Tutto inutile

Mesi di attesa, speranze, sogni a occhi aperti.

L’acido folico da prendere subito, le vitamine che non si sa mai, la tisana che consiglia la nonna.

Lo zenzero anche se ti fa venire da vomitare per combattere la nausea.

La tachipirina anche se hai la broncopolmonite, l’arnica al posto del lasonil pure quando picchi il mignolino nell’angolo, ché le medicine gli fanno male.

Stare alla larga da salame, prosciutto crudo, carpaccio.

Guardare con sospetto le foglie d’insalata nella rustichella dell’autogrill, sognare di notte un sushi all you can eat.

Invidiare gli anziani col bianco spruzzato alle sette e un quarto del mattino, tu che non puoi fare nemmeno il brindisi di capodanno.

Camminare a lungo come Forrest Gump per aiutare la circolazione, ascoltare musica classica anche se ti piace l’heavy metal perché studi scientifici dimostrano che l’ascolto in pancia favorisce lo sviluppo armonico.

Controllare gli zuccheri e le calorie, il caldo e il freddo, il giusto e lo sbagliato, l’alfa e l’omega, lo yin e lo yang per nove lunghissimi mesi.

E poi, quattordici anni dopo, osservare tuo figlio -cresciuto con l’allattamento a richiesta, il cibo biologico, la vitamina k, il mare d’inverno, i giochi pedagogici- infilarsi gli elastici sui pantaloni per tenere scoperte le caviglie, a gennaio.

A saperlo un panino col salame me lo sarei anche fatto.

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E tu, che modello hai?

Nel parcheggio.

Alfa Romeo Giulietta bordeaux.

“Io non so cosa ti passa per la testa. Questa volta hai preso il body di un’altra bambina, hai indossato la felpa sbagliata e stavi uscendo con le scarpe che non sono tue! Devi stare più attenta! Ci vuole responsabilità!”

“Ma papà, io sono solo una bambina, sono stata a scuola fino alle cinque, mi sono già ricordata un sacco di cose. Le colline moreniche, la proprietà associativa e la merenda”

“Dai, metti lo zainetto nel baule”

“Quale zainetto?”

Ford Escort Station vagon blu

“Cioè, secondo te non devi fare la doccia? Sudata come sei? Ma è possibile che tutti i martedì, mercoledì e venerdì usciamo da ginnastica e facciamo la stessa discussione? Ti devi fare la doccia!”

“Ma se accendi il riscaldamento della macchina il sudore si asciuga, nonna!”

Dacia Duster nera

“Basta ruote ti prego, mi sta venendo il mal di mare. È anche bagnato per terra e gradirei vederti camminare sui piedi e non sulle mani”

“Ma mami, non capisci, mi devo esercitare! Dai, prova a fare una ruota con me, è divertente guardare il mondo al contrario”

“Amore, se la mamma prova a fare una ruota arriva l’ambulanza. Altro che il saggio di fine anno, servirà un saggio per capire cosa mi è passato per la mente”

Il breve tragitto dalla palestra al parcheggio è sempre un momento istruttivo.

Questa volta ho imparato che anche se i modelli di auto sono diversi, quelli delle bambine sempre uguali.

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A volte ritornano

Mancava all’appello da due giorni, alla ciotola e sul divano.

A nulla erano serviti i richiami dalla finestra e i giri per il cortile chiamando il suo nome.

Vana la ricerca nei suoi posti preferiti, il garage della vicina, la legnaia di fronte.

Matisse, il piccolo gatto adottato un anno fa non sembrava intenzionato a farsi ritrovare.

La piccola si era già messa in pista per creare manifesti da appendere ai pali della luce e stava scrivendo un appello da mandare ai quotidiani.

La mezzana proponeva di rompere il salvadanaio della sala per pagare l’eventuale riscatto.

Il grande spiava preoccupato dalla finestra e ogni tanto spalancava la porta perché gli sembrava di aver sentito un miagolio.

Persino il gatto senior si aggirava tra le camere e gli armadi, alla ricerca del suo compagno di zuffe.

Io, che millanto di essere Crudelia De Mon ma somiglio di più a Flora Fauna e Serenella, le fatine stordite della Bella Addormentata, che ho maledetto con costanza il giorno in cui abbiamo accolto il piccolo incontinente in casa nostra, mi ero quasi convinta ad allertare il giornale locale per condividerne la scomparsa.

Fino a stamattina, quando il felino tracagnotto ha fatto la sua comparsa sulla porta di casa, con un miagolio prepotente e pure un po’ scocciato. E così com’era, ricoperto di fango dai baffi alla coda, mi si è strusciato fra le gambe e si è spaparanzato sul divano a zampe larghe.

Insistenti voci di paese mormorano che sia stato in giro per gattine, ma le indagini sono tutt’ora in corso.

Intanto bentornato , Matisse.

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Stato civile

Dal fotografo

“Su dritto bene, coraggio! E cos’è quella faccia scura? Sorridi! No, non ho detto ridere, ma sorridere! È un documento, mica un selfie”

“Ma loro mi fanno ridere!”

“Silenzio, bagna le labbra e guarda me”

In comune, ufficio anagrafe

“Bene, tu sei la mezzana e sei nata nel 2005. Vediamo quanto eri alta l’ultima volta…un metro e trenta. E adesso…un metro e sessantaquattro. Accipicchia, sei cresciuta di trentaquattro centimetri! Cosa ti hanno dato da mangiare in questi anni?

Tu invece devi essere il grande, vediamo un po’. Tu invece…beh…tu crescerai! I maschi arrivano sempre dopo le femmine, vedrai, ahahahah”

Fare le boccacce al primogenito in ostaggio della fotografa, una signora di una certa età col piglio militare e il pugno di ferro.

Chiacchierare con l’impiegato dell’anagrafe, che qualcosa dovrà pur inventarsi per tenere alto il morale tra un certificato di nascita e una richiesta di residenza.

Osservare i due grandi ancora piccini in due vecchie foto tessere quadrate, con qualche dente di meno in bocca e centimetro sulla testa.

Guardarli oggi, immaginarli domani.

Sulla mia carta d’identità devo farlo aggiungere, che non sono ancora pronta.

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Tu, che compi gli anni

Buon compleanno a te, che sei nato proprio il giorno della befana, come il tuo mito Adriano Celentano, e meno male che eri un uomo altrimenti sai le prese in giro.

Che avevi una testa piena di ricci dove avanzava implacabile la stempiatura, che guardavi il mondo dietro a un paio di grossi occhiali.

Che leggevi senza sosta e compravi i libri anche se non c’erano i soldi, che avresti voluto viaggiare di più e ora lo faccio io anche per te.

Buon compleanno a te che da giovane collezionavi francobolli, giravi con una due cavalli beige e fumavi della sigarette orribili.

Che mi hai insegnato a guidare di domenica mattina nel piazzale deserto dello stadio, senza la necessaria pazienza, proprio come quando cercavi di aiutarmi con gli esercizi di matematica.

Che mi hai spiegato il significato di tante parole, che avevi una bellissima grafia, seppur tremolante e incerta negli ultimi periodi.

Che mi accoglievi in ospedale con un sorriso così pieno di gioia come nessuno mai, replicato solo anni dopo dai miei figli.

Che camminavi per ore in montagna e oggi non so che darei per mettermi uno zaino in spalla, smettere di lamentarmi e salire ancora con te.

Buon compleanno a te, che mi hai aspettato alzato le notti brave della mia adolescenza, che per punirmi ti bastava lo sguardo, che eri fiero di me e cerco di non dimenticarmelo mai e di meritarmelo sempre.

Che avevi barba e baffi e non ti ho riconosciuto quando li hai tagliati, che amavi la pallacanestro e quando facevi il tifo non ti riconoscevo più, è un po’ forse mi vergognavo.

Che mi hai scritto un bellissimo addio, quando ancora non sapevamo che lo fosse.

Buon compleanno a te, papà.

Essere custode di una memoria è una grande responsabilità, ma i ricordi sono gioielli preziosi. Vanno custoditi con cura e mostrati all’occorrenza.

Buon compleanno a te, che mai smetti di mancare.

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Dall’alba al tramonto

Il mondo prima dell’alba ha tutto un altro aspetto.

Ovattato, silenzioso, buio.

E maledettamente freddo.

La mezzana è partita con la sua seconda famiglia, la squadra di pallavolo, per il torneo dell’epifania al mare. Nel breve tragitto in macchina fino al punto di ritrovo è riuscita farsi un video da mettere su instagram, mentre io mi sarei fatta volentieri di anfetamine per poter stare sveglia, ché a quell’ora della notte -non si può ancora chiamarlo mattino- mi trasformo in una creatura mitologica metà mamma e metà donna, metà corpo ancora in pigiama e l’altra metà infagottata in un maglione pesante.

Salutata la fanciulla coi calzoncini è stata la volta di vedere l’alba in autostrada con la piccola, pronta a riscuotere il dono più prezioso di Babbo Natale: una giornata di stage di ginnastica artistica in una famosa palestra, con le ginnaste sue muse ispiratrici.

Alla vista del capannone nella zona industriale della periferia milanese lei ha pensato di essere arrivata in paradiso, io di essermi persa. Aveva ragione lei, che si è tuffata senza salutare da un trampolino a una parallela, passeggiando diritta su una trave altissima.

Il pomeriggio è trascorso poi senza grossi traumi, tra un po’ di lavoro e l’immersione in un gigantesco e affollatissimo centro commerciale dove, come estremo gesto di abnegazione materna, comprare qualcosa per riempire le calze della befana, l’amata vecchina che si porterà via tutte queste benedette feste.

Per chiudere la giornata, ormai al tramonto, dopo qualche laconico ma pieno di gioia messaggio della mezzana, il recupero della piccola ginnasta, con gli occhi scintillanti, la coda disfatta e la polvere di magnesio pure nelle mutande.

Direi che ne è valsa la pena.

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Bricowoman

“Mami, perché siamo venute qui?”

“Come, perché?”

“Beh, questo negozio non sembra proprio adatto a te”

“Che dici, piccola? Anno nuovo vita nuova! Al Brico troveremo tutto ciò che ci serve”

“Ma che ci serve per cosa?”

“Bimba di poca fede! Ci serve per comprare un po’ di attrezzi coi quali sistemeremo casa!”

“Ma sei proprio sicura?”

“Certamente! Su, cerchiamo un martello”

“Mi fai paura”

“Oh, eccolo! Ma quanti ce ne sono? Boh. Prendiamo quello che costa meno, per non sbagliare”

“Posso averne uno anche io?”

“No. Però puoi prendere quelle lampadine laggiù”

“Fatto! Posso tenere io il martello? Per piacere?”

“Va bene, eccolo, io cerco i chiodi intanto”

Scratascrash!

“Piccola, che è successo?”

“Ehm…mi è caduto il martello…”

“Ma…”

“…sulle lampadine. Presto mami, nascondiamole!”

“No che non le nascondiamo, ma ti pare? Adesso le facciamo vedere al signore alla cassa spiegando che è stato un incidente. Capirà e apprezzerà la nostra onestà”

Sedici euro e cinquanta. A tanto ammonta la comprensione del signore alla cassa per la nostra onestà.

Ha ragione la piccola: il Brico non è il negozio che fa per me.

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…and a happy new year

Il tuo è il segno fortunato dell’anno che sta per cominciare.

Gli astri parlano chiaro, e ci dicono che sta prendendo il via un periodo di serenità e realizzazione.

Avrai porte chiuse sul passato con finestre spalancate sul futuro, con affacci su boschi ricchi di alberi e possibilità.

Avrai dubbi feroci, che scuotono in profondità come la faglia che fa tremare la terra, con crepe che potrai riempire d’oro come fanno i giapponesi con il Kintsugi.

Avrai antipatie a pelle e simpatie immediate, conoscerai persone diverse e complicate, ognuna con la sua storia che avrai la voglia e la curiosità di ascoltare.

Avrai giornate nate male e finite peggio, dove l’unico conforto sarà il pigiama che ti aspetta sotto il cuscino e la certezza che anche il giorno più brutto ha sempre una fine.

Avrai giornate così belle che sarà un peccato vederle finire.

Avrai parole in abbondanza, da raccontare, scrivere, cantare e dimenticare.

Avrai storie che bussano alla tua coscienza per essere ascoltate, e il bisogno di accoglierle anche se difficili e dolorose.

Avrai pazienza, sempre di più, anche quando ti sembrerà di non volerla affatto.

Avrai la sensazione che tutto sfugga di mano, finché non ti troverai un po’ di allegria di cui ti eri dimenticato, come i cinque euro nella giacca invernale riscoperti l’anno seguente.

Avrai un a capo per ogni punto, e continuerai a curarti di avere cura, senza capire se sia il tuo destino o la tua condanna.

Avrai un rimedio per ogni malanno, un giorno l’ironia, un altro la tenerezza.

Avrai il tepore della memoria, la brezza del futuro e lo scintillio del presente.

Ecco.

Se credessi agli oroscopi ne vorrei uno proprio così.

Ma visto che fatico a dar fede al potere degli astri, che questo sia un augurio per tutti.

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Federica

Lei era la mia migliore amica ai tempi del ginnasio.

Bella, biondissima, occhi celesti che ridevamo insieme al suo sorriso.

Lei, scapestrata e ribelle, con la quale ho condiviso le sciocchezze tipiche di quella strana terra di mezzo che è l’adolescenza.

Lei, che ha condiviso con me pomeriggi di pigrizia e lunghissime conversazioni telefoniche, anche quando non avevamo più niente da dirci e ridevamo soltanto.

Lei, che un po’ anni fa ha avuto Federica, che ha spalancato sul mondo gli stessi occhi chiari e curiosi della sua mamma.

Federica che per un po’ è stata una neonata come tante, con le sue poppate, gli strilli nella notte e i pannolini da cambiare. Federica che una notte non ha strillato più e che solo un intervento precipitoso e disperato dei medici ha tenuto qui. Federica che è tornata a casa dall’ospedale una seconda volta, dopo la nascita, una bimba tanto piccola e fragile quanto ostinata e determinata. Come la sua mamma, del resto.

Lei, sempre bella come prima ma con lo sguardo appesantito dalle lacrime e le preoccupazioni.

Lei che senza esitazioni ha sostituito i due posti di una macchina veloce con una meno scattante ma che potesse contenere la sedia a rotelle della sua bambina.

Lei che ha smesso con le sciocchezze ma mai con l’ostinazione, di vivere una vita dignitosa e piena, da sola con la sua Federica.

Lei che si è caricata sulle spalle speranze e tentativi, insieme alla sua bambina su e giù per le scale.

Lei che è scivolata e caduta ma si è sempre rialzata, con il coraggio delle leonesse che proteggono il loro cucciolo.

E leonessa è stata anche Federica, che è rimasta aggrappata con tutta la tenacia possibile a una vita con mille ostacoli ma piena di amore.

E l’ha fatto a lungo, diventando per molti di noi -sicuramente per me- monito ed esempio di cosa conta davvero.

Lo ha fatto nel suo silenzio, ricordandomi sempre dove sta il confine tra il diritto di lamentarsi e il dovere di vivere.

Lo ha fatto senza parlare, lo ha fatto vivendo.

Lo ha fatto finché non è arrivata una vita nuova, una sorellina piccola come lo era stata lei.

Lo ha fatto finché ha potuto, fino a una sera di fine dicembre di quattro anni fa. Federica è andata via come ha vissuto, in un silenzio più significativo di tante parole.

A lei va il mio pensiero, che è sempre lì, insieme all’amicizia che mi lega alla sua mamma, che ha dovuto imparare ancora una volta a sorridere alla vita, nonostante tutto.

A Federica queste parole, che non le rendono giustizia ma forse memoria.

A Federica, il cui ricordo continua ad essere il barometro delle cose importanti nella vita.

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Là sui monti

Lui è partito, sotto una pioggia scrosciante che si è fatta nevicata abbondante appena arrivati alla località di montagna prescelta.

È partito senza sci né Moon Boot, ché mamma gli ha insegnato a nuotare ma non a sciare.

È partito con un gran raffreddore e una bella emozione, nonostante sia un veterano dei viaggi in autonomia, cominciati col campeggio della terza elementare.

Oggi come allora, lui sorride e saluta con un cenno distratto e il sorriso soddisfatto di chi va ad esplorare il mondo, più interessato all’avventura che alla paura.

Oggi come allora le comunicazioni sono essenziali, sporadiche e pragmatiche.

Rapide note vocali tra una gita e una cena, che spaziano da “dove sono le ciabatte” (a casa, naturalmente) a “ti racconto una cosa epica: oggi sono svenuto, ma tranquilla, come è successo al mare, ti ricordi (come dimenticare, alle sei della mattina in spiaggia, io a camminare e lui con la bicicletta per vedere l’alba, lui che sviene a sette chilometri dal campeggio e un bagnino passato per caso che ci carica nella sua Smart, con la bici e un canotto, per riportarci al bungalow) un po’ di zucchero, quattro brioche ed è passato tutto”

E mentre le sorelle spiano le foto sui social per scoprire cosa fa il fratello con i suoi amici adolescenti, io mi godo l’insolita euforia di una casa tutta al femminile, l’appagante sensazione di un letto in meno da rifare e un piatto in meno da lavare, mi abituo ad aspettare più che organizzare, a far scoprire più che insegnare, a fidarmi più che preoccuparmi.

E quando le sorelle non guardano, a spiare le foto sui social.

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