Certi giorni

Il giorno di dolore che uno ha, canta il sempre bello e a volte bravo Ligabue.

Perché a volte va così, ci sono giornate particolarmente difficili.

E allora le figlie, preoccupate per il tuo traballante stato emotivo. spronano il tuo fidanzato a portarti fuori, distrarti, farti ridere.

Il solerte nonché amorevole fidanzato ti porta dunque al cinema, per farti pensare a altro e distrarti dai tuoi crucci.

Il film in realtà è un documentario.

Di due ore.

Sulle guerre in medio oriente.

In lingua originale.

Praticamente entri depresso e esci guardando tutorial su come preparare un cappio.

L’indomani, per rallegrare una domenica stanca, l’ingegnoso nonché amato fidanzato ha pensato a una gita fuori porta, addirittura all’estero.

“Amò, annamo a vede’ le pietre” ha esclamato poco dopo aver varcato i confini nazionali.

Come un novello Alberto Angela, mi ha guidata su e giù per le ridenti cave di Arzo, Svizzera, tra marmi e null’altro.

Per non farsi mancare niente, ci siamo poi inerpicati su per un bosco per visitare i resti di un parco archeologico a Tremona.

Dall’alto si gode di un gran panorama, nelle giornate terse si vede perfino Milano.

La nostra non lo era, pazienza.

Sarà la stanchezza, sarà la scarpinata, sarà il marmo, ma va già meglio.

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Pronti, partenza, via

Cari professori,

Siete connessi?

Siete pronti per affrontare questo nuovo anno scolastico che si affaccia all’orizzonte?

Sono una madre e ho una serie di desiderata.

Che abbiate voglia di iniziare.

Che abbiate colto la sfida educativa che la pandemia ci ha involontariamente lanciato.

Che siate capaci e tolleranti, senza indugiare sulla cultura del sospetto troppo presente a scuola -è assente per la verifica, va in bagno per copiare, si fa venire a prendere per non essere interrogato.

Non perché i nostri ragazzi non siano la progenie del diavolo quando si tratta di raggirare gli adulti, ma perché basterà un raffreddore per stare a casa, due linee di febbre per saltare il compito in classe.

Che siate pazienti, più di quanto già vi tocca essere.

Me lo immagino l’infinito balletto del su la mascherina, giù la mascherina, un metro di distanza, una mano alla cintura, eeeeeeee macarena di cui sarete spesso inermi spettatori.

Che siate pronti col Wi-Fi e un nuovo modo di intendere e fare didattica e educazione, qualora i cancelli della scuola si dovessero nuovamente chiudere.

Che siate abbastanza saggi da discernere l’essenziale da portare e da richiedere.

Che siate messi nelle condizioni migliori per svolgere il vostro lavoro, ma che lo facciate al meglio comunque anche se queste condizioni non ci dovessero essere tutte.

Che non abbiate troppi genitori rompiballe come la sottoscritta, che scrivono liste infinite di richieste.

Buon inizio, professori.

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Un piccolo sforzo

C’è un topo nello stanzino, la notte lo sento zampettare qua e là.

I felini di casa, prontamente mandati in missione -li manterrò per qualcosa, eh- si sono addormentati beati sopra il cesto dei panni da stirare.

La piccola ha rotto un bicchiere al ristorante, una tazza in cucina, la mia cipria in bagno.

Com’è nella sua serafica natura si è arrabbiata con la sorte avversa, il karma persecutorio, suo fratello che è sempre un buon argomento.

La scuola media ha diramato le ipotesi di linee guida per l’inizio dell’anno scolastico e apprendiamo dunque che la piccola dovrà tenere la mascherina in classe e non potrà andare in bagno nell’intervallo.

Com’è nella sua natura paziente, mi aspetto che si incateni in segno di protesta ai cancelli della scuola.

Io faccio lavatrici a ciclo continuo, mentre rispondo alle mail, vasocuocio nel microonde, firmo attestazioni di buona salute come la Ferragni gli autografi.

Settembre non arrendiamoci così, possiamo ancora migliorare.

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Si ricomincia. O forse no

La comunicazione parla chiaro, nero su bianco sulle otto pagine uscite di corsa dalla stampante.

Il liceo della mezzana riprenderà regolarmente il quattordici di settembre.

Anzi no.

Le numerose sezioni sono state divisi nel gruppo A e B.

I partecipanti al gruppo A, nelle settimane pari, andranno a scuola il lunedì, mercoledì e venerdì.

Quelli del gruppo B il martedì, giovedì e sabato.

Nelle settimane dispari i due gruppi si invertiranno e faranno cambio di turno.

Nei giorni in cui non si va a scuola si farà didattica a distanza, con orari ancora da definire.

A scuola ci sarà a disposizione un’aula Covid, dove isolare sospetti untori.

Gli ingressi a scuola saranno scaglionati, se si raggiungerà un accordo per i mezzi di trasporto, onde evitare di dover prendere il sette e trentacinque e entrare a scuola alle dieci e dieci.

Altrimenti si scenderà tutti in blocco dallo stesso bus e tutti in blocco si entrerà in classe, sempre di avere azzeccato gruppo, giorno e settimana.

Cosa che, conoscendo la nostra proverbiale storditaggine, avverrà di rado.

Il primogenito varcherà di nuovo la soglia della sua classe il ventotto di settembre e ci potrà stare fino al tre ottobre.

Ogni tre settimane a casa, con la didattica a distanza dalle dieci alle tredici, si frequenterà per sette giorni di persona.

Una simile esultanza non si vedeva dai mondiali dell’ottantadue.

La scuola media non è ancora pervenuta e forse è meglio così, una cosa alla volta.

Si prevedono rischi altissimi di portare il figlio sbagliato nel giorno giusto della scuola dell’altro.

Comunque, ho già mal di testa.

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Depilazioni estreme

“Yawn…mamma che sonno”

“Buongiorno bellezza! Sali in macchina”

“Non puoi capire come sono stanca”

“Eh già, i pigiama party con le amiche uccidono”

“Tu ridi e scherzi ma intanto io non ho dormito niente. Anzi no, dopo la pasta delle quattro ho avuto un piccolo crollo sul divano, giusto dieci minuti”

“Ma non eravate andate al McDonald?”

“Sì, ma alle quattro del mattino è chiuso e noi avevamo fame”

“Capisco”

“E poi ci siamo fatte la maschera di bellezza, quella antirughe, idratante, abbiamo messo lo smalto col gel perché la zia della cugina della vicina di F. è estetista e le ha prestato il fornetto per le unghie. Guarda qui! Non se ne andrà neanche con le martellate”

“Un altro colore che non fosse nero non c’era? Ma…fammi vedere la faccia! Cos’hai qui?”

“Aspetta che guardo…aaaaaarghhhhh! Io le uccido!”

La mezzana è tornata stanca e assonnata dal pigiama party.
Con la pancia piena e lo smalto funereo sulle unghie, ma soprattutto mezzo sopracciglio depilato, simpatico scherzo delle sue compagne di merende che hanno approfittato del suo torpore postprandiale.
Dottor Google comunque ci ha rassicurato, da qui a sei mesi dovrebbero ricrescere. Forse.
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In cucina con maledetta

E per l’allegra rubrica “fatto in casa da maledetta” qualche dritta culinaria per una esperienza sensoriale quassù tra i ghiacci.

Cominciamo col dire che il monopolio della pizza, in Norvegia, è turco.

I padri fondatori del kebab allietano i nordici palati con pizze all’ananas e peperoni rigorosamente senza mozzarella.

Per gli amanti del pesce benvenuti, siete nel posto giusto. Merluzzo in umido, nella zuppa, alla brace, essiccato come le patatine, nascosto nelle polpette e sciolto nel cappuccino come olio di fegato.

Tra gli affettati da non perdere il fenalår, cosciotto di agnello lievemente affumicato.

Inspiegabilmente trionfano dalla colazione alla cena i cetrioli, confezionati singolarmente nella plastica al costo medio di un ciondolo Pandora. Per le zucchine la quotazione si può vedere in borsa.

Divino il kanelsnurr, una girella alla cannella di forma e dimensioni di una cacca di mucca e con l’apporto calorico sufficiente a un maschio adulto sportivo per una settimana.

Si possono assaggiare stufato di renna, carpaccio di balena e bistecca di foca, se la fame supera l’etica e la morale.

In ogni autogrill accanto alle brioche troneggiano dei würstel avvolti nel bacon, ché qui si predica di yogurt e mirtilli e ci si ammazza di grassi e colesterolo.

Per oggi è tutto, se vi è piaciuto seguitemi per altre ricette.

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La Montessori della Norvegia

Il tasso di natalità in Norvegia è elevato, i figli unici una rarità.

La pedagogia è spiccia quassù al freddo, i piccoli umani imparano presto l’autonomia. Da neonati aspettano fuori dai negozi intabarrati nei loro passeggini con gomme da neve, ammalandosi finché il dna norvegese non ha la meglio e allora sono pronti per affrontare i rigori degli inverni a un passo da circolo polare artico.

Proverò con la piccola, se sono ancora in tempo.

Il genio del genitore di queste parti -o il sadismo, ancora non ho ben chiaro- fa sì che i bambini anche piccolissimi non facciano il pisolino pomeridiano, pratica che garantisce libertà e pace dalle sette di sera, ora della nanna.

Crescendo, i piccoli norvegesi mantengono questo spirito di autonomia e integrazione con l’ambiente esterno, non sempre favorevole all’insediamento umano.

Ut på tur aldri sur, motto locale che significa più o meno “all’aperto non si è mai tristi”.

Quando qui si parla di passeggiata è un po’ come col mio fidanzato: sarà un massacro. Comincio a pensare che vanti origini norvegesi più che viterbesi.

In ultimo, una nota drammatica.

Qui per i bambini le ambulanze non fanno “Nino Nino” come nel resto del mondo ma “babu babu”.

E anche oggi, dalla vostra Måria Møntessori è tutto.

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Super quark

Nell’insolita ma gradita veste di divulgatrice scientifica, vengo a voi con una serie di inedite curiosità sul meraviglioso paese che stiamo visitando, la Norvegia.

Cominciamo col dire che questo popolo illuminato ha una parola bellissima, Barnefri, che significa letteralmente “fare cose senza i (propri) figli al seguito”.

Sto meditando di farmela tatuare su un braccio.

Sempre in tema di parole, i norvegesi hanno un amore particolare per quelle composte e di conseguenza impronunciabili.

L’organizzazione dei diritti umani si chiama Menneskerettighetsorgasjoner, ma tanti e diversi potrebbero essere gli esempi.

I verbi non si coniugano, non esiste il congiuntivo e questo probabilmente fa stare tutti più sereni.

Nell’allegro isolotto di Røst, dieci chilometri quadrati per seicento abitanti, c’è un circolo culturale dedicato a Dante Alighieri.

Il legame tra Norvegia e Italia qui si fa sentire forte perché un navigatore italiano, che da Creta navigava beato in direzione Londra, deve avere sbagliato uscita trovandosi al largo delle Lofoten in balia di una tempesta artica.

Grazie all’aiuto dei locali riuscì a salvarsi e mantenne rapporti così buoni che oggi a fianco della bandiera norvegese sventola anche il nostro tricolore.

Per concludere, la scultura nella foto ha una particolarità. Se le giri intorno assume sedici differenti aspetti a seconda del punto di osservazione che si assume.

In pratica le mie espressioni quando il primogenito mi fa le sue bislacche proposte.

E con questo per oggi è tutto, alla prossima puntata.

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Giorno 5

“Amo’, che tempo da lupi mannaggia. Annamo, va”

L’amato viterbese ha aperto così l’ultima giornata in questo arcipelago nel mezzo del niente.

Nelle pause dalla pioggia abbiamo visitato il ridente paesino di Nurfjord, dove ho imparato che Hitchcock aveva ragione sui gabbiani e essere scivolata lunga e distesa sulle loro deiezioni.

Nella ridente cittadina di Hamnøy ho scoperto che i bambini qui si guadagnano da vivere tagliando le lingue dei merluzzi, con stipendi mediamente più alti del mio. Per l’alternanza scuola lavoro del primogenito sono a posto.

Nel pomeriggio siamo giunti a Å, che si legge O, ultima lettera dell’alfabeto norvegese e paese prima del nulla.

Tra un rorbu e l’altro, le tipiche abitazioni rosse a palafitta dei fiordi, ho conferma che l’attività più in voga in queste isole è la pesca e l’essicazione del merluzzo, che abbiamo mangiato fritto, lessato, nella zuppa e probabilmente anche nel cappuccino.

Domattina prima dell’alba traghetteremo con la nostra auto nella pancia di una grande nave, che ci riporterà sulla terraferma, dove continua il nostro viaggio.

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Giorno 4

Una mattina che comincia sotto una pioggia battente ma si sa, in montagna il tempo cambia repentino, anche al mare. E quando li hai tutte due a un passo il clima può essere assai mutevole.

Una passeggiata ricavata nel tempo di uno scorcio di sole, a sinistra una spiaggia del Madagascar, a destra una malga trentina.

È il contrasto, quassù, a togliere il fiato.

La pausa pranzo in una grotta da picnic, mentre fuori piove, il rientro alla macchina bagnati fino ai calzini, messi poi a asciugare sul riscaldamento dell’auto.

Ancora ponti, nuvole che scendono lievi e raggi di sole improvvisi.

Quando non sai cosa aspettarti finisci per non aspettarti niente, lasciando posto libero a stupore e meraviglia.

La sensazione di essere nel mezzo del niente, l’emozione profonda di uno spazio infinito che ti ricorda quando erano le quattro mura di casa a fare da cornice alle tue paure.

La scoperta dietro una curva, sotto una montagna, dietro la porta di un locale fatto di legno.

Su tutto, la fortuna di voltarsi verso chi sta al tuo fianco e condividere tanta bellezza.

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