Massima allerta

“Mother, evviva! Domenica prossima c’è un torneo di pallacanestro. Tutto il giorno e si mangia lì, perché è un po’ lontano ma chissene importa, tanto ci divertiamo”

“No”

“What?”

“C’è la comunione di tua sorella, domenica”

“Io non ho sorelle”

“Mamma, siamo in finale!! Evviva!!! Ci giochiamo il primo e secondo posto dell’under tredici! Non vedo l’ora sarà bellissimo”

“No”

“Scusa?”

“C’è la comunione di tua sorella, domenica”

“No, non potete farmi questo, vi prego”

“Meowwww, meowww”

“No, c’è la comunione di…ah no tu sei il gatto”

“Domenica c’è la mia comunione mami! Che emozione”

Il conto alla rovescia per ricevere il secondo sacramento è cominciato.

Sono pronti i palloncini a unicorno e fenicottero, le tovaglie e i piatti a tema canino, una sorpresa colorata e una torta a immagine e somiglianza della comunicanda.

Ora devo solo stare attenta che i fratelli maggiori, furibondi per i mancati eventi sportivi, non assoldino qualcuno per far sparire la piccola.

Occhi aperti, gente.

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In ostaggio

“Mami, il giorno più bello della mia vita. E guarda che io di giorni belli me ne intendo, eh? Io e te tutto il tempo senza fratelli. La Betta che insegna ginnastica e sai che ho imparato la verticale al muro senza materasso? Poi le mie amiche. Il Forum di Assago!! È grandissimo è pieno di gente sembra il concerto di Jovanotti anche se non sono venuta ma tu mi hai detto che era strapieno. La ginnastica! Gli attrezzi, hai visto quanti? Le parallele asimmetriche hai visto come sono alte? E gli anelli, il cavallo, la trave. E poi le ginnaste famose, i body che brillano, i salti! Hai visto che cadono anche loro che sembrano perfette? Scivolano dalla trave e inciampano nel corpo libero e mancano l’ostaggio e vanno giù come me, di faccia.

E poi Carlotta e Vanessa, ho preso la foto con l’autografo anche se ho dovuto combattere per averle. E gli autografi e le foto insieme! Ti rendi conto?”

Otto ore in un palazzetto vociante, tra musica e applausi.

Un pranzo con focaccia al prosciutto al costo di un filetto al pepe verde, le risse dei peggiori bar di Caracas per una foto, gli autografi sul libro che sto leggendo perché ci siamo dimenticate i fogli, le code per fare la pipì e bere il caffè, anche se è finito il latte. Gli ostaggi che non siamo noi ma scopro essere le sbarre delle parallele.

E poi il suo sguardo, rivolto alle ginnaste e ai suoi sogni.

Gli inglesi lo chiamano point of view, qui si chiama cuore di mamma.

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Dottor Jekyll e mamma Hide

Ci sono mattine più buie e faticose di altre, quando come sempre inserisci il pilota automatico, ma sembra quello dell’aereo più pazzo del mondo.

Quando basta la vista di un calzino solitario sotto il tavolo della colazione, il letto lasciato sfatto perché ‘è tardi mother perdo il pullman’, il dover apparecchiare per cena anche se non è ancora spuntato il sole perché sai che tornerai troppo tardi per farlo, il registro elettronico guardato dal cellulare mente ti lavi i denti che annuncia sventure e tragedie.

Il peso del mondo sulle spalle e del gatto avvinghiato alla gamba che miagola come se il tuo polpaccio fosse una sexy gattina.

Quando senti che il limite è vicino e pensi che sarebbe cosa buona e giusta sederti sul terrazzo a fumare una sigaretta, ma ti ricordi che non fumi da quasi dieci anni.

È allora che l’imbruttimento ha la meglio, che il peggio di te prende il sopravvento e arrivederci al buon senso, ciaone alla pedagogia e brutte parole all’albero genealogico della Montessori.

È allora che le tenebre spengono la luce e la strega che abita in te si stiracchia svegliandosi, urlando ordini sparsi a figli, felini e tutto ciò che si muove.

Ne seguono momenti di concitato stupore, dove vengono raccattati i calzini, sistemati i letti e abbandonati i polpacci. La strega sorride compiaciuta e tu ti intristisci arresa, a questa parente sgradita che volente o nolente abita in te.

Il dottor Jekyll era sicuramente una madre, trasformata in mister Hide di mattina, mentre preparava i figli per andare a scuola.

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È tutto un attimo

Siamo scivolati da aprile a maggio così, come una biglia su un piano inclinato che prende velocità.

Abbiamo attraversato questo ponte senza quasi accorgercene, forse perché ricco di cose da fare, tra punizioni esemplari, compiti arretrati e amici col dito sul campanello di casa.

Un pomeriggio di cinema solo al femminile, con un film animato di gnomi, amore e mistero che mi hanno raccontato essere bellissimo, mami, peccato che tu abbia dormito dall’inizio ai titoli di coda.

Una partita all’ultimo punto della squadra di pallavolo della mezzana, con un tifo avversario urlante e arrabbiato.

L’inizio del corso per i ragazzi di prima liceo, che in otto incontri trasformerà il primogenito da animato a animatore dell’oratorio estivo, per sopraggiunti limiti di età.

Un cerbiatto sulla strada, immobile davanti all’auto, che mi fissa un secondo prima di scappare nel bosco, una sera tardi tornando dal lavoro.

I preparativi dell’ormai prossima comunione della piccola, all’insegna della sobrietà, degli unicorni e dei cani.

Lo studio di un viaggio futuro ma non troppo, ché alla fine dopo la partenza il momento migliore è quando progetti e immagini.

I passetti sicuri del più piccolo abitante del cortile, che a nemmeno un anno zompetta felice dietro i compagni più grandi.

Qui bisogna stare attenti, che ci si ritrova a giugno senza nemmeno passare dal via.

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E all’improvviso, il genio

“Mother, prendo questi”

“Ma sono calzettoni al ginocchio! Fa caldo! E poi scusami, hai fatto tutto l’inverno coi ghiaccioli sulle caviglie nude e adesso che dovresti stare in infradito ti copri?”

“È la moda, mother”

“Mami mami guarda! C’è L!

Amica mia vieni, abbracciamoci!”

“Oh, ciao L, come stai? Sei qui con la nonna? Buongiorno signora”

“Ma buongiorno a lei, guarda che meraviglia queste creature come sono contente di vedersi. È una gioia, perché L è figlia unica e con la sua bambina sono come sorelle”

“Eh sì, proprio una bella amicizia”

“Ma anche quel ragazzo è figlio suo?”

“Sì”

“E quella ragazzina alta alta?”

“Pure”

“Caspita signora, non s’è risparmiata”

“Ehm…già”

“No ma dico, il televisore non ce l’avevate?”

“….”

“No dico, ci ha dato proprio dentro, eh?”

“Ragazzi! È ora di andare! Piccola, saluta l’amica L”

“Però mi raccomando, eh. Adesso basta!”

“Tranquilla signora. Ho Netflix”

Era da tempo che non mi si guardava come una strana creatura per via della prole.

Succedeva più che altro quando erano tutti piccini, e insieme vocianti sembravano ancora di più.

Finché un giorno il primogenito, all’ennesima anziana signora che al supermercato chiedeva come mai questi figliuoli fossero così numerosi, rispose serafico “eravamo tre per due alla corsia cinque, la mamma ci ha presi tutti lì”

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Online

“E questo? Cos’è? Ti avevo detto che non potevi avere questa applicazione dove chiunque può scrivere in anonimo qualcosa su di te. È un gioco al massacro. Disinstalla immediatamente”

“Vabbè mamma, ma non la usavo mica…era lì tanto per fare”

“Scusa, perché sul tuo profilo Instagram c’è scritto che hai quattordici anni? Mi sono persa qualcosa?”

“No, è che Instagram chiuderà per i minori di quattordici anni, io scrivo che ce li ho e buonanotte, nessuno mi trova”

“Correggi subito quella data”

“Uffa”

“Scusa, ma da quando hai una password?”

“Mother, è la privacy”

“Avrai la privacy quando sarai in grado di comprarti un cellulare e ricaricarlo ogni mese con la tua carta di credito. Scegli. Via la password o via il telefono”

“Uffa, mother”

“E poi non se ne può più. Appena mi giro stai col telefono in mano”

“Ti sbagli, sto facendo una ricerca”

“Ah sì? Fammi un po’ vedere. Ma questo è google traduttore! Quale ricerca?”

“La ricerca del significato, no? Non ci capisco una mazza”

“Mami, qual è la password del wi-fi? Devo guardare i video di ginnastica di Nadia Comanenci”

“Giusto Mother, passa la password”

“Ah sì? Beh, è semplicissima. Il nome dei componenti della famiglia Bolkonskij, protagonisti di Guerra e Pace. Sono solo milleseicentotrentotto pagine, è sulla mensola a destra”

“Cosa?!?! No, dimmi che non l’hai fatto sul serio!”

“No, ma prima o poi succederà. Quando meno te lo aspetti”

Vigilare sul mondo virtuale dei figli sta diventando più impegnativo che presidiare quello reale.

Serve una mamma in più.

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Una storia a lieto inizio

Il viaggio perfetto è circolare. La gioia della partenza, la gioia del ritorno”

Dino Basili

Adil ha solo sette anni quando va a vivere con una famiglia che non è la sua. Andrà in affido, gli spiegano i grandi, quelli che si occupano di lui.

Ma per Adil, che anche negli anni precedenti non aveva trascorso molto tempo con la sua famiglia d’origine, non era un discorso molto chiaro perché lui dei genitori e dei fratelli ce li aveva già, non ne servivano mica altri.

Karim è un uomo sorridente dagli occhi gentili, che tra  le fatiche di una vita non semplice coltiva un solo desiderio. Ritornare a essere il papà di Adil, quello che lo porta a scuola e agli allenamenti di calcio, che lo sgrida perché deve fare i compiti e gli insegna ad andare in bicicletta, che esulta per un goal la domenica e lo consola per un brutto voto.

Beatrice e Stefano sono una coppia e genitori di tre figli, che verrebbe da chiedersi se non avessero già abbastanza da fare così.

Ma l’amore a volte è una coperta tanto grande da scaldare tutti e lasciare spazio anche per altri.

E sotto questa coperta colorata ha trovato posto anche Adil, che per tre anni ha condiviso il tetto, la tavola, la sveglia, la buonanotte, le vacanze, la piscina e lo sport con questa nuova famiglia che non era la sua, ma forse non era così importante.

In principio non è stato facile, perché bisogna imparare a fidarsi e mica è così semplice quando le cose nella vita non sono sempre andate bene.

Bisogna imparare a conoscersi, e un po’ anche a riconoscersi come parte di una famiglia anche se non ci sei nato.

Però è più facile quando ci sono due fratelli e una sorella grandi che ti trattano proprio come fossi sempre stato lì, tra coccole, giochi e mazzate.

È più facile se il tuo papà diventa amico del tuo papà affidatario, che quando li chiami si girano entrambi.

È più facile se la tua mamma affidataria ti aspetta fuori da scuola ogni giorno alla stessa ora, e tu la intravedi dalla finestra del corridoio.

È più facile quando a ferragosto si fa una grigliata tutti insieme, a parte le costine di maiale che Karim non mangia.

È più facile quando i grandi aprono le braccia e si rimboccano le maniche, ognuno pronto a fare la sua parte.

È più facile ma non è mai semplice, perché affido significa andare, con la speranza di tornare.

Adil è tornato, alla fine, a casa dal suo papà.

E i ritorni vanno celebrati, per ricordare il percorso di strada fatto insieme, per non dimenticare che famiglia è una bellissima parola perché si adatta e si modella nelle situazioni più diverse, ovunque ci siano delle persone che si vogliono bene.

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Sei un mito

“Mami, quante belle notizie oggi!”

“O tesoro, beata te. Dimmi dimmi, che sono curiosa”

“Allora. la più bella, ovviamente, è che domani non si va a scuola”

“Concordo, mi pare un’ottima notizia”

“E poi…”

“E poi?”

“E poi ho da fare un compito bellissimo e non vedo l’ora di cominciare”

“Caspita, non ti ho mai visto così entusiasta per un compito”

“Ma stavolta è diverso, perché devo fare la descrizione di una donna che ammiro e che per me è un mito”

“Mi sembra bello, e tu chi hai scelto?”

“una donna che nella mia vita significa tanto”

“Oh”

“che rappresenta un modello per tante”

“Oh”

“che si è sacrificata per raggiungere i suoi obiettivi e li ha raggiunti”

“Oh”

“che ha dovuto affrontare dei momenti difficili ma non si è mai arresa”

“Oh”

“che ha un grande talento”

“Oh”

“Che vorrei essere io da grande”

“Accidenti, che descrizione meravigliosa. quindi la donna che ammiri è…”

“Nadia!”

“Nadia? Nadia chi, scusa?”

“Ma Nadia Comanenci, mami, chi sennò? L’unica ginnasta ad aver preso il dieci perfetto alle olimpiadi! Alle parallele asimmetriche e alla trave! E aveva solo quattordici anni, come mio fratello che però alle olimpiadi manco lo fanno entrare. Un mito assoluto, leggera come una farfalla, forte nei salti e precisa negli atterraggi. Ah, che donna meravigliosa”

E io, che mi incarto anche ad allacciarmi le scarpe, non ho più speranze.

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Meditazioni primaverili

Cambia la temperatura fuori e quella emotiva dentro, col caldo che scioglie nodi come ghiacciai.

E allora via libera ai pantaloncini alle sette della mattina, anche se devi portare una cartella pesante sulle spalle.

All’arrivo delle maniche corte e l’addio alla canottiera, anche se a metterla è solo la piccola, perché anni fa la sua maestra del cuore le disse che bisognava assolutamente portarla e lei è così, obbediente con gli altri.

Via libera alle lotte per una doccia e un deodorante, ai palloni in cortile e sul terrazzo, ché come le posate a una cena importante ce n’è uno per ogni tipo, uno da pallavolo, uno da calcio, da basket, da muretto.

Ai campanelli che suonano per chiedere di scendere o di salire, di stare insieme per la merenda, un nascondino o una palla prigioniera.

Alla musica che esce da un cellulare appoggiato ai garage mentre quattro fanciulle provano le coreografie da villaggio vacanze, alla signora che tra poco uscirà per lamentarsene.

Via libera alla luce accecante che smaschera la polvere sulle mensole e le magagne sulle cosce.

Al calore che ti investe quando entri nella macchina parcheggiata al sole e tu non sei pronta perché fino all’altro ieri ti infagottavi in sciarpe e giacconi.

Alla faccia pallida che vorrebbe prendere un po’ di colore, agli starnuti per i pollini e agli occhi che lacrimano.

All’insana voglia di giardinaggio, ché col tuo pollice mortifero puoi giusto scrivere messaggi su whatsapp, altro che coltivare.

E quando arriva la sera, l’aria è tiepida e c’è ancora luce, lasci spazio agli interrogativi nella tua mente, che si facciano strada e scivolino tra le maglie più larghe e meno rigorose della quotidianità.

Ma le scarpe leggere, dove le avrò messe?

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Food porn

La piccola è stata invitata e ha partecipato al primo pigiama party della sua vita, a casa dell’amica e compagna V.

Nello zaino ha messo infradito e pile, pigiama e mantello. Si è preoccupata di cosa avrebbe mangiato per cena, ché la mamma di V. è russa e il primogenito le ha detto che le avrebbero cucinato l’Okrowska, una zuppa tipica russa a base di carne, cetrioli e panna acida.

Invece sì è divorata pizza, pop corn e polipetti di würstel, oltre a un sontuoso tiramisù per torta.

Ha raccontato di essere stata sveglia tutta la notte e di aver fatto con le amiche lo spuntino di mezzanotte, delle due e delle quattro, coi polipetti avanzati.

Il grande è apparso per un attimo al ritorno da scuola, giusto per un piatto di penne al ragù e poi ha salutato tutti caramente, rincasando oltre la mezzanotte, dopo la partita e la pizzata con la squadra. Nel pomeriggio aveva acquistato un paio di finti occhiali da vista a goccia, che a suo modesto parere e buongusto gli stanno benissimo.

La mezzana s’è goduta l’assenza dei congiunti e in stile con le sue passioni ha voluto onorare il momento con una seduta di shopping madre figlia, dove la madre è colei che paga senza metter becco nelle scelte.

La serata è culminata con una cena servita su due vassoi, al self service dell’ipermercato con vista tangenziale, facendo finta di essere in un ristorante fronte mare.

La domenica, una volta recuperata la piccola al pigiama party e svegliato il primogenito ben oltre l’ora di pranzo, ci siamo preparati per assistere al battesimo del più piccolo abitante della corte e soprattutto gustare le prelibatezze del rinfresco che ne è seguito.

Un fine settimana all’ingrasso e condito di felicità, insomma.

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