Miss mezzana

Sei stata eletta Miss Yamamay, non per il bikini ma per l’accanimento nei tornei di pallavolo.

Hai letto metà del libro che ti avevo dato, che per i tuoi standard di lettura è qualcosa di eccezionale.

Hai sostituito i braccialetti presi in ogni porto della crociera con cordini, cordicelle, cerchi di plastica colorata e le tue braccia ora nascondono la dermatite sotto un arcobaleno.

Hai camminato tanto, e tanto ancora, con lo zaino, sotto la pioggia, sopra un ghiacciaio senza mai lamentarti, tanto da farmi chiedere cosa ti sciogliessero nel latte il mattino.

Ti sei presa cura di te e anche un po’ degli altri.

Sei stata senza cellulare per undici giorni, il campeggio è meglio di un rehab.

Sei tornata con qualche etto in meno e alcuni chili di adolescenza in più.

Sei arrivata e ti lavi la tazza, metti a posto i vestiti, fai la doccia senza che nessuno te lo imponga. Da oggi mi voto a Santa Caterina (Valfurva) protettrice di madri con figlie femmine disordinate.

Non ti siamo mancati e lo dici quasi sottovoce, invece voglio che lo gridi perché è così che deve essere: stare bene lontani ed essere felici di riabbracciarsi.

Bentornata a casa, mezzana del mio cuore.

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Come una piuma

La luna rossa, che appare e scompare in una sera d’estate, da ammirare seduti sui gradini della corte, insieme ai tuoi vicini e amici, o amici e vicini che dir si voglia e una bottiglia di limoncello che finisce prima dell’eclissi.

L’attesa di un rientro, anzi due, i preparativi di una partenza, ché qualcuno in famiglia è sempre in movimento.

La colazione in un McDonald deserto, mentre se ne vanno quelli del turno di notte.

La voglia di rivedere le fanciulle di casa, osservarne i cambiamenti, scovarne le differenze come nei giochi della settimana enigmistica.

Una chiacchierata al lavoro, con una donna dagli occhi celesti tanto minuta quanto determinata, sulla fatica e la meraviglia dell’essere genitori, del saper acciuffare al volo le cose belle che la vita ci offre, del sentirsi troppo responsabili o troppo poco meritevoli.

Le lacrime inaspettate di una emozione profonda.

Accarezzare un sogno e un passaporto che ci porterà lontano, presto.

Vivere la nostalgia come un accessorio del sentimento, la mancanza come un altro tipo di presenza.

La felicità che si posa lieve e silenziosa, come una mano sulla spalla o una piuma dal cielo.

Perché a volte ci si sente vivi in un colpo di tosse, con un morso a un pancake al cioccolato, nell’aria fresca di un mattino che prelude una giornata rovente.

Nell’indugiare in un profumo che evoca memorie, ancorare pensieri in parole, riempirsi la pancia di una canzone.

Perché la pazienza vince sul tempo, e l’estate porta colore e cambiamento.

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L’unico e il solo

Gli occhi tra il verde e l’azzurro, a seconda del tempo, l’umore o chissà che altro, le ciglia nere più lunghe e invidiate della famiglia.

Il ciuffo ribelle e solo apparentemente spettinato a nascondere i brufoli sulla fronte.

Le labbra piene, un regalo mio, che distese scoprono una fila di denti finalmente regolari dopo anni di apparecchi e sale d’attesa dal dentista.

Le spalle larghe e gli addominali a vista, ché le giornate passate tra bici, campetto e palla da basket segnano anima e corpo.

I piedi da tempo più grandi dei miei, vestiti da un paio di scarpe che ha desiderato per mesi, che la sera chiude in casa per paura del ladri mentre la bici rimane fuori.

Le dita lunghe, agili e veloci intorno a un mazzo di carte, che appare, scompare, cambia forma in un ventaglio o un serpente.

Una vita sociale intensa e regolare, tanti amici che condividono passioni, uscite, partite e stupidera.

Il ragazzo grande di casa sta vivendo appieno la settimana sorelle free, svegliandosi tardi senza che nessuno stia litigando in sala per il telecomando, finendo discorsi interi senza che qualcuno lo interrompa sul più bello.

Si prepara per la prossima partenza per la montagna con l’entusiasmo del soldato che torna dal fronte.

Traghetta beato tra un campetto e un autoscontro, va a lezione di inglese per recuperare il debito a settembre, legge un libro che gli ho consigliato e mi chiama mamma anziché mother.

La sera tardi guardiamo un film insieme, possibilmente pauroso, io mi addormento sfinita e lui mi sveglia quando è finito.

È molesto, vitale e irresistibile, come solo un primogenito adolescente temporaneamente figlio unico sa essere.

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Tu, proprio tu

Tu che hai la curiosità dell’esploratore, la lungimiranza del visionario, il coraggio e l’incoscienza dell’innovatore.

Che vedi oltre ma soprattutto dentro, di te ma anche di chi ti sta accanto.

Che non entri in punta di piedi anzi fai un gran baccano quando arrivi nelle vite degli altri, perché porti novità, entusiasmo e allegria.

Che hai fatto della cura un modus vivendi e della gentilezza un modus operandi.

Che con mio sommo sdegno non ti accorgi di un cambiamento nei capelli, nel trucco o nei vestiti ma per mia grande fortuna cogli uno sguardo diverso o un tono di voce più basso.

Che sei capace di fare rete anche con quattro fili e di creare connessione anche dove non c’è campo.

Che non sai risolvere rebus ma sei un grande enigmista.

Che porti il sole quando siamo in vacanza ma non mi porti all’Ikea, che quando dici anello intendi quello da dieci chilometri, quando mi chiedi “andiamo a fare una passeggiata?” mi rassegno a pomeriggi di boschi e sentieri.

Che mantieni saldo il timone e sicura la rotta, anche quando il mare intorno è onde e tempesta.

Che vedi i limiti come guadi di un fiume nel bosco, e metti un sasso dopo l’altro per superarli.

Che sei un padre critico nei tuoi confronti e attento ai figli, i tuoi ma non solo.

Che riesci a stare al mio fianco nella vita di tutti i giorni, un passo avanti se c’è pericolo e uno indietro quando è necessario.

Che ancora adesso, quando in mezzo alla gente il mio sguardo incontra il tuo sorriso, so di essere a casa.

Perché ci sono degli amori che vanno talmente in profondità da farti volare in alto.

E qui da noi, il panorama è bellissimo.

Buon compleanno, Marco.

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Vagabondo che son io

Due notti e mezzo, quattro tra pranzi e cene, tre lavatrici e un metro cubo di panni da stirare, un numero tendente a infinito di parole.

Questa in cifre la permanenza a casa della piccola, che nel buio e l’umidità delle quattro del mattino è ri-partita per il campo estivo di ginnastica artistica.

Giù da un pullman e sopra un pulmino, nello spazio di un mattino.

Ad accompagnare la truppa di ragazzine col body la loro eroica insegnante, che per una settimana farà da maestra di ginnastica, madre sostitutiva, guida spirituale e cane da pastore per non perdere nessuna delle fanciulle che le sono state affidate.

Immagino che tenga il mantello da supereroe nel borsone della società, altrimenti non si spiega.

La mezzana nel mentre pascola serena nel secondo turno di campeggio, quello dei preadolescenti. Un girone infernale di montagna, per intenderci. Nelle foto che ogni tanto appaiono sul gruppo lei non si vede mai, quindi delle due l’una: o si è fermata all’autogrill giu a valle o resta in tenda nascosta per evitare le camminate.

E se la matematica non è un’opinione, sottraendo due sorelle il primogenito trascorrerà una settimana di solitudine, come se fosse figlio unico, che in termini di felicità è l’equivalente di un tredici al totocalcio o tre simboli uguali al gratta e vinci “turista per sempre”.

Io, tra una valigia, una lavatrice, una partenza e un arrivo un po’ mi intristisco e un po’ mi esalto, ritrovo libertà e perdo tempo, aspetto in silenzio notizie dai gruppi whatsapp.

Un po’ mi mancano e un po’ le invidio, le mie fanciulle, vagabonde e felici.

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Superlativo assoluto

“Mami mami mami eccomi qua ma mi manca già il campeggio vorrei tornarci è stato super bellissimo!

Ti ricordi che piangevo quando sono salita sul pullman? Beh non ho pianto più solo quando sei andata via domenica ma quello era per colpa tua mica mia. Poi però L mi ha abbracciata ogni volta che mi veniva da pensare a voi che tornavate a casa e poi ho dormito e quando mi sono svegliata la nostalgia non c’era più.

Ho camminato tantissimo e adesso mi so allacciare gli scarponi benissimo, anche col fiocco ti faccio vedere.

Ah! Ho mangiato il passato di verdure! Tutto sai? Era buono, non come il tuo ma forse perché il tuo è surgelato invece in montagna è tutto fresco anche le fette biscottate per colazione. Però c’era anche la pastasciutta buonissima e le lasagne, quelle non te lo so spiegare quanto erano buone.

Tu non immagini quanto ho camminato, tantissimo su e giù per i sentieri. Poi siamo arrivati al rifugio e hanno chiesto chi voleva andare anche sul ghiacciaio e indovina un po’? Io ho detto sì e sono passata anche su un ponte e in una grotta che sembrava di cristallo.

Ho portato a casa dei sassi bellissimi, forse lo zaino peserà un po’.

Comunque, cosa si mangia stasera?”

Grazie a chi ha tenuto testa alla piccola per undici lunghi giorni.

A chi ha asciugato le lacrime con abbracci e medicato la nostalgia con un piatto di lasagne.

A chi ha camminato un passo dopo l’altro, su e giù da un sentiero e sopra un ghiacciaio senza perdere d’occhio lei e gli altri sessanta come lei.

A chi le ha insegnato a fare il fiocco agli scarponi, perché le ha regalato un’autonomia in più.

A chi ha perso la voce ma non la pazienza, chi l’ha incoronata Miss occhi dolci e chi le ha dato più crostini nel passato di verdura.

A chi le ha mostrato il cielo, le montagne e le mucche, ricordandone la meraviglia.

A chi con pazienza, energia, entusiasmo offre il suo tempo e i suoi giorni di ferie per accompagnare, guidare, ridere, cucinare, ballare, accogliere con un’energia che mi suscita sempre rispetto e meraviglia.

Ma soprattutto, gratitudine.

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Varie ed eventuali

Una cefalea prepotente e ostinata, che insieme alla cellulite mi fa compagnia da quando avevo quindici anni. Per entrambe sembra non esserci cura né miglioramento, solo frequenti apparizioni.

La gita alla Mecca del campeggiatore, il superstore dove entri per acquistare una borraccia ed esci con i pattini a rotelle, il cap da equitazione, i pantaloni tecnici da escursionista e le pinne fluorescenti per lo snorkeling, anche se il tuo hobby preferito è il decoupage e fatichi pure a stare dritto in bicicletta.

Un’altra valigia da preparare, questa volta per la mezzana pronta a dare il cambio alla piccola montanara, calze e mutande misteriosamente scomparse dai cassetti che ci vorrebbe un’indagine di x files per ritrovare.

La lista dei compiti delle vacanze volatilizzata, peccato che ne avessi fatte abbastanza copie per tutto il vicinato.

Il videogioco del momento, scaricato dal primogenito sul computer di casa come un hacker professionista, e se è riuscito ad installare in autonomia tutti quei programmi sarà senz’altro in grado di programmare anche la asciugatrice e la lavastoviglie.

Le lezioni di inglese la mattina, per riparare un debito a settembre, che mi riportano all’estate dei quindici anni, alle lezioni di greco con un’anziana professoressa preparatissima sull’aoristo passivo, un po’ meno sulla depilazione del labbro superiore.

Un lavoro da finire, la casa da pulire, il richiamo di un libro che è più forte di tutto il resto.

A luglio si sta così, in equilibrio tra il desiderio di mare e la voglia di settembre.

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Santa Caterina

Quattro ore e mezza di pullman all’andata, con la mezzana dormiente sdraiata su di me e in sottofondo radio Italia anni sessanta.

Le orecchie tappate dopo la galleria, che si comincia a salire e le montagne sono più vicine.

Un balletto di benvenuto, il taglio del nastro rosso et voilà, la piccola in tutto il suo splendore ma soprattutto con indosso gli stessi vestiti della partenza.

Una scena al rallentatore, come uno slo-mo, io che le corro incontro a braccia spalancate, lei viene verso di me, ed ecco che la scena torna alla velocità normale, lei mi scantona agile e si butta fra le braccia di suo fratello.

Suo fratello.

Una tenda affollata e colorata, puzzolente e caldissima che ospita sei bambine chiacchierone.

Una messa allegra con un altare di pietre all’ombra di grandi alberi, tra canti, chitarre e lo scorrere placido del fiume.

Un pranzo chiassoso di bresaola e pizzoccheri, così buoni perché la cucina è abitata da creature mitologiche capaci di cucinare ogni giorno per sessantaquattro bambini e bambine.

Uno scroscio improvviso e una corsa sotto la pioggia, ché il tempo in montagna è più mutevole dell’umore della piccola.

Un saluto tra le lacrime, un abbraccio e un altro e poi un altro ancora, dai che ci vediamo giovedì, forza che domani c’è il bivacco e si mangiano le salamelle, chissà l’ultima sera che grande festa farete.

Altre quattro ore e mezza di pullman, tuttora in corso, in sottofondo Radio Italia anni sessanta, il primogenito dormiente sdraiato su di me.

Ma per te, piccola, questo e altro.

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Sereno variabile

“Pronto, amore! Come stai?”

“Bene.”

“Piccola! Ma che bello sentirti! Dai, raccontami qualcosa!”

“Parliamo del tempo”

“Del tempo?”

“Sì, del tempo. Qui si sta bene e c’è il sole”

“Ma…amore…possiamo parlare solo pochi minuti e qui vorremmo sapere come sta andando…”

“E a me mi viene da piangere allora dimmi. Fa freschetto?”

“Ehm…no, direi caldo”

“Bene. Qui ci sono poche nuvole ed è sereno”

“E tu tesoro sei serena?”

“Variabile”

“Amore mio, lo sai che tra poco ci vediamo per la domenica dei genitori?”

“Mi sa che mi devo mettere una felpa, fa freschetto. Ti saluto mami”

“No, aspetta, dimmi qualcosa…”

“Mi sto divertendo tantissimo. Sigh, sob. Clic”

“Pronto, prontooooo”

È arrivata la chiamata della piccola, l’unica concessa ai bambini campeggiatori. Le notizie sono confortanti, il tempo è buono e la sera si sta bene con la felpa.

Chissà domenica che belle conversazioni sull’effetto serra, la deriva dei continenti e l’inquinamento degli oceani.

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Missing Piccola

Le foto arrivano quotidianamente sul gruppo “Primo turno campeggio” da parte dei generosi responsabili.

Ogni mattina e ogni sera è tutto un ingrandire immagini alla ricerca del musetto della piccola, nascosta tra altri sessanta bambini e bambine.

Nelle rare istantanee in cui compare, ha spesso un’espressione furibonda, i pantaloncini alti in vita, la maglietta bianca con cui è partita quattro giorni fa e il cappello con visiera al contrario. Praticamente Fantozzi nella partita scapoli e ammogliati.

I fratelli grandi, in assenza della sorella minore, danno libero sfogo ad adolescenza e preadolescenza, in un crescendo di musica trapper, uscite serali e negoziazioni da nazioni unite per spuntare un quarto d’ora in più, guadagnandone uno in meno.

A tavola si trattano argomenti adulti, come la situazione politica del nostro paese, la crisi globale, l’ecologia e la venuta in città dell’ennesimo rapper.

Con una figlia in meno a cui badare io stessa allento le maglie della routine famigliare, dimentico il giorno della gita al mare con l’oratorio e alla mattina all’alba mi tocca mettere insieme al volo costumi, asciugamani e quattro soldi perché del pranzo al sacco in casa c’è solo il sacco.

Il gatto aspetta immobile e muto davanti alla ciotola -vuota- dei croccantini, di norma rifornita dalla piccola.

Nessuno mi sveglia il mattino chiedendomi il numero di gocciole da mettere nel latte e stringendomi forte perché “con gli abbracci ci si sveglia meglio”.

Ci sono piccole mancanze.

E poi c’è la mancanza della piccola.

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