Un passo dopo l’altro

Le guerre puniche e i cartaginesi, il libro dei compiti delle vacanze di inglese ritrovato immacolato e intonso tra i quaderni da zero virgola cinque millimetri.

Il no per un piercing con conseguente disperazione, che a confronto la tragedia greca è una serata di cabaret a zelig.

Il torneo itinerante di pallavolo, l’amichevole fuori casa di pallacanestro, la dimostrazione di ginnastica in piazza.

L’arrivo per ultimi alla camminata non competitiva, che abbiamo preso alla lettera.

I muscoli doloranti per il troppo sport, il silenzio che cala presto, la sera, dopo una giornata cominciata al buio, la piccola che pretende il piumone perché quando comincia la scuola finisce l’estate e scende il freddo nell’anima.

Una nuova serie che cattura il tempo libero, l’ultima cena alla sagra e il ventiduesimo peluche vinto alla pesca.

Una rinuncia e una conquista, l’ascolto attento di un bisogno, il pomeriggio della domenica al cinema.

Due sorelle che cantano a squarciagola mentre sparecchiano la tavola, un primogenito che appoggia la sua testa alla mia spalla, sul divano rosso mentre vediamo un film.

Le liste e l’organizzazione, che oggi scrivo e domani cancello, con l’illusione di controllare il caos dentro e fuori.

Qui si impara a ricominciare, lentamente.

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Riunione di famiglia

“Allora forza, tutti qui in sala che cominciamo!”

“Mother, ti prego, no”

“Zitto e seduto”

“Mami mami arrivo che bello mi piace tanto quando lo facciamo”

“Bene, meno male che qualcun altro oltre a me è contento. Ma tua sorella?”

“Eccomi, ero in bagno”

“Col cellulare immagino, visti i tempi di permanenza. Comunque appoggialo lì sul camino”

“Mother, ti prego”

“Eccoci tutti qui insieme. Come ben sapete, domani comincia la scuola”

“Aaarghhhhh!!!”

“Che succede? Stai male?”

“No, è la fitta di dolore che mi attraversa ogni volta che lo sento, mother”

“Su su, basta scene. Che poi per te è il secondo anno di liceo, sarà più semplice ora che sai come funziona”

“È proprio per questo, certo che lo so, bisogna studiare! Ah, che sofferenza”

“Mami mami io sono felice perché torna la mia maestra S, che fa gli anni il mio stesso giorno e ha paura dei cani, anche se io non ho più paura perché sono passati due anni da quando è andata via”

“Sentire lei felice fa ancora più male”

“Ma smettila, quante storie. Comunque siamo qui per dirci che sì, inizia la scuola, è un anno importante e merita il massimo dell’impegno da subito. È inutile lamentarsi perché l’inizio della scuola è ineluttabile, come la morte e il fatto che bisogna alzarsi presto, molto presto. A questo proposito, patti chiari amicizia lunga: non voglio che le mie mattine si trasformino in una partita a nascondino tra uno sotto le coperte, l’altra in bagno e la terza chissà dove. Quando vi chiamo, in piedi”

“Tranquilla mamma, io ho la sveglia”

“Oh, bene così. E cosa fai quando suona la sveglia?”

“La spengo e mi rigiro, tanto arrivi tu”

“Ecco, a posto”

“Io prometto che mi alzerò senza storie, mami. Sono così contenta di rivedere la maestra e che inizi la scuola”

“Aaarghhhh!!! Basta, fatela smettere”

La consueta riunione di famiglia per l’inizio dell’anno accademico si è svolta senza intoppi e con risultati performanti.

A parte il primogenito riverso sul divano rosso della sala, siamo ottimisti.

Forse.

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La buona scuola

“Mamma, perché devo andare a scuola?”

“Ehm..”

“Ecco vedi, non lo sai nemmeno tu”

E invece sì che lo so, e te lo dico.

Devi andare a scuola per imparare, perché è più bello di quanto tu non creda sapere che l’Umbria non è bagnata dal mare, Matera sta in Basilicata e il Monte Bianco è la montagna più alta d’Italia, senza andare a cercare su Google.

Devi andare a scuola perché sapere più lingue ti consentirà di viaggiare, e hai già capito che il mondo è il libro più bello da sfogliare.

Devi andare a scuola perché la matematica nella sua certezza può essere un conforto in una vita che di certezze ne ha ben poche.

Devi andare a scuola perché imparare quella lunghissima parafrasi forse un giorno ti servirà come è stato per me, a stare seduta in una sera di inverno a fianco di un ragazzino scontroso che non sapeva da che parte cominciare.

Devi andare a scuola perché più impari più sei curioso, in un cerchio virtuoso che non ha mai fine.

Devi andare a scuola perché, fra i tanti professori che si avvicendano a quella cattedra ne troverai uno che ti trasmetterà la passione per quello che insegna, facendoti il regalo più grande, il desiderio di conoscere.

Devi andare a scuola perché quello è il tuo posto, al secondo banco in terza fila, di fianco al tuo migliore amico e dietro alla ragazzina dagli occhi belli, insieme ad altri venti ragazzini che, proprio come te, si stanno facendo la stessa domanda.

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Do you remember?

Quella volta che abbiamo aspettato sotto la pioggia, a sera tarda, gli harlem globetrotters che uscissero dal palazzetto, per farci autografare la maglia appena comprata di otto taglie più grandi, l’emozione di quei giganti buoni che gli stringono le mani.

Non se lo ricordano.

Un’alba su una spiaggia greca, con il cielo più rosa di un Barbapapà, la sabbia fresca sotto i piedi nudi e il vento caldo sulla faccia.

Non se la ricordano.

La nascita di un cucciolo di lince, vista in un parco faunistico su un’isola lontana, mentre papà lince stava di guardia attento.

Non se lo ricordano.

La visita alla cabina del pilota, il battesimo del volo e compleanno festeggiati in alta quota.

Non se lo ricordano.

Lo spettacolo di dinosauri dall’America, gli occhi sgranati sul gigantesco t-rex che fa il suo ingresso all’improvviso nel forum pieno di spettatori.

Non se lo ricordano.

Eppure tutte quelle emozioni sono lì, come il cemento tra i mattoni, la colla fra le piastrelle, la maionese nel panino.

Tengono insieme i ragazzi che sono e gli adulti che diventeranno.

Quelle emozioni sono lì appiccicate, tra la pancia e il cuore, nascoste alla memoria, tra le pieghe dell’anima, in uno sguardo curioso o in un ricordo improvviso, a dare forma e sostanza, ché siamo fatti di tutto quello che abbiamo fatto.

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Check in

“Oh, molto bene. Quest’anno siamo davvero organizzati per l’inizio della scuola, mica come le altre volte quando compravo compassi e goniometri su Amazon Prime la sera prima.

Allora, visto che siete tutti qui, facciamo un controllo veloce. Pronti?”

“Si”

“Accidenti che entusiasmo, su con la vita! Cominciamo: libri!”

“Pronti Mami, ci sono tutti con la copertina e pure il nome giusto scritto sopra, che l’altr’anno ti eri confusa e avevi scritto il nome di mia sorella sui miei e le etichette non venivano più via neanche a grattarle con le unghie…”

“Va bene va bene procediamo. Cancelleria!”

“Mamma tutto a posto, ho le penne coi brillantini e le gomme per la mia collezione”

“Sì ma le penne, le matite hb, i quaderni, fogli coi buchi, righe e squadre…”

“Ah quelli, sì ci sono se servono”

“Beh, lo spero bene che ti servano. Comunque ci siamo quasi. Zaini?”

“Tutti qui mother, non li abbiamo neanche persi quest’anno”

“Già, un successone. Molto bene. E ultimo ma non per importanza…i compiti delle vacanze”

“…”

“Ehi! Dove andate? Venite subito qui! Fatemi un po’ vedere…cielo. Perché queste pagine saltate? E questo libro, non hai finito di leggerlo? E ora?”

Nell’annoso dibattito compiti delle vacanze sì, compiti delle vacanze no, ho deciso di prendere una posizione netta, pedagogicamente pensata, educativamente meditata.

Affari loro.

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Cosa fatta capo ha

La piccola è una creatura solare, pacifica e mite, il più delle volte.

Di tanto in tanto quel sole si oscura e si scatenano breve ma violente tempeste, di norma verso i suoi più stretti congiunti, ché al mondo vogliamo mostrare sempre il nostro lato migliore.

Sono comunque eventi sporadici-per quanto non piacevoli- e la maggioranza delle sue giornate comincia e finisce con un sorriso, un abbraccio e una gocciola.

È sempre spettinata, strabuzza gli occhi quando è in disaccordo, dà mazzate al fratello maggiore che la stuzzica e istiga senza sosta.

Ha delle passioni incrollabili e insindacabili, tra cui ricordiamo le lasagne, la ginnastica artistica, sua sorella e i cani.

Ama guardare video su YouTube e la sua cronologia spazia da “è stato ritrovato un megalodonte vivo nella fossa delle marianne?” al “come convincere tua madre a prenderti un cane in dieci semplici mosse”.

È curiosa e vivace, altruista e spiritosa, intimamente convinta di essere la preferita.

Tuttavia, ha un problema con gli inizi, il ricominciare, i primi giorni in generale, che le procurano ansia, tachicardia e molesta euforia.

“Mami, si ricomincia”

“Eh già, proprio oggi, sei contenta?”

“No. Sì. Non lo so. Mami, non so ancora fare la spaccata, non sono capace di andare giù fino in fondo che se no mi spezzo in due. Mi prenderanno in giro, nessuno vorrà parlare con me”

“Tesoro, tranquilla. Hai fatto passi da gigante, verrà anche la spaccata. Ti ricordi che anche l’anno scorso avevi paura? Poi è stata una stagione bellissima a ginnastica”

“Piccola, la mamma ha ragione, io e lei mica sappiamo fare la spaccata ma siamo contente lo stesso”

“Ma che c’entra? La mamma è anziana -senza offesa, mami- e tu sei di legno e non ti tocchi neanche le dita dei piedi”

“Eh già, senza offesa. Ascolta, fai un bel respiro e prepara la borsa, che è quasi ora. Pensa a tutte le cose belle. Fare ginnastica ti far star bene, ci sono le tue amiche, la tua insegnante adorata”

“La tuta! Oggi ci danno la tuta nuova della società, quella col nome! Evviva! Grazie mami per il colloquio, dovevi fare la psicologa da grande”

Per terapie individuali o di gruppo sono a disposizione.

Scrivetemi pure.

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Ritorno al futuro

Il primogenito che sua sponte si mette a sistemare la stanza, accadimento che per la teoria degli eventi rari di Poisson è secondo solo alla bioluminescenza negli oceani o la marea rossa in Malesia.

La mezzana che manipola con sostanze ignote uno slime portato da Londra creando una nuova colla miracolosa che a confronto la millechiodi si sciacqua con un po’ d’acqua.

La piccola che infila le mani nel suddetto slime e ne rimane pietrificata come solo Giucas Casella nel celebre numero delle mani giunte e incollate.

Io che passo l’intero pomeriggio a cercare un rimedio in grado di togliere la strana sostanza dalle mani dell’ultimogenita, già rassegnata a non finire i compiti delle vacanze.

La cena alla sagra settembrina con annessa pesca di beneficienza, che ci regala un vaso, metà anfora greca e metà brocca, dal decoro floreale che strizza l’occhio alle ceramiche ming del quinto secolo, vinta dalla mezzana che per punizione se lo vedrà recapitare come regalo di compleanno.

Il rientro al lavoro che agita l’ansia e la pancia finché non arrivi e riprendi a pedalare come se non avessi smesso mai, e le vacanze sembrano un ricordo lontano quando invece sono in un posto vicino dentro di te.

Le liste di cose da fare, da pagare, da disdire o cominciare, i pacchi in posta da ritirare, i capelli da sistemare, le decisioni da prendere, gli abbracci da dare.

È settembre, siamo a casa.

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Alla fine

Seicento chilometri tra un fiordo e un ghiacciaio, eroicamente condotti dal fidanzato.

Una strada a picco sulla scogliera, tra montagne maestose ma fragili e il mare, quasi verde.

Un piccolo paese sul porto, con la chiesetta, il bar e come unico museo la collezione privata di minerali di una signora dal nome profetico, Petra.

Più di trenta uova scolpite, una per ogni tipo di uccello, appoggiate sul lungomare una in fila all’altra.

Tra le dieci cose imperdibili da fare, consiglia l’ufficio del turismo, leggiamo “ascoltare il suono del silenzio”, “ammirare la bellezza della natura”, “incontrare la gente del posto”.

Una pianura immensa, verdissima, punteggiata di pecore e cavalli.

Un altopiano ricoperto di lava, conseguenza di una deflagrante eruzione di tanti anni fa.

Il ghiacciaio, immenso, imponente, sacro, che ci accompagna per oltre due ore di guida. Sotto quell’immensa calotta di ghiaccio sonnecchia un altro vulcano attivo, che prima o poi si sveglierà provocando disastri.

Una spiaggia nera, dove sbocca un fiume che trasporta iceberg dalle forme più insolite e colori diversi, in bianco i giovani, in azzurro i più vecchi. Foche che emergono e scompaiono, giocando tra questi affascinanti pezzi di ghiaccio.

Uno spettacolo di una bellezza disarmante ma di una preoccupazione importante, quella di un ghiacciaio che ogni anno si ritira di oltre cinquecento metri.

L’arrivo a destinazione, con un tramonto sul mare accanto a una piccola chiesa.

Una casa alla fine del mondo, ai piedi di una montagna.

Siamo quasi al termine del nostro viaggio.

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Appolo

La sveglia suona presto, col rumore delle gocce sul vetro della finestra.

Il cielo è minaccioso e tira un vento freddo, ma visto che non siamo qui per fare i balli di gruppo ci copriamo come possiamo e ci rimettiamo in marcia.

Siamo sempre intorno al lago dei moscerini killer, e decidiamo di esplorare la zona di Dimmuborgir, dove le formazioni laviche hanno dato vita a un bizzarro paesaggio, dove sculture con sembianze umane si alternano ad archi.

Una si innalza come una chiesa gotica.

La pioggia ha smesso di cadere, anche se il cielo è ancora cupo.

Riusciamo così a visitare un luogo di culto per gli appassionati del genere, la grotta dove due protagonisti della saga del Trono di spade hanno consumato un focoso amplesso, nell’ultima stagione.

Ci aspettano centocinquanta chilometri per arrivare a Seydisfordjur, ridente cittadina che si sviluppa proprio davanti a un fiordo.

Cittadina è una parola grossa, considerato che ci abitano seicento persone. Ci sono tre bar, una farmacia, la chiesa e un mini market dove il mio fidanzato fa scorta di Appolo, una specie di grossa caramella col contorno di liquirizia e l’interno Dio solo sa di cosa.

L’ostello è una vecchia abitazione rossa dalle finestre bianche. Mi sento come a casa, forse perché tutto il mobilio è firmato Ikea.

La sera l’attività più gettonata è passeggiare fino al grande traghetto, che ogni mercoledì salpa alla volta della Danimarca.

Trascorriamo così la nostra trasgressiva serata, sempre con un occhio al cielo, che purtroppo stasera non regala nulla.

E domani via, cinquecento chilometri verso l’Islanda sud orientale.

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Sarà l’aurora

Una luna piena splendente sulla baia, ma di aurora boreale nemmeno l’ombra.

Ho il sospetto che si faccia vedere non appena noi, sfiniti dalla giornata e tremanti di freddo, decidiamo di arrenderci.

La giornata inizia presto perché la strada è lunga, la prima tappa è una famosa cascata, Dettifoss, che raggiungiamo attraverso un sentiero suggestivo.

Lei è come ce la aspettavamo, potente e imponente, rumorosa e veloce, con due arcobaleni che sembrano unire le sue sponde.

Una freccia nascosta indica un’altra cascata, attraverso un sentiero che si snoda tra grossi massi e terra vulcanica.

E siccome sotto i tre chilometri per il mio fidanzato sono solo quatto passi, ci avventuriamo in un percorso sempre più suggestivo fino ad arrivare al punto in cui due fiumi di uniscono formando una moltitudine di cascate più piccole.

Sarà la fatica per arrivarci, sarà che siamo praticamente soli in uno spazio infinito, sarà la fame perché è ora di pranzo ma sembra di non aver mai visto niente di più bello.

Riprendiamo la macchina perché purtroppo o per fortuna le cose da vedere sono numerose, e noi finiamo sempre per deviare dal percorso incuriositi da una strada, un cartello o un panorama.

Mangiamo un panino su una collina con vista lago e beviamo il caffè in una centrale geotermica, e finalmente arriviamo nel Myvatn, regione famosa tra le altre cose per i moscerini killer che infestano le rive di un bellissimo lago.

E qui, finalmente, ci immergiamo nelle sorgenti termali della piscina all’aperto, tra l’azzurro dell’acqua e il nero della lava intorno.

Nero, come il braccialetto preferito che ho tenuto al polso, ossidandone la superficie.

La sera arriva in fretta, e il buio ci trova in piedi, tremanti, travolti da un vento gelido e col naso all’insù.

Quando all’improvviso, tra le nuvole più lontane, uno scintillio verde.

È lei, è l’aurora.

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