Voglio una vita spericolata

L’euforia della fine, che chiude la porta della scuola e spalanca il portone dei party, io che festeggio ma perdo la macchina nel parcheggio dell’ipermercato, preparo le valigie con uno scandaloso anticipo ma sennò quando lo trovo il tempo, compro vestiti per la mezzana che mai metterà e passeranno alla piccola, contengo l’euforia molesta del grande in possesso di un cellulare nuovo.

Che mitigo l’ansia della nuovo ménage estivo con l’entusiasmo per le prossime destinazioni, che in un momento di ossessione organizzativa acquisto i libri delle vacanze e prenoto quelli dell’anno che verrà.

Il mega saggio finale della ginnastica artistica, quasi due ore di ruote, capriole, salti mortali e meravigliose fanciulle che volteggiano sfidando la gravità.

La piccola che si esibisce sulle note della canzone dello scrittore, sullo sfondo il ticchettio di una macchina da scrivere.

La festa della pallacanestro, con il palazzetto gremito di atleti e genitori, palloni e divise, birre e salamelle.

Il torneo estivo della pallavolo, con una mezzana in gran spolvero in canotta e calzoncini, che riesce a saltare anche dopo pranzo, cena e merenda a base di hot dog.

Vivo tre vite supplementari, per interposta persona.

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Saluti e baci

Ciao sveglia all’alba che mi strappa ogni mattina da sogni e riposo, benvenuta santa ora di sonno in più.

Ciao zaini, cartellette e borse di motoria abbandonate scomposte in sala, ché appena entrati in casa bisogna allontanare da sé più in fretta che si può ogni traccia di scuola.

Ciao merenda sana del venerdì che sei stata portata sempre nel giorno sbagliato, benvenuti ghiaccioli e marschmallow appiccicosi al bar dell’oratorio.

Ciao scuolabus giallo che passi ogni mattina alle sette e trentasette, benvenuta bicicletta.

Ciao registro elettronico che non smette di mettermi ansia ogni volta che mi ricordo di andare a vedere i voti, benvenuto braccialetto elettronico che fa tanto Guantanamo più che parrocchia.

Ciao studio del pomeriggio e del fine settimana, benvenuti compiti delle vacanze perché tanto bariamo sempre un po’.

Ciao cartoleria, benvenuta gelateria.

Ciao coprifuoco perché la mattina bisogna alzarsi presto, benvenuto gelato serale in piazza con gli amici.

Ciao alle mani sulle orecchie per il suono del flauto, benvenuta una mano alla cabeza, una mano alla cintura, un movimento sexy, un movimento sexy.

Ciao ciao scuola, benvenuta vacanza.

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Io canto

La maglietta bianca con le note appiccicate sulla pancia e i pantaloni blu, raccattati all’ultimo nel cassetto della sorella maggiore e per questo risvoltati alle caviglie, ché in queste occasioni il dress code è sempre rigido e non negoziabile.

In piedi nelle file dietro, destino di tutti i bambini un po’ più alti della media.

Lo sguardo fiero, l’espressione di chi ha polemizzato con l’organizzazione, la scaletta e la scelta dei brani neanche fosse il direttore artistico di Sanremo.

L’emozione nella pancia, tra le mani che si tormentavano nervose e le pellicine dei pollici mangiucchiate.

L’ansia del debutto, che ammutolisce taluni e rende logorroici altri, e indovinate un po’ che categoria c’è toccata in sorte.

Le dita a casaccio sui buchi del flauto, l’esortazione della maestra a tenere schiena da coro, pancia da coro, chiappette da coro.

E tra una canzone sugli egizi con una meravigliosa Iside su una sedia a rotelle di un rosa abbagliante, un faraone che in realtà arriva dal Brasile, un’orchestra di fiati, archi e tastiere, un insieme indistinto di suoni, acuti e chiacchiericci, io l’ho sentita forte, quella vocina che amo tanto.

Signori e signore in piedi, canta la piccola.

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E quando arriva la notte

Non capitava da tanto, o almeno da abbastanza per farmelo dimenticare.

Perché alle comodità ci si abitua in fretta, come l’ascensore al posto delle scale o il caffè pronto ogni mattina.

Anche alle notti intere di sonno ci si fa l’abitudine, tanto da considerarle normali dimenticando un passato fin troppo recente di risvegli multipli, emergenze, febbri alte, brutti sogni e male di vivere.

Il primogenito, che non è secondo a nessuno nella nobile arte del far preoccupare il prossimo, che come dice anche il suo pediatra è montato al contrario, col gomito che fa contatto col ginocchio come canta Elio, preso da inesprimibile saudade per le nostre notti brave ha deciso di rispolverare i vecchi talenti.

E così abbiamo trascorso la nottata a cercare rimedi per una tosse maledetta che gli toglieva il fiato, mischiando tradizione -camomilla e miele-, scienza -un mix letale di farmaci- a magia -cucchiaiate di nutella, che magari non fanno niente per la tosse ma smorzano gli istinti figlicidi.

In queste lunghe ore di veglia, tra un pacchetto di fazzoletti e un lamento, mi sono vista tre episodi del dottor House, comprata su Zalando una maglietta che non avrò mai il coraggio di mettere, mangiata quattro biscotti al cioccolato dalla scorta segreta, che tanto segreta non deve essere visto che erano gli ultimi, scritto questo post, meditato sui massimi sistemi.

L’alba ci ha sorpresi così, appena addormentati, ché la notte in fondo è solo un giorno al contrario.

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Tra serpenti e lumache

Tre quarti di un serpente abbandonato sullo zerbino, un piccolo gatto seduto che si lecca le ferite con sguardo fiero.

Deve essere stata una battaglia combattuta, ma non v’è dubbio di chi sia stato il vincitore.

Un torneo di pallavolo con patatine e salamelle per festeggiare la fine della stagione, che la mezzana in calzoncini aveva già cominciato ad onorare la sera prima con la pizzata della squadra, vincitrice del temibile campionato under tredici.

Una cena sulle panche sotto un tendone perché non c’è estate senza sagra, lo sguardo inorridito della piccola che osserva il piatto di polenta e lumache del vicino mentre raschia il fondo della sua porzione di lasagne.

Un primogenito raffreddato e affranto per la prematura dipartita del suo smartphone, che getta ombre inquietanti sull’acquisto di uno nuovo e in tempi rapidi, ché privati di Instagram e lontani dalla rete si corre il rischio di affogare.

Una parete colorata di turchese, per fare colazione ogni mattina con il cielo in cucina, imbiancata da chi ha la manualità di Edward mani di forbici e la testardaggine di Pinocchio.

Un sacchetto colmo di ciliegie prese da un signore fermo al bordo di una strada, così belle e invitanti che fai inversione a u per tornare indietro a comprarle.

Non so da voi, ma qui l’estate è già cominciata.

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Sarà la musica che gira intorno

In attesa dell’esibizione della piccola, tra sette giorni esatti, non siamo stati con le mani in mano, ché in questo periodo ricco di eventi non sembra proprio possibile.

Ieri pomeriggio è stata dunque la volta del saggio di musica della mezzana, che studia le note su Spotify e gli spartiti su Musically.

L’impegno profuso per boicottare l’evento è stato ammirevole, niente da dire.

Prima un improvviso mal di pancia, poi la misteriosa sparizione del cavo della tastiera, in ultimo un’apocalisse imminente.

Niente di tutto ciò è stato efficace, quindi alle diciassette esatte l’artista si è fatta trovare nel piazzale della scuola e mezz’ora dopo la piccola e io sedevamo sulle poltroncine rosse dell’aula magna.

Nell’ordine si sono esibiti i ragazzi e le ragazze di terza, quelli di prima, di seconda, poi ancora le prime, una canzone delle terze, l’assolo di sax, di nuovo le seconde, e come gran finale un virtuoso esempio di body percussion.

Per chi come me non lo sapesse, questa nobile forma artistica consiste nel produrre musica col corpo, per i ragazzini della fila dietro l’apoteosi delle scoregge.

La mezzana sul palco ha diviso la tastiera con una compagna, cantato una canzone in francese anche se studia tedesco e si è sbracciata nella nostra direzione per vietarci di riprendere o documentare la rumorosa esibizione.

Inutile dire che l’intero spettacolo e il file audio sono al sicuro in una cartella del mio computer, pronti ad essere usati come arma di ricatto nel futuro prossimo della figliola.

Avrò pure sopportato tutto questo per un buon motivo.

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Do re mi fa…temi uscire

“Mamma, firma qui. Metti pure la x sulla casella del no”

“Scusa, ma cosa sarebbe? Fammi leggere”

“Ma niente di importante, il saggio di musica di fine anno domani, ma non ci tengo grazie”

“Come sarebbe non ci tieni? Certo che lo farai, come le altre volte”

“Mami? Non ci voglio andare nemmeno io al saggio di musica”

“Piccola, che dici? Hai imparato le canzoni, sono mesi che ci sfinisc…ci allieti col flauto e adesso? Certo che ci devi andare, io e i tuoi fratelli saremo in prima fila”

“Io passo”

“Io pure, mother”

“Zitti voi, certo che ci venite. Allora piccola, che succede?”

“Succede che non so cantare”

“Ma no, che dici? Scacco matto la canti benissimo, ti ho sentito io. Come ti è venuta questa idea?”

“Non è un’idea. L’ha detto il maestro di musica. Ci ha fatto cantare uno per uno e i bravi andavano in un gruppo, gli stonati nell’altro”

“Ah. E quindi fa esibire solo quelli intonati?”

“No. Dobbiamo cantare tutti, ma quelli bravi devono farsi sentire, noi dobbiamo solo muovere le labbra”

“Mother, hai sentito? La piccola deve cantare in playback!”

“Ah no, nessuno mette in un angolo mia sorella. Piccola, fatti sentire!”

“Dici? Non so, e se lui si arrabbia?”

“Nessuno può chiuderti la bocca, se hai qualcosa da dire, dillo! Se hai qualcosa da cantare, cantalo!”

“Mi hai convinta! Canterò comunque”

Si prevedono disordini e sommosse mercoledì pomeriggio, all’annuale saggio di musica delle quarte elementari.

Mi sa che mi siedo dietro, vicino alla porta.

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Una notte al museo

“Mami mami mami è stato bellissimo ma non tutto perché ci sono state delle cose che mi sono piaciute e altre no per esempio mi è piaciuto tantissimo che tutto quello che ho visto al museo era vero cioè capisci erano cose esistite per davvero mica ricostruite e qualcuno così tanti anni fa ha messo quei gioielli e ha bevuto da quei bicchieri come se tra tantissimi anni qualcuno andasse a vedere un museo in cui ci sono i nostri giochi o le tue collane o la nonna imbalsamata pensa un po’ (prende fiato) e poi abbiamo fatto il laboratorio ci hanno fatto costruire un copricapo ma ce l’ha la maestra non so se lo posso portare a casa e però io volevo fare il laboratorio di imbalsamazione avevo già in mente un compagno ma vabbè (prende fiato) comunque tutto bene e i tramezzini buonissimi peccato che poi non ho chiuso bene l’acqua ed è uscita per tutto lo zaino ma tanto l’acqua non macchia come dice la nonna e va bene così (prende fiato) vi ho comprato dei regali volevo anche una matita per me però mi mancavano trenta centesimi e allora ho preferito comprarti gli orecchini a piramide ma lo sai mamma che Torino è una città dove si deve camminare tantissimo?”

La piccola è stata in gita al museo egizio di Torino.

Il suo entusiasmo è inversamente proporzionale all’uso della punteggiatura.

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Tunnel

Il primogenito si è perso in un mondo post-apocalittico, dove la vita come la conosciamo oggi non esiste più, un virus portato dalla pioggia ha sterminato quasi completamente la popolazione, due fratelli sono costretti ad abbandonare il bunker che li ha tenuti al sicuro per andare alla ricerca di cibo e si uniscono a un gruppo di sopravvissuti per arrivare in Scandinavia. Il virus ha scardinato tutte le regole della società in vigore in passato, così i sopravvissuti sono liberi di essere quello che desiderano.

Forse per questo che l’adolescente di casa è arrivato in pochi giorni alla fine della serie.

La mezzana vaga tra la Foresta Incantata e Storybrooke, città nel Maine dove Henry, un ragazzino di 10 anni, è scappato di casa per andare a cercare la sua vera madre. Il bambino, leggendo il libro “Once Upon A Time”, ha scoperto che la sua città è sotto incantesimo e che le persone che vi risiedono sono in realtà personaggi immemori del loro passato fiabesco.

La Regina Cattiva ha lanciato un sortilegio esattamente ventotto anni prima, affinché nessuno potesse avere un lieto fine, spostando il reame, governato da Biancaneve e il Principe Azzurro, nell’odierna Storybrooke.

Siccome è ancora presto per la ricerca del principe azzurro vero, la fanciulla si porta avanti con quello delle fiabe.

Io ho ritrovato un amore che credevo perduto, uno scorbutico ma fascinoso dottore col bastone, che tra un delirio e una follia risolve misteriosi enigmi medici come la gente comune il primo livello di sudoku.

Ogni occasione è buona per recuperare un episodio delle serie passate, che ai tempi non ero riuscita a vedere perché i bambini erano troppo piccoli e il massimo della programmazione televisiva era aiutare Dora l’esploratrice ad arrivare alla montagna dell’arcobaleno imparando quattro parole in inglese.

Come si può facilmente evincere, da qualche settimana ho ceduto a suppliche e insistenze e ho attivato l’abbonamento famiglia a Netflix.

Si dice che se non riesci a uscire dal tunnel lo puoi arredare.

Noi ci abbiamo acceso la televisione.

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Abilità

Un lungo messaggio whatsapp del primogenito, scritto in un italiano che avrebbe commosso Dante, un’incisività nei contenuti da inorgoglire Obama, un fervore nel convincimento da far impallidire Martin Luther King, per chiedere il permesso di andare il pomeriggio del sabato a vedere un rapper in giro per Milano.

La giovane star gira con una maschera antigas sulla faccia e una mazza da baseball fra le mani, e tra i suoi versi più famosi ricordiamo “robin hood deruba i ricchi/Malibù limone a spicchi/si fanno le storie con quaranta fighe/ma poi arrivo io quindi tu non ficchi/dentro al gioco/chiappe strette/amici rapper solo marchette”, roba da percuoterlo con la sua stessa mazza, altro che selfie davanti al Duomo.

La mezzana deve essere l’anima della festa, perché veleggia indisturbata tra una festa e una pizzata, dispensando pacchetti regalo e seminando per casa i vestiti provati prima e scartati poi. Strano che non sia stata invitata anche al royal wedding, o magari ha rifiutato lei, chissà.

La piccola fa i compiti di inglese e quelli di matematica, studia geografia, legge la biografia di una giovane e famosissima schermitrice avvalorando l’ipotesi complottista dello scambio di neonati in culla, ché altrimenti non si spiega tanta e tale differenza tra consanguinei.

Aspetta l’arrivo della sua amica S, per la prima volta a dormire da noi, ché si cresce anche passando da un pigiama condiviso, troppe chiacchiere sotto le coperte e una sveglia all’alba che mi assolverebbe davanti a qualunque giuria.

La domenica si va tutti insieme alla festa cittadina, imperdibile occasione per camminare per le vie del paese, mangiare salamella e patatine seduti su una panca davanti alla farmacia comunale e trovarsi soli e raminghi dopo che ‘mother, io sono al campetto, mamma vado in gelateria, mami ciao sto al parco giochi”.

Caro lunedì, eccomi. Sono pronta.

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