Punto e a capo

“Mami, non puoi capire che bello che è stato. Adesso che è passato qualche giorno ti posso raccontare.

Allora. Non è come dicevano i fratelli, le verdure non sei mica obbligato a mangiarle! E poi il minestrone mi è piaciuto, mi hanno dato una montagna di crostini perché ho fatto gli occhioni. Ah, la Nutella non mi piace più, ho deciso. La bistecca della Peppa, poi, non si può descrivere! Che bontà assoluta, magari fossi capace anche tu di fare cose così buone! 

Poi si camminava, però ti confesso che gli scarponcini non li ho mai usati, mettevo le scarpe da ginnastica. Ma non è un problema, perché tanto erano quelli che non andavano più bene a mia sorella, mica li hai comprati nuovi. 

Camminare era faticoso, ma ho visto le marmotte e ho mangiato la griglia, non di marmotte però. 

La notte faceva freddissimo che ti passava la voglia di fare la pipì, la mattina ti svegliavano coi coperchi che sbattevano e facevano sdoong! E una notte i maschi -sempre loro- sono venuti nella tenda per farci uno scherzo ma non sono riusciti a dipingermi la faccia perché io furbamente dormivo girata. 

Mi sei mancata ma non ho tirato fuori l’orsetto di peluche che mi avevi messo nello zaino, perché se no mi mancavi di più. Al telefono avrei preferito non sentirti perché mi è venuta la malinconia, e quando sei venuta a trovarmi e siete andati via la disperazione. Non sai quanto volevo mia sorella!”
Le vacanze in campeggio sono state un’esperienza virtuosa per la piccola.

Ha incrementato le sue autonomie, si è fatta resistente alla nostalgia e ha sperimentato nuove parti di sé.

Ma soprattutto, ha ritrovato la punteggiatura.

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Affido

Per chi me lo aveva chiesto, ecco l’articolo pubblicato su animazione sociale n. 309
 

“Io non mi fido nemmeno della mia ombra, perché di notte mi lascia”

 

Comincia così a parlare Annabella, la prima volta che ci incontriamo fuori dagli uffici comunali. Sono i primi giorni di febbraio, il freddo si sofferma nelle narici a ogni respiro e le labbra si screpolano per il vento, che ci investe con forti raffiche.

I colori algidi dell’inverno partono dal cielo e arrivano fino all’asfalto.

Annabella è una macchia di colore in mezzo a quel grigio.

La pelle ambrata, un maglione arancione coperto fino a metà schiena da una cascata di capelli castani e lucenti, del colore delle castagne. Mentre parla in un italiano imperfetto ma comprensibile i suoi occhi neri guizzano in tutte le direzioni. Con le mani gioca con il ciondolo della catenina che ha al collo, un sottile filo dorato con appesa una piccola madonnina. 

“È la Nuestra Señora de los Remedios, che protegge. Protegge me e i miei bambini” Annabella è la mamma di Marisol, Isabel e Guillermo. È anche una donna sola con un lavoro faticoso e nessun compagno con cui condividere gioie e fatiche di crescere dei bambini. 

Marisol è la figlia maggiore, la primogenita.

Ha dieci anni e qualche fatica più degli altri.

È nata in Cile, unica fra i suoi fratelli, con un problema neurologico importante. Marisol va a scuola, canta, balla, parla -in continuazione- come dice la sua mamma. Gioca, si arrabbia, fa i capricci. Fa quello che fanno la maggior parte dei bambini della sua età, solo con un po’ di ritardo, come se fosse partita appena dopo gli altri. Ha lo sguardo vispo e il sorriso della sua mamma, qualche chilo di troppo che Annabella cerca quotidianamente di arginare. Marisol è golosa, le piace la pastasciutta con il formaggio, le lasagne e soprattutto il gelato.

Dovrebbe fare più movimento, dice sempre la pediatra, ma il lavoro e gli impegni di Annabella non le consentono di portare la figlia in piscina, e Marisol non sa ancora andare in bicicletta. E poi ci sono le visite, i controlli, la fisioterapia.

Ci sono i bambini più piccoli da curare, i conti da far quadrare, i vuoti da riempire.

C’è una vita in salita che non accenna a scendere. 

 

Marco e Claudia sono una coppia.

Un marito e una moglie, nessun figlio.

La lotteria della vita è bizzarra, a volte dà nella misura inversa di quanto desideri. Vuoi un bambino, lo cerchi, ci provi, guardi meglio, lo rincorri. Ma non arriva e alla fine smetti di aspettarlo.

Il vuoto che si spalanca viene riempito di cose da fare, esperienze, lavoro, amicizie.

Fino a quando un giorno non leggi distratta una locandina fuori dal bar, quello dove ogni giorno fai colazione prima di cominciare la giornata. La foto sullo sfondo lascia intravedere dei bambini senza mostrarli ma una parola spicca sulle altre, quasi fosse un’insegna intermittente.

Affido.

Una parola che viene da lontano, che nel suo significato originale porta due concetti profondi. Consegna e fiducia.

Per vie diverse e da partenze lontane Annabella, Claudia, Marco e Marisol incrociano le proprie vite.

La prima occasione di incontro è in un parco, l’appuntamento alla panchina di fronte alle altalene. Gli adulti sono emozionati e spaventati, Marisol è curiosa di conoscere le persone di cui le ha parlato la mamma. “Passerai due giorni la settimana con loro, farai i compiti e magari ti porteranno in piscina. Sarà bello, ma tu devi essere brava e comportarti bene” Fatica, Annabella, a pronunciare queste parole, a crederci veramente, a condividere la sua bambina con altri. Sempre lei si è occupata di questi figli, sempre lei li ha messi a letto la sera, sempre lei non si fida della gente. E in quel parco le viene chiesto prima di tutto di affidarsi.

Claudia arriva all’appuntamento con una mano stretta in quella di Marco e l’altra a reggere un sacchetto. Dentro una confezione di gelato al pistacchio, il preferito di Marisol. “E’ stata la tua mamma a raccontarmi che ti piace il gelato, ti confesso che sono molto golosa anche io” dice Claudia sorridendo alla bambina. Marisol guarda il sacchetto, poi Claudia, poi di nuovo il sacchetto. Si gira verso Annabella in attesa. La madre, esitando appena, sorride. Il pomeriggio scorre veloce, con Marco che spinge Marisol sull’altalena, dapprima cauto, timoroso di farla cadere e poi sempre più in alto, fino al cielo, come grida felice la bambina. Da quel giorno sull’altalena passa un anno.

Passa a piccoli passi, da momenti di fiducia e altri di chiusura, tra un aprirsi e un ritrarsi. Marisol impara ad andare in bicicletta e a Marco viene mal di schiena, Claudia ripassa di nascosto l’inglese per aiutarla nei compiti, Annabella va al lavoro più tranquilla.

In estate trascorrono dei momenti insieme, vanno al lago e in piscina perché Marisol ha vinto la pigrizia e con l’aiuto di Claudia ha imparato a nuotare.

A volte si discute, perché non è semplice né forse possibile essere sempre tutti d’accordo. Però ci si confronta.

Annabella non guida la macchina e Claudia spesso accompagna lei e Marisol dal dottore, a scuola, al campo estivo. Quei viaggi in macchina diventano l’occasione di ascoltarsi e conoscersi, di scoprire che i vuoti non hanno differenze.

Che si impara a chiedere aiuto e ad accettarlo. Che si è capaci di essere genitori, anche se non lo si è mai stati. Si impara che il sorriso di una bambina fa sentire tutti più vicini, anche se si proviene da mondi lontani.

Si impara così, come dice Dávila, che i veri problemi non hanno soluzione, ma storia.

 

 

L’affido familiare è una forma di accoglienza di bambini e adolescenti le cui famiglie attraversano un periodo di difficoltà. L’affidamento permette a un bambino di sperimentare nuovi rapporti affettivi ed educativi pur conservando i propri legami familiari. Può durare da alcuni mesi a due anni, il tempo di cui ha bisogno la famiglia del bambino per ritrovare le condizioni per riaccoglierlo, anche grazie all’aiuto dei Servizi sociali e degli operatori. Durante questo periodo il minore affidato continua a incontrare i suoi genitori e questi sono coinvolti in tutte le scelte importanti relativi al proprio figlio.

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Si viene e si va 

Lo stesso pullman bianco stamattina presto ha caricato i due grandi e i loro zaini e nel tardo pomeriggio ha scaricato la piccola e la sua valigia nel piazzale dell’oratorio maschile.

I maggiori di casa, veterani del campeggio e avvezzi al tempo lontani da casa mi hanno salutato brevemente per poi correre dai loro amici “mother, un saluto discreto qui” “qui? Dietro la macchina nel parcheggio? Non ti vergognerai mica di un abbraccio e qualche bacetto, vero?”

“Mamma, sento che mi mancherai tantissimo quest’anno”

“O tesoro, vuoi qualcosa di mio da tenere vicino? Tieni, prendi il mio braccialetto”

“Cosa? No no grazie. Per combattere la nostalgia c’è un solo modo. Dimenticarti. Ciao ciao, ci vediamo tra dieci giorni”

E così sono partiti, per andare incontro alla sorellina, uno scambio di prigionieri sotto l’azzurro terso dei cieli della val d’Aosta.

Poche ore dopo ero di nuovo lì nel piazzale, in trepidante attesa di riabbracciare la piccola campeggiatrice. 

Che mi ha salutato da dietro il finestrino come la regina quando si affaccia davanti al popolo, che è scesa dai gradini del pullman con una medaglia di cartone al collo e la fascia di “miss tenerina” intorno alla vita.

Che ha salutato amici e parenti, abbracciato il piccolo gatto e chiesto cosa si mangiava per cena, con le unghie nere, le ginocchia sporche e un sorriso radioso. 

Che ha pianto perché le manca la sorella, singhiozzato per il fratello, esultato quando ha capito che poteva dormire con la sua mamma.

Ben tornata, piccola mia.

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Telefono amico


“Pronto, buongiorno.Parlo con la signora Boggio?”
“Sì, buongiorno”
“La madre del primogenito?”
“Sì, sì, sono io, che è successo?”
“Tranquilla signora, niente di brutto. Almeno non penso. Sono il dirigente scolastico del liceo scientifico in cui vi siete iscritti a febbraio, che vi ha rifiutato a marzo e nel quale vi siete messi in lista d’attesa ad aprile”
“Il dirigente? Il Liceo? Mi dica, mi dica!”
“Volevo comunicare che, se siete ancora interessati, il posto c’è. Che faccio, confermo?”
“Come…cosa…noi non ci speravamo più…certo certo confermi, che il ragazzo si è disperato per mesi all’idea di non andare nella scuola dei suoi sogni”
“Bene, vedremo se l’anno prossimo la penserà ancora così, ahahahaha. La aspetto col nulla osta, i documenti e il versamento. Buona giornata”
“Io vengo pure con fiori e cioccolatini, buona giornata anche a lei”
Dopo mesi di sconforto per non essere stato preso nella scuola prescelta, infinite lagnanze per il destino cinico e baro che lo costringeva in una scuola dove avrebbe dovuto studiare pure il latino, il primogenito e l’intera famiglia possono ora tirare un sospiro di sollievo. 

Il dirigente scolastico dell’istituto si è trasformato da orco cattivo a super eroe nello spazio di una telefonata.

Certo, avevamo già ordinato tutti i libri dell’altra scuola, ma troveremo una soluzione.

Domani però, perché oggi è giorno di festa.

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Senza famiglia


“Mother, come si spiega questa cosa?”
“Bentornato anche a te, caro. Di cosa stai parlando”
“Io. Mia sorella. L’altra mia sorella. Com’è che non ci assomigliamo neanche un po’?”
“Ma che dici? Non è vero!”
“Mother, ma ci hai visti? Io sono basso, lei è spilungona e la piccola…”
“Attento a quello che dici”
“La piccola è meno magra di noi, ok? Perché non ci assomigliamo? I miei amici assomigliano ai loro fratelli, insomma, si vede che fanno parte della stessa famiglia. Noi no. Perché?”
“Guarda che io le vedo le somiglianze. Il taglio degli occhi, i capelli, certe espressioni…”
“Mother, ti prego. Non è vero. Non sembro loro fratello e neanche tuo figlio. Ma tu, sei proprio sicura??”
“Ma sicura di che? Cosa stai dicendo mai?”
“Niente, niente, subito che ti arrabbi. Magari c’è stato uno sbaglio, mi hanno scambiato in culla, e ora la mia ricchissima famiglia mi sta cercando”
“Già. E mentre il mio vero figlio vive tra il lusso e le vacanze esotiche, senza neanche una sorella, tu ti ritrovi in questa famiglia, vai al mare in campeggio e non ti compriamo le scarpe di marca. Che ingiustizia”
“Vedi che mi capisci? Ma stai tranquilla, se dovessi trovarli ti prometto che verrò a trovarvi. Ogni tanto.”
Se la ricca famiglia dovesse riconoscersi nella descrizione non esiti a contattarci, qui c’è un primogenito che aspetta.

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Chi si rivede 


Un viaggio né lungo né corto, allietato da panorami incantati e funestato dalla colonna sonora imposta dal figlio primogenito, “bella io ti conosco, tu fumi cannella”,”scusate per il disagio (mentale)”, “compravo i libri al Libraccio, adesso cerco un riscatto”
Una mezzana pronta per la parte da protagonista del remake de “alla ricerca dell’arca”, per l’occasione rivisitato in “alla ricerca del wi-fi” che cerca di mostrarsi interessata quel tanto che basta a non farsi sequestrare il cellulare “guarda amore, che montagna maestosa!” “Eh? Uh, bella” “guarda amore, che torrente! Che bel colore l’acqua” “Eh? Uh, bello” “Guarda amore, gli unicorni!” “Eh? Uh, belli”
Un forte arroccato su un cucuzzolo, con tanta storia dentro e fuori, tra prigioni segrete dove mediti segretamente di lasciare il figlio maggiore e la vastità del cielo che tutto fa sembrare possibile.

E poi lei, il concentrato del mio amore in maglietta e calzoncini, coi nodi nei capelli e le scarpe allacciate, il sorriso di sempre e gli occhi lucidi.

Che ci guida per il campeggio padrona della situazione “mami, questa è la mia tenda, questo il mio letto col sacco a pelo, qui teniamo le mutande sporche quindi passiamo oltre”.

Che ti sembra più grande anche se è partita da sette giorni, ma tu non sei mai stata lontana da lei così tanto quindi tutto è possibile.

Che tentenna e si intristisce al momento dei saluti, davanti a una mamma dagli occhi lucidi che si riempie la bocca di autonomia e il cuore di nostalgia.
Forse crescere è salutare, sapendo di rincontrarsi.

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Corrispondenze amorose

Cara piccola ti scrivo,

Così mi distraggo un po’, e siccome sei molto lontana, più forte ti scriverò.

Oggi è il quarto giorno da che sei partita, piccola mia, e qui va tutto benissimo.

Nemmeno per un attimo ho pensato di venire a spiarti dall’albego vicino al campeggio, no.

Nemmeno una volta ho ingrandito le foto che qualche anima pia ci manda sul gruppo WhatsApp “Primo Turno” per cogliere nei tuoi occhi un indizio di benessere o malessere, no.

Nemmeno una volta ho pensato di stalkerare le mie conoscenze per avere notizie di te e sapere se mangi e dormi, se il minestrone e le verdure delle cuoche ti piacciono, se hai visto le marmotte o hai avuto freddo la notte, no.

E sai perché, piccola mia?

Perché ho fiducia in te e nelle persone che ti accompagnano.

Perché credo nel campeggio come esperienza formativa e di crescita, come passo in avanti nelle autonomie e nella fiducia in se stessi.

Perché i tuoi fratelli lo hanno fatto prima di te e li ho sempre riabbracciati sporchi, felici e cresciuti.

Non l’ho fatto perché i figli sono frecce lanciate in avanti ma, soprattutto, perché oggi è il giorno della telefonata e domenica veniamo a trovarti, piccola mia!

Con tanto amore,

Mamma stalker 

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Se telefonando 


 “Mamma che ridere oggi all’oratorio! Hihihihihihi! Col telefono di Carolina abbiamo fatto degli scherzi bellissimi! Hihihihihi!Allora: abbiamo cercato su google delle pizzerie, ma non di qui, di Milano. Poi ci facevamo dire che pizze avevano e poi dopo avere ordinato gli davamo l’indirizzo di qui! Hihihihihihihihi”
“E noi allora? Senti qui mother. Abbiamo chiamato un tizio a caso e quando ha risposto ho detto Tutto bbbene??? E lui -non puoi immaginarti mother- ha detto Saluta Andonio! È stato mitico abbiamo riso per un’ora”
“E ti ricordi di quando avete chiamato la mamma del tuo compagno dicendo di essere il dirigente scolastico e che suo figlio era stato sospeso? Faceva la prima elementare ahahahahahah”
“Sì mitico! E quella volta che chiamavamo il ristorante la conchiglia e chiedevamo se era il ristorante corallo? Uhuhuhuhuh quanto si è arrabbiato il signore”
Se il nome scientifico di questa età è stupidera, dal latino stupidus, ovvero “faccio cose per cui rido solo io”, un motivo ci sarà.

E comunque, Fantozzi, è lei? 

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Non dimenticar 

Io non lo so.

Io non so cosa ricorderanno i miei figli dell’infanzia, dell’esordio nella vita, degli anni in cui si è costruita la loro identità.

Non so se ricorderanno di essere stati cullati per ore, nutriti a richiesta, tenuti puliti e al sicuro.

Non so se ricorderanno le notti insonni, i massaggi al pancino, l’acquaticità. Le pappe biologiche, la farina di mais e tapioca che francamente mi dimenticherei volentieri, le favole inventate e quelle lette, con la voce grossa e il cinguettio della fatina. Non so se ricorderanno il tempo in cui da un passeggino ammiravano il camion della spazzatura, la ruspa gialla e l’aeroplano, o quando ciangottavano su un seggiolone lanciando quello che avevano nel piatto e talvolta pure il piatto.

I pomeriggi alla fattoria che puzza di mucca a nutrire dei bovini svogliati con il fieno raccattato da terra, i cento salti su un tappeto elastico, le mille scivolate da un gonfiabile e le innumerevoli spinte sull’altalena.

Non so se ricorderanno la mano che li teneva per accompagnarli nei loro primi passi, o quella a reggere un sellino nelle prime incerte pedalate.

Le buche scavate in spiaggia per trovare l’acqua, la crema solare protezione cinquanta + spalmata ovunque, le piste delle biglie fatte strisciando col sedere sulla sabbia.

Non so se si ricorderanno gli aerosol nelle notti invernali o tutte le volte che ho corretto un congiuntivo. Forse quello sì, perché non ho mai smesso.

Io non lo so mica, se si ricorderanno qualcosa.

E in realtà non me ne importa nemmeno così tanto.
Io non ricordo la maggior parte delle regole grammaticali e matematiche, ma so leggere e contare, e a volte anche creare.

Tutto quello che non ricorderanno sarà lì nascosto, da qualche parte, come le radici di un albero, le fondamenta di una casa. 

In uno sguardo limpido e curioso, nella possibilità di superare un limite, fuori dalla gabbia di un pensiero rigido, dentro lo stupore, accanto a un gesto gentile.

Sarà come sentire i fuochi d’artificio, quelli troppo lontani che non riesci a vedere. 

Ma sai che stanno illuminando un cielo.

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Senza offesa


“Mother, cosa dici?”
“Che c’è? Era solo un’idea”
“No ma davvero. Ti pare che posso sprecar…usare un pomeriggio d’estate, capisci ESTATE per vedere un film, con te poi, senza offesa”
“Mamma, dobbiamo passare più tempo insieme”
“Oh, mezzana del mio cuor, che bello! Si, sono d’accordo con te. Cosa vorresti fare di bello?”
“Boh. Shopping? Però dobbiamo sbrigarci”
“Per i saldi?”
“No. Perché sento che sto diventando come mio fratello e fra un po’ non avrò più voglia di stare con te. Non offenderti, eh. E mi dispiace perché tu sei simpatica, mamma. Fai un polpettone che è un disastro ma sei simpatica”
“Mami? Ho pensato una cosa. Non so se è una buona idea che io ti telefono dal campeggio”
“Ma…come? Avete una sola chiamata in dieci giorni, così mi racconti come sta andando, se ti diverti…”
“Mami, mami. Non offenderti, ma io avrò molto da fare, i giochi, i tornei, le camminate, le amiche. Non credo di avere tempo per telefonare”
Se ami qualcuno lascialo andare.

Se torna significa che ti appartiene, se no che non ti è mai appartenuto. (cit)

Caro saggio, mi sa che non avevi figli.

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