L’era glaciale

La mia macchina, un modello già di per sé non troppo sportivo, accessoriato e performante, é guidato da qualche anno anche dai miei figli maggiori, pure da neopatentati. 

Le evidenze scientifiche sulla carrozzeria parlano chiaro: ammaccamenti, botte, graffi, vernice che salta. Nessuno si é fatto male e questo é l’importante, anche se la macchina potrebbe dire il contrario. 

Mi decido quindi finalmente ad affidare la povera e martoriata vettura al carrozziere, ricevendo in cambio una Matiz (un nome una garanzia, coincidenze? Non credo) più vecchia del primogenito e di un sobrissimo giallo oro, ricca di accessori come un gulag sovietico. 

Non sto a descrivere la faccia della piccola, nel rendersi conto che non può connettere il cellulare alla radio perché la radio non c’è, né tantomeno mettere in carica l’iphone. Al momento dell’ immatricolazione dell’auto, ci si chiamava ancora col telefono fisso. 

Nel tardo pomeriggio quindi mi dirigo, baldanzosa, a prendere la pappa di Gatto Matisse (un nome una garanzia, coincidenze? Non credo) sulla mia macchina dorata. Senza gomme da neve ché, come dice il saggio carrozziere, c’è un tempo da canotta e mojito. E all’improvviso il cielo si fa nero e rovescia a terra il ghiaccio di diecimila mojito, la strada si trasforma  nella pista di pattinaggio di Holiday on ice. 

Nell’ora e mezza passata prima di potermi muovere da lì ho avuto la gioia di togliere a mani nude il ghiaccio dall’intera vettura e inzupparmi pure le mutande sotto una pioggia scrosciante. 

Bello, la pioggia porta via la grandine. Meno bello quando ti accorgi che i tergicristalli non hanno retto al peso della tempesta, abbandonandoti e impedendo qualsivoglia visuale. 

Ho pensato di aspettare il disgelo nutrendomi di bacche e cracker avanzati in borsa, e vivere come Sid , il bradipo dell’era glaciale. 

Il clima era quello, in fondo. 

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Dondola dondola

Ci avevamo provato un paio d’anni fa.

Il desiderio di arrivare alla sufficienza alla prova costume, ammantato del principio pedagogico del fare insieme, aveva spinto me e la piccola a frequentare un corso marziale di GAG (gambe-addominali-glutei)

La piacevole attività era terminata quando, per fortuna o purtroppo la figlia era stata operata al ginocchio. Io, come ogni buona madre che si rispetti, mi ero sacrificata lasciando il corso. 

Un innocuo post su Facebook ha riacceso la fiammella dell’attività fisica mamma figlia, del tempo di qualità, lo star bene e altre amenità. 

È così, accompagnate dalla mezzana fuori sede eccezionalmente rincasata, abbiamo affrontato baldanzose la lezione di prova di un nuovo corso. 

Amache aeree. 

Per chi non lo sapesse, una via di mezzo tra la pole dance, il ponte tibetano e gli insaccati Beretta.

Io, convinta di andare a dondolare al ritmo di musica rilassante alla luce fioca delle candele, mi sono trovata a testa in giù nella posizione del pipistrello morente. 

La sensazione prevalente, dopo avere visto la mia vita passare davanti, é stata quella di grande solidarietà per i salumi appesi in cantina a stagionare. Meno male che sono vegetariana. 

La mezzana e la piccola si sono librate come se non avessero fatto altro nella vita, con capriole volanti, salti carpiati e avvitamenti. 

Si sono divertite moltissimo e non vedono l’ora di tornarci. 

Loro. 

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La rana nella pentola -riflessioni sulla genitorialità

Come tutte le relazioni, quella genitoriale presenta fatiche e complessità. 

Di particolare e diverso dalle altre, c’è che viaggia al contrario. 

Una sorta di Benjamin Button delle relazioni, insomma. 

Inizia con un attaccamento totalizzante, immersivo, carnale, perpetuo.

Il suo sonno è il tuo sonno, la sua veglia la tua, la sua influenza pure (con la differenza che a lui/lei passerà in fretta, a te rimarrà la bronchite cronica)

Viene richiesto un livello di conoscenza che definire intimo sarebbe riduttivo. 

Ti verrà chiesto il colore di deiezioni o espettorato, informazioni che tendenzialmente non si condividono con altri. 

Crescendo, non sarà più necessario descrivere al pediatra la consistenza dei prodotti intestinali, ma osserverai clinicamente le pupille per cercare tracce di abuso di cannabinoidi, al loro rientro dopo una serata con gli amici. 

Non annuserai più l’alito per capire se hanno l’acetone, bensì per cogliere tracce di eccesso di Jägermeister.

Passerai dal conoscere la loro posizione in ogni istante della giornata a controllare una applicazione sullo smartphone nel dubbio siano stati rapiti. 

Questo mutamento  sarà inesorabile ma impercettibile, perché sei come la rana nella pentola: la temperatura si alza poco alla volta, e tu non ti accorgi di essere un po’ bollita. 

Occupata come sei a generare radici, cementare il presente mentre hai cura del passato, farai fatica ad accorgerti del cambiamento. 

Il tappeto volante su cui poggiavi per gli spostamenti, le corse e gli accompagnamenti lascia il posto alla legittima autonomia, alla patente e alle ammaccature sulla carrozzeria. 

E invece che Aladino, comincerai a sentirti Ibrhaim sulla spiaggia, col tappeto appoggiato alla spalla. 

Ma ci sono anche dei lati negativi, eh. 

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San Valentino

“Amò, che famo il weekend di San Valentino?”

Il direttore viterbese, uomo dalle molte virtù e dai numerosi pregi, non é esattamente quello che potremmo definire un romanticone.

Fiori e cioccolatini non gli appartengono, pubbliche dichiarazioni d’amore per la pedagogista dai capelli rossi  nemmeno. Alle cene a lume di candela predilige un panino col formaggio mangiato sotto un albero durante un cammino. 

Gli anelli sono quelli di dieci chilometri tra vallate e monti. 

Con queste premesse, ho accolto con doveroso sospetto la meta del nostro fine settimana.

Pizzighettone.

Che, diciamolo senza che ne abbiano a male i pizzighettonesi, non é Venezia, ecco. 

Soprattutto quando l’attività principale é una visita guidata alle temibili prigioni all’interno delle mura, con video esplicativi dei metodi di tortura dell’epoca.

Come dire, le basi c’erano tutte per mettere fine a una lunga e bellissima storia d’amore.

“T’ho amato tanto, ma tu mi hai portata a Pizzighettone”.

E invece, lo scaltro viterbese aveva trovato a qualche chilometro più in là un antico castello dove pernottare, circondato da un grande parco disseminato di opere d’arte.

Per la cena non si é risparmiato, prenotando in un ristorante su un’isola. 

Dove l’abbia trovata, non é dato sapere. 

Pizzighettone come un atollo maldiviano, insomma.

Quindi gli si perdona il quotidiano scarso romanticismo, la passione per i musei con le camere di tortura, il troncamento delle desinenze verbali.

Anzi, quello no. 

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Diario di un vampiro

Un vecchio pile da sci come seconda pelle.

I pantaloni del pigiama alternati a quelli di una logora tuta, nelle giornate migliori. 

Il pallore lunare di chi da un po’ non si espone ai raggi solari, e dà l’idea di polverizzarsi davanti a un crocefisso e una collana d’aglio.

Lo sguardo della mucca che guarda passare i treni, che ti trapassa senza davvero vederti.

Le pause caffè, il break della merenda, lo stop per lo spuntino, ché se c’è una cosa che non passa é proprio l’appetito. 

La postura rigida davanti al computer, al tavolo della sala, ultima sedia a sinistra. La postazione ufficiale del primogenito, studente in sessione d’esame, che per scaramanzia o pigrizia non può essere cambiata. 

Lui, il novello dottor Nowzaradan, il futuro vate delle nutrizione, colui che una volta presa la laurea ci rimetterà tutti in forma.

Per ora si limita a lagnarsi per la quantità di olio che la madre utilizza in cucina -solo un goccio, giuro- e delle pessime abitudini alimentari della sorella più piccola.

Il gatto lo osserva sospettoso e timoroso che sostituisca le sue amate Ghiottonerie con delle carote a bastoncino.

Nessuno é al sicuro, qui. 

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Papà

Avevo pensato di non scriverti, oggi.
Perché sono passati tanti anni, perché piove di quella pioggerella che punge col freddo anche se non abbastanza da diventare neve.
Ma adesso sono seduta a casa, di fianco a me il camino che ha acceso Marco.
Il primogenito studia, tra pochi giorni ha un esame. É serio e rigoroso, qualità apprezzabili nello studio e un po’ meno nelle dinamiche familiari, ma tant’è. Ieri sera mi ha fatto un gioco di magia, aveva smesso da un po’, archiviando le carte nella scatola dei ricordi di infanzia.
Vedessi come scrive. Non credo approveresti il genere di musica nel contenuto, ma senz’altro la forma con cui la racconta.
La mezzana é ripartita stamattina per l’università.
Io ho pianto senza farmi vedere, ma le ho dato il pranzo da portare via. É entusiasta e felice, in questa sua nuova vita fuori sede.
Forse ti ricorderebbe le me diciannovenne, che viveva nello studentato delle suore a Torino.
La mezzana di diverte senz’altro di più, ai miei tempi niente giovedrink o feste di benvenuto settimanali per le matricole.
La piccola deve sistemare la sua stanza, non ha voglia di ricominciare la scuola e vaneggia di aperitivi in centro.
Spende ogni suo centesimo in cosmetici ma ha cominciato a leggere un libro, e spero che sia un seme che porterà frutto.
Nietzsche forse pensava a lei, quando diceva che bisogna avere il caos dentro per partorire una stella che danza.
Io sono più grande di te, papà.
É ufficiale ma solo anagrafico, perché io il desiderio di essere figlia lo coltivo ancora profondamente.
Avevo pensato di non scriverti, oggi.
Ma la memoria é un dovere di chi resta, e l’amore persiste al tempo e allo spazio.
Avevo pensato di non scriverti, oggi, e invece eccomi qua.
Buon compleanno, papà

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Canto di Natale

Tradizione natalizia, a casa della saggia pedagogista -da qui in poi nominata SP per brevità- é la cena della vigilia a base di spaghetti con polpette. 

Questa antica usanza si tramanda da che i figli erano piccoli, in quanto rappresentava l’unico piatto che piacesse tutti e tre (esclusa la pasta al pesto, della quale già si cibavano nei restanti trecentosessantaquattro giorni l’anno)

Questa volta la tavola imbandita vedrà tre porzioni di polpette vegetariane e una di polpette “vere” come la chiama la piccola, unica  onnivora rimasta  insieme all’illustre direttore. 

Per rallegrare la tradizionale cena prima di Natale, dunque, la SP ha deciso di acquistare un nuovo gioco da tavola perché, come la pedagogia ci insegna, “vanno ben oltre lo svago; sono potenti strumenti educativi che ci arricchiscono e ci fanno crescere. Ci permettono di connetterci con gli altri, stimolare la mente, sviluppare empatia, creatività e resilienza”. Al netto delle mazzate per vincere, ma tant’é.

Sempre la SP, presa dal sacro furore dello sconto al quaranta per cento, ha acquistato dunque una scatolina nera con delle carte, e forse  dal nome avrebbe dovuto cominciare a farsi qualche domanda.

“Punish me, daddy”il titolo che campeggia a lettere scarlatte sulla scatola. 

“Mamma, ma che ti sei fumata? É +18, la piccola non può giocare”

“Ma sì dai, vedeva i Griffin a sette anni, che vuoi che succeda”

“Mamma, ma hai letto bene le carte? Le punizioni, i castighi?”

No, la SP non aveva proprio letto niente, ignorando che le punizioni prescritte dal gioco fossero a un passo dalla denuncia penale e probabilmente dell’abuso su minore.

La scatolina nera é stata quindi chiusa in cassetto, il Monopoli rispolverato per poter poi essere gettato nell’impeto si rabbia di uno dei giocatori (probabilmente la piccola)

Nel mentre, la laurea magistrale della SP ha preso fuoco. 

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Fuori sede

-musica di Superquark in sottofondo-

Oggi parleremo di un esemplare esotico e multiforme, di certo non raro né purtroppo in via di estinzione.

Lo/la studente fuori sede.

Per praticità e convenzione semantica, lo chiameremo “la mezzana”.

La mezzana ha un domicilio diverso dalla residenza, nel ridente studentato di una allegra cittadina.

La mezzana telefona a casa o dà notizie di sé solo con particolari congiunture astrali: quando la luna é in capricorno, quando non sa a quanti gradi fare cuocere una zucca, quando ha bisogno di soldi.

Quest’ultima condizione, nello specifico, é supportata dall’invio di scontrini della Lidl, a dimostrazione dell’oculatezza della sua spesa, o foto di tristi barattoli di ceci come unico cibo rimasto.

Leggenda dice che non si neghi spritz il giovedì o sushi il venerdì, ma non si hanno prove certe.

Tuttavia, anche se parca e morigerata con i contatti telefonici, la mezzana difficilmente fa sentire la sua mancanza, rientrando a casa quasi ogni fine settimana.

Lei racconta di volere abbracciare i suoi affetti più cari, mentre le evidenze scientifiche dimostrano che voglia solo portare i panni da lavare a sua madre (pare che in Emilia Romagna non siano ancora arrivate le lavatrici, purtroppo)

Ma é al momento di ripartire che la mezzana fuorisede rivela la sua temibile natura di predatore: il suo trolley extra large, svuotato dei panni da lavare, si riempirá di ogni prodotto commestibile presente in casa, pacchi di carta igienica, creme viso, cosmetici rubati alla sorella, varie ed eventuali. 

La ridente mezzana farà quindi ritorno alla sua gaudente vita nella foresta dei fuori sede, lasciandoti con un gran vuoto.

Nel frigorifero. 

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Fuori sede

-musica di Superquark in sottofondo-

Oggi parleremo di un esemplare esotico e multiforme, di certo non raro né purtroppo in via di estinzione.

Lo/la studente fuori sede.

Per praticità e convenzione semantica, lo chiameremo “la mezzana”.

La mezzana ha un domicilio diverso dalla residenza, nel ridente studentato di una allegra cittadina.

La mezzana telefona a casa o dà notizie di sé solo con particolari congiunture astrali: quando la luna é in capricorno, quando non sa a quanti gradi fare cuocere una zucca, quando ha bisogno di soldi.

Quest’ultima condizione, nello specifico, é supportata dall’invio di scontrini della Lidl, a dimostrazione dell’oculatezza della sua spesa, o foto di tristi barattoli di ceci come unico cibo rimasto.

Leggenda dice che non si neghi spritz il giovedì o sushi il venerdì, ma non si hanno prove certe.

Tuttavia, anche se parca e morigerata con i contatti telefonici, la mezzana difficilmente fa sentire la sua mancanza, rientrando a casa quasi ogni fine settimana.

Lei racconta di volere abbracciare i suoi affetti più cari, mentre le evidenze scientifiche dimostrano che voglia solo portare i panni da lavare a sua madre (pare che in Emilia Romagna non siano ancora arrivate le lavatrici, purtroppo)

Ma é al momento di ripartire che la mezzana fuorisede rivela la sua temibile natura di predatore: il suo trolley extra large, svuotato dei panni da lavare, si riempirá di ogni prodotto commestibile presente in casa, pacchi di carta igienica, creme viso, cosmetici rubati alla sorella, varie ed eventuali. 

La ridente mezzana farà quindi ritorno alla sua gaudente vita nella foresta dei fuori sede, lasciandoti con un gran vuoto.

Nel frigorifero. 

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Tale madre, quale figlia

Una giornata cominciata come tante, sveglia presto, treno, metro, ufficio.

Il lavoro, le colleghe, il caffè d’orzo al solito bar, tutto in compagnia di una sgradita compagna: la cefalea. 

Lei, indesiderata ospite, di quando in quando si presenta nella tua vita e non importa se sei in un’altra città, devi lavorare o puoi stare a letto. Lei arriva e detta legge. 

E così ti ritrovi a dover tornare a casa, non proprio in ottime condizioni, con le occhiaie dello zio Fester, il pallore di Morticia e l’allegria del maggiordomo Lurch.

Cominci con il percorso a ritroso, arranchi su una metropolitana strapiena di gente ignara e innocente, che sulla linea rossa ti vedrà vomitare anche il pranzo del Natale ‘93.

Con le ultime energie nonché sprazzi di dignità ti accasci sul treno che ti riporterà a casa, confortata dal fatto che la figlia piccola salirà dopo poche fermate, per tornare a casa da scuola. 

Figlia piccola che raggiungerà la tua carrozza con le amiche del cuore, al grido di “bella mamma, tutt’apposto?” e chiacchiererà con le suddette amiche di unghie e ciglia finte mentre tu vorresti solo un tombale silenzio. 

Allora allerti via messaggio la figlia mezzana fuori sede, che sta trascorrendo qualche giorno a casa, implorandola di venire a prenderti in modo da non dover fare i due chilometri fino a casa. 

All’arrivo in stazione percorri l’ultima rampa di scale mentre la piccola di chiede cosa mangerà a pranzo, finalmente scorgi la figlia salvatrice. 

Che é venuta a prenderti. 

A piedi. 

Fai delle figlie, dicevano. 

Saranno sempre al tuo fianco, dicevano. 

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