Vagabondo che son io

Due notti e mezzo, quattro tra pranzi e cene, tre lavatrici e un metro cubo di panni da stirare, un numero tendente a infinito di parole.

Questa in cifre la permanenza a casa della piccola, che nel buio e l’umidità delle quattro del mattino è ri-partita per il campo estivo di ginnastica artistica.

Giù da un pullman e sopra un pulmino, nello spazio di un mattino.

Ad accompagnare la truppa di ragazzine col body la loro eroica insegnante, che per una settimana farà da maestra di ginnastica, madre sostitutiva, guida spirituale e cane da pastore per non perdere nessuna delle fanciulle che le sono state affidate.

Immagino che tenga il mantello da supereroe nel borsone della società, altrimenti non si spiega.

La mezzana nel mentre pascola serena nel secondo turno di campeggio, quello dei preadolescenti. Un girone infernale di montagna, per intenderci. Nelle foto che ogni tanto appaiono sul gruppo lei non si vede mai, quindi delle due l’una: o si è fermata all’autogrill giu a valle o resta in tenda nascosta per evitare le camminate.

E se la matematica non è un’opinione, sottraendo due sorelle il primogenito trascorrerà una settimana di solitudine, come se fosse figlio unico, che in termini di felicità è l’equivalente di un tredici al totocalcio o tre simboli uguali al gratta e vinci “turista per sempre”.

Io, tra una valigia, una lavatrice, una partenza e un arrivo un po’ mi intristisco e un po’ mi esalto, ritrovo libertà e perdo tempo, aspetto in silenzio notizie dai gruppi whatsapp.

Un po’ mi mancano e un po’ le invidio, le mie fanciulle, vagabonde e felici.

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Superlativo assoluto

“Mami mami mami eccomi qua ma mi manca già il campeggio vorrei tornarci è stato super bellissimo!

Ti ricordi che piangevo quando sono salita sul pullman? Beh non ho pianto più solo quando sei andata via domenica ma quello era per colpa tua mica mia. Poi però L mi ha abbracciata ogni volta che mi veniva da pensare a voi che tornavate a casa e poi ho dormito e quando mi sono svegliata la nostalgia non c’era più.

Ho camminato tantissimo e adesso mi so allacciare gli scarponi benissimo, anche col fiocco ti faccio vedere.

Ah! Ho mangiato il passato di verdure! Tutto sai? Era buono, non come il tuo ma forse perché il tuo è surgelato invece in montagna è tutto fresco anche le fette biscottate per colazione. Però c’era anche la pastasciutta buonissima e le lasagne, quelle non te lo so spiegare quanto erano buone.

Tu non immagini quanto ho camminato, tantissimo su e giù per i sentieri. Poi siamo arrivati al rifugio e hanno chiesto chi voleva andare anche sul ghiacciaio e indovina un po’? Io ho detto sì e sono passata anche su un ponte e in una grotta che sembrava di cristallo.

Ho portato a casa dei sassi bellissimi, forse lo zaino peserà un po’.

Comunque, cosa si mangia stasera?”

Grazie a chi ha tenuto testa alla piccola per undici lunghi giorni.

A chi ha asciugato le lacrime con abbracci e medicato la nostalgia con un piatto di lasagne.

A chi ha camminato un passo dopo l’altro, su e giù da un sentiero e sopra un ghiacciaio senza perdere d’occhio lei e gli altri sessanta come lei.

A chi le ha insegnato a fare il fiocco agli scarponi, perché le ha regalato un’autonomia in più.

A chi ha perso la voce ma non la pazienza, chi l’ha incoronata Miss occhi dolci e chi le ha dato più crostini nel passato di verdura.

A chi le ha mostrato il cielo, le montagne e le mucche, ricordandone la meraviglia.

A chi con pazienza, energia, entusiasmo offre il suo tempo e i suoi giorni di ferie per accompagnare, guidare, ridere, cucinare, ballare, accogliere con un’energia che mi suscita sempre rispetto e meraviglia.

Ma soprattutto, gratitudine.

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Varie ed eventuali

Una cefalea prepotente e ostinata, che insieme alla cellulite mi fa compagnia da quando avevo quindici anni. Per entrambe sembra non esserci cura né miglioramento, solo frequenti apparizioni.

La gita alla Mecca del campeggiatore, il superstore dove entri per acquistare una borraccia ed esci con i pattini a rotelle, il cap da equitazione, i pantaloni tecnici da escursionista e le pinne fluorescenti per lo snorkeling, anche se il tuo hobby preferito è il decoupage e fatichi pure a stare dritto in bicicletta.

Un’altra valigia da preparare, questa volta per la mezzana pronta a dare il cambio alla piccola montanara, calze e mutande misteriosamente scomparse dai cassetti che ci vorrebbe un’indagine di x files per ritrovare.

La lista dei compiti delle vacanze volatilizzata, peccato che ne avessi fatte abbastanza copie per tutto il vicinato.

Il videogioco del momento, scaricato dal primogenito sul computer di casa come un hacker professionista, e se è riuscito ad installare in autonomia tutti quei programmi sarà senz’altro in grado di programmare anche la asciugatrice e la lavastoviglie.

Le lezioni di inglese la mattina, per riparare un debito a settembre, che mi riportano all’estate dei quindici anni, alle lezioni di greco con un’anziana professoressa preparatissima sull’aoristo passivo, un po’ meno sulla depilazione del labbro superiore.

Un lavoro da finire, la casa da pulire, il richiamo di un libro che è più forte di tutto il resto.

A luglio si sta così, in equilibrio tra il desiderio di mare e la voglia di settembre.

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Santa Caterina

Quattro ore e mezza di pullman all’andata, con la mezzana dormiente sdraiata su di me e in sottofondo radio Italia anni sessanta.

Le orecchie tappate dopo la galleria, che si comincia a salire e le montagne sono più vicine.

Un balletto di benvenuto, il taglio del nastro rosso et voilà, la piccola in tutto il suo splendore ma soprattutto con indosso gli stessi vestiti della partenza.

Una scena al rallentatore, come uno slo-mo, io che le corro incontro a braccia spalancate, lei viene verso di me, ed ecco che la scena torna alla velocità normale, lei mi scantona agile e si butta fra le braccia di suo fratello.

Suo fratello.

Una tenda affollata e colorata, puzzolente e caldissima che ospita sei bambine chiacchierone.

Una messa allegra con un altare di pietre all’ombra di grandi alberi, tra canti, chitarre e lo scorrere placido del fiume.

Un pranzo chiassoso di bresaola e pizzoccheri, così buoni perché la cucina è abitata da creature mitologiche capaci di cucinare ogni giorno per sessantaquattro bambini e bambine.

Uno scroscio improvviso e una corsa sotto la pioggia, ché il tempo in montagna è più mutevole dell’umore della piccola.

Un saluto tra le lacrime, un abbraccio e un altro e poi un altro ancora, dai che ci vediamo giovedì, forza che domani c’è il bivacco e si mangiano le salamelle, chissà l’ultima sera che grande festa farete.

Altre quattro ore e mezza di pullman, tuttora in corso, in sottofondo Radio Italia anni sessanta, il primogenito dormiente sdraiato su di me.

Ma per te, piccola, questo e altro.

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Sereno variabile

“Pronto, amore! Come stai?”

“Bene.”

“Piccola! Ma che bello sentirti! Dai, raccontami qualcosa!”

“Parliamo del tempo”

“Del tempo?”

“Sì, del tempo. Qui si sta bene e c’è il sole”

“Ma…amore…possiamo parlare solo pochi minuti e qui vorremmo sapere come sta andando…”

“E a me mi viene da piangere allora dimmi. Fa freschetto?”

“Ehm…no, direi caldo”

“Bene. Qui ci sono poche nuvole ed è sereno”

“E tu tesoro sei serena?”

“Variabile”

“Amore mio, lo sai che tra poco ci vediamo per la domenica dei genitori?”

“Mi sa che mi devo mettere una felpa, fa freschetto. Ti saluto mami”

“No, aspetta, dimmi qualcosa…”

“Mi sto divertendo tantissimo. Sigh, sob. Clic”

“Pronto, prontooooo”

È arrivata la chiamata della piccola, l’unica concessa ai bambini campeggiatori. Le notizie sono confortanti, il tempo è buono e la sera si sta bene con la felpa.

Chissà domenica che belle conversazioni sull’effetto serra, la deriva dei continenti e l’inquinamento degli oceani.

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Missing Piccola

Le foto arrivano quotidianamente sul gruppo “Primo turno campeggio” da parte dei generosi responsabili.

Ogni mattina e ogni sera è tutto un ingrandire immagini alla ricerca del musetto della piccola, nascosta tra altri sessanta bambini e bambine.

Nelle rare istantanee in cui compare, ha spesso un’espressione furibonda, i pantaloncini alti in vita, la maglietta bianca con cui è partita quattro giorni fa e il cappello con visiera al contrario. Praticamente Fantozzi nella partita scapoli e ammogliati.

I fratelli grandi, in assenza della sorella minore, danno libero sfogo ad adolescenza e preadolescenza, in un crescendo di musica trapper, uscite serali e negoziazioni da nazioni unite per spuntare un quarto d’ora in più, guadagnandone uno in meno.

A tavola si trattano argomenti adulti, come la situazione politica del nostro paese, la crisi globale, l’ecologia e la venuta in città dell’ennesimo rapper.

Con una figlia in meno a cui badare io stessa allento le maglie della routine famigliare, dimentico il giorno della gita al mare con l’oratorio e alla mattina all’alba mi tocca mettere insieme al volo costumi, asciugamani e quattro soldi perché del pranzo al sacco in casa c’è solo il sacco.

Il gatto aspetta immobile e muto davanti alla ciotola -vuota- dei croccantini, di norma rifornita dalla piccola.

Nessuno mi sveglia il mattino chiedendomi il numero di gocciole da mettere nel latte e stringendomi forte perché “con gli abbracci ci si sveglia meglio”.

Ci sono piccole mancanze.

E poi c’è la mancanza della piccola.

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Eppur si parte

“Ok mami, allora vado”

“Bene, vai”

“Sto andando”

“Brava”

“Magari saluto mia sorella un’ultima volta”

“Va bene”

“Un abbraccio a mio fratello, che si è alzato apposta alle sei per venirmi a salutare”

“Sicura di star bene piccola?”

“No, mi viene da piangere e mi fa male la pancia”

“Sorella, si chiama ansietta ma tranquilla che passa al primo autogrill”

“Mami…forse ho dimenticato qualcosa a casa”

“No amore, ti assicuro che c’è tutto, dal kway all’infradito, abbiamo controllato insieme, ti ricordi?”

“Il gatto! Non ho salutato il gatto!”

“Piccola! Sul bus, forza! Divertiti che ci vediamo presto”

“Mica tanto, presto”

Con uno zaino pieno di panni e gli occhi pieni di lacrime, la piccola è partita questa mattina presto, su un pullman carico di bambini e bambine vocianti, energici ragazzi che li faranno divertire, pazienti adulti che avranno cura di loro.

In questi undici giorni dormirà in tenda, camminerà per sentieri alla ricerca di marmotte, mangerà pane e marmellata per colazione anche se è abituata a latte e gocciole, sceglierà da sola i vestiti da indossare ogni mattina, e ho il sospetto che saranno gli stessi con cui è partita. Parteciperà a giochi e tornei, girerà il paese di sera con la torcia per trovare i pezzi della caccia al tesoro, aiuterà ad apparecchiare, sparecchiare e pulire i bagni.

Bisogna saper guardare lontano, oltre le lacrime, per vedere i sorrisi che verranno.

Buona vacanza, piccola mia.

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Di tutto, di più

Una festa pomeridiana trasformata in pigiama party proseguita fino al mezzogiorno del giorno dopo, altro che rave.

Un giro di shopping per l’inaugurazione dei saldi, il primo del primogenito con i suoi amici per l’occasione esperti di moda e tendenze. Dalla mamma non ha voluto consigli, solo denaro.

Un pomeriggio di cinema con cinque minorenni, dei grossi dinosauri e una imbarazzante quantità di pop corn.

Un cielo rosa che chissà da dove è uscito.

Una cena con due amici, che consapevoli delle straordinarie capacità culinarie della padrona di casa hanno portato tre teglie di lasagne ma soprattutto la loro compagnia.

Una notte sola con la mezzana, che nell’eccezionalità dell’essere figlia unica ha occupato il lettone con tutto il suo metro e settanta.

Tanto di tutto, di abbracci e risate e ciliegie e lasagne e musica tamarra.

Una valigia sul letto, da riempire di pile, calzettoni e magliette quanto di voglia di esplorare. Il sacco a pelo di terza mano, gli scarponcini passati prima sui piedi dei fratelli maggiori, il costume un regalo di compleanno.

A volte, una partenza è un punto di arrivo.

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In pane veritas

“Mami mami mami eccomi qui, certo che è dura la salita con la bici eh?”

“Vero, però che bello andare e venire da sola dall’oratorio in bicicletta”

“Non ci vado mica da sola c’è mia sorella e ci sono le mie amiche anche se tu le hai detto di darmi un occhio e lei invece va via come una lippa”

“Va bene, va bene, come è andata la giornata?”

“Uh, molto interessante. Quando c’è la cotoletta con le patatine a pranzo e il gelato di merenda va sempre bene. Poi oggi è successa una cosa!”

“Racconta, piccola”

“Un bambino di terza è stato portato dal don!”

“Ah, capisco. Si era forse picchiato con qualcuno?”

“No”

“Mmmm…tentativo di fuga?”

“No”

“Parolacce?”

“No! Non è voluto venire in chiesa per la preghiera del pomeriggio. Che poi non capisco, c’è sempre un bel freschetto, è rilassante”

“E ha detto perché?”

“Beh, siccome le preghiere lo annoiano ha detto di essere di un’altra religione”

“Ahahahahah un genio. E ha detto anche di quale?”

“Sì, musulmano. Ma il don lo ha smascherato perché al pranzo al sacco ieri si è strafogato di panini al salame”

“Ah, ecco. Certo che non la si fa, al don”

“No davvero. Mami, ma io posso mangiare pane e salame al freschetto in chiesa?”

“Non so amore, chiederei al don fossi in te”

E con gesto ieratico ella spezzò il pane. Per metterci il salame.

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Tentazioni

“Dai, allora, cosa facciamo oggi?”

“Mah, non so, ci sarebbe da stirare, c’è la lavatrice da fare, la camera delle bambine è un disastro…”

“Ma sei matta? Oggi non lavori e i bambini sono all’oratorio! E tu vuoi stare a casa a fare i mestieri?”

“Ma no, non è che voglio, ma ogni tanto si deve e allora…”

“Allora andiamo in piscina!”

“In piscina?”

“Ma si, dai! Quella bella piscina nel bosco, un po’ fighetta, ci portiamo un libro, la crema solare e zac! Riposo e abbronzatura! Sono un genio!”

“Beh, effettivamente è una bella tentazione, però, non so…”

“Come sarebbe non sai? E si può sapere dove vorresti andare?”

E così eccomi qua, in cima al Sacro Monte, dopo quattordici cappelle e non so quanti passi, con lo zainetto vecchio del primogenito dove ho buttato due pesche e un po’ d’acqua.

Nonostante gli assalti dei tafani, gli inseguimenti dei moschini, l’avvistamento di alcuni avvoltoi che han cominciato a volare in tondo sopra la preda, in un torrido pomeriggio di luglio, senza figli né impegni, sono salita quassù.

Sarà il contagio emotivo per il fidanzato pellegrino, sarà il mio lato penitente, sarà che faccio sempre fatica ad ascoltare il diavoletto tentatore.

Ma il panorama da quassù non ha paragone.

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