Filosofia pratica

Treno regionale delle 7.52

“Minchia raga”

“Bella zio”

“Oh ma l’hai sentito l’album nuovo? Se spacca”

“Minchia raga”

“Sì è una bomba, è la nuova wave frate”

“Guarda le stories di insta, che dissa l’altro rapper, e tutti muti”

“È il disagio zio, non sei nel mood”

“Minchia raga”

“Che poi ha fatto il botto al concerto”

“L’hanno incastrato zio”

“Era pieno di droga, frate”

“Minchia, raga”

“Ma l’hai visto Ricki con la felpa di Gucci?”

“Ma se è tarocca, si vede da chilometri”

“Boh, è fatta bene”

“Minchia, raga”

“Vabbè frate, cosa c’era per oggi?”

“Materia e forma che sono pensate come distinte ma in realtà sono sempre inscindibili, Il sinolo, quello che è un tutt’uno indivisibile di materia e forma.

Tutto ciò che esiste ma non è sostanza, che è comprensibile solo in relazione alla sostanza”

“Già. Tutti gli uomini per natura tendono al sapere”

“Fedez?”

“Aristotele”

“Minchia raga”

I ragazzi di oggi sono bilingui, non c’è altra spiegazione.

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Vuoti da riempire

“Mami, che settimana impegnativa. La nuova ginnastica, la scuola, ah! Il catechismo”

“Eh già tesoro, abbiamo proprio ricominciato tutto, capisco la fatica”

“No guarda mami tu proprio non puoi capire”

“Credimi, se c’è una cosa che capisco è la fatica”

“Sì, ma tu non vai a catechismo”

“No, ma ci sono andata”

“Ma tu non sai cosa è successo venerdì col don”

“Cosa è successo?”

“Praticamente eravamo seduti in chiesa, per la preghiera prima di cominciare, e il don ha detto che dovevamo stare seduti”

“Beh, non ci vedo niente di male nello stare seduti in chiesa”

“Ma tu non hai capito, mami. Ha detto che ci potevamo alzare solo quando sentivamo la gloria nell’animo”

“La gloria? E cioè? Come si fa a sapere quando è arrivata?”

“Ah, non lo so. Però io e la mia amica C ci siamo guardate, abbiamo contato con le dita fino a cinque e ci siamo alzate”

“Con la gloria nell’anima?”

“No, con la fame nella pancia. Volevo andare al bar dell’oratorio a prendere le caramelle”

C’è sempre un vuoto da riempire.

Si tratta solo di capire quale.

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Che profumo ha la felicità

“Ma ti sposti? Guarda che non è mica solo tuo il tavolo!”

“E allora? Tu ne occupi più di metà. Leva quel telefono che poi ci stai sempre attaccato”

“Hahahaha proprio tu parli! Comunque non leggere a voce alta, che non riesco a concentrarmi”

“Se non leggo a voce alta non capisco”

“Ma come fai a non capire la geometria di terza media! È facilissima. Io, che vado al liceo invece…”

“Invece tu sai tutto, vero?”

“Ragazzi, basta. Condividete lo spazio. Ci vuole reciproca tolleranza”

“Mother, ma che dici? Parli come Budda! Dovresti scrivere un libro di aforismi”

“Beh mamma, sicuramente non uno di ricette ahahahah”

“Basta voi due, povera mami! Lasciatela stare che lavora tanto e fa tutto per noi. Vieni qui che ti abbraccio”

“Grazie piccola, abbracciamoci”

“Mmm che profumo di frutta buono che hai mami! Sembra il deodorante del bagno al cinema!”

Ecco. Se a qualcuno avanza un po’ di autostima mi scriva in privato, grazie.

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Criminalita (dis)organizzata

Esco di corsa, per accompagnare il primogenito alla fermata del pullman visto che ancora non può portare lo zaino sulle spalle.

Parcheggio al volo alla fermata del bus bloccando il traffico, perché in centro le probabilità di trovare parcheggio sono frequenti quanto l’apparizione della luna blu e io sono praticamente in pigiama, quindi non scenderei comunque.

Articolo 158, comma 2.

Torno a casa senza mettere la cintura che tanto sono solo pochi minuti.

Articolo 172, comma 8.

Ritrovo le bambine che ho lasciato sole, configurando il resto di abbandono di minore, con l’aggravante della parentela.

Articolo 591.

Falsifico una firma su un’autorizzazione, ché non c’è stato il tempo per recuperarla. Reato depenalizzato, fortunatamente.

Rubo il mascara e il profumo che la mezzana ha ricevuto in dono dalla zia, perché non trovo i miei.

Mento ai testimoni di Geova dicendo che devo correre al lavoro, invece sto guardando un film su Netflix.

Io che credevo di essere una donna onesta, un modello di rettitudine, un esempio positivo per i miei figli.

E invece.

Sono una brutta persona.

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Sui generis

Il grande torna in piena notte dalla festa del liceo, imperdibile appuntamento che inaugura l’anno accademico.

Al pomeriggio arbitra la partita che non poteva giocare causa incompleta guarigione, restando sulla linea di metà campo per non sforzarsi troppo.

Una convalescenza piuttosto sui generis.

La mezzana festeggia l’inizio delle attività sportive con le sue compagne di squadra, i calzoncini e il panino con la salamella, si prepara per una stagione di successi col cellulare in mano.

La piccola raccoglie tappi, suona il flauto, fa i compiti di matematica perché domani arriva finalmente la nuova insegnante, a sole tre settimane dall’inizio della scuola.

Io prendo il caffè con una donna bella e tosta, che nonostante pensieri, fatiche e paure conserva negli occhi una luce di speranza che ha il potere di farti sentire subito meglio.

Faccio il cambio degli armadi delle sorelle, svuotando quello della mezzana nei cassetti della piccola, ché il destino dell’ultimogenita è vestire di terza mano, quando va bene.

Tolgo le zecche al piccolo gatto, preparo il ragù che non si sa mai, vedo un bel film anche se al cinema ci andiamo a piedi, aspetto un’e-mail che non arriva, mi lavo i capelli e organizzo la settimana che verrà.

Ed è subito lunedì.

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Tra leggenda e realtà

“Ma…che succede? Perché la bottiglia dell’acqua è senza il tappo? E anche il latte in frigo? Il succo è aperto! No, anche il dentifricio! Ma chi è stato?”

“Mami, sono stata io, perché?”

“Come perché, piccola ladra di tappi? Le bottiglie devono stare chiuse, e anche il dentifricio. Rimetti tutto al suo posto, su”

“No”

“Scusa?”

“No, mami, non posso”

“Perché? Devi fare un lavoretto? Posso darteli quando finiamo il latte e il succo o l’acqua amore”

“No, mi servono per P, il mio compagno”

“Continuo a non capire. Cosa se ne fa P. dei nostri tappi?”

“La carrozzina, mami! P. deve cambiare la carrozzina, e se noi portiamo tanti tanti tantissimi tappi gliene danno una nuova, però mica fatta di plastica, eh”

“I tappi per la carrozzina? Ma non è una leggenda metropolitana come i coccodrilli nelle fogne e quelli che ti asportano gli organi fuori dalla discoteca?”

“Cosa fanno in discoteca?”

“Niente amore, non ascoltare la mamma. Va bene, tieni pure i tappi. Magari ridammi quello della crema contorno occhi, che costa una fortuna”

“No, è per P”

“Certo, è per P”

Ecco cosa succede quando una leggenda metropolitana diventa realtà.

E te lo insegna una bambina di dieci anni.

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C’è da fare

C’è una giornata in ospedale col grande, un’ora dopo l’altra a tenersi compagnia e a scoprire che, tolti i vestiti griffati da adolescente inquieto esiste ancora il bambino di cui ho confusa memoria.

C’è un nido di calabroni nella canna fumaria del camino di casa, e rimuoverlo costa esattamente come gli stivaletti che avevo adocchiato in vetrina.

C’è il lavoro che somiglia molto a quello che faccio a casa e allora non sai più se sei sempre a casa o lavori senza smettere mai.

C’è il pilota automatico che a volte non si ricorda più nemmeno che giorno è, figuriamoci la strada da prendere.

C’è l’incontro con Laura, un’anima bella accompagnata dai suoi due piccoli elfi gemelli di diciotto mesi, che sorride a una vita complicata e che se la serendipità esiste dovevo per forza incontrare.

C’è la piccola che ha in odio le equivalenze e il passato di verdure, ed è tormentata da brutti pensieri che le adombrano quel facciamo di solito gioioso.

C’è che all’orizzonte si profila la festa di compleanno già più volte rimandata della mezzana e il cambio degli armadi, attività che mi portano il buon umore come quando in casa non ho il caffè per la colazione.

C’è la voglia di leggerezza e il desiderio di profondità, che poi non mi posso mica lamentare se non so nemmeno io che cosa voglio.

C’è che come la metti la metti, qui c’è sempre un sacco da fare.

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E fuori è buio

Fuori è già buio, non me ne ero accorta.

Non c’è mai una domenica uguale ad un’altra, una consuetudine o un rito.

Il grande riprende gli aggiornamenti da arbitro, e per tutta la mattina corre, ripassa e impara regole vecchie e nuove. Sembra essere pronto per una nuova stagione di fischi e cartellini.

La piccola si esibisce con la ginnastica artistica alla festa dell’oratorio, con una canottiera troppo grande che si scoprirà essere mia e chissà come finita addosso a lei, che salta, rotea e volteggia col sorriso di chi non vorrebbe essere da nessuna altra parte.

La mezzana che cerca la scuola da fare il prossimo anno, contando ore e materie, immaginandosi più grande di quello che è.

Gli starnuti di tutti, la tosse e la coperta pesante, il tè caldo che mi fa male la gola mamma, il film guardato sdraiati sul divano nel tardo pomeriggio, con le persiane chiuse che sembra di essere al cinema.

Il gatto che non miagola più fastidioso e insistente per farsi aprire la porta, ché in casa è più caldo e si sta bene così.

Fuori è già buio ed è ottobre, e io non me ne ero accorta.

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Rimandata

“Bene signora mamma, cominciamo pure. La gravidanza è arrivata a termine?”

“Ehm, no, è nato di trentasette settimane”

“Veramente qui sul libretto pediatrico c’è scritto trentasei”

“Beh allora avrà ragione il libretto no? È che sono passati quasi quindici anni e allora…”

“Crescita armonica? Sviluppo nella norma? Dentizione? Quando i primi denti?”

“Ecco, vediamo. I denti…insomma non ricordo benissimo però adesso ce li ha tutti, sono dritti dopo anni di apparecchio quindi…”

“Non se lo ricorda”

“No”

“Proseguiamo. Precedenti interventi chirurgici?”

“Ah sì! Questa la so! Quando andava all’asilo ha tolto le adenoidi, e in terza…no quarta…vabbè insomma alle elementari l’appendice”

“Mother, le tonsille?”

“Non era tua sorella? Ah no che sciocca lei è stata in ospedale per altro. Giusto. Le tonsille”

“E quanto pesa adesso?”

“Ehm…dunque…l’ultima volta l’anno scorso alla visita sportiva mi pareva fosse…”

“Sali sulla bilancia per favore. Signora mamma, non mi sembra tanto preparata eh?”

Gli esami di terza media.

La maturità che ancora funesta i miei incubi.

La discussione della laurea magistrale.

Per finire così, bocciata all’anamnesi del primogenito.

Riproverò a settembre.

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Una volta al giorno

Una mattina di sole e aria fresca, quella combinazione unica e ideale tra fresco e calore, un cielo blu sopra Milano. Fermarsi un po’ di più al semaforo che diventa verde e poi ancora rosso, per ascoltare una guida che racconta la città a un gruppo di turisti.

Il grande che inciampa e cade sul pavimento scivoloso dell’adolescenza, rialzandosi ogni volta un po’ più grande, a volte coscienzioso, altre ancora più bizzarro.

La mezzana che naviga nell’incertezze e la vacuità dei suoi tredici anni freschi di compleanno, con le punte dei capelli schiarite di qualche grado per vedersi diversa e riconoscersi la stessa, che sceglie come ciondolo un timone per mantenere più salda la rotta.

La piccola che rientra a casa da sola, le guance rosse e la cartella storta, e dice che è una giornata bellissima perché andrà a giocare dalla sua amica E e per pranzo ci sono le lasagne quindi è piena di gioia, oltre che di appetito.

Che ti spiega come basti un pensiero bello al giorno per essere felici, che sia una lasagna, un’amica, un giro in bici.

Tu che pensi di aver bisogno dei suoi occhi per un po’, del suo sguardo sul mondo che è facile ma non per questo semplice, che fa puntare il faro sulle cose belle, almeno una ogni giorno.

Perché se lo dice la piccola, deve essere vero.

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