Sangue e arena

“Eccoci! Dov’è la bambina?”

“Sono qui”

“Oh, brava, accomodati pure su questa bella poltrona e non avere paura”

“Io non ho paura”

“Brava”

“Sono terrorizzata”

“Ma va là! Guarda che io sono esperto, sai? È la terza volta che lo faccio ahahah”

“Mami?”

“Tranquilla tesoro, il signore scherza, è molto esperto”

“E quanti anni hai piccina?”

“Nove”

“Ma pensa, io alla tua età ne avevo già dieci ahahaha”

“Mami?”

“Tranquilla tesoro, il signore scherza”

“E che classe fai?”

“La quarta elementare”

“Ma tu dimmi, io in quarta facevo già la quinta ahahaha”

“Mami?!?”

“Forza amore che tra poco è finita, andiamo a fare colazione e poi in edicola”

“E posso comprarmi tutto quello che voglio?”

“Beh tesoro vediamo. È un prelievo di sangue, mica un intervento a cuore aperto”

“Giusto! Quello lo facciamo dopo ahahaha”

“Mami!!!!”

Questa mattina abbiamo approfittato del penultimo giorno di vacanza da scuola per andare a fare gli esami del sangue rimandati da tempo.

La piccola si è fatta forza visualizzando gli acquisti in edicola, e l’atmosfera è stata alleggerita da un infermiere non giovanissimo ma in grande spolvero.

Ecco, magari analizzare il sangue dopo una ventiquattro ore di lasagne e cioccolato non è stata l’idea migliore.

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Scusa se ti chiamo amore

L’ha aspettata per quattro giorni con la fede del discepolo che attende il messia, il fervore della moglie col marito al fronte, l’impazienza di Giulietta per il suo Romeo, la costanza dello stalker con la sua vittima.

Le si è gettata fra le braccia quando ancora non era scesa dal pulmino della squadra, travolgendola col suo amore e stordendola con tutte le parole che ha saputo trovare, perfino l’immancabile “ti faccio un caffè?”

Lei, la mezzana pallavolista e vagabonda, ha rivolto alla sorella più piccola un distratto cenno del capo, spegnendo il sorriso di lei, da poche ore libero dall’ingombrante apparecchio.

Ha varcato la soglia di casa col magone di esservi tornata, un borsone colmo di pantaloncini e calzettoni puzzolenti, una piadina mangiata per metà come ricordo della sua prima esperienza romagnola.

Ha raccontato in modo vago e sommario di partite e semifinali ‘ma come siete arrivate?’ ‘Boh’ descrivendo invece con cura la disposizione delle camere, il gusto della marmellata a colazione, l’acqua ancora gelida del mare e l’emozione dei piedi sulla sabbia.

Il tutto col sottofondo di una tipica canzone spagnola estiva e relativa coreografia, tanto da chiedersi se la meta non fosse il torneo Pasquale di Cesenatico ma il Festival Latino di Buenos Aires.

La piccola è rimasta in adorante attesa di un gesto della sorella maggiore, e quando ha capito che non sarebbe arrivato le si è spalmata addosso come la senape sul würstel, fino all’ora della buonanotte.

Il primogenito si è accorto a malapena dell’assenza di una sorella, essendosi trasferito in pianta stabile al palazzetto dello sport per non perdersi nemmeno una partita dei tornei pasquali di pallacanestro, dai quali si è allontanato solo per nutrirsi rapidamente al McDonald più vicino.

Durante una fugace apparizione a casa, forse per chiedere soldi, ha incrociato la sorella appena rientrata ‘Fratellone eccomi qui! Sono tornata! Ti sono mancata?’ ‘Ah, eri andata via?’

Amor c’ha nullo amato amar perdona. Prima o poi.

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C’è post@ per te

Da: xxxxxxxx@libero.it

A: barbara.boggio74@gmail.com

Data: 28 marzo 2018, 17.02

Oggetto: io

Ciao,

Ti volevo dire che dobbiamo andare al canile, che sono finiti i miei biscotti al cioccolato e vuoi un caffè?

P.S. Mi compri un cane?

P.S2 cosa mangiamo stasera?

Cordiali saluti

Nell’ora di informatica a scuola la quarta elementare ha creato un account di posta elettronica, che ogni bambino può usare per scrivere alla maestra, imparando la nobile arte della comunicazione via email.

Nelle mani della piccola è solo uno strumento in più di persecuzione e assillo, tanto che non oso immaginare quando, per il suo quarantesimo compleanno, le regalerò un cellulare.

Quasi quasi scrivo anch’io una mail alla maestra.

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Piccole ossessioni

“Buongiornissimo, caffè?”

No, non è Pasquale che come ogni domenica mi invita a bere una tazzina di caffè su Messenger e nemmeno Ivano con le sue romantiche immagini di pulcini e albe infuocate.

Non è neppure Silvana che vuole propormi una bevanda purificante detox che mi farà perdere cinque chili e uno stipendio.

È lei.

La piccola.

Da quando, pochi giorni fa, ha fatto il suo ingresso in cucina una fiammante macchinetta per il caffè, dono del fidanzato, non c’è requie.

L’ultimogenita appare inspiegabilmente attratta dal funzionamento della macchinetta. Ha chiesto e ottenuto che le fosse spiegata la procedura e ora la preparazione del caffè non ha più segreti per lei.

Il problema qui è che, acquisita questa fondamentale abilità, ogni momento è buono per esercitarla.

“Mami, vuoi un caffè?”

E senza avere il tempo di articolare una risposta voilà! Ecco pronta una bella tazzina fumante di caffè. A colazione, dopo pranzo, per merenda, dopo cena, prima di dormire. La signora delle cialde entra in azione all’improvviso, e piuttosto che sprecare finisco per assumere la quantità mensile di caffeina in un unico fine settimana.

Poi mi chiedo come mai fatico a prendere sonno e mi stupisco se rispondo isterica al saluto del postino.

Non cedo al sonno e alla disperazione solo perché stamattina ho trovato la piccola impegnata in una istruttiva lettura: le istruzioni della friggitrice ad aria.

Se la compulsione continua, dormirò a breve sonno tranquilli.

Su un cuscino di patatine fritte.

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Panta rei

La mezzana ha partecipato al primo ballo della sua giovane vita, organizzato dall’instancabile nonché inaffondabile associazione genitori, che è stata capace di trasformare la palestra puzzolente della scuola media in una discoteca a tutti gli effetti.

La fanciulla e le sue compagne si sono preparate con cura, trucco, parrucco e bastone del selfie.

Sotto l’occhio discreto dei genitori chiamati a vigilare su quella bolgia adolescenziale, hanno ballato e cantato, rigorosamente divisi in maschi da una parte e femmine dall’altra, come ogni festa delle medie che si rispetti.

Al suo rientro, la mezzana ha fornito risposte laconiche al mio pacato e discreto interrogatorio, lamentando di non aver mangiato pizza ma pasta al pesto.

La sorella minore, dal basso del letto a castello ha sentenziato che dove c’è una pasta al pesto c’è festa, roba che George Clooney spostati proprio.

E se la sorella è andata al ballo, la piccola ha partecipato alla dimostrazione di ginnastica artistica al parco, durante la festa della scuola, zompettando e piroettando per il pomeriggio intero, felice come non mai.

Il grande è stato in ritiro spirituale per il mistico appuntamento di domani, l’arrivo dell’ennesimo rapper, l’ennesima coda oceanica e l’ennesimo cd che prenderà polvere insieme agli altri.

L’amato frigorifero ha deciso di salutarci per sempre di domenica mattina, spegnendo luci e motori e rischiando di mandare in malora la spesa settimanale. La mezzana ha proposto, con la saggezza che la contraddistingue, di mangiare pizza e kebab fino all’arrivo del nuovo frigo, previsto per dopo Pasqua.

La ricostruzione dopo i danni da permanente selvaggia procede con lentezza, ma avanza. Continuando di questo passo ho speranza di andare al mare senza sembrare Tina Turner negli anni ottanta.

Perché non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume, e qui non si passa mai una giornata uguale a un’altra.

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Ma come ti vesti?

“Ecco il primo. Mamma! Vieni a vedere e dimmi cosa ne pensi”

“Amore, ma sei bellissima! Intanto l’azzurro della maglia ti fa risaltare il viso, poi questi pantaloni sono proprio perfetti. Non troppo stretti né troppo larghi. Guarda lì che meraviglia”

“Va bene, grazie. Adesso provo le altre cose. Aspetta lì”

“Son qui apposta”

“Rieccomi! Che dici?”

“Mmm…non so. Non mi convince. Ma sono jeans? Non sono troppo stretti? Riesci a sederti? La maglietta rosa è carina, forse il colore ti spegne un po’ e…”

“Va bene mamma ho capito. Mi rivesto e andiamo alla cassa che devo ancora lavare e sistemare i capelli”

Essere madre di una figlia femmina è una grande responsabilità. Devi essere un modello, lasciarle lo spazio per esprimersi liberamente e cercare se stessa, restando coerente con le scelte che fai.

Pur essendo ormai prossima all’adolescenza, la mezzana ha ancora il bisogno di confrontarsi con la sua mamma, di chiederne pareri e approvazione.

“Pronta! Ecco i vestiti, andiamo!”

“Certo, ma…questa è la maglietta rosa e…hai preso i jeans stretti?”

“Sì! Mi piacciono un sacco. Grazie per i consigli, mamma. Sei stata di grande aiuto”

Essere madre di una figlia femmina è una grande responsabilità.

Forse non fa per me.

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Tanto rumore per nulla

“Allora, li avete sentiti stamattina?”

“Sì mami! Che paura! Uno dopo l’altro! Sembrava un’esplosione. Ci hanno evacuati, come quando c’e un terremoto o una esercitazione anti incendio, tutti in fila al punto di ritrovo e poi in giardino. Ma c’era il sole e ci siamo divertiti fuori”

“Lascia perdere, mamma. Noi li abbiamo sentiti, io e la mia compagna ci siamo abbracciate perché sembrava l’apocalisse ma ci hanno lasciato in classe, accidenti”

“Mother si è sentita pure da noi, fortissima! Noi pensavamo a una scoreggia gigante ahahahah. Un mio compagno si è alzato e ha gridato “attentato!” Però niente, nessuna evacuazione purtroppo. Però abbiamo guardato su internet e abbiamo capito cos’era successo e ci siamo pure dovuti sorbire la spiegazione scientifica”

“Io ero dalla parrucchiera a cercare rimedio ai danni della permanente selvaggia. E poi li abbiamo sentiti, una gran paura! Ho chiamato subito la scuola della piccola per chiedere se andava tutto bene. La bidella ha detto che pensava fossero i bambini che sbattevano forte le porte”

“Mami, non abbiamo l’incredibile Hulk in classe! Non è mica sempre colpa dei bambini, eh”

“Vero. Poi ho chiamato la scuola media. Prima di darmi informazioni ho dovuto dare nome cognome e generalità varie. Una volta identificata come la mamma della mezzana mi hanno detto “ah sì, li abbiamo sentiti anche noi ma la scuola è ancora in piedi”

“E poi hai chiamato il mio liceo, giusto?”

“No, ho guardato internet, ho scoperto cos’era e mi sono tranquillizzata”

“Ecco, io non conto niente. La scuola poteva essere crollata, esplosa, disintegrata ma niente. Tu pensi solo alle sorelle”

Questa mattina, mentre ognuno svolgeva le sue attività più o meno liete, due boati hanno scosso i cieli della lombardia.

Pochi attimi di paura prima di scoprire la causa di tanto rumore.

Insomma, è più facile che due jet infrangano il muro del suono piuttosto che il primogenito passi una intera giornata senza lamentarsi.

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Una sola certezza

È tra il dentista del primogenito, che al controllo annuale ci dice di stare tranquilli e aspettare che cresca, sperando che il pezzo montato al contrario resti lì senza dare fastidio.

È tra il cartoncino colorato settanta per cento che dimentichi di acquistare perché prima ancora ti sei dimenticata di guardare gli avvisi sul diario, la verifica sugli Assiri e le decisioni da prendere per le vacanze estive in autonomia.

È tra la riunione dei genitori della classe della mezzana, dove non riesci a partecipare perché lavori anche se è domenica, e sarebbe tuo preciso dovere visto che più di un gruppo di ragazzini di seconda media questi ragazzi sono una banda di sciamannati e tua figlia non si tira indietro se c’è da far festa durante la lezione.

È tra le pieghe della sveglia alle sei del mattino che si insinua la follia e serpeggia il disagio, che ti spinge a compiere gesti scellerati per i quali si può solo prendere a testate il muro e maledire la propria stupidità.

La tragedia in questione è la scelta malata di andare dalla parrucchiera e dire “voglio una permanente” quando la sola parola ti terrorizza come tatuarsi un drago sul petto o dire “sì, lo voglio” dietro un altare e davanti a cento persone.

Il dramma è entrare immaginandosi con i ricci di Julia Roberts nel pieno degli anni ottanta e uscire una via di mezzo tra il barboncino nano di tua zia e la pantera rosa dopo la scossa elettrica.

Si annida lì, tra la stanchezza cronica e una testa piena di ricci afro, una sola certezza.

Chiudersi in casa per i prossimi sei mesi almeno.

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È una ruota che gira

È il mille novecento ottantasei.

Lei ha dodici anni, una testa di capelli ricci ed è a casa la sera da sola, per la prima volta.

I suoi genitori, tutto fuorché mondani, hanno pensato che fosse pronta per restare senza compagnia, lei li aveva ampiamente rassicurati che sarebbe stata benissimo, e ci aveva anche creduto, all’inizio.

I due l’avevano dunque salutata per andare a teatro, lasciandole il numero di telefono della biglietteria, ché all’epoca non c’erano smartphone, internet e chat di whatsapp.

Lei si era accomodata sul divano tranquilla e beata, probabilmente con un pacco di biscotti, fino a quando la fascinosa annunciatrice aveva appunto annunciato il film che stava per cominciare, vietato ai minori di quattordici anni. Lei, col biscotti di traverso e il buio fuori dalla finestra, aveva cominciato a sentire strani rumori per la casa.

Lei, coraggiosa come un coniglio e astuta come una faina, senza indugio aveva preso la cornetta e composto il numero che le avevano lasciato, raccontando a una indignata signorina di essere sola e spaventata, con un film inadatto alla sua età, il buio e i rumori.

I suoi genitori erano stati recuperati a spettacolo già iniziato, come narcotrafficanti pronti per l’estradizione.

È il duemila diciotto.

Lei ha dodici anni, una testa piena di capelli mossi ed è a casa da sola. È rientrata dall’allenamento di pallavolo e sa che il resto della sua famiglia tornerà a breve. La cena è sul tavolo e i gatti sul divano.

“Pronto, mamma, ma quando arrivate?”

“Ciao amore, sei a casa? Mezz’ora e siamo lì, la partita di tuo fratello è finita tardi e c’è un po’ di traffico”

“Ma fuori è buio, e sento dei rumori”

“Accendi la televisione che ti fa compagnia”

“L’ho accesa ma c’erano quei programmi brutti sulle persone scomparse che guarda mio fratello”

“Ti passo tua sorella?”

“Si, così facciamo una videochiamata e vedo dove siete e quanto vi manca, così sto più tranquilla”

“Eccomi qui, sorella mia! Tutto sotto controllo, adesso ci sono io. Sai com’è la mamma, che ti lascia a casa da sola”

Questa non è genitorialità.

Si chiama nemesi.

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To be or…boh

“Mami”

“Piccola”

“Mami?”

“Piccola”

“Mami!!”

“Piccola!! Adesso basta che mi mandi ai matti. Che c’è?”

“Niente, volevo vedere se eri attenta. Ho finito i compiti e vado a giocare”

“Già finito? Ma non avevi tante frasi di analisi grammaticale da fare?”

“Fatte! Guarda qui”

“Oh ma che bel quaderno ordinato! E come è scritto bene! Si vede, che ti piace”

“Che mi piace cosa?”

“La grammatica, no?”

“Mami, ma ti pare? A nessuno sano di mente piace la grammatica”

“Beh, veramente, a me…ma!? Cosa leggo qui? ‘è’ congiunzione con l’accento? Piccola, ma che dici? È il verbo essere!”

“Fammi un po’ vedere…ah, sì. Non è mica così grave sai? È solo un modo diverso di esprimere la stessa idea”

“No, non è la stessa cosa, sono due significati diversi”

“Mami, su, un po’ di fantasia! Le parole sono belle da combinare insieme, bisogna giocarci, lo dici sempre anche tu! Per esempio se cambi una lettera grammatica diventa Drammatica”

“Piccola, è il verbo essere”

“Essere o non essere, questa è l’analisi grammaticale!”

Senti un po’ Shakespeare, fatti più in là.

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