Una notte al museo

“Mami mami mami è stato bellissimo ma non tutto perché ci sono state delle cose che mi sono piaciute e altre no per esempio mi è piaciuto tantissimo che tutto quello che ho visto al museo era vero cioè capisci erano cose esistite per davvero mica ricostruite e qualcuno così tanti anni fa ha messo quei gioielli e ha bevuto da quei bicchieri come se tra tantissimi anni qualcuno andasse a vedere un museo in cui ci sono i nostri giochi o le tue collane o la nonna imbalsamata pensa un po’ (prende fiato) e poi abbiamo fatto il laboratorio ci hanno fatto costruire un copricapo ma ce l’ha la maestra non so se lo posso portare a casa e però io volevo fare il laboratorio di imbalsamazione avevo già in mente un compagno ma vabbè (prende fiato) comunque tutto bene e i tramezzini buonissimi peccato che poi non ho chiuso bene l’acqua ed è uscita per tutto lo zaino ma tanto l’acqua non macchia come dice la nonna e va bene così (prende fiato) vi ho comprato dei regali volevo anche una matita per me però mi mancavano trenta centesimi e allora ho preferito comprarti gli orecchini a piramide ma lo sai mamma che Torino è una città dove si deve camminare tantissimo?”

La piccola è stata in gita al museo egizio di Torino.

Il suo entusiasmo è inversamente proporzionale all’uso della punteggiatura.

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Tunnel

Il primogenito si è perso in un mondo post-apocalittico, dove la vita come la conosciamo oggi non esiste più, un virus portato dalla pioggia ha sterminato quasi completamente la popolazione, due fratelli sono costretti ad abbandonare il bunker che li ha tenuti al sicuro per andare alla ricerca di cibo e si uniscono a un gruppo di sopravvissuti per arrivare in Scandinavia. Il virus ha scardinato tutte le regole della società in vigore in passato, così i sopravvissuti sono liberi di essere quello che desiderano.

Forse per questo che l’adolescente di casa è arrivato in pochi giorni alla fine della serie.

La mezzana vaga tra la Foresta Incantata e Storybrooke, città nel Maine dove Henry, un ragazzino di 10 anni, è scappato di casa per andare a cercare la sua vera madre. Il bambino, leggendo il libro “Once Upon A Time”, ha scoperto che la sua città è sotto incantesimo e che le persone che vi risiedono sono in realtà personaggi immemori del loro passato fiabesco.

La Regina Cattiva ha lanciato un sortilegio esattamente ventotto anni prima, affinché nessuno potesse avere un lieto fine, spostando il reame, governato da Biancaneve e il Principe Azzurro, nell’odierna Storybrooke.

Siccome è ancora presto per la ricerca del principe azzurro vero, la fanciulla si porta avanti con quello delle fiabe.

Io ho ritrovato un amore che credevo perduto, uno scorbutico ma fascinoso dottore col bastone, che tra un delirio e una follia risolve misteriosi enigmi medici come la gente comune il primo livello di sudoku.

Ogni occasione è buona per recuperare un episodio delle serie passate, che ai tempi non ero riuscita a vedere perché i bambini erano troppo piccoli e il massimo della programmazione televisiva era aiutare Dora l’esploratrice ad arrivare alla montagna dell’arcobaleno imparando quattro parole in inglese.

Come si può facilmente evincere, da qualche settimana ho ceduto a suppliche e insistenze e ho attivato l’abbonamento famiglia a Netflix.

Si dice che se non riesci a uscire dal tunnel lo puoi arredare.

Noi ci abbiamo acceso la televisione.

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Abilità

Un lungo messaggio whatsapp del primogenito, scritto in un italiano che avrebbe commosso Dante, un’incisività nei contenuti da inorgoglire Obama, un fervore nel convincimento da far impallidire Martin Luther King, per chiedere il permesso di andare il pomeriggio del sabato a vedere un rapper in giro per Milano.

La giovane star gira con una maschera antigas sulla faccia e una mazza da baseball fra le mani, e tra i suoi versi più famosi ricordiamo “robin hood deruba i ricchi/Malibù limone a spicchi/si fanno le storie con quaranta fighe/ma poi arrivo io quindi tu non ficchi/dentro al gioco/chiappe strette/amici rapper solo marchette”, roba da percuoterlo con la sua stessa mazza, altro che selfie davanti al Duomo.

La mezzana deve essere l’anima della festa, perché veleggia indisturbata tra una festa e una pizzata, dispensando pacchetti regalo e seminando per casa i vestiti provati prima e scartati poi. Strano che non sia stata invitata anche al royal wedding, o magari ha rifiutato lei, chissà.

La piccola fa i compiti di inglese e quelli di matematica, studia geografia, legge la biografia di una giovane e famosissima schermitrice avvalorando l’ipotesi complottista dello scambio di neonati in culla, ché altrimenti non si spiega tanta e tale differenza tra consanguinei.

Aspetta l’arrivo della sua amica S, per la prima volta a dormire da noi, ché si cresce anche passando da un pigiama condiviso, troppe chiacchiere sotto le coperte e una sveglia all’alba che mi assolverebbe davanti a qualunque giuria.

La domenica si va tutti insieme alla festa cittadina, imperdibile occasione per camminare per le vie del paese, mangiare salamella e patatine seduti su una panca davanti alla farmacia comunale e trovarsi soli e raminghi dopo che ‘mother, io sono al campetto, mamma vado in gelateria, mami ciao sto al parco giochi”.

Caro lunedì, eccomi. Sono pronta.

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Il motivatore

Uscire la mattina presto, con una complessa e articolata organizzazione familiare che conduca il grande al liceo, la mezzana in seconda g e la piccola alla fermata dello scuolabus.

Tornare che è già buio, al termine di una giornata che ha tenuto insieme un numero tendente a infinito di impegni, incombenze, necessità.

Il trucco del mattino ridotto a un pallido ricordo, i capelli selvaggi che si ribellano a stanchezza, costrizioni e elastici.

Le rughe intorno agli occhi che nello specchietto della macchina sembrano sempre più profonde, come quando le luci dei camerini di prova ti restituiscono la voglia di comprare un burka più che un top.

Trovare la lavatrice e la lavastoviglie che aspettano di essere svuotate, ché dopo la comunione è sparita ogni traccia di collaborazione nella figlia minore -nei grandi non c’è mai stata, tant’è.

Mettersi a preparare il pranzo da lasciare l’indomani, perché sai che arriverai giusto un attimo prima dei rientri scolastici.

Trascinarsi in camera alla ricerca dell’unico outfit che ti rappresenti, il pigiama, e trovare il primo indizio di una caccia al tesoro. Sull’armadio, un pennello del trucco attaccato con lo scotch e un bigliettino, che porta a un altro sotto le lenzuola per finire all’ultimo, appoggiato sulla sedia del bagno, nascosto in un portacipria.

“Guardati, e ricordati che sei bellissima”

Lei è la mezzana, studentessa nullafacente di professione, rinforzatrice di autostima per hobby.

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Coincidenze

Si avvicina sicuro, in una mano l’ombrello, nell’altra la giacca, ché quando esci di casa la mattina devi essere pronto a tutto.

Arriva a pochi passi dall’auto e un’espressione interrogativa gli attraversa il volto. Strizza gli occhi perché ha il sole in faccia e aggrottando la fronte concentra lo sguardo sul parabrezza.

Sposta l’ombrello alla mano con la giacca, sputa vigorosamente sulla mano rimasta libera e comincia a pulire un angolo del vetro, come alcuni anni fa i signori al semaforo.

Io sono seduta in macchina, parcheggiata davanti alla scuola elementare per il recupero della piccola, dove tocca arrivare ore prima per trovare un parcheggio decente e munirsi di un buon libro nell’attesa.

Il vetro che l’anziano signore lucida con tanto vigore è quello della mia macchina.

Io lo osservo attonita, incerta se fare cenno al vigile dall’altra parte della strada che sta facendo il brillante con una bella signora bionda, la mamma di un bambino di terza.

Ma il pulitore di vetri si interrompe prima che io allerti le forze dell’ordine, ravanando nelle tasche per prendere le chiavi.

Arrivato davanti alla portiera mi scorge dietro il finestrino abbassato.

“Aaargh!”

“Ehm…buongiorno”

“Ma cosa ci fa nella mia macchina lei?”

“Guardi che questa è la mia, macchina”

“Ma io…ma no…ah! Eccola lì dietro! Ma guarda te che coincidenza, abbiamo lo stesso modello e dello stesso colore, e io la parcheggio sempre qua! Però non ci tengo nessuna rossa dentro, purtroppo. In effetti mi sembrava strano che fosse così sporca la macchina”

“Beh, sporca…”

“Molto, sporca”

“Vabbè, adesso metà vetro è pulito”

“Se vuole pulisco anche il resto, una macchina pulita fa l’uomo felice”

“No no, per carità. Grazie comunque, buongiorno”

La prossima volta vengo a piedi.

Quattro passi e qualche chilometro non mi faranno certo male.

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Prima Comunione

Lo sapevo che ti avrei visto di bianco vestita, perché hai fatto le prove a casa qualche giorno fa dopo che sul gruppo whatsapp era partito l’allarme dello scambio di un abito monacale.

Lo sapevo che avrei visto il tuo bel faccino che non riesco a smettere di sbaciucchiare incorniciato da due complicate trecce, perché ti ho accompagnato la mattina a farti pettinare.

Lo sapevo che mi sarei emozionata perché, non per vantarmi, ma sono al terzo giro di comunione e ho maturato una certa esperienza.

Lo sapevo ma non immaginavo, come un gelato che sai già essere buono ma poi provi con un gusto nuovo e ti chiedi come hai fatto a non assaggiarlo prima.

Lo sapevo ma accidenti, vederti lì in piedi, con le mani ferme e giunte, mentre di solito gesticolano a destra e sinistra per argomentare meglio le tue mille parole.

Lo sguardo serio e concentrato, ché forse sei riuscita a cogliere meglio di me l’importanza e il valore di questa giornata, anche se eravate in ottantasei e qualcuno si metteva le dita nel naso e qualcun altro sbadigliava sonoramente.

Le ballerine rosse che sbucavano dalla tunica bianca, che va bene essere seri ma non snaturarsi, eh.

I tuoi occhi sgranati davanti alla torta e ai regali, quasi ti chiedessi se la gente, i palloncini, l’attenzione e l’amore fossero davvero tutti quanti solo per te.

La verità è che non smette di incantarmi la maniera in cui accogli le emozioni, assaporandole, come la prima forchettata delle lasagne di nonna, il sole sulla faccia dopo tanta pioggia, un sorso del tuo succo di frutta preferito dopo tanta sete.

Ma anche la paura prima del tuffo, l’euforia di una verticale quasi perfetta, la tenerezza degli abbracci a tua sorella e pure la rabbia quando le cose non vanno per il verso giusto.

E oggi tutto, ma proprio tutto quanto, era solo per te.

Piccola mia.

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La casa infestata

“Eccomi qui, sono tornata, ciao a tutti!”

“Ehilà, mother”

“Ciao, mamma!”

“Come è andata la giornata? Io sono stanchissima, vediamo se in frigo c’è qualcosa di pronto ma…cos’è successo qui?”

“Tranqui Mother, che c’è?”

“La lavastoviglie! È svuotata e i piatti sono in ordine e le posate nel cassetto. Grazie! Chi di voi due l’ha fatto?”

“Ah, non guardare me”

“Io nemmeno”

“Beh, mica si sarà svuotata da sola, no? E poi vedo che qualcuno si è fatto un tè coi biscotti e ha lasciato tutto in giro. Quante volte te lo devo dire di mettere ordine?”

“Mamma, ma ti pare che mi faccio il tè? A merenda mi sono mangiata un toast con mortadella e maionese”

“Eh già, anche il tè si è bevuto da solo, vabbè…aaargh!!!”

“Mamma, che succede?”

“Oddio che impressione! No, non guardate, potreste spaventarvi. I panni…”

“I panni cosa, mother, mi fai paura”

“I panni sono usciti dall’asciugatrice e sono piegati perfettamente e divisi per proprietario!”

“Perché, non sei stata tu?”

“Ma no, ero al lavoro!”

“Ci devono essere i fantasmi, non c’è altra spiegazione. Chiamiamo il don e facciamoci benedire casa, è l’unica mamma”

“Eccomi qua! Son tornata! Che fatica la ginnastica oggi. Ma perché avete quelle facce?”

“Piccola, la mamma si è spaventata perché qualcuno ha svuotato la lavastoviglie, l’asciugatrice e sistemato i panni in ordine e pensa che abbiamo il fantasma della donna delle pulizie”

“Ah, quello! Ma sono stata io!”

“Tu?!?”

“Certo, mami. Sennò tornavi dal lavoro e dovevi ancora sistemare tutto, volevo aiutarti”

“Ma grazie! Che bello, non mi sembra vero! Guardate e imparate, voi altri scioperati”

“Resta un mistero mother, chi ha bevuto il tè?”

“Sempre io, no? Ero stanca dopo tutto quel lavoro. Ah mami, sono finite le gocciole”

Sono contenta e non mi lamento, per carità.

Però il fantasma della donna delle pulizie non era una brutta idea.

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Massima allerta

“Mother, evviva! Domenica prossima c’è un torneo di pallacanestro. Tutto il giorno e si mangia lì, perché è un po’ lontano ma chissene importa, tanto ci divertiamo”

“No”

“What?”

“C’è la comunione di tua sorella, domenica”

“Io non ho sorelle”

“Mamma, siamo in finale!! Evviva!!! Ci giochiamo il primo e secondo posto dell’under tredici! Non vedo l’ora sarà bellissimo”

“No”

“Scusa?”

“C’è la comunione di tua sorella, domenica”

“No, non potete farmi questo, vi prego”

“Meowwww, meowww”

“No, c’è la comunione di…ah no tu sei il gatto”

“Domenica c’è la mia comunione mami! Che emozione”

Il conto alla rovescia per ricevere il secondo sacramento è cominciato.

Sono pronti i palloncini a unicorno e fenicottero, le tovaglie e i piatti a tema canino, una sorpresa colorata e una torta a immagine e somiglianza della comunicanda.

Ora devo solo stare attenta che i fratelli maggiori, furibondi per i mancati eventi sportivi, non assoldino qualcuno per far sparire la piccola.

Occhi aperti, gente.

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In ostaggio

“Mami, il giorno più bello della mia vita. E guarda che io di giorni belli me ne intendo, eh? Io e te tutto il tempo senza fratelli. La Betta che insegna ginnastica e sai che ho imparato la verticale al muro senza materasso? Poi le mie amiche. Il Forum di Assago!! È grandissimo è pieno di gente sembra il concerto di Jovanotti anche se non sono venuta ma tu mi hai detto che era strapieno. La ginnastica! Gli attrezzi, hai visto quanti? Le parallele asimmetriche hai visto come sono alte? E gli anelli, il cavallo, la trave. E poi le ginnaste famose, i body che brillano, i salti! Hai visto che cadono anche loro che sembrano perfette? Scivolano dalla trave e inciampano nel corpo libero e mancano l’ostaggio e vanno giù come me, di faccia.

E poi Carlotta e Vanessa, ho preso la foto con l’autografo anche se ho dovuto combattere per averle. E gli autografi e le foto insieme! Ti rendi conto?”

Otto ore in un palazzetto vociante, tra musica e applausi.

Un pranzo con focaccia al prosciutto al costo di un filetto al pepe verde, le risse dei peggiori bar di Caracas per una foto, gli autografi sul libro che sto leggendo perché ci siamo dimenticate i fogli, le code per fare la pipì e bere il caffè, anche se è finito il latte. Gli ostaggi che non siamo noi ma scopro essere le sbarre delle parallele.

E poi il suo sguardo, rivolto alle ginnaste e ai suoi sogni.

Gli inglesi lo chiamano point of view, qui si chiama cuore di mamma.

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Dottor Jekyll e mamma Hide

Ci sono mattine più buie e faticose di altre, quando come sempre inserisci il pilota automatico, ma sembra quello dell’aereo più pazzo del mondo.

Quando basta la vista di un calzino solitario sotto il tavolo della colazione, il letto lasciato sfatto perché ‘è tardi mother perdo il pullman’, il dover apparecchiare per cena anche se non è ancora spuntato il sole perché sai che tornerai troppo tardi per farlo, il registro elettronico guardato dal cellulare mente ti lavi i denti che annuncia sventure e tragedie.

Il peso del mondo sulle spalle e del gatto avvinghiato alla gamba che miagola come se il tuo polpaccio fosse una sexy gattina.

Quando senti che il limite è vicino e pensi che sarebbe cosa buona e giusta sederti sul terrazzo a fumare una sigaretta, ma ti ricordi che non fumi da quasi dieci anni.

È allora che l’imbruttimento ha la meglio, che il peggio di te prende il sopravvento e arrivederci al buon senso, ciaone alla pedagogia e brutte parole all’albero genealogico della Montessori.

È allora che le tenebre spengono la luce e la strega che abita in te si stiracchia svegliandosi, urlando ordini sparsi a figli, felini e tutto ciò che si muove.

Ne seguono momenti di concitato stupore, dove vengono raccattati i calzini, sistemati i letti e abbandonati i polpacci. La strega sorride compiaciuta e tu ti intristisci arresa, a questa parente sgradita che volente o nolente abita in te.

Il dottor Jekyll era sicuramente una madre, trasformata in mister Hide di mattina, mentre preparava i figli per andare a scuola.

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