Gianni Rodari

Quanto vorrei che ci fosse Gianni Rodari, a raccontare ai bambini quest’ultimo anno. Quanto aiuterebbe noi grandi a spiegare a Giovannino perché domani non può tornare a scuola con Filippo, giocare con la maestra Sara, mangiare in mensa ché al venerdì c’è la pizza.

Mi immagino che ci direbbe qualcosa come

La Didattica a distanza

È qualcosa che mi stanca

E Davanti ad uno schermo

Non sempre riesco a stare fermo

La mattina mi alzo più tardi

Ma i compiti da solo sono azzardi

Voglio fare l’intervallo

Sarebbe davvero un grande sballo

Vorrei stare con gli altri, uscire in cortile,

Giocare fuori ad aprile,

In fondo di giallo, di rosso o arancione, sono sempre un bambino che gioca col sole.

E se la pandemia

Tutte le feste s’è portata via

Cara maestra,

Continuiamo a imparare,

Che forse anche il virus potremo scacciare

(Perdono, Maestro, ma oggi una bimba mi ha chiesto una poesia)

Quanto manca una narrazione a parola di bambino, che semplifica il complesso lasciandolo tale, che conforta anche i grandi che non sempre sanno come fare.

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Appena in tempo

Il primogenito imprenditore continua imperterrito la scalata al successo, una carta Pokemon dopo l’altra.

Non va a scuola, perché frequenta un istituto in una zona arancione rinforzata.

Per la mezzana gli unici colori di cui interessarsi sembrano essere quelli della palette di ombretti di Chiara Ferragni, le uniche zone degne di nota il contorno occhi e il giro vita.

Non va a scuola, perché frequenta una classe in cui più del venti per cento degli alunni viene da una zona arancione rinforzata.

La piccola legge voracemente, purtroppo non libri ma racconti su wattpad, ma non lamentiamoci troppo. Fa ginnastica in salotto e ogni sera occupa il mio bagno per una estenuante e lunghissima beauty routine.

Va a scuola perché il suo istituto è dietro casa, ma soprattutto perché tutti e tre a casa non penso di poterli sopportare un’altra volta.

Quindi un accorato e sentito appello a chi ci governa. Se proprio bisogna chiudere, ditemelo in tempo.

In tempo per scappare.

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Post it

E’ cominciata nel periodo più buio dello scorso anno, dove era primavera solo fuori mentre tutti noi eravamo dentro.

Con una notifica sul telefono, una fra tante, una come tante.

La richiesta di amicizia su instagram. L’iniziale titubanza –ma questo chi sarà- e una decisione di quelle che sono come il battito di ali di una farfalla che provoca un tifone in un’altra parte di mondo. Da lì il primo messaggio, non su una chat ma scritto a penna, su un foglio di carta –ti ho vista qualche mese fa a una mostra, mi ricordo di te-fotografato e spedito. La prima risposta, anch’essa su post it, fotografato e inviato. Un modo antico di vivere la tecnologia, o moderno di usare la tradizione. Un messaggio dopo l’altro, dalla carta al virtuale, chi sono io, chi sei tu.

Una mattina una nuova immagine, il solito foglietto fotografato –posso venire da te? Vorrei vederti.

L’iniziale titubanza –e se fosse un pazzo?- e una decisione che si è rivelata quella migliore.

Lui che sfida il dpcm con l’alibi della professione, lei che sfida il buon senso e le paure e lo aspetta. Poi le prime aperture, e a far finta di essere congiunti si finisce per essere congiunti per davvero.

Da quel giorno non si sono più lasciati, e lei ce lo ha raccontato ieri sera, davanti a un piatto di lasagne, sottovoce ma con gli occhi che le brillavano e piccola e mezzana che esultavano.

Lei è a nostra Charlot, ex baby sitter e ora, volente o nolente, parte della nostra strampalata famiglia.

E noi, sarà l’età, la pandemia o la lasagna, ma ci siamo sciolte di commozione.

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In affari

Molesto, protervo, polemico.

Ma anche sorridente, ciarliero e imprenditore.

Il primogenito troppo a lungo recluso sembra avere ritrovato uno scopo nella sua infingarda esistenza.

Un motivo valido per alzarsi dal letto la mattina.

Un senso a questa vita, anche se un senso non ce l’ha, come diceva il buon Vasco.

La nuova fiamma si chiama commercio, che non è lo spaccio al parchetto bensì la compra vendita di carte pokemon.

A un passo da maggiore età, voto e patente, il giovane studente si è lanciato coi suoi amici in questa avventura imprenditoriale di prim’ordine.

Acquistano da amici e parenti vecchie carte e le rivendono su EBay.

Il dramma è che qualcuno se le compra pure.

Quando ha detto di volere reinvestire i primi guadagni ho sperato si riferisse a un bel regalo alla sua mamma. Neanche a dirlo, il ragazzo intendeva acquistare un mazzo di carte particolarmente raro da rivendere.

“Diventerò ricco, Blo” ha affermato solennemente, mentre preparava pacchetti vari da inviare agli acquirenti.

Non sarà una innovativa startup, ma non è neanche lo spacciatore all’angolo.

Per adesso ce la facciamo andar bene così.

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Un anno fa

Sarà che un anno fa ancora ne comprendevo poco o nulla, ero al cinema con fidanzato e piccola a vedere un film che parlava di libertà, cani e spazi aperti.

Sarà che pochi giorni dopo mi sarei trovata al supermercato con un carrello pieno di tutto, dell’utile e del superfluo, a preoccuparmi per la mancanza del lievito che per dirla tutta non avevo mai usato granché.

Che i miei figli sono rimasti a casa da scuola e ho pensato “una intera settimana? Come farò?” e per me il vero lockdown è cominciato lì.

Sarà che il grande se l’è goduta i primi giorni stando fuori con gli amici, mettendo le tende al campetto da basket, ma è stata solo questione di tempo e poi, un allenamento dopo l’altro, si è spenta anche la lucina dello sport.

Sarà che poco alla volta s’è fatto buio, è il buio fa paura.

Sarà che un giorno dopo l’altro abbiamo acceso piccole luci, cucinato, cantato, fatto ginnastica, dipinto gli striscioni di andrà tutto bene, passeggiato nel bosco e poi neanche più quello, e ancora consolati, abbracciati, rinforzati e forse oggi, che un anno è passato, ci sembra che tutta quella fatica pesi un po’ di più.

Perché la quotidianità s’è fatta diversa, ha tolto abitudini e ritualità facendocene costruire una diversa, liquida, mutevole.

È passato un anno e io ho ancora bisogno, ogni tanto, di dirmi che andrà tutto bene.

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Dis

Dispotico, disinteressato, disagiato, disturbato, distratto, disagevole, disappunto, disinformato, disordinato, disperato, disperso, discolo, dissenteria, distopico, disumano.

Il prefisso dis rende le parole brutte, negative, antipatiche.

C’è chi quel prefisso se lo porta addosso, perché confonde le lettere, non impara le tabelline, scrive senza l’apostrofo o con una acca in meno.

Perché le parole ballano quando devi leggerle e quella maledetta della b fa di tutto per sembrare una p.

Perché all’indietro non riesci proprio a contare, mannaggia al conto alla rovescia, e le dita diventano la tua calcolatrice personale, pure se sei grande e magari non lo sapevi che eri un dis anche tu. Perché in corsivo scrivi come un medico le ricette, senza però avere ancora la laurea.

Dislessia, discalculia, distortrografia, disgrafia, noi ne abbiamo un po’ per uno, quasi tutti. E abbiamo imparato che siamo anche disciplinati, discettiamo e dissertiamo, siamo discreti e disegniamo disinvolti, siamo disponibili e distinti.

Che il dis è un prefisso ma in realtà viene dopo, prima ci siamo noi con le nostre diversità, caratteristiche, talenti e difetti.

E come disse la piccola, la disgrafia non è una disgrazia.

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Volare via

Dall’altra stanza arriva la tua musica, colonna sonora delle nostre giornate.

È rap, trap, qualcosa che non conosco. Me la fai ascoltare e la spieghi, con la pazienza che si usa coi bambini che cercano di imparare le divisioni a due cifre.

Ti suona il telefono, ciao bro, non c’ho sbatti adesso, ci vediamo domani.

Le serie televisive, oggi anime giapponesi, domani documentari su Chernobyl.

I video che mi mandi sull’artico che si scioglie, le tigri che si estinguono, l’inquinamento che avanza.

La fiamma della politica che si accende, uno sguardo implacabile sugli adulti che ci dovrebbero guidare.

La tenerezza che sta nascosta, probabilmente nel fondo di quell’armadio che ti chiedo sempre di sistemare, capace di uscire quando sei fuori, con altri, lontano da noi.

Le incertezze su un futuro che ha sparigliato le carte, in un’età che dovrebbe metterne a disposizione un mazzo intero.

Le ansie e le fatiche, l’euforia per gli allenamenti di pallacanestro che riprendono e lo sconforto perché no, dovete aspettare ancora un po’ ragazzi.

Dovevi volare via, come si fa a questa età, più fuori che dentro, più altrove che a casa.

Invece resti appollaiato qui, perché il tempo si è dilatato e a questa tua adolescenza zoppicante hanno tolto le trasgressioni che mi sarei aspettata ed ero -forse- pronta ad affrontare.

Intanto ti guardo, dovresti abbassare la musica, ma va bene così.

Continuo a meravigliarmi dell’uomo che stai diventando, che si intravede sullo sfondo di una adolescenza da recuperare.

La recupereremo, bro.

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Be positive

Ding! Messaggio

“Mamma, sono positiva”

Ossignore lo sapevo che sarebbe arrivato questo giorno. E adesso? Dovrò correre a scuola a prenderla. Starà bene? Anche gli altri, saremo tutti quarantenati. Quando siamo andati dalla nonna l’ultima volta? Abbiamo visto qualcun altro? Io ho lavorato sempre. Ho cenato col mio fidanzato, devo chiamarlo subito. Ho preso il caffè con un’amica. La mezzana è andata a pallavolo, ha appena ricominciato, è stata con le sue amiche all’allenamento. Devo portarla di corsa a fare un tampone e…”

Ding! Messaggio

“Sono positiva mamma, credo proprio che la verifica di matematica sia andata bene”

Sto aspettando la mezzana in stazione, seduta e armata, come nella scena finale di tre uomini e una gamba.

Vediamo se avrà ancora voglia di essere positiva.

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Articolo 40

Tutti a scuola questa settimana, ognuno al proprio banco, fuori di casa.

Hai già pronta una lista di trasgressioni che giace nel cassetto da mesi, tra cui lavorare in cucina senza che nessuno chiami, urli, abbia bisogno.

Usare un tono di voce normale, non il sussurro del detenuto che cerca di evadere, per non disturbare la lezione di diritto o il test di motoria.

Trovare il bagno libero.

Cose semplici, ma alla lunga, nella vita di una madre in smart working provata dalla didattica a distanza, determinanti.

E invece.

Mamma, io devo essere in stazione alle sette.

Blo, io entro alle dieci.

Mami, mi vieni a prendere alle due che la cartella pesa?

Oh ma guarda, c’è sciopero dei treni, dei pullman, probabilmente vanno solo i traghetti che a noi non servono.

Corri da una parte all’altra della provincia rimpiangendo di non averli mandati a lavorare dopo la terza media, fai benzina ché a furia di dieci euro alla volta non arrivi da nessuna parte. Ti fermi all’esselunga, già che ci passi davanti.

Corri a casa, in fondo hai ancora un lavoro.

È già mezzogiorno, è ora di tornare a prenderli a scuola, ricomincia il giro.

Cerco un sindacalista bravo, che mi sostenga in questa battaglia.

Basta fare la madre tutti i giorni. Voglio scioperare anche io.

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Tiri meschini

“Non trovandola, il suo ordine è stato lasciato davanti alla porta. Buona serata”

Un laconico messaggio sulla chat di Deliveroo ci informava così che i nostri crispy mcbacon con patatine grandi ci stavano aspettando fuori dall’uscio.

Sì, ma l’uscio di qualcun altro.

“Gentile signor rider, dove ha lasciato la nostra cena?”

“L’ordine non comprendeva il numero civico, cordialità”

Con l’aiuto degli amici vicini, mentre la piccola respirava in un sacchetto di carta causa iper ventilazione da mancato McDonald, ho perlustrato l’intera via. Torcia del cellulare e fiuto del cane da tartufo, ci sembrava di aver trovato una traccia. In realtà eravamo sotto la cucina della vicina cinese, nota per le sue nuvole di drago fritte.

Mentre gettavamo la spugna, increduli davanti ai tiri meschini che la vita riserva, la piccola metteva sul fuoco un pentolone d’acqua.

Per cuocere una pasta, pensavo ingenuamente.

Per bollire la sorella, colpevole di avere omesso il numero civico dalla prenotazione online.

A chiunque abbia trovato due sacchetti del McDonald fuori dalla porta ieri sera, buon appetito.

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