Quaranta a capodanno

“Quaranta tondi tondi”

“Ma sì, vedrai che non è niente”

“Non ti reggi in piedi”

“Starò seduto”

“Non mangi da due giorni”

“Ho bevuto un tè, sono a posto così”

“Hai tossito tutta la notte”

“Però abbiamo visto la serie su Netflix”

“Con la febbre alta deliri”

“Non sono deliri, è filosofia”

“Lassù fa freddo, sai?”

“Cambiare aria mi farà bene”

“Non è che la cambi, ti porta via se non stai attento”

“Mother sto bene, non ti preoccupa…cough cough cough cough”

A pochi giorni dalla partenza per il torneo di basket, il primogenito aveva le stesse possibilità di fare un canestro da metà campo a un secondo dalla fine del derby come di prendersi l’influenza peggiore della sua vita.

Inutile dire che non ha fatto canestro ma ha centrato solo il cestino con la scatola vuota della Tachipirina.

Tra dubbi e perplessità -mie- entusiasmo e felicità -suoi- il ragazzo rimesso in forze salirà domani mattina su un aereo diretto in Svezia, insieme al resto della squadra.

Un trolley giallo pieno di felpe, calzettoni e antibiotici. Il cappuccio sulla testa e le cuffiette nelle orecchie.

Mi sembra un buon modo per cominciare il nuovo anno.

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Di Natale, ancora

Il pomeriggio del giorno di Natale ero in macchina, destinazione lavoro.

Di umore ombroso, immersa in quella vittimistica sensazione tanto sgradevole quanto a volte comoda di essere sola e raminga mentre il resto del mondo scia sulle Dolomiti, mette in valigia il pareo per le spiagge di Zanzibar o allunga le gambe nella piscina di una spa.

Guidavo così, coi pensieri persi e i gesti automatici di chi percorre una strada quotidianamente.

A svegliarmi dal torpore un cappotto rosso, sul lato sinistro della strada.

Un cappotto rosso indossato da una donna bionda, la cintura stretta in vita, i capelli sciolti, lunghi e lisci.

La schiena china, verso qualcosa sul ciglio della carreggiata. 

Una strada normalmente trafficata, a volte pericolosa.

Tra le mani una fila di lucine intermittenti, come quelle che si appoggiano sull’albero di Natale. Solo che non c’erano alberi, sul ciglio di quella strada, ma una piccola croce, un mazzo di fiori gialli e, appoggiata alla croce, la foto sorridente di una giovane ragazza. 

La signora col cappotto rosso sistemava le lucine intorno a quella croce e a quella foto con la delicatezza di una madre che rimbocca le coperte la sera, su bene in alto così non prendi freddo, la naturalezza di chi è nel salotto di casa sua a piegare i panni, la lentezza di chi fa le cose con cura, nonostante l’auto parcheggiata con le quattro frecce accese, poco più avanti.

Se ne vedono spesso di quelle croci, ai lati delle strade. Si passa oltre con la velocità di impegni e appuntamenti, con la sicurezza stupida di essere al sicuro, con la falsa convinzione che capiti solo agli altri.

Si passa e si guarda, ma non si vede, finché un cappotto rosso e delle lucine lampeggianti te lo mostrano, un pomeriggio di Natale, quando ti senti sfortunato perché stai andando a lavorare e non in vacanza, perché non sei con i tuoi figli o sul divano di casa tua.

E allora guido, lavoro, sorrido e racconto.

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Strike

Se c’è una cosa peggiore di un adolescente maschio, è un adolescente maschio malato.

Il primogenito, per non perdere l’allenamento e rispolverare antichi talenti, da ormai due giorni veleggia per i quaranta di febbre, tossisce come una cassa di risonanza e la notte delira di prendere il borsone e andare all’allenamento che si fa tardi.

Di giorno leva il suo lamento per un destino cinico e baro che lo confina a letto durante le tanto sospirate vacanze natalizie, con l’aggravante dell’imminente nonché tanto desiderato viaggio in direzione del nord d’Europa.

La mezzana documenta le ultime ore del fratello come il più agguerrito dei fotoreporter, armata della nuova macchina fotografica trovata sotto l’albero di Natale.

La piccola gioca con le Barbie, fa il karaoke col microfono donato dalla nonna finché qualcuno esasperato non glielo porta via con la forza.

Io non dormo la notte e stasera vado a giocare a bowling per lavoro, per quanto possa sembrare un ossimoro.

Che fatica le vacanze.

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Quattro verticale

“Serena, conduttrice dell’ottavo nano? Sedicesimo presidente degli Stati Uniti?

Perugia è il capoluogo di?”

“Ma da quando hai cominciato? Bello, eh, però non puoi perseguitarmi tutto il giorno a farmi domande, altrimenti lo risolvo io”

“Mami mami mami sono pronta per cucinare. Dimmi cosa devo fare e io lo farò . Dimmi cosa devo impastare e io impasterò. Dimmi cosa devo cuocere e io cuocinerò”

“Cuocerò, amore. Aspettiamo tua sorella e cominciamo”

“No mamma ti prego, io la mia parte la faccio stasera”

“Lavi i piatti?”

“No, mangio”

“Vieni qui e lava l’insalata, va”

“Mami metto la musica”

“Va bene basta che non siamo Albano e Romina come al solito”

“Felicità! È un bicchiere di vino con un panino la felicità! È lasciarti un biglietto dentro al cassetto, la felicità

È cantare a due voci quanto mi piaci, la felicità, felicità felicità felicitaaaaa”

Il primogenito fa finta di fare i compiti e poi si sdraia sul divano con le parole crociate, sua nuova passione.

La mezzana svicola dai doveri e va in cerca solo di piaceri.

La piccola modella polpette e impasta biscotti, mescola e assaggia, cantando a gran voce Felicità.

Domani è Natale.

Auguri, a tutti

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Noi

Ehi tu, lassù, qualche aggiornamento.

Il primogenito è al secondo anno di Liceo, fa allenamento di pallacanestro tre volte a settimana, prende insulti durante gli arbitraggi ma il giorno di Natale sarà al palazzetto per una partita importante. Te l’immagini? Avrei voluto vederti sugli spalti, saresti stato orgogliosissimo di quel nipote col fischietto in mezzo ai tuoi giocatori preferiti.

Fa ancora magie con le carte e ascolta la musica trap, che non sto qui a spiegarti perché è un argomento complicato e non sempre piacevole.

È mutevole come la primavera ma al posto dei boccioli è pieno di spine. È un adolescente.

La mezzana è al giro di boa della terza media, naviga verso il primo serio bivio della sua vita con una inaspettata determinazione.

Osserva le persone e ne intuisce i sentimenti, sembra distratta e maldestra ma coglie il punto e ricuce strappi.

Mi somiglia tanto, ed è tanto più bella di me.

Mi incanta la tenerezza con cui si prende cura della sorella, ammiro un legame che non conosco e invidio ma che mi dà fiducia e speranza per il futuro.

La piccola mi toglie il fiato e il sonno.

È come un’alba bellissima, di quelle dov’è il cielo prende un colore unico, ma che preannuncia una giornata faticosa.

Ha più domande da fare delle risposte che ho da dare.

È in quinta elementare, è alta quasi come me e qualche brufolo sulla fronte. Quando la guardo sorrido e qualcosa mi si scioglie dentro.

Io sto bene, mi impegno a essere felice. Perché ho tanti motivi per esserlo.

Il dolore cambia, la mancanza trasforma, ma il mio sorriso quando penso a te è sempre lo stesso di quella bambina sulle tue spalle.

Papà, lassù, ci manchi.

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Dobbiamo parlare

Ho sempre amato osservare le interazioni umane e la comunicazione fra le persone.

Negli anni ho imparato a temere alcuni incipit, delle parole che messe in fila non fanno presagire nulla di buono.

Per esempio, un fidanzato che ti dice “dobbiamo parlare”, ed è quasi certo che non voglia confrontarsi sul ristorante dove andare a cena.

La piccola che sussurra “senza offesa, mami, ma…” (il polpettone fa schifo, hai la pancia, non aggrottare la fronte quando ti arrabbi che si vedono le rughe)

E poi lui, il primogenito.

Che torna da scuola con le cuffiette nelle orecchie e così esordisce: “mother, non puoi capire quello che è successo a scuola oggi” che di solito si completa con “ho preso quattro in fisica ma la prof ha deciso di non fare media perché hanno preso la sufficienza solo quattro gatti” o “c’era l’ora buca e ci siamo messi a saltare sui banchi, un mio compagno è caduto e abbiamo fatto un video che ti schianti dalle risate”

Il suo rientro di oggi, ore tredici e trenta, cuffiette nelle orecchie. Ciuffo ribelle, sorriso divertito.

“Mother, non puoi capire quello che è successo a scuola oggi”

“Ancora? Ma basta, neanche a Natale si può stare tranquilli? Cosa c’è stavolta?”

“Ora di arte: il prof stava parlando e ovviamente nessuno lo interrompeva altrimenti si ricordava che ci doveva interrogare. Parlava di oggetti artistici, stili architettonici”

“Quindi?”

“Quindi ha preso uno sgabello e ci ha chiesto ‘allora cosa mi dite, vi piace questo oggetto?’ e tutti hanno risposto di sì. E lui ha chiesto perché”

“Dunque”

“Dunque mi sono alzato in piedi e ho detto ‘perché è sga-BELLO’”

“Ossignore. E il professore cosa ti ha detto?”

“È venuto verso di me e mi ha stretto la mano”

Lo sbocco naturale del liceo non è più l’università.

È il palco di Zelig.

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Open day-atto terzo

Nell’aula di musica abbiamo ascoltato La Bamba e Paloma magistralmente interpretati da una decina di preadolescenti armati di flauto traverso, trombone, pianola e bonghi.

Abbiamo visitato l’aula di informatica anche se i ragazzi più che lo schermo ammiravano il panorama fuori dalla finestra.

In biblioteca una ragazzina ci ha spiegato come sviluppare la logica attraverso il gioco degli scacchi.

Un’altra ha raccontato il viandante in un mare di nebbia per il progetto di arte, con competenza, semplicità e le maniche della felpa tirate giù a coprire le mani, forse per l’emozione di tante paia di occhi addosso.

Ancora ci hanno raccontato che è meglio non fare il pomeriggio, la lingua da scegliere è decisamente il tedesco e sulla mensa meglio non esprimersi, ma questo lo sapevamo già.

In palestra le femmine giocavano a pallavolo e i maschi a Ping pong, per prepararsi al torneo di domani. Quando a scuola ci andavo io l’ora di ginnastica era solo tanti giri di corsa, arrampicate sul quadro svedese e drammatiche risalite sulla pertica.

Per tutto il tempo è caduta la neve.

La piccola e io abbiamo partecipato all’open day della scuola media, il primo per lei, il terzo per me.

È ufficiale: stiamo diventando grandi.

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Sotto spirito natalizio

“Ho fatto una foto bellissima al gatto, cerco una cornice per mettercela”

“Prendiamo quella bambola, che dici?” “Gliela abbiamo regalata uguale l’anno scorso, mamma!”

“Embè? I bambini non si ricordano niente. E poi è in offerta”

“Bene, guarda un po’ qui quanti! Un pigiama per zio Alfredo, uno per zia Giannina, un altro per nonna Tonia”

“E a zia Serafina?”

“Le ciabatte col pelo, le piacciono le cose raffinate”

“Nella letterina di Babbo Natale Rebecca ha scritto: villa di Barbie, quella con lo scivolo e l’ascensore mica fatta di cartone; Barbie magia dell’oceano, Barbie principessa stellare, Barbie fata dei boschi, Barbie rockstar, Barbie col cavallo, Barbie dottoressa, Barbie e la magica collana. PS la Barbie vera, mica la Stefi che è un tarocco”

“Barbie si vende un rene per pagare i regali non c’è?”

“I super pigiamini. Deve essere tutto dei super pigiamini, chiaro? È dipendente dai super pigiamini. Ha la tazza, il pigiama, felpa e maglietta, lo zainetto, il copripiumino, i pennarelli. Io odio i super pigiamini”

“Ma che dici, prendiamo un cesto ad Aurelio e famiglia?”

“Sì ma niente cotechino, la moglie è vegana”

“E niente grana, la figlia è intollerante al lattosio”

“E che non ci siano arachidi o il figlio soffoca”

“Sai che c’è? Ad Aurelio scriviamo gli auguri su whatsapp”

La meraviglia di un giro tra gli scaffali del centro commerciale, a meno sette dal Natale.

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La chiave

Sarà il sentirsi come il Grinch, la rapida fuoriuscita della tredicesima per i regali, il pensiero che non basta il pensiero, i pacchetti da fare e la paura che nevichi, perché sarà pure Natale ma a lavorare ci devi andare lo stesso.

Tuttavia.

I calendari dell’avvento sparsi per casa, quello classico per la piccola, che ogni mattina prima ancora di dire ciao corre ad aprire la finestrella e dopo sorride con gli occhi chiusi, mentre il cioccolatino si scioglie in bocca.

La mezzana che da una grossa calza rossa con tante taschine, allunga la mano verso il premio del giorno, rigorosamente fondente.

Il grande che apre il frigo, ché se sei maschio e adolescente ci vuole almeno un budino, altro che caramelle.

Il conto alla rovescia su un bizzarro nonché tamarro segna giorni con due pellicani appollaiati sopra, imperdibile souvenir di Mikonos.

I pacchetti confezionati di nascosto, con il pensiero all’emozione che proverà chi lo scarta, i nascondigli segreti ma non troppo che si rischia di ritrovare i pacchi l’anno dopo.

Il primo aereo da solo che il primogenito si appresta a prendere subito dopo le feste, armato di trolley, pigiama termico, incoscienza e entusiasmo in egual misura, e la spavalderia di chi può solo che divertirsi.

Il saggio di ginnastica, che mi fa commuovere a ogni ruota, capriola o salto.

La festa della pallavolo, con una mezzana in divisa e coda alta, sorridente fra le sue amiche e compagne di squadra, nonché seconda famiglia.

Sarà che hai voglia a mettere lucchetti sul cuore, magari per anni, quando poi hai tre chiavi che li aprono tutti.

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Un’altra me

“Bellissima, ciao! Ma quanto tempo! Tutto bene?”

“Ehm…si sì, tutto a posto. Posso avere un caffè?”

“Ma certo! Lungo in tazza grande, giusto?”

“Ehm…va bene”

“Ma allora raccontami qualcosa che non ci si vede da una vita! Certo che tu sei sempre uguale, come una volta”

“Posso avere un po’ di latte per favore?”

“Ecco il latte! Comunque alla grande la gara di settimana scorsa, eh?”

“Eh già”

“A proposito, ho visto tua sorella, mi sembra che stia bene”

“Scusa, devo proprio scappare, buona serata”

“Sì ma torna presto, mi raccomando”

C’è un bar, non lontano da dove abito.

Qualche anno fa il proprietario nonché barista ha deciso che io fossi qualcun’altra.

Da allora, sistematicamente, mi confonde con quest’altra donna dai capelli rossi, che beve caffè lungo in tazza grande, non è figlia unica e frequenta ogni fine settimana coi figli le gare di atletica.

All’inizio ho provato, timidamente, a fargli notare che stava sbagliando persona.

Niente da fare, il caffè lungo in tazza grande non me lo toglieva nessuno.

Nemmeno i commenti sull’ultima corsa a ostacoli o il risultato del salto in alto.

Mi sono quindi tenuta alla larga dal locale fino a stasera, quando sono entrata senza nemmeno pensarci, guidata solo da un primitivo bisogno di caffè.

Che, ovviamente, ho bevuto lungo e in tazza grande.

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