Il suggeritore

Il segretario: esce dalla classe e fa le fotocopie dalla bidella, controlla i compagni quando non c’è la maestra in classe, porta tè o caffè alla suddetta maestra.

Il segretario ha il potere.

Il Distributore: distribuisce quaderni, libri ai compagni.

Distributore di schede: appunto, distribuisce solo le schede.

Raccoglitore: l’alter ego del distributore.

Il giardiniere: annaffia le piante della classe.

Bibliotecario: sistema i libri della biblioteca di classe.

Ritiratore della carta: raccoglie la carta avanzata quando si ritaglia qualcosa.

Aiutante palestra: porta e ripone le palle.

Squadra ordine e pulizia: pulisce la classe con scopa e paletta.

“Mami, ne dovrebbero aggiungere uno: il suggeritore”

“E cosa dovrebbe fare il suggeritore?”

“Suggerire le cose che non sai quando sei interrogato, no?”

Non siamo in un romanzo di Donato Carrisi ma nella classe della piccola, la quinta A.

Un mondo dove ogni bambino ha un incarico e trama silenziosamente per ottenere privilegi e potere.

La piccola, mentre raccoglie furtiva la carta avanzata tra i banchi, sta cercando di circuire la maestra per farsi affidare il compito più prestigioso.

Segretario, attento a te.

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Do you like?

Nella mia famiglia le regole sono poche ma imprescindibili.

Molte di queste si sono adattate alla crescita e ai cambiamenti degli abitanti di casa, ma una è rimasta immutata nei secoli: si parla e ci si racconta.

A pranzo, a cena, a colazione o merenda, mentre si va a pallavolo o nella sala d’aspetto del pediatra, che sia la giornata a scuola, il litigio col compagno, un bel voto o un desiderio, si condivide raccontando.

Tuttavia.

“Mother, non hai messo like alla mia ultima foto?”

“Eh? No, non l’ho vista, perché?”

“Vai a vederla, c’è già una reaction”

“Mamma, ti ho taggato su musically, puoi vedere anche tu il video nuovo che ho fatto con la piccola dove raccontiamo come è andata la domenica”

“Scusa ma non me lo puoi dire adesso?”

“No, però ti ho scritto in direct”

“Come? Dove?”

“Mamma, sulla direct di Insta, no?”

“Mami, c’è una palestra bellissima dove vorrei andare. Mia sorella ti manda il link su whatsapp”

“Piccola? Tu quoque? Non puoi semplicemente spiegarmelo?”

“No, e tu dovresti smettere di stare in quel posto da vecchi”

“Quale posto da vecchi?”

“Facebook, no?”

È evidente che in questa casa frequentiamo social diversi.

Io, che non amo le risse da web, che al posto delle app scarico la spesa, che sto ancora imparando l’educazione digitale, che non mi struggo per un pugno di like.

È incomunicabilità 2.0

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Carpe diem

“Mami?”

“Dimmi piccola”

“Facciamo un’ipotesi: mettiamo il caso che una bambina di quinta elementare che fa sempre tutti i compiti…”

“Sei tu?”

“Mami, è un’ipotesi! Allora: questa brava e diligente bambina di impegna e non dimentica mai di fare i compiti”

“Bene”

“Ma…mettiamo -sempre per ipotesi- che per due lunedì di fila si dimentichi di fare i compiti di inglese e quello di geografia”

“Ah”

“E mettiamo pure che non sappia dove sia la scheda della Lombardia”

“Per ipotesi”

“Certo, per ipotesi”

“Se tu fossi la maestra, cosa faresti?”

“Mamma, no, non devo studiare storia. Il prof ha detto di non guardarla sul libro, che è sbagliata”

“Scusa, in che senso sbagliata? E quindi dove dovresti studiarla?”

“Non dovrei, infatti”

“Mother!! Non immagini! Che giornata epica”

“È andata bene? La verifica di matematica è andata bene?”

“Sì, cioè no, insomma è successo questo. C’erano un sacco di assenti per la verifica. Eravamo a metà e io stavo già pensando di non tornare a casa e scappare in Colombia perché, diciamo, non stava andando granché bene”

“Però sei qui”

“Sì, sono qui. Perché a dieci minuti dalla fine…è suonato l’allarme antincendio della scuola!!! E allora ci siamo messi in fila per uscire e ci siamo detti tutte le soluzioni”

“E la prof, si è accorta?”

“Certo. Ha annullato la verifica! La rifacciamo lunedì prossimo”

“Ma allora il problema è solo rimandato”

“Mother, non capisci. Cogli l’attimo”

A breve inizieranno i colloqui con gli insegnanti.

Chissà com’è il clima adesso in Colombia.

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Gratta gratta

La lavatrice che si intasa e allaga il bagno, il primogenito che si siede sul suo cellulare frantumando lo schermo con le sue delicate terga, la spia dell’olio che si accende implacabile sul cruscotto della macchina.

Una settimana senza sosta e senza tregua tra lavoro, trasferte, bisogni e scadenze.

La richiesta di una relazione scritta in inglese, quando ti senti preparata come Mr. Flanagan di Mai dire gol e il massimo della tua padronanza linguistica si raggiunge declamando “the cat si on the table”

L’avvicinarsi di un evento che tanto ti emoziona quanto terrorizza, con la sindrome dell’impostore sempre in agguato, la tachicardia e la perenne sensazione di non essere mai abbastanza.

Cesare e Marco Aurelio da provare al primogenito finché non si sente pronto, che la sicurezza passa nel dna come i denti storti o i piedi piatti.

E poi un pomeriggio con la cioccolata e i biscotti, la piccola sul divano che legge ridendo un libro della biblioteca sulla storia di una quarta elementare, la mezzana che porta a casa dieci in inglese guadagnandosi una standing ovation da tutti, gatti inclusi. Il primogenito felice per aver ottenuto un permesso speciale.

Gratta gratta, qualcosa di bello si trova sempre.

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Come è andata oggi?

“Mami mami mami eccomi qui sono tornata da scuola è andata molto bene oggi perché avevo il panino al prosciutto per merenda anche se il prosciutto l’ho rubato a mia sorella che quando si accorge mi insegue ma vabbè, lo sai che mi sono dimenticata la maglietta di ricambio per l’ora di motoria e allora ho tenuto la felpa tutto il tempo poi dopo ginnastica mi sono rinfrescata con le salviettine perché la maestra dice che puzziamo tremendamente anche se non è mica vero e poi all’intervallo mentre mangiavo il mio panino al prosciutto ho sentito le maestre che dicevano ‘magari oggi cambiamo i posti’ e allora io sono corsa a dare l’allarme e ho avvertito tutti di restare pronti e ho fatto mantenere la calma perché si sono agitati tutti, e poi ci ha cambiato i posti per davvero ma noi ormai eravamo pronti e poi sono vicino a C. e sono contenta anche se non dureremo perché chiacchieriamo troppo, poi ho da fare tre pagine di grammatica e devo studiare inglese ma è tutto sotto controllo e poi sul pulmino al ritorno…”

“Piccola, a tavola”

“…”

In vino veritas, in pasta al pesto silentium.

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Ponte

È la prima pennellata di smalto rosso sulle unghie, la radio alzata al massimo mentre guidi e canti ‘quindi Marlena torna a casa’, perché quella canzone ti entra dentro e vuoi che si senta anche fuori.

È l’ultimo brandello di dignità che ti impedisce di appendere in camera il poster del cantante, tanto carino quanto quasi coetaneo del tuo figlio maggiore.

È una festa improvvisata di adolescenti in salotto, che entrano portando allegria, baccano e una tremenda puzza di piedi, che dicono ‘no grazie ho già mangiato’ anche se tu non gli hai offerto niente e comunque si divorano una buona metà della dispensa.

È la scheda di matematica della piccola, che odia articoli e equivalenze ma non ama molto neanche la proprietà commutativa.

È la serie guardata a notte fonda perché il giorno dopo non si va a scuola, anche se poi ci pensa il gatto a svegliarti alla solita ora.

È il lavoro che non si ferma perché è festa, ma tu sei ormai abituata a vivere con un calendario diverso dove le festività sono solo per gli altri.

È la mezzana fiera di aver passato la rete con le mani, saltando un po’ più in alto, il grande che misura la sua spalla con la mia sorridendo sornione, la piccola che fa il mortale ma ci dice di star pure tranquilli.

È il sushi mangiato a pranzo e cena, ché in un clima da polenta e gorgonzola ci piace essere trasgressivi.

È che ci bastano tre giorni di ponte per sentirci in vacanza anche se il panorama fuori è rimasto lo stesso.

Quello dentro, forse no.

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Tutto sua madre

“Ehi, andiamo che si fa tardi”

“No mother grazie, vado a piedi”

“Forza, prendi il borsone che ti porto all’allenamento”

“No mother grazie, vado a piedi”

“Accidenti come piove, dai salta su che ti do un passaggio”

“No mother grazie, vado a piedi”

“Ma ti senti bene? Che succede? Non hai mai rifiutato un passaggio in vita tua, dai fuori di matto quando ti dico di fare da solo e adesso?”

“Niente mother, ho sola voglia di camminare un po’”

Ecco, lo sapevo che qualcosa aveva preso da me.

Anche lui ha bisogno di uno spazio privato, un angolo di solitudine, un momento di libertà.

Di ascoltare la musica con le cuffiette nelle orecchie e l’aria sulla faccia, delle gocce di pioggia intorno, di respirare l’aria fredda mentre lasci libero il pensiero.

Di rielaborare la giornata, gli eventi, di ascoltare e ascoltarsi.

Di tenere alla solitudine quanto alla compagnia.

“Mother, fantastico! Ho guadagnato un mucchio di Sweatcoin camminando! Fighissima questa nuova app! Di questo passo fra due anni ne avrò abbastanza per un nuovo iPhone”

Il primogenito ha scaricato un’applicazione che regala moneta virtuale ogni diecimila passi, per acquisti in un negozio altrettanto virtuale.

E tutte le mie speranze sono state sepolte sotto una montagna di SweatCoin.

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Che sorpresa

Tre, due uno…sorpresa!!

Lui è sulla porta immobile, pietrificato nel gesto di togliersi la giacca, le braccia indietro, la mano stretta intorno al polsino.

La divisa da lavoro immacolata, la camicia bianca che ha stirato lui stesso. Ci tiene a essere sempre in ordine, al lavoro.

Lui è F., diciotto anni compiuti quel giorno, albanese che da tre anni vive qui, in un paesino tra la montagna e il lago, insieme ad altri ragazzi che, come lui, hanno fatto del viaggio la speranza di una vita nuova.

F fa il cameriere in un ristorante colorato, ha cominciato da pochi mesi ma ha già imparato dove vanno le posate, come si porta un piatto, che il cliente ha sempre ragione. Ha imparato a preparare la pastasciutta piccante, quella che brucia in bocca e ti fa lacrimare gli occhi.

Glielo hanno insegnato loro, che sono marito e moglie e i proprietari del ristorante colorato. Hanno chiuso un occhio la volta che ha fatto cadere i bicchieri tornando in cucina, perché se non rompi qualcosa non sei un vero cameriere. Hanno avuto la pazienza di aspettare che imparasse a pronunciare bene tutti i piatti del menù, da proporre ai clienti. Hanno capito che stare lontano dalla famiglia non è mai semplice e spesso doloroso, forse perché anche loro arrivano da un posto che non è quello dove siamo adesso.

Lui in cambio si è sforzato di superare una grande timidezza e ha cercato di imparare il più possibile, con umiltà e impegno.

E ieri sera, proprio in quel ristorante, gli hanno regalato una festa a sorpresa, tutti insieme, pizzaiolo, camerieri, proprietari invitando le persone che accompagnano ogni giorno F e i ragazzi che condividono questa faticosa avventura del crescere.

Lui è rimasto così, con la mascella caduta e una gioia inaspettata.

C’è speranza, ancora.

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Il momento giusto

In macchina, è domenica mattina, la mezzana a fianco, la piccola dietro, il tergicristallo davanti che si muove ipnotico, al ritmo della pioggia che non smette di cadere.

Quei momenti di rara lucidità in cui capisci che io momento è giunto, non puoi procrastinare oltre, la verità deve essere detta ad alta voce e tocca assumersi le proprie responsabilità.

“Piccola, ti devo parlare di Babbo Natale”

“Mami, è presto per scrivere la letterina”

“Mamma, sei impazzita? Non è ancora il momento”

“Il momento per cosa?”

“Silenzio, so quello che faccio. Beh, piccola, vediamo. Ti ricordi l’anno scorso, che mi facevi tutte quelle domande, ma come fa Babbo Natale a girare il mondo in una notte, come può fabbricare tutti quei giochi e i vestiti con le etichette, le renne come fanno a volare?”

“Sì, mi ricordo ma tu sei stata molto convincente nelle risposte”

“Uhm. Sì. Bene. Ecco. In realtà volevo dirti che…”

“Mamma, sorridi”

“Ma…che fai? Mi stai filmando col cellulare?”

“Certo! Faremo milioni di visualizzazioni! Madre imbranata e imbarazzata che cerca di spiegare alla sua bambina che Babbo Natale non esiste…”

“Cosa hai detto?!”

“Ah, brava, guarda un po’. Bel colpo. Stavo cercando le parole giuste…”

“Mamma, quali parole giuste. A me lo hanno detto a scuola quando ero più piccola della piccola ma ho fatto finta di niente perché tu ci tenevi tanto alla letterina, le renne, il latte coi biscotti lasciati sul camino”

“Quindi mami te li mangiavi tu i biscotti? E lo bevevi tu il latte?”

“Ehm…sì ma era per mantenere la magia del Natale, l’aspettativa, l’incanto…”

“Mamma, stai andando sempre peggio, sappilo. Ma il video sarà una bomba! Piccola, come ti senti? Triste?”

“No. Come se mi avessero pugnalato”

La pioggia continua a cadere, i tergicristalli ad oscillare.

La piccola si sente tradita e mi tiene il muso.

Però avremo milioni di visualizzazioni, eh.

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15

Devo dirti qualcosa.

Sì, proprio a te che hai il ciuffo sugli occhi e gli elastici sulle caviglie per tenere su i pantaloni, come moda comanda.

Devo dirti qualcosa ma non è mica semplice, ci vuole equilibrio e l’equilibrio tra un adolescente e una madre non è cosa da tutti i giorni.

Tu che mi chiami mother, oppure Blo in omaggio a Bloody Mary, che detto così non mi garantirà una candidatura al premio madre dell’anno.

Tu che riesci nella mirabile impresa di suscitare, nell’arco di dieci minuti, amore travolgente e furia omicida.

Che usi lo stesso tono della me stessa adolescente e mi trasformi in mia madre quando ti riprendo.

Che sei capace di riflessioni profonde quanto di stupidere improvvise, e non sempre è dato sapere quando avverrà il cambio di rotta.

Che hai tanti amici e, anche se non lo ammetterò mai, mi fa piacere quando siete tutti qui a casa pure se solo di merenda vi divorate la spesa di tre giorni.

Che dalla sera alla mattina sei diventato più alto di me, che puoi vantare l’esclusiva in famiglia di una tartaruga girata dalla parte giusta sulla pancia.

Che ascolti e mi fai ascoltare il trap e -oh te lo devo proprio dire- certe volte mi fai venire voglia di cancellare Spotify e scaricare l’app di Radio Maria.

Perché crescere è fare un tuffo a bomba da uno scoglio altissimo nel mare profondo. Ma tu sai nuotare bene.

Buon compleanno, figlio grande.

La tua Blo

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