Trento

Trento è una città austera ed elegante.
A raccontarvela anche oggi la vostra divulgatrice, che scrive nella vana speranza che il fascinoso Alberto Angela si accorga di lei.
Trento è un posto dove si vive bene, lo dimostrano due dati importanti: il concilio ecumenico di Trento si svolse qui per ben diciotto anni e secondo Legambiente è una delle città italiane più vivibili.
Leggenda narra che la campana della torre di San Romedio, che spicca dalle merlature a coda di rondine che ornano la cornice del Castelletto, abbia rintoccato da sola per annunciare a Vigilio, vescovo evangelizzatore di Trento, la sua morte. Chissà come è stato contento.
Qui si mangia molto bene, a farla da padroni canederli e speck, e ne parlo per esperienza vissuta.
Grazie al particolare microclima delle valli, il vino della regione e dell’area di Trento in special modo, è di elevatissima qualità. Ne parlo perché l’ho copiato da Wikipedia, visto che sono astemia e di vini capisco meno che di fisica quantistica.
I trentini sono anche, a sorpresa, molto romantici. Tra un canederlo e uno strudel collezionano proverbi ad alto tasso erotico.
“L’amor el fa far salti, la fam’ ancor pù alti”
“L’amor, la tos e la panza no se i sconde”
C’è concorrenza per i baci perugina, insomma.

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Streghe

E siamo giunti alla conclusione della rassegna letteraria “Miti e leggende delle Dolomiti, appena appena rivisitate” che ha appassionato tanti di voi.
Per finire in bellezza oggi vi narrerò di una figura mitologica che mi è particolarmente cara e con cui sento una certa affinità: la strega.
Siamo sull’altopiano dello Sciliar, considerato un tempo luogo d’incontro molto amato dalle streghe, che vi giungevano da ogni dove a cavallo di una scopa.
E queste streghe erano davvero paurose: più cattive di Tina Cipollari a uomini e donne, più diaboliche di Stephanie Forrester in Beautiful, peggio di me quando dobbiamo uscire la mattina e i figli sono sul divano col cellulare.
Insomma, il terrore.
I vecchi insegnavano ai giovani a non guardarle, perché mai si sarebbero ripresi.
Il contadino Hansel, che riteneva i vecchi tutti un po’ rimbambiti, come suo nonno che cercava la dentiera quando ce l’aveva in bocca, fece di testa sua.
Una sera d’estate la moglie di Hansel stava stendendo i panni, quando sentì arrivare un temporale.
Volse lo sguardo al cielo e scorse, tra le nubi, un’ombra minacciosa.
“ Hansel…” gridò la donna “corri, corri, vieni a vedere, molla quella PlayStation e muoviti”
L’uomo si precipitò alla finestra, maledicendo la moglie, perché era alla finale di FIFA e gli mancavano solo i rigori.“Santi numi, quella è la Strega del tempo! Ah maledetta, adesso ti sistemo io!”
È così imbracciò il fucile e sparò.
Un urlo straziante accompagnò l’eco degli spari: la strega era stata colpita e con un pesante tonfo cadde proprio ai loro piedi.
Hansel raccontò che la strega era così brutta, ma così brutta, che non resse allo spavento e stramazzò, bianco come un cencio, al suolo.
Il giovane non si riprese mai più dallo shock e si rinchiuse sempre più nel suo maso. La moglie lo lasciò e fece fortuna diventando una famosa influencer.
La storia ci insegna che il bodyshaming porta sempre brutte conseguenze.

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Una storia moderna

Questa è la volta di una storia moderna, che a mio avviso non ha ricevuto giusto risalto e considerazione.
Narra di due viandanti, una giovane donna dai rossi boccoli e dal suo uomo brizzolato e barbuto.
I due vagavano da giorni su è giù per le valli delle Dolomiti. Si procacciavano il cibo nutrendosi di canederli e speck, strudel e polenta.
Valicavano passi e conquistavano cime, in macchina e funivia. Giocavano a carte ogni sera e la giovane donna era sempre più povera, poiché perdeva regolarmente.
Lui si orientava attraverso app parla chiaro e sapeva piegare le cartine, lei aveva le fiacche ai piedi e raccontava storie.
Lui salutava tutti lungo il cammino, lei arrivava in cima paonazza e col fiatone, e pur sentendosi intimamente inadeguata al luogo, si sentiva anche stranamente felice.
Lui amava i panorami, lei le baite con la cioccolata.
Lui avvistava marmotte e lepri, lei arrivava sempre troppo tardi.
I due, durante il loro peregrinare, incontrarono un uomo che era leggenda, aveva scalato tutti gli ottomila della terra senza ossigeno. Loro erano giunti all’incontro con la funivia, lui arrampicandosi a mani nude e bendato sulla parete rocciosa.
I due vennero avvistati in diverse valli, ma leggenda dice che la fanciulla dai boccoli rossi tanto insistette e tanto brigò, che l’uomo barbuto prenotò per l’anno successivo le vacanze a Formentera, con all inclusive e gioco aperitivo.

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Orso

Non avendo ancora ricevuto comunicazioni di diffida ufficiale da Regione Trentino, andiamo avanti con la divulgazione di miti e leggende.
Oggi parliamo di animali, in particolare modo di un orso.
Ecco, dimenticate Winnie the Pooh, non pensate al fido compagno di Masha, lasciate stare i pucciosi peluche della Trudy. Niente Yogi che ruba i cestini da picnic o Baloo che aiuta il cucciolo di umano Mowgli.
Quest’orso è più simile a quello che in Revenant si rivolta Di Caprio come un calzino.
I pastori e gli abitanti del villaggio, impauriti e arrabbiati perché il plantigrado si divorava le greggi, si rivolsero al vescovo per chiedere di benedire la loro caccia: contavano di acciuffarlo e appendere la sua testa sul caminetto di una baita, tra le corna del cervo e la marmotta impagliata.
Ma il vescovo, vegano e animalista, fece un tentativo.
Sì addentrò nella foresta finché non si trovò al cospetto del feroce animale.
Questo si alzò su due zampe in tutta la sua altezza ed emesse un fortissimo ruglio.
Il vescovo si avvicinò e, lentamente, gli fece una carezza sul ventre.
In un attimo della bestia feroce non c’era più traccia, al suo posto un mansueto orsetto a pancia all’aria, come il mio gatto Matisse quando gli facciamo i grattini.
Il vescovo fece quindi ritorno in paese a cavallo dell’orso, e da allora visse in paese cibandosi di erbe e bacche, benvoluto da tutti (l’orso, e forse anche il vescovo)
Il posto vuoto sul caminetto rimase tale.
La morale non è come potrebbe sembrare, vegano stammi lontano, bensì che la tenerezza vince sempre.
Detto questo, sconsigliamo vivamente di avvicinarsi agli orsi.

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Cianbolpìn

La leggenda di oggi ci conduce in una storia ricca di amore e colpi di scena.
Protagonista il pastorello Cianbòlpin, un nome un programma, che conduceva una vita serena tra pascoli e greggi.
Le pecore però, si sa, a lungo andare stancano ed è probabile che il nostro pastore si sia iscritto a Tinder con la descrizione “Il mio nome è Cianbolpìn, sono allegro e canterino. Mi piace suonare, le stelle guardare, la luna che nasce, l’erba che cresce. Sdraiarmi sui fiori, annusare i colori…”
Insomma, capirete perché era ancora single.
Un bel giorno in una grotta udì una voce suadente chiamarlo. Non era Alexa e nemmeno un principio di demenza, bensì la fanciulla più bella che avesse mai visto, donna Kelina.
“Minchia, neanche Belèn” pensò il giovine pastorello. E senza esitazione accetto il suo invito e si trasferì in un magico regno fatto di castelli, cibo, e danze. I giorni passavano lieti ma un giorno la nostalgia della famiglia si fece canaglia e così si accordò con la sua bella. Lui sarebbe tornato a salutare i parenti, lei gli avrebbe donato un magico anello. Al momento di tornare, sarebbe bastato chiamarla e lei sarebbe giunta a riportarlo a casa.
Il nostro Cianbolpìn torno dunque al paesello, dove non trovò nemmeno una cugina di quarto grado e nessuno lo riconobbe. Ridendo e scherzando, se ne era andato da più di duecento anni, anche se li portava bene.
In un momento di sconforto si fermò a mangiare in una locanda, esagerò col vino rosso e raccontò agli avventori di avere la moglie più bella di tutte. Per provarlo la chiamò con l’anello, lei giunse più furibonda che mai, perché lui considerava solo il suo aspetto esteriore.
Per farla breve, Cianbolpìn nostro dovette superare prove d’ogni genere prima di tornare dalla sua bella che, nel frattempo, aveva anche partorito un bel ciambolino.
Lui dovette promettere di non frequentare più locande e smetterla una buona volta col vino rosso.
Da allora, vissero tutti felici e contenti.

(E con questa ,Regione Autonoma Trentino-Alto Adige/Südtirol mi diffiderà per sempre dallo scrivere leggende)

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Misurina

Il mito di oggi narra la nascita del lago di Misurina e la morte della pedagogia.
Il Re Sorapiss era padre single di una bellissima bimba, tanto carina quanto viziata e capricciosa.
La bimba non accettava un no, faceva un po’ quel che le pareva come spesso le figlie femmine coi padri.
Un bel giorno però, piantò un capriccio tale che il padre non sapeva più come uscirne. Voleva a tutti i costi uno specchio magico, di proprietà di una fata.
Ce ne volle del bello e del buono per convincere la fata , ma alla fine acconsentì ad una condizione.
Il Re Sorapiss avrebbe dovuto trasformarsi in una montagna per fare ombra al suo giardino di rose, troppo esposto al sole.
Il cuore di padre non resistette agli occhioni della figliola implorante, così accettò. E la Montessori, muta.
Al momento dello scambio, il re diventò piano piano una montagna, e la piccola Misurina si trovò con lo specchio in mano sulla sua cima. Spaventata, cadde e morì.
Le lacrime del padre si trasformarono in un bellissimo lago, e lo specchio frantumato in riflessi di luce.
Da allora, il lago di Misurina incanta per bellezza tutti coloro che passano.
La morale di questa storia è semplice: siate fermi e decisi davanti ai capricci dei vostri figli.
I no aiutano a crescere.

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Rosso di sera

Il mito di oggi è una storia più dei giorni nostri, sempre però legata alle tradizioni delle Dolomiti.
I protagonisti della leggenda sono infatti un fidanzato brizzolato e barbuto e una fidanzata dai capelli rossi, non più giovanissima ma ancora in forma.
I due, racconta la leggenda, vivevano tra un rifugio e l’altro.
Di lui, si sa che era un gran camminatore e amante del gelato. Di lei, che indossasse scarponcini Quechua forse appartenuti alla figlia più piccola e preferisse le funivie alle salite.
La adrenalinica vita da rifugio regalava loro cene a base di polenta, generatore spento alle ventuno e nanna alle ventidue. I due si dilettavano quindi con numerose partite a scala quaranta.
L’uomo barbuto aveva un potere magico, a ogni mano trovava sempre tutti gli assi, gongolando tronfio per ogni vittoria. Cum magno culo, come dicevano i latini. Giocando a soldi, la fanciulla diventava sempre più povera. Quindi una notte la fanciulla, che ne era comunque innamorata, buttò le carte e rapì l’uomo barbuto, portandolo sulla vetta della montagna.
Per questo motivo, da allora, appena prima del calare della sera di possono ammirare riflessi rossi dei capelli di lei sullo sfondo argento della barba di lui.

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Miti e leggende

La rubrica miti e leggende torna puntuale.
Quest’oggi con la storia di un re, tale Laurino.
Il nostro uomo regnava sul popolo dei nani, estraeva pietre preziose dalla montagna e possedeva un meraviglioso giardino di rose. Aveva due hobby: mettersi una cintura che gli regalava la forza di dodici uomini e indossare una cappa che lo rendeva invisibile. Insomma, il candidato ideale per un tso.
Un bel giorno il re dell’Adige decise di maritare la bellissima figlia Similde, invitò per questo tutti i migliori partiti della valle tranne il nostro Laurino. E come sempre succede nelle fiabe, vedi la bella addormentata nel bosco, a non invitare parenti e amici si fa sempre un gran casino. Così Laurino, offeso fino al midollo, si presentò comunque con la sua bella cappa dell’invisibilità. Vista la splendida Similde e innamoratosi all’istante, invece che corteggiarla, invitarla a cena o mandarle un buongiornissimo kaffè su Messenger, la rapì.
Per farla breve venne inseguito e acciuffato perché sì invisibile, ma un po’ tonto perché lasciò le impronte sul giardino di rose e venne quindi catturato.
Non pago di essersi macchiato di due o tre reati, scagliò una maledizione: nessuno più, né di giorno né di notte, avrebbe potuto vedere il giardino di rose.
Ma siccome non era un fulmine si dimenticò del tramonto, è così ancora oggi possiamo ammirare, al calare del sole, la montagna colorata di rosa.
(I due nella foto non sono Re Laurino e la bella Similde)

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Carezza

La rubrica di divulgazione scientifica prosegue senza sosta, e oggi vi conduce sulle sponde del lago Carezza.
Nella località di Nova Levante, val d’Ega, si appoggia questo specchio d’acqua che nasconde una leggenda.
La storia è quella del primo stalker della mitologia, lo stregone di Masarè. Il buon uomo di mezza età, invaghitosi come nella migliore delle tradizioni di una giovane e timida ninfetta, si rivolse alla strega Langverna, col proposito di rapire l’amata.
La strega, un po’ la Vanna Marchi dell’epoca, consigliò allo stregone di creare un arcobaleno dal Latemar al lago che si sa, alle ninfe piacciono i colori, di appostarsi travestito e quand’ella fosse uscita dall’acqua zac! Rapirla e via.
Lo stregone creò dunque uno splendido arcobaleno, ma essendo uomo e quindi poco incline all’ascolto, dimenticò di travestirsi.
La bella ninfa vide l’arcobaleno la anche lo stregone marpione appostato, si immerse nelle acque e non riemerse più.
Lo stregone, non solo poco incline all’ascolto ma molto alla collera, ruppe l’arcobaleno in mille pezzi e lo buttò nel lago, che da allora regala riflessi di tutti i colori.
E anche per oggi, è tutto.
(I due in foto non sono lo stregone e la ninfa)

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Mmm

Smessi i sudati panni della pedagogista, la vacanza mi regala il consueto e amato ruolo di divulgatrice scientifica.
È così, vengo a voi col racconto di un insolito ferragosto museale.
La mattina, quando ancora c’era freschetto -solo trenta gradi- abbiamo percorso vicoli, scale e anfratti del Castello di Firmiano, uno dei sei MMM, Messner Mountain Museum.
Tra storie di alpinismo e sale di meditazione tibetana, necessaria ancorché indispensabile per non imprecare durante la salita e la discesa tra i mille scalini disseminati qua e là.
Una location suggestiva, giusto appena permeata dal gigantesco ego dello scalatore. D’altronde se sali a mani nude tutte le cime degli ottomila, un po’ di onnipotenza è dovuta. Io mi sento wonder woman dopo dieci chilometri, per dire.
Nel pomeriggio abbiamo visitato la casa di Ötzi. Un museo dedicato al corpo di un uomo vissuto cinquemila anni fa, morto su una montagna che lo ha conservato nel ghiaccio fino agli anni novanta. A trovarlo dei turisti, a un passo dal confine austriaco. Per un pugno di metri Ötzi è nostro e non loro.
Era alto un metro e sessanta, capelli e occhi scuri, tatuato in varie parti del corpo. Il suo ultimo pasto è stato un panino con lo stambecco e forse per questo portava con se erbe medicali per la dissenteria.
È giallo sulla sua morte: pare sia stato ucciso ma il colpevole è ancora a piede libero.
Per oggi è tutto, buon ferragosto a tutti

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