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Il primogenito è a casa in Dad.

Parte del suo istituto è stato evacuato per evitare che crolli il soffitto su testa e cartelle dei nostri baldi liceali.

È tornato quindi con grande naturalezza a indossare i panni dello studente in videolezione, nello specifico il pigiama.

La mezzana prosegue serena con le intemperanze adolescenziali, mettendo a dura prova nervi e sonno della sottoscritta. So che un giorno rideremo insieme di tutto questo, quando avrà finalmente la testa sulle spalle e sarà un’adulta stabile e realizzata. È che se continua così non la faccio arrivare ai diciassette anni.

La piccola il venerdì si mette le unghie finte. Sono lunghe, appuntite e in colori improbabili. Le tiene fino alla domenica sera, ché a scuola così non ha il permesso di andare. L’ultima volta l’ho trovata con le mani a mollo nell’acqua calda per sciogliere la colla. Nella pentola che usiamo per la pasta.

Il gatto maggiore mi ha consegnato, alle sei della mattina, un topo gigante dalla coda mozzata.

Però sto bene, in fondo la situazione potrebbe andare peggio.

Potrebbe piovere.

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Ok, boomer

Lo so che la tecnologia ci è amica, che ci semplifica e velocizza l’esistenza, che consente attività prima impensabili.

Sono un po’ boomer ma non la contesto mica, sia chiaro.

Poi però incroci la vita col registro elettronico -con le numerose piattaforme di registro elettronico, ne ho una diversa per ogni figlio- e l’idea del Brondi con quei bei tasti e i numeri scritti in grande non ti sembra più così peregrina.

È un’ansia costante, quella della perpetua accessibilità.

In tempo reale posso vedere se i miei figli sono a scuola -non si può più neanche bigiare, dovrebbe essere illegale- che materia stanno facendo e di quella materia quale argomento.

I voti, che non puoi nemmeno fare lo struzzo e far finta che vada tutto benissimo.

Il quattro è lì che ti aspetta, in rosso e grassetto, sullo schermo.

C’è la media, il grafico, l’andamento globale, mancano solo peso e pressione.

Ci sono le note e le circolari ma scoprirai troppo tardi questa sezione, restando tagliata fuori da ogni iniziativa e ricevendo

solleciti di pagamento per il corso di ukulele del giovedì, del quale naturalmente non sapevi alcunché.

Sono riuscita solo ieri a entrare nel registro elettronico della piccola, perché cercavo di accedere coi dati dell’anno scorso ma i maledetti avevano cambiato piattaforma e io non avevo letto la circolare.

Giusto in tempo per trovare due quattro. In musica.

Vado a comprarmi un Brondi.

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Pratiche pedagogiche di alto livello

Stufa di urlare per fare raccogliere da terra oggetti vari, vestiti sparsi, libri di scuola dimenticati -una volta raccattando una pila di abiti dalla stanza delle ragazze non mi sono accorta che stavo per buttare in lavatrice anche il gatto, che ci dormiva dentro- ho deciso di fare un esperimento educativo.

Insomma, sono pedagogista, a qualcosa servirà pure.

La mezzana, al rientro serale di pallavolo, ha abbandonato il suo borsone blu vicino alla porta di ingresso.

Ma così vicino che toccava scavalcarlo per entrare e uscire.

Ho pazientemente atteso ventiquattro ore, per vedere chi per primo, tra i figli,lo avrebbe spostato o addirittura rimesso a posto.

A intervalli regolari tutti e tre sono entrati, usciti, hanno aperto la porta al gatto, al corriere, al postino.

E il borsone blu era sempre in mezzo.

Lo hanno scavalcato, saltato a piè pari, aggirato. Mancava solo ci scavassero un tunnel sotto.

È arrivata l’ora di cena.

Noi quattro seduti a tavola, il borsone per terra accanto a noi. Ho pensato quasi di apparecchiare anche per lui.

Il gatto ci si è addormentato sopra.

Ma alla fine, chi è del mestiere lo sa, la perseveranza educativa premia, la coerenza genitoriale genera effetti, la linea dura è vincente.

Il borsone blu è stato spostato, perché la mezzana doveva andare all’allenamento.

Cara Maria Montessori, scommetto che tuo figlio non faceva sport.

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Ventimila passi

Una giornata grigio antracite che si è aperta nella luce calda di un pomeriggio primaverile.
Il cielo è azzurro sopra Berlino, dicevano.
Una mattinata camminando con Chiara, padovana di nascita e berlinese di adozione, che ci ha guidato lungo il perimetro di un muro che per anni ha diviso una città e le vite dei suoi abitanti.
Il kebab da Mustafa, ché all’estero si assaggiano sempre i piatti tipici.
Ventimila passi, diecimila dei quali sulle tracce del rapper Gemitaiz, italiano che abita a Berlino per vivere senza l’assedio degli italici fans. Seguendo le storie Instagram il primogenito ha provato a localizzarlo, con scarso successo.
La cena nella torre più alta della Germania, una romantica location con vista sulla città illuminata e le luci soffuse. “Devo assolutamente venirci coi miei amici” ha sentenziato il neo diciottenne.
Contrasti e colori, passi e hot dog mangiati camminando per strada.
Ma quanto è bella Berlino.

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Berlino

Nel pacchetto regalo per il diciottesimo anno, il primogenito non ha trovato un telefono nuovo, delle scarpe di marca, le chiavi di una panda usata.
Non ha trovato proprio alcunché, a dirla tutta. Solo una promessa.
La promessa è stata mantenuta questa mattina prestissimo, in un aeroporto silenzioso e dormiente, dove ci siamo imbarcati per la prima vacanza madre figlio, o Blo primogenito che dir si voglia.
Lasciate a casa le chiassose sorelle, il gatto grande e il felino cicciotto, siamo saliti su un volo easyjet divisi tra sonno ed entusiasmo.
Accompagnati dagli ultimi strascichi di una tracheite fulminante, e lascio immaginare cosa significhi, di questi tempi, tossire violentemente ad intervalli regolari.
In compenso abbiamo avuto molto spazio intorno.
Fino a domenica sera proveremo ad esplorare, divertirci e sopportarci.
Berlino, siamo arrivati.

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Una carriera stroncata

La mezzana, novella imprenditrice nel campo dell’abbigliamento, si è lanciata nella vendita dei -suoi- abiti usati attraverso una famosa app.

Andiamo in posta per la prima vendita, da spedire a tale Carol, in un paesino sperduto della Francia. Due paia di jeans, guadagno totale dodici euro. Chiara Ferragni, comincia a tremare.

Sono le diciassette, percepite le ventitré per la stanchezza accumulata.

“Mamma tranquilla, le spese sono a carico dell’acquirente, ho studiato. Noi non dobbiamo pagare”

“Signora, sono trentasei euro e cinquanta. Contanti o bancomat?”

“Scusi, che ha detto? No guardi, ci deve essere un errore. Glielo portate a piedi partendo da qui alla Carol, il pacco? E poi ci hanno detto che le spese sono a carico di chi acquista”

“Signora cara, come vede ho scannerizzato questo codice che mi avete dato, che non fa riferimento ad alcun corriere conosciuto, pertanto si applica la tariffa di poste italiane che non contempla i vantaggi sopracitati”

“Eh???”

“Sono trentasei euro e cinquanta, ecco”

“No guardi, grazie ma niente -mezzana fuori facciamo i conti, mezz’ora di coda e poi questo delirio-mi ridia il pacco, non lo spedisco”

“Ma ha già compilato la ricevuta di ritorno”

“Le dia il pacco, mi creda è meglio”

“Provo a spedirlo come raccomandata?”

“Mi dia il pacco, subito”

Una carriera da imprenditrice digitale stroncata così, allo sportello quattro delle poste, una piovosa sera di novembre.

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Halloween

“Piccola, porto tua sorella alla festa e torno subito”

Dodici minuti dopo.

Una scena apocalittica davanti ai miei occhi. Le sedie della terrazza rovesciate. Una pozza d’acqua sul pavimento. Sangue.

Sopra il tavolo, un pezzo di asiago con relativo coltello, abbandonato poco più in là.

Una scopa al contrario, in equilibrio precario.

La paletta rovesciata. Una delle mie scarpe preferite, sola, senza la sua compagna.

Un miagolio sinistro accanto alla scarpiera. È il piccolo gatto, chiuso nella sua sportina con l’espressione di una tigre del bengala davanti al domatore del circo Barnum.

“Piccola, cosa caspita è successo? Rapimento? Invasione aliena? Raptus di follia per il cambio dell’ora?”

“Mami, tutto ok. Il gatto ha portato in casa un topino piccolo e gli ha mozzato la coda, allora ho rinchiuso il gatto, catturato il topino con scopa e paletta, ho provato a dargli acqua e formaggio per tranquillizzarlo, l’ho messo nella tua scarpa e gli ho salvato la vita!”

“…che al mercato mio padre comprò…piccola, ma sono stata via solo dieci minuti! Vabbè, liberiamo il gatto”

“No! Lascia che il topo si guadagni la libertà!”

E io che mi preoccupavo per Squid game.

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Il sabato del villaggio

“Piccola, siamo sole! Tua sorella e tuo fratello sono fuori tutto il giorno!”

“Mmmmm”

“Ho pensato una cosa. E se facessimo un bel pomeriggio mamma e figlia? Dai, andiamo al cinema con una montagna di popcorn”

“Mmmmm”

“Ok. E se invitassimo anche la tua amica? Su, tutte al cinema!”

“Mami, non è mica colpa mia se il tuo fidanzato non c’è, eh”

Ed eccomi qui, in macchina fuori dal cinema ad aspettare la piccola e la sua amica.

D’altronde, non è mica colpa sua.

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Vieni qui che non ti faccio niente

“Mamma, andiamo che è tardi. Non ti sei ancora truccata!”

“Veramente ho passato il fondotinta con la cazzuola, mi pareva pure di essere decente”

“Mami, bello il pigiama nuovo”

“Piccola, è una tuta e ci esco a camminare”

“Ah”

“Blo, vieni qui che hai qualcosa in faccia…aspetta…ah no sono rughe”

“Ma…come?”

“Tranquilla blo, alla tua età ci sta”

Signore e signori, siamo al cospetto di una vera e propria piaga sociale.

Il mamma-shaming.

Unite, combattiamo.

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18

Sei arrivato precipitosamente, ma non è diventata una tua caratteristica.
Eri in anticipo, ti aspettavo qualche settimana più tardi, ma quel venticinque ottobre è diventato presto il mio giorno preferito.
Sei arrivato e mi hai messo via, come diresti tu.
Sei diventato il centro di un mondo che mi sembrava più bello, più luminoso, con un senso che finalmente si era svelato anche a me.
Sei diventato grande mentre accadevano tante cose, così grande che adesso la tua testa supera la mia ed è il tuo lo sguardo che si deve abbassare per incontrare il mio.
Tu, polemico fin nel midollo, lapidario su ciò che è bianco e nero, perpetuamente molesto con la sorella più piccola.
Tu, che abiti questo squinternato universo femminile con pazienza e qualche momento di sconforto. Che forse per equilibrare popoli la tua vita di amici, sport, esperienze.
Tu che mi illumini con quell’ironia che è anche un po’ la mia, che hai gli occhi verdi e non si sa perché, che non ti rendi ancora conto pienamente dei tuoi talenti e capacità.
Io sì però, perché mantengo il vantaggio da mamma di vedere un po’ più in là.
E, tolta la vis polemica -ma tornerà utile anche quella- vedo la bozza di un uomo di cui essere fieri.
Oggi è arrivata la maggiore età, per te e anche un po’ per me.
Il venticinque ottobre resta uno dei miei tre giorni preferiti.
Essere la tua mamma è una fortuna, un onore e a volte anche un grande divertimento.
Buon compleanno, Jacopo.
Benvenuti, diciotto.

La tua Blo

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