Eppur si parte

“Ok mami, allora vado”

“Bene, vai”

“Sto andando”

“Brava”

“Magari saluto mia sorella un’ultima volta”

“Va bene”

“Un abbraccio a mio fratello, che si è alzato apposta alle sei per venirmi a salutare”

“Sicura di star bene piccola?”

“No, mi viene da piangere e mi fa male la pancia”

“Sorella, si chiama ansietta ma tranquilla che passa al primo autogrill”

“Mami…forse ho dimenticato qualcosa a casa”

“No amore, ti assicuro che c’è tutto, dal kway all’infradito, abbiamo controllato insieme, ti ricordi?”

“Il gatto! Non ho salutato il gatto!”

“Piccola! Sul bus, forza! Divertiti che ci vediamo presto”

“Mica tanto, presto”

Con uno zaino pieno di panni e gli occhi pieni di lacrime, la piccola è partita questa mattina presto, su un pullman carico di bambini e bambine vocianti, energici ragazzi che li faranno divertire, pazienti adulti che avranno cura di loro.

In questi undici giorni dormirà in tenda, camminerà per sentieri alla ricerca di marmotte, mangerà pane e marmellata per colazione anche se è abituata a latte e gocciole, sceglierà da sola i vestiti da indossare ogni mattina, e ho il sospetto che saranno gli stessi con cui è partita. Parteciperà a giochi e tornei, girerà il paese di sera con la torcia per trovare i pezzi della caccia al tesoro, aiuterà ad apparecchiare, sparecchiare e pulire i bagni.

Bisogna saper guardare lontano, oltre le lacrime, per vedere i sorrisi che verranno.

Buona vacanza, piccola mia.

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Di tutto, di più

Una festa pomeridiana trasformata in pigiama party proseguita fino al mezzogiorno del giorno dopo, altro che rave.

Un giro di shopping per l’inaugurazione dei saldi, il primo del primogenito con i suoi amici per l’occasione esperti di moda e tendenze. Dalla mamma non ha voluto consigli, solo denaro.

Un pomeriggio di cinema con cinque minorenni, dei grossi dinosauri e una imbarazzante quantità di pop corn.

Un cielo rosa che chissà da dove è uscito.

Una cena con due amici, che consapevoli delle straordinarie capacità culinarie della padrona di casa hanno portato tre teglie di lasagne ma soprattutto la loro compagnia.

Una notte sola con la mezzana, che nell’eccezionalità dell’essere figlia unica ha occupato il lettone con tutto il suo metro e settanta.

Tanto di tutto, di abbracci e risate e ciliegie e lasagne e musica tamarra.

Una valigia sul letto, da riempire di pile, calzettoni e magliette quanto di voglia di esplorare. Il sacco a pelo di terza mano, gli scarponcini passati prima sui piedi dei fratelli maggiori, il costume un regalo di compleanno.

A volte, una partenza è un punto di arrivo.

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In pane veritas

“Mami mami mami eccomi qui, certo che è dura la salita con la bici eh?”

“Vero, però che bello andare e venire da sola dall’oratorio in bicicletta”

“Non ci vado mica da sola c’è mia sorella e ci sono le mie amiche anche se tu le hai detto di darmi un occhio e lei invece va via come una lippa”

“Va bene, va bene, come è andata la giornata?”

“Uh, molto interessante. Quando c’è la cotoletta con le patatine a pranzo e il gelato di merenda va sempre bene. Poi oggi è successa una cosa!”

“Racconta, piccola”

“Un bambino di terza è stato portato dal don!”

“Ah, capisco. Si era forse picchiato con qualcuno?”

“No”

“Mmmm…tentativo di fuga?”

“No”

“Parolacce?”

“No! Non è voluto venire in chiesa per la preghiera del pomeriggio. Che poi non capisco, c’è sempre un bel freschetto, è rilassante”

“E ha detto perché?”

“Beh, siccome le preghiere lo annoiano ha detto di essere di un’altra religione”

“Ahahahahah un genio. E ha detto anche di quale?”

“Sì, musulmano. Ma il don lo ha smascherato perché al pranzo al sacco ieri si è strafogato di panini al salame”

“Ah, ecco. Certo che non la si fa, al don”

“No davvero. Mami, ma io posso mangiare pane e salame al freschetto in chiesa?”

“Non so amore, chiederei al don fossi in te”

E con gesto ieratico ella spezzò il pane. Per metterci il salame.

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Tentazioni

“Dai, allora, cosa facciamo oggi?”

“Mah, non so, ci sarebbe da stirare, c’è la lavatrice da fare, la camera delle bambine è un disastro…”

“Ma sei matta? Oggi non lavori e i bambini sono all’oratorio! E tu vuoi stare a casa a fare i mestieri?”

“Ma no, non è che voglio, ma ogni tanto si deve e allora…”

“Allora andiamo in piscina!”

“In piscina?”

“Ma si, dai! Quella bella piscina nel bosco, un po’ fighetta, ci portiamo un libro, la crema solare e zac! Riposo e abbronzatura! Sono un genio!”

“Beh, effettivamente è una bella tentazione, però, non so…”

“Come sarebbe non sai? E si può sapere dove vorresti andare?”

E così eccomi qua, in cima al Sacro Monte, dopo quattordici cappelle e non so quanti passi, con lo zainetto vecchio del primogenito dove ho buttato due pesche e un po’ d’acqua.

Nonostante gli assalti dei tafani, gli inseguimenti dei moschini, l’avvistamento di alcuni avvoltoi che han cominciato a volare in tondo sopra la preda, in un torrido pomeriggio di luglio, senza figli né impegni, sono salita quassù.

Sarà il contagio emotivo per il fidanzato pellegrino, sarà il mio lato penitente, sarà che faccio sempre fatica ad ascoltare il diavoletto tentatore.

Ma il panorama da quassù non ha paragone.

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Il basilico, questo (s)conosciuto

“Belle queste piantine, come sono profumate!”

“Piccolo, ti piacciono?”

“Sì, tanto”

“Si chiama basilico”

“Sì lo so, signora vicina”

“Ma sei bravissimo”

“Sì, la mamma me lo dice sempre, andiamo a rubare qualche foglia di basilico dalla signora vicina”

Sono un po’ le cose di cui mi vergogno.

Non vado fiera di aver acquistato e ascoltato le cassette di Gatto Panceri quando avevo sedici anni, preferisco non guardare le mie foto di qualche decennio fa con il caschetto e la frangetta bombata, tipo i funghetti malvagi di super Mario Bros. Non mi faccio un vanto nemmeno di una minigonna color salmone e di qualche fidanzato, ché se un domani la mezzana si dovesse presentare con qualcuno di simile la spedirei con un biglietto di sola andata per le carmelitane scalze.

Ricordo con sgomento l’attimo in cui la piccola, per non cadere, si è aggrappata ai miei pantaloni della tuta lasciandomi in mutande alla fermata dello scuolabus, di quando la mezzana ha raccontato alle maestre che la mamma passava le mattine al bar a bere o il grande ha informato il carabiniere al posto di blocco che “la mamma andava forte perché ha dimenticato mia sorella a casa”.

Ma da oggi la vera regina della vergogna, incoronata da un laurus di basilico, è la mia amica Alice.

Onore a te, sorella.

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De varietate fortunae

Il video diario del primogenito, che in sette minuiti e ventisei secondi ha racchiuso il meglio -secondo lui- della nostra vacanza. Il risultato, una sequenza infinita di doppi menti, sbadigli, dita nel naso e pose imbarazzanti, ché la ricerca del bello è un percorso tortuoso e qui si stanno muovendo solo i primi passi.

L’esultanza molesta e inappropriata per l’esito del primo anno di liceo, finito con un debito a settembre, qualche libro da leggere e un bel pò di esercizi di matematica.

La piccola festaiola, che accetta un invito inaspettato il sabato e folleggia con le amiche la domenica, in una palestra grandissima e lontanissima dove non vedeva l’ora di volteggiare per festeggiare nuovamente il suo compleanno. Il genetliaco della Regina Elisabetta ha tenuto un profilo più basso.

La mezzana indolente, che vive il suo momento dell’anno preferito dedicandosi alle sue passioni, divano e telefono. Che ha fatto finta di cominciare i compiti delle vacanze e nutro il sospetto li finirá l’undici di settembre. Che aspetta il campeggio per assaporare un po’ di libertà, dimenticando che se la dovrà guadagnare con zaino in spalla e scarponi ai piedi.

La cena di corte, che come ogni estate ci riunisce in una lunga e variopinta tavolata, dove il commensale più giovane ha appena soffiato la prima candelina e la più anziana ha passato gli ottanta, anche se ha preparato insalata di riso per tutti.

Io mi accampo qui, in questa felicità a volte un po’ sciatta, fatta di qualche ora di sonno in più, di serie tv guardate insieme sul divano, di doveri posticipati, di un tempo dalle maglie più larghe, che sa di condiriso, profuma di anguria e appiccica come gelato.

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Finché la barca va

Visitare tanti luoghi in così poco tempo, ritrovarsi circondati solo dal mare, dormire cullati dal dondolio delle onde, osservare la linea dell’orizzonte che cambia di continuo.

La nostra prima crociera è stato tutto questo, e molto altro.

Ma poi.

Tra una piscina idromassaggio e una scalinata di vetro sembra a volte di essere in un film di Verdone, con personaggi improbabili e variopinti.

Come il signore che è rimasto pervicacemente a bordo per otto giorni, senza scendere mai neanche fossimo sull’arca di Noè e aspettasse la colomba bianca con l’ulivo.

O la signora che si è rifiutata di sbarcare in Albania perché “non sono mica un clandestino al contrario”.

La cabina. Dodici metri quadri per quattro farebbero venire alle mani pure gli evangelisti, figuriamoci noi. All’ordine del giorno sparizioni, apparizioni, levati che c’ero io, dove vado che c’è la parete, esci dal bagno che ci sono anche gli altri, il mio caricatore chi l’ha preso?

Il buffet. Luogo di perdizione e peccato che offre cibo ipercalorico venti ore su ventiquattro. La piccola va tenuta a debita distanza, è più sicuro portarla al casinò.

Il fotografo di bordo. Ha immortalato tutti i nostri momenti da ricordare, rimasti appesi per giorni alla parete del Photo shop. Io furibonda con la mezzana che non molla il cellulare a tavola, con il grande che litiga con la mezzana, la piccola con il muso perché le è stato vietato l’accesso al buffet, sempre la piccola che cerca di stendere il fratello con una mossa di kung fu al ristorante. A venti euro l’una, non c’è immagine che ci ritragga tutti sorridenti.

L’abbondanza. Di cibo, attività, locali, possibilità. Io, che mi sento a disagio all’ipermercato davanti a dieci diversi tipi di ricotta, mi estraneo e smarrisco di fronte a cinque ristoranti aperti giorno e notte.

“Look! The dolphins!” E tutti fuori dai ristoranti, dalle cabine, dalla spa di corsa e alla fine neanche l’ombra di un cetaceo, che probabilmente se la ride sotto le onde insieme al suo branco.

La rifaremmo? Probabilmente sì.

La rifaremo? Chissà.

Nel frattempo, un minuto di silenzio per la piccola che, abbandonato il buffet, è tornata alla cucina di mamma.

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Alfa

Lei ha un nome antico che significa inizio, dei capelli lunghissimi striati di grigio raccolti in una crocchia tesa dietro la testa.

Gli occhi velati dietro gli occhiali spessi, un po’ per l’età e forse per le lacrime che sono passate nel corso di una vita intera.

Abita la nostra corte da più tempo di tutti, condivide col primogenito il compleanno, osserva attenta passanti ed emozioni mentre spazza fuori dalla porta di casa.

È minuta ma sempre con la testa alta, risponde a tono a chi calpesta la sua proprietà o i suoi diritti.

Ha accolto col sorriso, uno dopo l’altra, i bambini e le bambine nati nel cortile. Li ha incoraggiati nei primi passi e si è accanita ogni estate contro i palloni, le bici, il chiacchiericcio costante e molesto dei pomeriggi di gioco.

Per un po’ è uscita di meno, forse per la salute o forse perché tanto rumore rimbomba forte, nella solitudine.

Ieri ha suonato il mio campanello come faceva una volta, con la crocchia stretta sulla testa un vassoio colmo di tagliatelle fatte a mano.

Le sue, mani.

Come faceva quando il grande era piccino e non mangiava quasi nulla, a parte la pasta fresca della signora A.

Si fa presto a chiudere una porta, ci vuole tempo e fatica per riaprirla.

Ci saranno ancora sgridate e lamentele, palloni sequestrati e bambini urlanti, in questa estate appena cominciata.

Ma stasera c’è un piatto di tagliatelle al ragù che ci aspetta.

Grazie, signora A.

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Come back

Diario di bordo

Giorno sette

Dubrovnik

Croazia

“Ma questa città è bellissima, ragazzi! Guardate, è racchiusa dalle mura. Affacciata sul mare. Ci sono tante cose da fare e da vedere. Cominciamo!”

“Prendiamo la funicolare mamma?”

“Certo! È alta, eh?”

“Uh che paura ma guarda il panorama! E l’isolotto! E si vede proprio tutto, ci sono anche quelli con la canoa, in mare”

“Mother, farò delle stories su Instagram da paura”

“Eh certo, l’importante è quello”

“Mami mami mami guarda quella barca, sembra un veliero dei pirati, la prendiamo?”

“Va bene piccola, e veliero sia!”

“Accidenti, certo che il mare è mosso, eh?”

“Aaaaarghhhhh mami mami mami voglio scendere si ribalta aiuto”

“Piccola, facciamoci un ultimo selfie prima di morire”

“Aaaaarghhhh!!!!”

“No piccola, stai tranquilla, non ci succede niente, adesso giriamo intorno all’isolotto e poi torniamo a terra”

“Mamma, ma se affondiamo i cellulari si salvano?”

“Aaaaaaarghhhh!!!”

“Eccoci, siamo arrivati. Adesso giriamo a piedi la città, saliamo sulle mura. È veramente bellissimo, questi vicoli, i negozietti, ci si potrebbe perdere”

“Ecco, appunto, mother. Dove siamo?”

“Come dove siamo? In centro, no? Per uscire dobbiamo prendere il ponte levatoio che sta per di là…no forse sta di qua…certo che questi vicoletti sembrano proprio tutto uguali”

“Mamma, che facciamo? Tra poco la nave salpa, ci lascia qui, cosa faremo?”

“Stai tranquilla, è tutto sotto controllo. Dietro di me, andiamo. La prima a destra, la seconda a sinistra, ed eccoci…”

“Al punto di partenza, mother. Abbiamo girato in tondo. Resteremo qui per sempre. Dovrò imparare il croato”

“Che ottimismo, grazie. Aspetta! Ho ancora lo scontrino del negozio all’ingresso delle mura. Mettiamo sul navigatore l’indirizzo e troveremo il parcheggio dei pullman”

“Sicura?”

“Come si dice ponte levatoio in inglese?”

“Speriamo bene, ho lasciato il caricabatterie in cabina”

“Tutti con me”

Guidati dal santo navigatore, dopo le vertiginose altezze della funicolare, un giro in barca che poteva essere l’ultimo, un labirintico giro del centro e una corsa a perdifiato, siamo riusciti a salire sulla nostra nave, che stava già scaldando i motori per la partenza.

Abbiamo provato a perderci, ma non ce l’abbiamo fatta.

Domani si torna a casa.

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Incontri

Diario di bordo

Giorno sei

Saranda

Albania

“E poi zia capisci, è un complotto, chissà se è morto per davvero, un video di YouTube dice che…”

“Uh, interessante”

“Ehm, scusate, state parlando del rapper ucciso?”

“Sì, come fa a saperlo?”

“Bambine, presto, chiamate vostro fratello”

“Mother, che c’è?”

“Guarda un po’? Questo ragazzino con la felpa come la tua e il ciuffo come il tuo sta parlando del rapper ucciso l’altro ieri con sua…”

“Madre. Però mi chiama zia, è difficile da spiegare”

“No no capisco! Lui mi chiama mother o Maria! Sempre”

“Ah, ti chiama per nome?”

“Macché, io mi chiamo Barbara”

“O cielo, non c’è limite al peggio. Sono due giorni che non si parla d’altro e porta il lutto al braccio perché hanno sparato a un rapper e secondo me hanno fatto pure bene, ma l’avete visto?”

“Concordo. Pregiudicato, pluricondannato per violenze, oltre che una musica da schifo”

“Ma anche il tuo è fissato con le marche, la musica rap e parla una lingua incomprensibile?”

“Sì! E le scarpe? Ne vogliamo parlare?”

“Lascia stare, dovrei lavorare solo per comprargli quelle”

“Ma voi non capite, non ascoltate la scena trapper americana, non siete hype”

“Cosa non siamo?”

“Non chiedere, certe volte è meglio non sapere”

Ci sono degli incontri, a metà di un corridoio ricoperto di moquette colorata verso prua, che si rivelano salvifici.

Meglio di un gruppo di auto mutuo aiuto, ti regalano la condivisione di cui avevi bisogno e all’improvviso ti senti meno sola.

Madri di adolescenti, vi aspettiamo al ponte 11, terza cabina destra. Vi sentirete meglio.

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