Nessun alibi

“Mother guarda! Incredibile!”

“Cosa?”

“Le mie nuove cuffiette! Vedi?”

“Ma che fai? Perché hai dato una testata al muro?”

“Perché sentono la vibrazione! E cambiano canzone da sole”

“E quindi tu dai testate al muro”

“Sì, a titolo esemplificativo”

“Amore alla mamma puoi dirlo: prendi droghe?”

“Mother, che dici?”

“No davvero dillo pure, non mi arrabbierò, la affrontiamo insieme”

“Eh no Mother, son proprio così al naturale. Riproviamo? Stong!!!”

Neanche l’alibi delle sostanze stupefacenti.

L’ho fatto proprio così.

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Come il piccolo principe

La pioggerella cade fine, leggera, impalpabile, quasi non dovesse toccare terra.

E non la tocca infatti, fermandosi tutta sui capelli e trasformandoli in una nuvola gonfia e crespa.

La tangenziale ti accoglie così, come un girone dantesco mancato, immobile e caotico, tra un signore con le dita nel naso e una ragazza intenta a stendere con cura la linea nera dell’eyeliner. Tanto possibilità di muoversi non c’è.

Una salute traballante, una serie di impegni lavorativi, ennemila messaggi dei figli per questioni di urgente e primaria importanza.

Dov’è il quaderno rosso a spirale di algebra, posso andare a far merenda al McDonald con i miei amici, mio fratello mi bullizza fai qualcosa, mamma ho preso la posta ci sono tre bollette, il gatto ha vomitato anche il pranzo di Natale sotto il divano, Mother devi assolutamente ascoltare questa canzone è spettacolo, ma il borsone di pallavolo per caso ti è rimasto in macchina?

Ore di lavoro, il buio che scende, stasera si fa tardi.

E nella strada che percorri al ritorno, tre sere a settimana, che passa dentro a un bosco e sarebbe anche suggestiva e bellissima se solo tu non fossi così stanca, ecco lei.

Al lato della strada, dove sembra aspettarti ogni volta perché forse la sua tana è lì vicino.

Lei, con le orecchie a punta e la coda rossastra, come tutte le volpi, che decide di attraversare mentre stai passando e ti costringe a una frenata folle per non averla sulla coscienza, oltre che sotto le ruote.

Se il piccolo principe avesse guidato un’automobile anziché un aereo, la storia sarebbe andata diversamente.

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Da grande

“Mother, i festeggiamenti del mio compleanno sono stati fighissimi. Casa tutta per noi, gara di rutto libero dopo aver bevuto litri di coca, torneo after hours di play station, pasta al pesto a mezzanotte. Una meraviglia”

“Caspita, peccato non essere stata invitata. Siete proprio un bel gruppetto di scienziati, eh?”

“Mother, non capisci. Io sto troppo bene con i miei amici, per questo non voglio diventare un adulto come te. Cioè, senza offesa, io non sarò triste e serio, voglio divertirmi e restare cazzaro”

“A parte il fatto che io non sono triste e seria, poi con i miei amici mi diverto un sacco”

“Eh già, mi immagino, chissà le risate a parlare di libri o quelle robe lì”

“Guarda che anche gli adulti possono divertirsi e essere cazzari, sai?”

“Come il cugino S?”

“Beh, il cugino S è il gran Visir di tutti i cazzari, il maestro sommo, l’inarrivabile”

“Per questo è simpatico. Ecco, potrei diventare adulto come il cugino S, restando cazzaro nell’anima”

Eppure ero stata attenta in gravidanza.

Chissà dove ho sbagliato.

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Studente modello

Il primogenito è uno studente di terza liceo scientifico, come ce ne sono tanti.

Per amore di precisione potremmo dire dire che ha le qualità ma potrebbe impegnarsi di più, mantra di ogni insegnante che si rispetti dalla materna alle superiori.

Il ragazzo coltiva però discreti talenti, anche se temo non faranno accumulare crediti scolastici in vista della futura maturità.

Novello Don Chisciotte oggi è riuscito, con l’aiuto del fido Sancho Panza, compagno di banco, a guadagnarsi la stima e il rispetto della classe intera evitando l’interrogazione di storia. Nell’ora precedente i baldi giovani hanno individuato quindici punti dell’ultimo capitolo da approfondire e/o farsi rispiegare. I cinquanta minuti della lezione sono quindi trascorsi così, senza che nessuno finisse sul banco degli interrogati.

Qualche giorno prima ha ricevuto due verifiche e ho potuto osservare il seguente ragionamento.

Se la verifica è andata male, è andata male a tutta la classe.

Se è andata bene, è andata male a tutta la classe.

Nel primo caso una vittima, nel secondo un genio.

E la classe, poveretta, va sempre male.

Con lo studio della filosofia, nuova materia introdotta quest’anno, abbiamo raggiunto vette inenarrabili. Wikipedia, riassunti.com, studentedisperato.org. L’intero universo virtuale è scandagliato alla ricerca di spiegazioni, bigini, formule magiche per capire se sia più profondo il pensiero di Eraclito o quello di Gabbani.

Nel dubbio, ascolta Sfera ebbasta.

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16

Sono sedici anche se pare incredibile.

A me, perlomeno, che ho il ricordo vivido della notte in cui ti sei precipitato in questo mondo, con le rocambolesche modalità a cui avrei dovuto ben presto abituarmi.

C’era l’isola dei famosi in televisione e io stavo preparando il risotto.

Chissà perché la nostra memoria mantiene dettagli tanto insignificanti, come il colore della divisa dell’ostetrica che mi ha detto che stavi bene, nonostante tutto, o l’immagine delle mie gambe che tremano prima del cesareo d’urgenza.

Le urgenze, caro il mio primogenito, sono diventate per un po’ parte della nostra vita ma sono solo dettagli, proprio come i programmi televisivi di quella sera.

Non ero preparata all’uragano di emozioni che la tua nascita mi ha scatenato. Che ancora oggi mi scateni, tu che hai la responsabilità e il privilegio di essere il primo in tutto, in quanto primogenito.

Che ti sei beccato la versione più inesperta della tua mamma ma anche forse la più entusiasta.

Tu che da sedici anni mi insegni cosa significa avere cura, esserci per un altro, diventare esempio nelle parole e nei fatti. Il tuo esserci mi costringe a essere la versione migliore di me, affinché tu possa essere quella migliore di te.

Osservarti oggi mi fa pensare che sia la strada giusta, adesso che il tuo profilo è ormai delineato, la voce più bassa e le inclinazioni caratteriali ripassate a penna, ché prima erano solo abbozzate a matita.

Tu che hai a cuore l’ambiente, l’accoglienza, i temi sociali; che ti impegni nello studio -con sbuffi e lamentele, ma con un senso del dovere che ammiro- e nella pallacanestro, tua seconda famiglia.

Che ogni tanto perdi l’equilibrio e inciampi perché si sa, l’adolescenza è un pavimento scivoloso, a volte ti alzi da solo e altre prendi la mano che ti tendo.

Che metti insieme una quantità di stupidera accanto a una profondità di pensiero che a volte mi chiedo se ci abitate in due in quella testa.

Che hai questi pazzeschi occhi verdi che da sedici anni non smetto di ammirare.

Che sei il mio ragazzo grande e non so dire che onore è per me essere la tua mamma.

O Blo.

O Maria.

O Mother.

Buon compleanno, primogenito del mio cuore.

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Passo dopo passo

Fuori non c’è ancora luce ma si intuisce che la giornata sarà di sole.

Sfidando la pigrizia, la comodità e forse anche il buon senso esci a camminare quando è buio e fa freddo.

Sotto il felpone da cammino indossi l’unica maglietta termica trovata in casa, che disgraziatamente appartiene al primogenito che porta giusto quella decina di taglie in meno di te. Almeno non prenderai freddo, dovrai solo farti aiutare ad uscirne.

Alle strisce pedonali sulla strada principale comprendi appieno il pensiero di Ungaretti del si sta come d’autunno sugli alberi le foglie, perché rischi di essere presa sotto da un furgone, un camion e una panda, nonostante tu non sia un giunco e abbia i capelli rossi semaforo.

In una stradina laterale scopri che la tua casa preferita ha sul cancello il cartello vendesi, ma tu sei in giro senza nemmeno l’euro del caffè quindi non nutri grandi speranze di poterla mai acquistare.

Poco più avanti incroci un gruppo di bimbi del nido con le loro maestre, che camminano tenendosi a un lungo elastico colorato come alpinisti in cordata.

Una signora coi capelli bianchi e vaporosi esce dalla panetteria più buona del paese con un enorme muffin tra le mani, e prima di addentarlo esclama “diabete non mi avrai”.

Non ci si annoia mai, passeggiando in una piccola città di provincia.

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La febbre del sabato sera

Avere una ricca e intensa vita sociale, si sa, è segno di benessere interiore.

Fatti non fummo per viver come bruti ma anche per incontrarci coi nostri simili, godere della reciproca compagnia, passare momenti di svago e leggerezza.

I miei figli sono manchevoli e zoppicanti in tante cose ma sotto questo punto di vista godono di ottima salute.

Difficilmente in casa siamo solo in quattro, a tavola spesso c’è un piatto di pasta in più e non mancano ospiti per la notte.

Questo sabato sera il primogenito era invitato alla festa di compleanno di una giovane fanciulla mia sentita nominare, che Instagram ci ha rivelato essere una quindicenne molto carina.

La mezzana aveva appuntamento con una sua amica per un giro all’oratorio e la piccola si è preparata tutto il pomeriggio per l’annuale cena del campeggio. Nel pomeriggio si è lavata e acconciata i capelli, spalmata la black mask su viso, specchio e lavandino del bagno e provata un numero considerevole di outfit, concludendo di non avere nulla da mettersi.

Io, sfinita da una giornata lavorativa cominciata all’alba e orfana di fidanzato avevo come unico e trasgressivo programma quello di mettere il pigiama e guardare una serie tv.

Così ho accompagnato un figlio alla volta ai propri impegni sociali e rientrata a casa ho messo sui capelli la rigenerante nonché miracolosa maschera per capelli a turbante, che costa un occhio della testa e va lasciata in posa una notte intera.

Mi sono poi spalmata il viso di quello che avanzava della Black Mask e mi sono seduta comoda sul divano.

Dimenticando completamente che a ogni andata segue inevitabilmente un ritorno e che quel ritorno toccava proprio a me.

Essere madre è spesso un grande dono, molte volte una gran fatica, ogni tanto una maledetta disgrazia, come quando esci la sera tardi sotto la pioggia per le strade della tua città con la giacca sopra il pigiama e il turbante sulla testa come fossi un fachiro.

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Cara A.

Cara A.,

Ti scrivo perché sono davvero esasperata. Chiamalo pure “l’appello accorato di una madre” o lo sfogo di una donna esausta, ma io queste cose te le devo dire.

Non sono una donna possessiva e credo di essere gelosa nella giusta misura.

Ma quando è troppo è troppo.

Da quando sei entrata nella sua vita, tutto è più difficile.

Sta chiusa in camera con te per ore, a fare poi chissà cosa. Dice di essere in bagno e invece sta facendo video su tik tok, mentre balla e canta, nonostante le sia impedita la pubblicazione di qualsiasi contenuto. Scrive frasi profonde con una grammatica superficiale.

La mattina arriva in cucina per la colazione con lo sguardo torvo e il cappuccio della felpa extra large sulla testa.

Il cappuccio sulla testa, capisci?

Vuole solo vestiti neri e se compro qualcosa io mi guarda con fare compassionevole e infila il regalo nel cassetto più nascosto dell’armadio: non lo indosserà mai.

Risponde a monosillabi o con un tono vagamente isterico, anche se le chiedi che ore sono.

In classe si scambia bigliettini con le sue amiche, che poi a casa straccia in pezzetti minuscoli (ho provato a ricomporli, ma niente. Li mischia)

Ascolta una musica sdolcinata e irritante, conosce i testi dei rapper del momento.

Mette delle storie whatsapp tutte cuoricini e faccine con le foto delle sue amiche.

Cara Adolescenza, ti sei presa quanto avevo di più caro, il grande e la mezzana. Sappilo, non ti lascerò la mia piccola.

Una madre

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Otto

E con questa fanno otto, se contiamo anche quella che ci ha portato in ospedale la notte in cui sei nato.

Otto viaggi in ambulanza, di mattina presto, sera tardi, col buio o il sole.

Tu, caro il mio primogenito, conservi il talento unico di togliermi anni di vita e imbiancarmi i capelli, tanto che dovrei addebitarti i settanta euro mensili di tinta.

Stamattina all’alba, quando la faticosa routine del mattino prendeva forma, tra una fetta di pane e marmellata, un sorso di latte e un paio di letti da rifare, hai chiamato piano “mamma”, che già di per sé è indicativo di un malessere, io che per te sono sempre Blo, Maria, Mother.

In pochi istanti sei riuscito a spaventare la mezzana, terrorizzare la piccola e smuovere un po’ di ansie della mamma che sì, mantiene sempre il sangue freddo ma eviterebbe volentieri.

Poi sono arrivati loro, con la tuta arancione e la calma efficiente, che fa mettere ordine e seda le ansie, con dolcezza e competenza.

Che ci hanno accompagnato in un ospedale che sembrava un’astronave, dove abbiamo incontrato un’umanità varia e dolente, un andirivieni di medici, infermieri e volontari qualcuno simpatico, qualcun altro meno, come spesso accade.

Resta il sollievo dopo la paura, la tara da fare alle quotidiane lamentele, il peso netto di cosa è importante e ciò che non lo è.

Io, intanto, prendo appuntamento dal parrucchiere per la tinta.

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Tutto scorre

L’anno scolastico non è cominciato sotto le migliori congiunture astrali.

Il primogenito vanta un solo voto, un quattro in matematica che accende di rosso la sua pagina del registro elettronico. Ha cominciato a studiare filosofia, ma nonostante le mie entusiastiche recensioni “ti piacerà tantissimo! Io l’adoravo, sarà così anche per te” è stato capace solo di dire che panta rei è il verso di una canzone di Francesco Gabbani.

La mezzana arranca di fronte alle richieste dei professori, si stranisce perché la mezz’ora standard di studio delle medie non le garantisce la sufficienza al liceo, si chiede a più riprese se ha fatto la scelta giusta o deve cominciare a guardarsi in giro per cercare lavoro, possibilmente in miniera.

La piccola ha un po’ smorzato l’entusiasmo iniziale, pur continuando ad apprezzare alcuni aspetti fondanti della scuola media come i due intervalli e la possibilità di andare e tornare a piedi con le sue amiche.

Crede di essere presa di mira dagli insegnanti che hanno avuto i suoi fratelli prima di lei e odia tecnologia con un’intensità che le ho visto rivolgere solo al passato di biete e erbette.

Io osservo in disparte, in parte preoccupata per i risultati e in parte rassegnata al fatto che i cambiamenti portano fatica e ci vuole tempo, impegno e comprensione.

D’altronde, come dice Gabbani, panta rei.

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