Letto e mangiato

“Ehi, dove sei? È quasi ora di andare”

“Sono in camera mia mamma”

“Allora dobbiamo sbrigarci che sennò facciamo tard…aaaarghhhh!”

“Mamma, che spavento!”

“Che spavento tu? Ma che succede? Dai, mettilo giù e nessuno si farà del male”

“Uh uh, che spiritosa. Non ti va mai bene niente. E se non lo faccio, perché non lo faccio. Se lo faccio, perché lo faccio. Mai contenta”

La mezzana è stata beccata in camera con un romanzo in mano, nell’atto di leggerlo.

Meno stupore avrebbe suscitato Babbo Natale che scendeva dal camino con slitta e renne.

Per la fanciulla quattordicenne i libri sono considerati da sempre più una punizione che un dono, fatica pure a leggere i post che le scrivo per il compleanno.

L’ipotesi che va per la maggiore sostiene che si sia fidanzata, che il fidanzato sia un lettore e le abbia chiesto quale fosse l’ultimo libro letto, lei si è resa conto che l’ultima cosa letta era il rapporto calorie/grassi sul pacco delle gocciole tribù.

E sia corsa ai ripari.

Ma è ancora tutta da verificare.

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Piccoli miracoli

La piccola cammina per casa sgranocchiando una mela per merenda. La mangia così, crunci crunci come diceva all’asilo, morso a morso.

Sul tavolo non c’è un biscotto, una fetta di pane e nutella, nemmeno un pacchetto di cracker. Solo frutta.

La mezzana infila tuta, scarpe da ginnastica e cuffiette e va a camminare in giro per il quartiere. Azzarda anche una corsetta. Torna dopo oltre un’ora con le guance rosse, il fiatone e tanta soddisfazione per avere vinto la sua congenita pigrizia, che ne fa la creatura da divano per eccellenza.

Il primogenito rincasa con la macchina fotografica della sorella, quella che ha tanto desiderato lo scorso Natale e poi mai preso in mano, e quindici euro in tasca.

È stato ingaggiato come fotografo ritrattista da due ragazzi più grandi che hanno visto le sue foto sui social e hanno voluto farsi immortalare sulla pista ciclabile nella golden hour malnatese.

Dice che diventerà ricco, questo giovane Helmut Newton col ciuffo ribelle.

Il gatto ha mangiato dalla sua ciotola e non ha vomitato sul tappetino del bagno.

Quest’anno, Miracolo di Natale lo girano a casa nostra.

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Fiducia cieca

“Mami, ti dimentichi mai di me?”

“Piccola, no! Come potrei dimenticarmi di te, eh? Sei il mio amore grande, il tuo tono di voce si sente fino al paese vicino e se potessi ti faresti portare ancora in braccio perché ti piace starmi appiccicata”

“Quindi non ti dimentichi?”

“Non mi dimentico”

“E allora perché la mattina -io vi sento eh quando svegli i fratelli e loro non si alzano- a un certo punto mia sorella ti chiede “e la piccola?” e allora tu gridi “mannaggia, ho dimenticato la piccola!” E corri a svegliarmi?”

“Ma no tesoro, sei solo un po’ addormentata, sai che la mattina presto a casa nostra manca solo il Bianconiglio con l’orologio e i due liocorni e poi non manca più nessuno, ma figurati se mi dimentico di te. Che poi a scuola ci sei andata sempre puntuale, no?”

“Mami?”

“Dimmi”

“Posso avere una sveglia?”

Quando c’è la fiducia, c’è tutto.

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Tranqui

È tutto sotto controllo, tranqui, come direbbe il primogenito.

Partire all’alba da casa per affrontare la tangenziale che è perennemente all’ora di punta, ché quando lavori a un passo da una famosa Certosa la strada è lunga.

Tornare di corsa nel primo pomeriggio per raggruppare la figliolanza.

Direzione: dentista.

Obiettivo: far sistemare cinque carie disseminate nelle bocche dei figli maggiori.

Speranza: uscirne viva e con qualche euro ancora sul conto corrente.

Arrivare di corsa allo studio, dopo la ricerca di un parcheggio che nulla aveva da invidiare alla ricerca di Nemo.

Scoprire che l’appuntamento è sì martedì ma non questo, la settimana prossima.

Riportare la figliolanza lamentosa e molesta a casa, correre al supermercato ad acquistare generi di prima necessità come pane, latte e strisce depilatorie per la mezzana.

Rincasare nuovamente con la prospettiva di dover accompagnare -e poi recuperare- il grande all’allenamento serale, quando l’unico impulso vitale rimasto sarebbe quello di infilarsi il pigiama.

Trascinarsi a buttare il sacco della plastica, tornare in casa e accorgersi di aver buttato la spesa con le preziose strisce depilatorie, contenute in un sacchetto giallo proprio come quello appena gettato.

In preda allo sconforto, per cena scaldare le polpette dell’ikea e null’altro.

Ma è tutto sotto controllo, tranqui.

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Sorridi

“Mami, hai scritto qualcosa per la giornata di oggi?”

“No piccola, oggi è stata una giornata un po’ faticosa”

“Però devi scrivere! È importante. Sai cosa ho fatto a scuola oggi?

Col professor M. abbiamo letto una bellissima poesia di Alda Merini. Sai chi era? Sai che è nata il ventuno marzo del millenovecento trentuno ed è morta il primo novembre del duemilanove? Sai che ha scritto cose bellissime come sorridi donna, sorridi sempre alla vita

anche se lei non ti sorride, sorridi agli amori finiti sorridi ai tuoi dolori sorridi comunque?

Sai che anche lei nella sua vita ha conosciuto la violenza? Che l’ha trasformata in bellezza?

Sai che mi piace Alda Merini?”

Nella giornata contro la violenza sulle donne, devo dire qualcosa a un uomo.

Grazie, professor M.

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Diogene

Una carezza

Ha smesso di piovere quando sono uscita

La pizza con le patatine e würstel nella serata minestrone

Il messaggio di una mia amica che non sentivo da tanto

Il treno non è arrivato in ritardo e io non mi sono dovuta scapicollare

La brioche al cioccolato

Non mi ha interrogata in storia

I jeans si sono chiusi senza tirare in dentro la pancia

Mi hanno disdetto un appuntamento e sono rimasta a casa

In partita ho saltato tanto e ho fatto muro

Un regalo inaspettato

La prof di italiano che non c’era

Il sushi all you can eat

Per contrastare un periodo di galoppante negatività adolescenziale, la mezzana e io abbiamo stretto un patto.

Ogni giorno ci scriviamo o diciamo almeno due cose positive che ci sono capitate.

Come si può vedere, la positività è un concetto relativo e soggettivo.

E noi, novelle Diogene con un iPhone al posto della lanterna, andiamo in cerca delle nostre piccole felicità.

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La descrizione di un attimo

È seduta per terra, sul pavimento della sala, davanti al camino, tra cacciaviti e martello.

Di fronte a lei la piccola regge le istruzioni come le procaci fanciulle che passano sul ring col numero di round.

Il primogenito è sul divano con le cuffiette nelle orecchie e il cellulare in mano, la sua presenza con noi è il massimo della collaborazione che possiamo aspettarci. È sereno perché ha ottenuto il permesso di andare a una festa in un locale, anche se mi è costato un patteggiamento con tutti i principi educativi di cui mi faccio vanto.

Ma la genitorialità in adolescenza è fatta di negoziazione perenne, come alle nazioni unite nei periodi di guerra.

Il gatto dorme sul cartone aperto della libreria che la mezzana sta montando, con una manualità senz’altro ereditata dalla nonna materna.

C’è la musica in sottofondo, perché la nostra è una casa che non conosce silenzio.

Nel forno cuoce un polpettone che probabilmente non verrà buono, ma l’importante è partecipare, mica vincere, e poi non si può mica saper fare tutto.

Io finisco di sistemare la cucina mentre il grande prende in giro la piccola per la pancia e lei grida scocciata.

Intanto penso che la gratitudine a volte somiglia molto alla felicità, che è fatta di amore e grazia e anche di un odore di bruciato che viene dal forno.

Di presenze e voci, di un mobile dell’ikea, di un gatto rotondo, la descrizione di un attimo perfetto, nonostante tutto.

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Psyco

“Piccola, ho un bel compito per te oggi”

“Io la lavatrice non la svuoto. Ci sono le mutande di mio fratello”

“No, oggi non ti tocca la lavatrice. Il tuo compito è di fare una selezione dei millemila peluches che stanno sul tuo letto e scegliere solo quelli che davvero ti interessano”

“Ma io li voglio tutti”

“Sì, ma fare il tuo letto la mattina è un incubo, sembra di stare allo zoo”

“Mami, capisco quello che vuoi fare ma tranquilla, conserverò questo pezzo della mia infanzia”

“Scusa?”

“Ma sì dai, lo sappiamo, fai la dura ma non vuoi che io cresca perché così hai ancora una piccolina, oltre quei mostri dei miei fratelli”

“Veramente vorrei fare meno fatica a fare il letto”

“Mami tranquilla, non ti devi vergognare, è una cosa normale per una mamma”

“Elimina quei peluches!”

“Mami, lo faccio per te. Lasciamoli lì insieme alla mia infanzia”

La piccola, ufficialmente prima media, ufficiosamente terzo anno di psicologia.

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Lettera aperta

Caro Marco Mengoni,

Anche quest’anno ci siamo ritrovati.

La mezzana è arrivata carica di entusiasmo e preparatissima su tutti i testi, ripetuti come un mantra nelle ore altrimenti dedicate allo studio.

Nelle tasche del giaccone, mentre tu ti esibivi in una mirabile esecuzione de l’essenziale, noi ritrovavamo i resti del sushi all you can eat dove era stata con le compagne a pranzo.

L’ultimo giro di Nigiri e Futomaki non ha trovato posto nelle loro pance ma nelle tasche sì, per paura di doverli pagare.

La piccola è giunta al forum con il trasporto e l’emozione di chi per la prima volta sperimenta la musica dal vivo.

Cellulare alla mano, voce tonante e balli scatenati. Nulla si è fatta mancare di questa esperienza ricca di gioia, commozione, risate.

Ha abbracciato me e la sorella con l’affetto che da piccina riservava al Babbo Natale del supermercato.

Un grande spettacolo, te lo devo.

L’atmosfera, la tua voce, le mie due ragazze perdutamente innamorate dei tuoi occhi scuri, la tua coscienza ecologica e il movimento di bacino.

Quindi grazie, davvero.

Ho delle amiche costrette ad andare ai concerti di Coez, io sono decisamente fortunata.

Per concludere, anche io credo negli esseri umani.

A parte quando ci metto un’ora e un quarto per uscire dal parcheggio a fine concerto.

Ci si rivede, presto.

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Iron

Pioveva, stamattina.

Dopo la sveglia, mentre borbottava la caffettiera, c’è stata da svuotare la lavastoviglie, ché il pentolino del latte è al suo quinto lavaggio consecutivo, non trovo un posto in cui metterlo.

La lavatrice era da far partire perché pare non ci sia più molto di pulito da mettere, dietro la porta un gatto miagolava per entrare e davanti l’altro pretendeva di uscire.

Nel frattempo il caffè usciva dalla moka e il latte che ero certa fosse nella dispensa risultava sparito, forse rapito dagli alieni o dalle merende improvvise della mezzana.

Alle sette e quindici della mattina ero già uscita due volte.

Ho accompagnato i grandi alla stazione e il primogenito ha perso il pullman, perché impegnato in una storica litigata con la sorella in merito all’uso dell’ombrello più piccolo da portare.

Rientrata a casa sono uscita nuovamente per accompagnare la piccola a scuola, con la cartelletta di tecnologia da cui spuntava la riga lunga più o meno dodici metri, la sacca di motoria e uno zaino col peso specifico del piombo. Da un giorno all’altro mi aspetto che si ribalti come una tartaruga sul carapace e non riesca più a rialzarsi.

Gli ombrelli erano finiti, quindi è scesa senza, ma comunque non avrebbe avuto più mani a disposizione per tenerlo.

Rientrata a casa mi sono ricordata che sotto la giacca indossavo ancora il pigiama e quindi mi sono vestita e resa presentabile.

Dopo aver preparato le polpette per cena sono uscita per andare a lavorare, erano quasi le otto e trenta.

Che si tengano pure l’Ironman, io pretendo l’Ironmam.

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