Mamma tigre

In coda alla cassa, con le mie offerte speciale in equilibrio precario.

Davanti a me, una donna cinese con la sua bambina. Coda alta tiratissima e capelli neri lucenti, vestita in tutte le tonalità esistenti di rosa.

La piccola allunga la mano verso un ovetto di cioccolata con sorpresa, la madre gliela allontana con un gesto fermo e deciso.

È questione di una frazione di secondo e la bimba lancia un urlo acuto, che come il gladiatore al mio segnale scatenate l’inferno, apre la via a quello che sembra un epico capriccio.

La madre, mentre imbusta la spesa, allunga il bancomat e si sistema i capelli, il tutto con un unico gesto, si avvicina alla figlia e le dice alcune parole, in cinese.

Il capriccio si interrompe all’istante, le lacrime si asciugano subito.

Ora, io non so cosa si siano dette.

Se la madre le ha proposto l’acquisto prossimo dell’intera azienda Kinder, se l’ha spaventata minacciandola di farne straccetti con mandorle, soia e bambù, se le ha prefigurato di trasformarla in una statua dell’esercito di terracotta.

Resta il fatto che ho rivalutato i principi pedagogici della mamma tigre, della quale condivido solo un tatuaggio ormai sbiadito sulla caviglia, avanzo di una dissoluta giovinezza.

Io, come mamma, somiglio più al felino pigro che abita a casa mia.

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Apparizioni e sparizioni

Lei non esce, si smaterializza.

Come in una replica di Star Trek, si teletrasporta altrove.

Un momento è con te in cucina, mentre sorseggia la settima tazza di tè verde della giornata, e l’attimo dopo è sulla porta a mettersi le scarpe, avvolta in una nuvola di profumo.

“Ma dove vai?”

“Faccio un giro in ciclabile con S”

“E poi?”

“Ci vediamo al McDonald con gli altri, non torno a cena”

“Ah”

“E dopo restiamo a chiacchierare al parchetto per organizzare la festa di sabato”

“Ma quale festa? Non andavi a dormire da G?”

“Mamma, venerdì dormo da G, sabato la festa di M”

“Meno male che c’è la domenica”

“Già, partita e gruppo animatori”

“Evviva il lunedì, allora”

“Già, pensavamo di fermarci al kebabbaro dopo scuola”

“Nient’altro? Mi pare un po’ pochino”

“Infatti poi vengono anche Z, R e J e facciamo un giro al centro commerciale”

“Ero ironica, infatti. Ti farò togliere dallo stato di famiglia”

“Ahahah scherzi ancora, eh?”

“No”

La mezzana è scesa tempo fa dall’iperuranio, con mia grande gioia.

Per abitare il nostro mondo, pensavo.

Invece abita il suo, e chi la vede più.

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Ubi ordo, ibi pax et decor

Ci sono periodi che, vuoi per il troppo lavoro, gli impegni come taxi dei figli, il male di vivere ed altre amenità, stare dietro alla casa diventa un’impresa impossibile.

È così ti alzi la mattina e ti accorgi vaga che i bagni ricordano sempre più un sobborgo di Calcutta, e nello specchio ti pare di scorgere il volto rugoso di Madre Teresa. Invece sei tu, che ancora non ti sei truccata.

Che poi, nella camera delle sorelle è più facile trovare la lebbra che una felpa al suo posto nell’armadio.

Le due adolescenti hanno un concetto di ordine molto personale e francamente opinabile: perché chiudere i vestiti in un cassetto, quando il pavimento è così comodo?

È così ti ritrovi a camminare su un morbido tappeto di magliette pulite, maleodoranti divise di pallavolo, leggins contenitivi, prendisole dell’estate scorsa, un maglione peloso anzi no, quello è il gatto.

Se con coraggio provi ad affondare le mani in queste ere geologiche di Terranova e Shein, ecco che spunta la carta della merendina, appiccicata al pavimento da un residuo di ceretta dimenticato dalla mezzana. Dalla scrivania ti osservano muti sei bicchieri mezzi pieni di acqua -ah, ecco dove erano finiti!- il libro di filosofia aperto da settimane alla stessa pagina (forse anche lui incollato dalla ceretta), orecchini spaiati, una collezione di cosmetici da fare invidia a Chiara Ferragni.

Insomma, sembra di entrare alla Rinascente.

Devastata dai ladri.

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Sì, ma stai calma

C’è un vento forte che spazza il cielo, azzurrissimo. Il parcheggio è pieno, si fanno più giri per trovare un posto. Capannelli di ragazzi e ragazze, sulle aiuole fuori dall’edificio, in coda davanti a un tavolino dove lasciare le proprie generalità.

Lui ha scelto la sacca grigia, quella col logo, insieme agli opuscoli col programma della giornata.

È andato dietro un ragazzo poco più grande di lui, con la maglietta arancione e la mascherina coi colori della bandiera della pace, scomparendo dietro la porta dell’aula undici.

Io l’ho aspettato nel bar tavola calda accanto, bevendo troppo caffè.

Il primogenito è stato all’open day dell’Università, meravigliosamente in presenza e non dietro a uno schermo.

Per conoscere meglio la facoltà che vorrebbe frequentare, e vedere quella che potrebbe essere la sua seconda casa per i prossimi tre più due anni.

Io non ero così emozionata nemmeno quando, in un’agosto caldissimo di un milione di anni fa, sono andata a Torino con mio padre, a vedere per la prima volta l’università che avrei frequentato.

Ho accompagnato il primogenito alla scuola materna, elementare, alle medie, ogni tanto oggi ancora al liceo.

Ho smesso di tenergli la mano da tempo immemore, ma il mio sguardo ancora lo segue quando si allontana.

“Blo, stai calma però”. Mi dice lui, che ne ha abbastanza della eccessiva emotività materna.

Conoscendomi, non ci conterei troppo.

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Anche le pedagogiste piangono

“Basta, non ne posso più”

“Ma insomma, lo sai bene che alla sua età si verificano modifiche strutturali e funzionali a carico di aree cerebrali corticali e sottocorticali tramite due fenomeni: potatura sinaptica e mielinizzazione”

“Ma io sono stanca”

“Non puoi farci niente: il trambusto che si crea nel cervello dell’adolescente è finalizzato al passaggio da un cervello con molti neuroni poco connessi, ad uno con meno neuroni, integrati in circuiti ben collegati. È un po’ quello che succede quando si pota un rosaio, vengono tagliati i rami più deboli, così quelli più importanti possono crescere più forti”

“Io mi sento in una giungla, altro che rosaio”

“Il lobo frontale consente di ragionare in modo critico e con giudizio, controllare gli impulsi e inibire atteggiamenti inappropriati, pianificare gli eventi, prendere decisioni ponderate, definire priorità e organizzare i pensieri, comprendere le intenzioni e il punto di vista altrui. Tutte capacità che appaiono carenti negli adolescenti, dovresti saperlo. Lo hai studiato”

“Io la prenderei a testate sul lobo frontale, comunque”

Quando la pedagogista che è in me si scontra con la madre che sono si creano fratture difficili da sanare.

Santa Maria Montessori, toglimi gli schiaffi dalle mani, ti prego.

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Donne

Che donne sarete, figlie mie?

Vi vorrei donne che si fanno contaminare dalla bellezza, indignare dalle ingiustizie, incuriosire dal pensiero dell’Altro.

Donne che nella libertà riconoscano la responsabilità, il privilegio e la possibilità.

Donne col sorriso tenace e lo sguardo che ne sostiene un altro, donne che sanno di compassione e determinazione, nella giusta misura.

Donne amiche, ché poche cose sono potenti come la sorellanza.

Donne che abbiano la capacità di sostare nel conflitto, di correre lontano dal mancato rispetto, che sappiano accogliere la paura col coraggio necessario ad affrontarla.

Che pratichino prossimità ed accoglienza come stili di vita, che sappiano guardare oltre l’orizzonte del quotidiano, verso un progetto o un sogno, e che sappiano muovere il primo passo in quella direzione.

Donne che siano determinate ad autodeterminarsi, che maneggino buone dosi di spirito critico e ne facciano uso.

Donne che sappiano riconoscere almeno una cosa buona in ogni giornata trascorsa, che pensino al domani come una possibilità di fare meglio.

Donne che in una relazione non chiedano aiuto ma pretendano collaborazione, ché nulla deve pesare solo sulle spalle di uno.

Donne che non ambiscano ad essere super eroine, che è già tantissimo essere belle persone.

Wonder woman lasciamola tra le pagine patinate di un fumetto.

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All you need is love (e Xanax)

“Lui è meraviglioso e il mondo è un posto bellissimo”

“Maledetto il giorno che l’ho incontrato, potevo stare sul divano a vedere Netflix”

“Ha la macchina”

“Ciao mami, noi usciamo, facciamo un giro, stiamo nei paraggi, ci si vede”

“Mamma esco con Tizio”

“Ma non frequentavi Caio?”

“No, quello era Sempronio”

“Ah, e io che mi ero già affezionata”

“Non è bellissimo?”

“Sono così felice”

“Sono così disperata”

“È il migliore”

“Lo odio”

“Sarà per sempre”

“Vivrò sola con centordici gatti”

Altro che gli intrighi di Beautiful, le passioni di Dynasty, la disperazione di uccelli di rovo.

A stare con tre adolescenti in età da moglie/marito sembra di vivere dentro a un fotoromanzo.

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Siamo tutti come Willy il Coyote

Sono una madre attenta, partecipe, accorta.

Osservo, valuto, analizzo, confronto, scruto, origlio.

Faccio la madre, una forma legalizzata di stalker.

L’adolescenza simultanea dei miei tre figli mi ha messo di fronte a una evidenza empirica: soffro della sindrome di Willy il coyote.

Come il famoso canide, io rincorro.

La mia è una pedagogia dell’inseguimento.

Perché cerco risposte, mi cullo nell’illusione che sapere le cose mi darà un minimo di controllo e non sarò travolta dagli eventi.

Tutte balle, pedagogicamente parlando.

I tre, indomiti Beep Beep, non solo riescono regolarmente a sfuggirmi, ma ridacchiano garruli guardandomi schiantata giù dal dirupo.

Ho cominciato a capire, dopo diverse cadute, che non conviene inseguire un adolescente. Sarà sempre più veloce di te.

Bisogna essere saldi, seduti, pazienti.

Prima o poi, in un modo o nell’altro, se sono consapevoli del tuo sguardo su di loro, si lasceranno avvicinare.

Alla fine, dopo l’ennesimo inseguimento anche il povero Willy riesce a catturare il suo Beep Beep.

Peccato che si sia diventato talmente grande che non riesce più a mangiarselo.

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Febbraio

Due pagelle buone e una buonissima.

La spia della macchina che finalmente si spegne, dopo l’intervento salvifico ma poco economico del meccanico.

Un batterio maledetto che si è insinuato dopo un banale intervento dentistico, che me ne ha fatto vincere uno decisamente più complicato.

Un paio di visite mediche a figlio, controlli e check up di ogni genere. Il tagliando alla macchina è più rilassante e meno costoso.

Due visite all’Ikea col fidanzato, nello stesso mese.

In entrambe le occasioni siamo usciti senza comprare niente, non una candela Sinnlig, un pacco di tovaglioli Rosenhätta, un’anta della libreria Billy.

Alla terza uscita senza acquisti scatta il record del mondo.

Il gatto che s’è puntato la sveglia interna nel cuore della notte, e puntualmente alle tre si lancia dall’armadio al cesto dei panni da stirare come fosse spiderman, nel sempre vincente tentativo di svegliarmi.

Le quarantene degli altri, che sembra il titolo di un film di Muccino e invece è una condizione su cui moderare impegni e lavoro.

Progetti e programmi, chi collabora e chi ostacola, la mia ingenua e pervicace attitudine all’”andrà tutto bene”.

La vita è quello che accade tra un tampone e una Dad.

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Fiat lux

In sala, ore otto e trenta della mattina.

Computer acceso, pronto per il collegamento, blocco appunti, gatto rinchiuso in altra stanza. Si comincia a lavorare.

Ore otto e trentadue.

La lavatrice si spegne, la lavastoviglie pure, la luce se ne va e alexa lancia l’ultimo grido di dolore prima di zittirsi per sempre.

In tutto il quartiere manca l’elettricità.

Niente panico, mi collego dal cellulare. Vado in cucina che c’è più luce, ma in cucina c’è il gatto che comincia a dare il tormento.

Lancio il gatto sul divano e mi collego.

Passa un’ora. Il telefono è pericolosamente scarico e la casa mortalmente fredda.

Mi metto un maglione in più.

Dopo un’altra ora il cellulare defunge e io, oltre al maglione, sono avvolta in una coperta.

Così bardata scendo in macchina e parto, per ricaricare il telefono e riscaldarmi un po’.

Al quarto giro dell’isolato il cellulare si riaccende e io sudo come se fossi nella sauna delle terme di Sirmione ma senza il plus di essere a Sirmione, bensì nel parcheggio del supermercato. Resto così a lungo nel parcheggio che il signore bengalese che aiuta a riportare i carrelli mi guarda con ostilità.

Dopo un’altra ora di collegamento il cellulare ha raggiunto le temperature della Sicilia questa estate, sento il sudore che gli scorre tra i circuiti.

Torno a casa, sarà tornata la corrente, o almeno me la racconto così.

Niente, tutto freddo e buio.

Ore quindici, il gatto dorme sul computer spento, i pinguini si rincorrono tra i ghiacciai della sala, il cellulare ha lo schermo nero e non dà più segno di vita.

La luce si riaccende, lavastoviglie e lavatrice ripartono, torna il wifi.

Peccato che io abbia finito di lavorare.

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