcosa che non ci si vede da una vita! Certo che tu sei sempre uguale, come una volta”

“Posso avere un po’ di latte per favore?”

“Ecco il latte! Comunque alla grande la gara di settimana scorsa, eh?”

“Eh già”

“A proposito, ho visto tua sorella, mi sembra che stia bene”

“Scusa, devo proprio scappare, buona serata”

“Sì ma torna presto, mi raccomando”

C’è un bar, non lontano da dove abito.

Qualche anno fa il proprietario nonché barista ha deciso che io fossi qualcun’altra.

Da allora, sistematicamente, mi confonde con quest’altra donna dai capelli rossi, che beve caffè lungo in tazza grande, non è figlia unica e frequenta ogni fine settimana coi figli le gare di atletica.

All’inizio ho provato, timidamente, a fargli notare che stava sbagliando persona.

Niente da fare, il caffè lungo in tazza grande non me lo toglieva nessuno.

Nemmeno i commenti sull’ultima corsa a ostacoli o il risultato del salto in alto.

Mi sono quindi tenuta alla larga dal locale fino a stasera, quando sono entrata senza nemmeno pensarci, guidata solo da un primitivo bisogno di caffè.

Che, ovviamente, ho bevuto lungo e in tazza grande.

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Fiocco rosa

“Mami, che bella questa nuova Barbie che mi hai regalato”

“Veramente non è un regalo, me l’hai estorta al supermercato”

“Non so cosa vuol dire comunque me l’hai comprata tu, no?”

“È estorsione quando siamo alla fine della spesa, la mamma ha la febbre, non ha preso il carrello e si ritrova con una torre di prodotti tra le braccia, le baguette sotto le ascelle e la scatola di bastoncini fra i denti”

“Vabbè, comunque è bellissima e mi piace tanto. Non avevo mai avuto la Barbie incinta”

“Ah, è incinta? Non l’avevo mica capito, mi era sembrato che finalmente ne avessero fatta una un po’ più in carne. Ero già contenta”

“E guarda qui? Schiaccio qui e…ecco il bambino che esce!”

“Oddio, ma da dove esce?”

“Dalla pancia, no? Vedi, si apre come la sorpresa dell’ovetto Kinder”

“Ossignore, quindi poi togli il bambino e lei rimane con la pancia vuota?”

“No, guarda. Tac, tac e taac! La pancia si gira e lei torna piatta piatta come prima! E le puoi mettere subito l’abito da sera”

“Beh amore, sarebbe bello. Nella realtà ci vuole un bel po’ di tempo dopo che nasce un bambino perché la pancia torni come prima”

Lungo sguardo della piccola sul bottone dei miei jeans che tira sulla pancia.

“Eh, lo so. Io sono già nata da dieci anni”

Io l’ho sempre detto, che le Barbie sono diseducative.

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A Natale sei

L’albero di Natale comprato in offerta su Groupon, antigatto, nel senso che è così sconclusionato che neppure il felino si prende la briga di tirare giù le palline.

Il peloso amico di famiglia predilige invece passeggiare per il presepe, dormire tra il muschio e abbeverarsi al laghetto.

Una bambina dal faccino angelico e il cerchietto con le orecchie da renna canticchia felice “sono piccola e tenera come un mamba”

Brillantini per tutte le casa e probabilmente anche nelle mutande, dopo che la piccola ha finito coi lavoretti di Natale.

La cioccolata calda con le canzoni delle feste, mentre il primogenito ascolta rap in cuffia bevendo coca cola.

La letterina a Babbo Natale, ché le tradizioni si mantengono anche quando vengono smascherate.

La piccola che chiede a chi intestare la missiva al termine della quale auspica la pace nel mondo e nella testa di suo fratello.

La mezzana che rischia la falsa testimonianza dichiarando “quest’anno mi sono impegnata a scuola”.

Un check in voce dei regali presi e da prendere, che mostra preoccupanti mancanze alle quali urge porre rimedio.

Un babbo di plastica attaccato malamente alla ringhiera del terrazzo, che a Natale, si sa, siamo tutti più buoni.

E un po’ più tamarri.

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Tachipirina mon amour

La tosse che squassa, il naso che gocciola, i fazzoletti abbandonati in ogni dove.

La febbre che ti fa debole e stanca, e ti chiedi come sia possibile alzarsi e cominciare con le mille cose da fare.

I panni da stirare che crescono alla velocità del bambù, il frigo che si svuota allo stesso modo, la polvere che si appoggia sui mobili ma a quella non hai mai fatto troppo caso quindi continui a non guardare.

Il gatto che ti si acciambella sopra, forse perché sei calda o forse per mettere fine alle tue sofferenze sdraiandosi coi suoi otto chili sul tuo petto.

L’ennesima serie netflix terminata, ché anche leggere è faticoso in questi giorni.

Gli acquisti compulsivi su Amazon, che alla fine consegni la carta di credito alla mezzana con la preghiera di nasconderla e di non usarla per comprarsi l’ultimo modello di iPhone.

La pastina in brodo mangiata col plaid scozzese appoggiato alle spalle, le occhiaie disegnate col pennarello nero sulla faccia.

Il sonno che ti coglie come fosse un’imboscata, mentre sei sul divano, ascolti il primogenito che si fa provare la lezione di storia ma tra Adriano e Traiano tu stai già russando.

La piccola che ti sbaciucchia e propone inquietanti tisane da lei preparate, e che sia messo a verbale casomai non dovessi sopravvivere.

La cura di chi ti ama, che passa dalle pizze portate a casa per cena e lascia in bocca il dolce dei pasticcini finiti dalla piccola.

Influenza, non mi avrai.

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El diablo

Da quando è ricominciata la stagione di pallavolo, la mezzana ha smesso di lasciarmi in lavatrice la divisa gialla della squadra, quella con il numero ventisei stampato sulle spalle.

Pare che una mamma le abbia fatto notare che la sua maglia era la più scolorita di tutte, forse perché era lavata in modo troppo aggressivo.

Da quel momento, per non risultare la giocatrice più sbiadita sulla foto di fine anno, la fanciulla si è messa a sfregare a mano la suddetta maglia alla fine di ogni partita.

La piccola non gradisce più fare i compiti di matematica con la mamma. Dice che si agita troppo perché la genitrice non capisce lo stress a cui è sottoposta tra divisioni a due cifre e potenze, quindi preferisce mettersi alla scrivania da sola, senza distrazioni.

Il maggiore quando può è lieto di essere accompagnato e ripreso da partite e allenamenti da altri genitori, perché pare che nelle altre macchine ci sia musica migliore e chiacchiere più maschili.

Il mio piano diabolico sta funzionando.

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Proiezioni

Avrei voluto un figlio bravissimo nello sport.

Una figlia con il talento per la danza classica, una appassionata di cucina che già impastava biscotti a cinque anni.

Avrei voluto un figlio con le idee chiare, che dopo la terza media mi guardasse negli occhi dicendo “farò il liceo classico come te, mamma”.

Avrei voluto una figlia mancina, come me.

Avrei voluto un figlio coi capelli rossi, capace di suonare il flauto traverso o il pianoforte.

Avrei voluto una figlia intrepida, cintura nera di taekwondo.

Avrei voluto un figlio capace di dipingere e disegnare, una figlia appassionata di sci, un’altra con le lentiggini.

Avrei voluto una figlia con le fossette sulle guance, l’attitudine al canto, amante della lettura come rifugio dell’anima.

Ho avuto tre figli e ho buttato al vento tutti i miei avrei voluto.

Ho avuto tre figli senza lentiggini e fossette, nessuna ballerina di danza classica né campione di pallacanestro.

Ho scoperto che tutti quegli avrei voluto non erano per loro, bensì per me.

Che erano solo proiezioni e desideri, inconsistenti e aeriformi in confronto a quei corpicini solidi e pieni di sorprese che mi giravano intorno.

Ho scoperto che si può essere molto di più e in tanti modi diversi, che si può fare il salto mortale, i trucchi di magia con le carte, scrivere poesie e inventare giochi.

Ho capito che i miei avrei voluto andavano buttati senza riserve, perché proiettare fantasie rischia di non farti vedere la realtà, e spesso la realtà è molto più interessante e variopinta.

Le proiezioni, meglio lasciarle al cinema.

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Mowgli

La radio spenta, il riscaldamento acceso, una piccola isola calda che si muove nel freddo della mattina.

Appoggiato pigramente al sedile del passeggero, in un viaggio in macchina come ce ne sono tanti nelle nostre giornate.

La testa china, lo sguardo basso, le mani in grembo.

Il dito che tormenta la pellicina, il cappuccio tirato sul ciuffo ribelle,cenni di assenso quasi impercettibili.

È un discorso serio e lui è attento, essere genitori è anche questo, è prendersi in mano temi scomodi e provare a sviscerarli, tradurli in una lingua comprensibile e accettabile per un adolescente.

È scegliere le parole, modulare il tono, saper aspettare.

È ricordarsi che non siamo amici né pari, che si ha un compito di guida che va svolto con autorevolezza.

È il coraggio di dire ad alta voce verità scomode, di essere assertivi ma anche comprensivi.

“Mother, hai detto qualcosa?”

“Come? Sì, certo che ho detto qualcosa, anzi ho detto tante cose”

“Puoi ripetere? Scusa ma è uscito l’album nuovo di Salmo, non puoi capire quanto è bello. Dovresti ascoltarlo”

Dovrei ascoltare Salmo, dice il primogenito rimettendosi le cuffie nelle orecchie.

Forse avrei dovuto farlo allevare dai lupi.

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National Geographic

“Valle d’Aosta, Piemonte, Liguria, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Lazio, Abruzzo, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna. Visto mami, le so tutte! Ho imparato le regioni d’Italia”

“Brava amore, però ne manca una”

“No, non manca niente, le ho dette tutte”

“Manca il Molise”

“Ahahahah bella questa, lo sanno tutti che il Molise non esiste”

“Ma no, piccola che dici? Certo che esiste”

“La mia compagna ha detto di no, ne era certa”

“E io ti garantisco che esiste. Ne sono certa anche io”

“Ma è la regione che confina con l’Australia?”

“Amore di mamma, noi non confiniamo da nessuna parte con l’Australia”

“Neanche a sud-est?”

“Neanche a sud-est”

“È un vero peccato. Domani a scuola lo dirò a tutti. Bisognerebbe fare qualcosa”

La moderna geografia sposta i confini e ridefinisce gli spazi, almeno nelle intenzioni e nei desideri di una bambina di quinta elementare.

Forse, come diceva Gagarin nello spazio, “da quassù la terra è bellissima. Non si vedono né confini né barriere”

Intanto da quaggiù, piccoletta si prepara a dominare il mondo.

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Sicilia

L’ho scartato in anticipo, quest’anno, il mio pacchetto di Natale.

Dentro c’era una prima volta.

E così siamo volati quaggiù, a conoscere un pezzo di mondo dove non ero mai stata, insieme all’uomo che è in assoluto il mio compagno preferito di avventure e scoperte. Che porta la curiosità in alto come una bandiera e mi contagia con l’entusiasmo e la voglia di imparare.

Ho tolto la giacca e tirato su le maniche, ché mentre a casa nevica qui la gente puccia i piedi in un mare turchese.

Ho camminato tanto, tra antico e moderno, bellezza e decadenza, ricchezza e povertà.

Ho annusato l’aria che sa di mare sulla costa, l’odore del pesce fresco al mercato, il fritto dei cartocci vicino alle vetrine.

Ho capito che la vera impresa sarebbe stata tornare negli stessi pantaloni della partenza, vista la moltitudine di dolci e una gastronomia unica al mondo.

Ho ammirato l’ingegno di Archimede, in una mostra immersiva nel suo paese d’origine.

Ho contemplato le opere e il genio di Salvador Dalì camminando tra le sale di un castello antico.

Ho visto la sorgente del fiume Amenano, nascosto in una grotta sotto un ristorante.

Ho ascoltato i racconti della vita dei santi che proteggono queste città, non senza una certa inquietudine.

Ho scrutato un vulcano sotto la luna piena, ché ultimamente qui si passa da un’isola vulcanica a un’altra.

Sempre e comunque sentendosi a casa.

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