Il basilico, questo (s)conosciuto

“Belle queste piantine, come sono profumate!”

“Piccolo, ti piacciono?”

“Sì, tanto”

“Si chiama basilico”

“Sì lo so, signora vicina”

“Ma sei bravissimo”

“Sì, la mamma me lo dice sempre, andiamo a rubare qualche foglia di basilico dalla signora vicina”

Sono un po’ le cose di cui mi vergogno.

Non vado fiera di aver acquistato e ascoltato le cassette di Gatto Panceri quando avevo sedici anni, preferisco non guardare le mie foto di qualche decennio fa con il caschetto e la frangetta bombata, tipo i funghetti malvagi di super Mario Bros. Non mi faccio un vanto nemmeno di una minigonna color salmone e di qualche fidanzato, ché se un domani la mezzana si dovesse presentare con qualcuno di simile la spedirei con un biglietto di sola andata per le carmelitane scalze.

Ricordo con sgomento l’attimo in cui la piccola, per non cadere, si è aggrappata ai miei pantaloni della tuta lasciandomi in mutande alla fermata dello scuolabus, di quando la mezzana ha raccontato alle maestre che la mamma passava le mattine al bar a bere o il grande ha informato il carabiniere al posto di blocco che “la mamma andava forte perché ha dimenticato mia sorella a casa”.

Ma da oggi la vera regina della vergogna, incoronata da un laurus di basilico, è la mia amica Alice.

Onore a te, sorella.

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De varietate fortunae

Il video diario del primogenito, che in sette minuiti e ventisei secondi ha racchiuso il meglio -secondo lui- della nostra vacanza. Il risultato, una sequenza infinita di doppi menti, sbadigli, dita nel naso e pose imbarazzanti, ché la ricerca del bello è un percorso tortuoso e qui si stanno muovendo solo i primi passi.

L’esultanza molesta e inappropriata per l’esito del primo anno di liceo, finito con un debito a settembre, qualche libro da leggere e un bel pò di esercizi di matematica.

La piccola festaiola, che accetta un invito inaspettato il sabato e folleggia con le amiche la domenica, in una palestra grandissima e lontanissima dove non vedeva l’ora di volteggiare per festeggiare nuovamente il suo compleanno. Il genetliaco della Regina Elisabetta ha tenuto un profilo più basso.

La mezzana indolente, che vive il suo momento dell’anno preferito dedicandosi alle sue passioni, divano e telefono. Che ha fatto finta di cominciare i compiti delle vacanze e nutro il sospetto li finirá l’undici di settembre. Che aspetta il campeggio per assaporare un po’ di libertà, dimenticando che se la dovrà guadagnare con zaino in spalla e scarponi ai piedi.

La cena di corte, che come ogni estate ci riunisce in una lunga e variopinta tavolata, dove il commensale più giovane ha appena soffiato la prima candelina e la più anziana ha passato gli ottanta, anche se ha preparato insalata di riso per tutti.

Io mi accampo qui, in questa felicità a volte un po’ sciatta, fatta di qualche ora di sonno in più, di serie tv guardate insieme sul divano, di doveri posticipati, di un tempo dalle maglie più larghe, che sa di condiriso, profuma di anguria e appiccica come gelato.

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Finché la barca va

Visitare tanti luoghi in così poco tempo, ritrovarsi circondati solo dal mare, dormire cullati dal dondolio delle onde, osservare la linea dell’orizzonte che cambia di continuo.

La nostra prima crociera è stato tutto questo, e molto altro.

Ma poi.

Tra una piscina idromassaggio e una scalinata di vetro sembra a volte di essere in un film di Verdone, con personaggi improbabili e variopinti.

Come il signore che è rimasto pervicacemente a bordo per otto giorni, senza scendere mai neanche fossimo sull’arca di Noè e aspettasse la colomba bianca con l’ulivo.

O la signora che si è rifiutata di sbarcare in Albania perché “non sono mica un clandestino al contrario”.

La cabina. Dodici metri quadri per quattro farebbero venire alle mani pure gli evangelisti, figuriamoci noi. All’ordine del giorno sparizioni, apparizioni, levati che c’ero io, dove vado che c’è la parete, esci dal bagno che ci sono anche gli altri, il mio caricatore chi l’ha preso?

Il buffet. Luogo di perdizione e peccato che offre cibo ipercalorico venti ore su ventiquattro. La piccola va tenuta a debita distanza, è più sicuro portarla al casinò.

Il fotografo di bordo. Ha immortalato tutti i nostri momenti da ricordare, rimasti appesi per giorni alla parete del Photo shop. Io furibonda con la mezzana che non molla il cellulare a tavola, con il grande che litiga con la mezzana, la piccola con il muso perché le è stato vietato l’accesso al buffet, sempre la piccola che cerca di stendere il fratello con una mossa di kung fu al ristorante. A venti euro l’una, non c’è immagine che ci ritragga tutti sorridenti.

L’abbondanza. Di cibo, attività, locali, possibilità. Io, che mi sento a disagio all’ipermercato davanti a dieci diversi tipi di ricotta, mi estraneo e smarrisco di fronte a cinque ristoranti aperti giorno e notte.

“Look! The dolphins!” E tutti fuori dai ristoranti, dalle cabine, dalla spa di corsa e alla fine neanche l’ombra di un cetaceo, che probabilmente se la ride sotto le onde insieme al suo branco.

La rifaremmo? Probabilmente sì.

La rifaremo? Chissà.

Nel frattempo, un minuto di silenzio per la piccola che, abbandonato il buffet, è tornata alla cucina di mamma.

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Alfa

Lei ha un nome antico che significa inizio, dei capelli lunghissimi striati di grigio raccolti in una crocchia tesa dietro la testa.

Gli occhi velati dietro gli occhiali spessi, un po’ per l’età e forse per le lacrime che sono passate nel corso di una vita intera.

Abita la nostra corte da più tempo di tutti, condivide col primogenito il compleanno, osserva attenta passanti ed emozioni mentre spazza fuori dalla porta di casa.

È minuta ma sempre con la testa alta, risponde a tono a chi calpesta la sua proprietà o i suoi diritti.

Ha accolto col sorriso, uno dopo l’altra, i bambini e le bambine nati nel cortile. Li ha incoraggiati nei primi passi e si è accanita ogni estate contro i palloni, le bici, il chiacchiericcio costante e molesto dei pomeriggi di gioco.

Per un po’ è uscita di meno, forse per la salute o forse perché tanto rumore rimbomba forte, nella solitudine.

Ieri ha suonato il mio campanello come faceva una volta, con la crocchia stretta sulla testa un vassoio colmo di tagliatelle fatte a mano.

Le sue, mani.

Come faceva quando il grande era piccino e non mangiava quasi nulla, a parte la pasta fresca della signora A.

Si fa presto a chiudere una porta, ci vuole tempo e fatica per riaprirla.

Ci saranno ancora sgridate e lamentele, palloni sequestrati e bambini urlanti, in questa estate appena cominciata.

Ma stasera c’è un piatto di tagliatelle al ragù che ci aspetta.

Grazie, signora A.

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Come back

Diario di bordo

Giorno sette

Dubrovnik

Croazia

“Ma questa città è bellissima, ragazzi! Guardate, è racchiusa dalle mura. Affacciata sul mare. Ci sono tante cose da fare e da vedere. Cominciamo!”

“Prendiamo la funicolare mamma?”

“Certo! È alta, eh?”

“Uh che paura ma guarda il panorama! E l’isolotto! E si vede proprio tutto, ci sono anche quelli con la canoa, in mare”

“Mother, farò delle stories su Instagram da paura”

“Eh certo, l’importante è quello”

“Mami mami mami guarda quella barca, sembra un veliero dei pirati, la prendiamo?”

“Va bene piccola, e veliero sia!”

“Accidenti, certo che il mare è mosso, eh?”

“Aaaaarghhhhh mami mami mami voglio scendere si ribalta aiuto”

“Piccola, facciamoci un ultimo selfie prima di morire”

“Aaaaarghhhh!!!!”

“No piccola, stai tranquilla, non ci succede niente, adesso giriamo intorno all’isolotto e poi torniamo a terra”

“Mamma, ma se affondiamo i cellulari si salvano?”

“Aaaaaaarghhhh!!!”

“Eccoci, siamo arrivati. Adesso giriamo a piedi la città, saliamo sulle mura. È veramente bellissimo, questi vicoli, i negozietti, ci si potrebbe perdere”

“Ecco, appunto, mother. Dove siamo?”

“Come dove siamo? In centro, no? Per uscire dobbiamo prendere il ponte levatoio che sta per di là…no forse sta di qua…certo che questi vicoletti sembrano proprio tutto uguali”

“Mamma, che facciamo? Tra poco la nave salpa, ci lascia qui, cosa faremo?”

“Stai tranquilla, è tutto sotto controllo. Dietro di me, andiamo. La prima a destra, la seconda a sinistra, ed eccoci…”

“Al punto di partenza, mother. Abbiamo girato in tondo. Resteremo qui per sempre. Dovrò imparare il croato”

“Che ottimismo, grazie. Aspetta! Ho ancora lo scontrino del negozio all’ingresso delle mura. Mettiamo sul navigatore l’indirizzo e troveremo il parcheggio dei pullman”

“Sicura?”

“Come si dice ponte levatoio in inglese?”

“Speriamo bene, ho lasciato il caricabatterie in cabina”

“Tutti con me”

Guidati dal santo navigatore, dopo le vertiginose altezze della funicolare, un giro in barca che poteva essere l’ultimo, un labirintico giro del centro e una corsa a perdifiato, siamo riusciti a salire sulla nostra nave, che stava già scaldando i motori per la partenza.

Abbiamo provato a perderci, ma non ce l’abbiamo fatta.

Domani si torna a casa.

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Incontri

Diario di bordo

Giorno sei

Saranda

Albania

“E poi zia capisci, è un complotto, chissà se è morto per davvero, un video di YouTube dice che…”

“Uh, interessante”

“Ehm, scusate, state parlando del rapper ucciso?”

“Sì, come fa a saperlo?”

“Bambine, presto, chiamate vostro fratello”

“Mother, che c’è?”

“Guarda un po’? Questo ragazzino con la felpa come la tua e il ciuffo come il tuo sta parlando del rapper ucciso l’altro ieri con sua…”

“Madre. Però mi chiama zia, è difficile da spiegare”

“No no capisco! Lui mi chiama mother o Maria! Sempre”

“Ah, ti chiama per nome?”

“Macché, io mi chiamo Barbara”

“O cielo, non c’è limite al peggio. Sono due giorni che non si parla d’altro e porta il lutto al braccio perché hanno sparato a un rapper e secondo me hanno fatto pure bene, ma l’avete visto?”

“Concordo. Pregiudicato, pluricondannato per violenze, oltre che una musica da schifo”

“Ma anche il tuo è fissato con le marche, la musica rap e parla una lingua incomprensibile?”

“Sì! E le scarpe? Ne vogliamo parlare?”

“Lascia stare, dovrei lavorare solo per comprargli quelle”

“Ma voi non capite, non ascoltate la scena trapper americana, non siete hype”

“Cosa non siamo?”

“Non chiedere, certe volte è meglio non sapere”

Ci sono degli incontri, a metà di un corridoio ricoperto di moquette colorata verso prua, che si rivelano salvifici.

Meglio di un gruppo di auto mutuo aiuto, ti regalano la condivisione di cui avevi bisogno e all’improvviso ti senti meno sola.

Madri di adolescenti, vi aspettiamo al ponte 11, terza cabina destra. Vi sentirete meglio.

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Dal passato

Diario di bordo

Giorno quattro

Atene

Un giorno di sole dopo tanti di pioggia, un pullman blu e una guida con le sembianze e il tono di voce di Ursula, la strega della sirenetta, che ha affermato a più riprese la superiorità culturale greca e nessuno ha avuto l’ardire di contraddirla per paura di essere trasformati in pesci palla.

Il grande seduto sotto i propilei dell’acropoli che piange la morte del rapper americano preferito, finito come altri prima di lui da due colpi di pistola.

La mezzana che si esalta davanti al Partenone e mi strappa una lacrima di commozione finché non mi accorgo che non è gioia da storia ma da Wi-Fi ritrovato.

La piccola che si è svegliata col piede sbagliato e osserva immusonita le Cariatidi, scivola sui gradini di marmo e riprende il sorriso al punto ristoro, che aggiunge una maglietta nuova alla sua collezione e fa la ruota tra la folla della Plaka.

Io, che a trent’anni di distanza metto piede nei miei studi classici, e come nel Canto di Natale di Dickens appaiono i fantasmi dei miei professori di greco e storia dell’arte, che sussurrano, oggi come allora “potevi studiare di più, Boggio”.

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Gente di mare

Diario di bordo, giorno due e tre

Katakolon, Mikonos

Il grande corre a perdifiato su un tapis roulant affacciato al ponte più alto della nave, come se dovesse arrivarci di corsa alla prossima tappa.

Stuzzica la sorellina scottata da sole chiamandola peperoncina e scatenando le sue ire da poppa a prua.

Si muove agile e sicuro per la nave, come se la avesse già abitata in un’altra vita.

La mezzana percorre i quattordici ponti alla ricerca di un wi fi che mai troverà, perché è a pagamento, pedala su una cyclette anche se ufficialmente non ne avrebbe ancora l’età ma ha una madre che falsifica documenti di professione e, in fondo, non manca molto ai quattordici anni.

Divora frutta e verdura come il più nazista dei vegani, poi mi sveglia per lo spuntino di mezzanotte a base di pizza.

La piccola salta da una piscina a una spiaggia, e va trascinata fuori dall’acqua contro la sua volontà.

Si aggira per il buffet con aria sognante e il primo giorno il contenuto del suo vassoio avrebbe potuto sfamare un piccolo stato.

Ammira gli spettacoli serali e comunica a tutti che da grande lavorerà su una nave da crociera per girare il mondo, osserva col naso all’insù monumenti e piazze, e la sua meraviglia è il mio panorama più bello.

Io leggo e cammino, guardo l’orizzonte e tengo insieme le contraddizioni che questo viaggio sul mare mi suscita.

Li osservo e respiro, fotografo per ricordare e scrivo per rielaborare.

Atene, stiamo arrivando.

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O sole mio

Diario di bordo

Giorno due, Bari

“Bene, adesso tutti in cerchio! Bravi, muovete le ginocchia, così, perfetto”

“Mother, che vergogna”

“Zitto e muovi le ginocchia”

“Ecco, adesso ho bisogno di sei volontari! Lei, signore, anche lei, bene…tu! Col ciuffo! Tieni questo. Piccoletta! Prendi quest’altro! Ora vi faccio sentire il ritmo e quando entra il presentatore suoniamo tutti insieme! Pronti?”

“No”

“Benissimo, iniziamo”

La prima tappa della crociera ci ha fatto conoscere un santo da cui deriva la leggenda di babbo natale, un lungomare blu intenso, fave e cicorie una cattedrale bianca con un rosone che nel giorno del solstizio ne illumina i mosaici.

Ma soprattutto ci ha fatto capitare nel mezzo delle riprese della trasmissione televisiva Sereno Variabile, dove il grande pubblico potrà ammirare il primogenito con un ciuffo ribelle e un campanellino, la piccola con un cerchio di conchiglie che ha fatto cadere, frantumandole, intenti a suonare la tarantella in una piazzetta assolata.

Nascoste tra il pubblico, mamma e mezzana che muovono le ginocchia.

Per il trenino sulle note di o sole mio non abbiamo avuto cuore.

Sarà per la prossima volta.

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A bordo

“Ma è grandissima, mami! Ieri la gondola che mio fratello per fare le storie su Instagram stava per ribaltarsi, poi il vaporetto avanti e indietro che era più comodo di camminare e adesso questa…è gigante! Ma starà a galla?”

“Every night in my dreams I se you I feel you…”

“Basta con questa canzone”

“Mamma! Evviva! Voglio andare in piscina, in palestra, fare tutto il giro, guardare giù, guardare su. A proposito, dov’è il ristorante?”

“Near, far, wherever you are I belive that the earth does go on…”

“Ti ho detto di smetterla”

“Mami, lasagne e pasta alla carbonara ci sono nel menù?”

“Mamma, mamma mamma perché non ho il Wi-Fi??”

“And you are bere in my heart and my heart will go oooooooooooonnnnnn!!!!”

“Ma allora! Basta!”

“Mami ma che canzone è?”

“La colonna sonora di Titanic”

Dal porto di Venezia, con un primogenito dall’ugola d’oro, una mezzana affranta senza il Wi-Fi, una piccola entusiasta di tutto per quanto preoccupata di cosa mangerà, è tutto.

Babbo natale quest’anno ha lasciato sotto l’albero una crociera, la prima delle nostre vite.

Io sono ferma agli episodi di Love Boat e mi aspetto che da un momento all’altro sbuchi il capitano Stubing.

E adesso invece che imbarcarci, come dice la piccola, innaviamoci.

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