Si viene e si va

Fonti che preferiscono restare anonime riferiscono che gode di buona salute e si sta divertendo come mai prima d’ora.

Le comunicazioni sono difficoltose, nonostante per la prima volta sia stato autorizzato a portare con sé il cellulare, che evidentemente serve per pubblicare storie su Instagram e non per whatsappare con la famiglia rimasta a casa.

Lo scambio di battute on line non ha superato le due sillabe- da parte sua- eccezion fatta per la frase “mother, ho bisogno della ricarica così ho trenta giga in regalo”

Leggenda racconta che i venti adolescenti dispersi in Valfurva ridano molto, camminino incessantemente, facciano grigliate come non ci fosse un domani. Immagini di repertorio li mostrano mentre corrono in fila indiana tra le tende, all’una e mezza di notte, praticamente il Full metal jacket dei campeggi.

Nell’unica telefonata ricevuta, forse partita per errore, il primogenito ha chiesto dove fosse il sacco letto, come se il potere materno di trovare oggetti smarriti avesse il dono dell’ubiquità.

La sensazione è che il figliolo non abbia alcuna fretta di tornare alla casalinga quotidianità, e preferisca scarpinare per i sentieri di montagna con gli amici piuttosto che trasportare una cassa d’acqua su per le scale a casa.

Tuttavia panta rei, tutto scorre e inevitabilmente finisce, così ci prepariamo domani a riaccogliere il figlio maggiore, la quota azzurra della famiglia, quello con gli occhi verdi e il ciuffo ribelle.

Buon rientro, ragazzo grande.

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Basta poco

Sarà il sangue in parte piemontese che mi scorre nelle vene, sarà che perdersi nelle Langhe ha un effetto di pace pressoché istantaneo, sarà che per sfuggire al caldo ci saremmo imbarcate pure su un cargo diretto in Groenlandia.

Sarà che la Reggia è un pezzo di storia recuperato con tanta cura e bellezza che viene facile immaginarsi con parrucca e andrienne a passeggiare per quei giardini che, racconta una signora sottovoce, avrebbero copiato anche i francesi a Versailles.

Sarà che su una casa sull’albero non ci eravamo mai salite, figuriamoci dormito. Sarà che dalla finestra, tra un ramo e uno scoiattolo, si aprono vigneti e colline a perdita d’occhio.

Sarà che ci sono altalene a ogni albero e la piscina nel prato, che ci siamo solo noi anche se facciamo baccano per quindici.

Sarà che la leggenda dice che il bosco sia abitato dalle Masche, creature femminili dai poteri sovrannaturali e la piccola dice che allora siamo nel posto giusto.

Sarà che la gatta trovatella che ci abita da quasi vent’anni si chiama Cosetta, come nei Miserabili.

Sarà che la cena nel giardino di un ristorante, sotto un enorme ciliegio dove assaggiare tajarin e bunet mette di buon umore.

Sarà che stare solo tra femmine è insolito e magico, regala battibecchi, confidenze e allegria, ma soprattutto pettegolezzi sulla piccante vita sentimentale del primogenito.

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Piccole trasgressive

“Voglio questi, verde acqua”

“Sicura?”

“Sì. Certo. Forse. Non so. Farà male?”

“Beh, bene non fa. Senti come un forte pizzico ma finisce in fretta, tranquilla”

“E se il primo fa troppo male e non voglio più fare il secondo?”

“Allora ne avrai uno solo”

“Signorina, allora, sei pronta?”

“Sì, signora farmacista”

“Uh, ma guarda qui che bel lobo cicciottello che abbiamo!”

“I miei lobi non sono grassi”

“Uh, siamo permalosette qui? Allora, adesso carico la pistola con quello che hai scelto e…bum!”

“Aaaaaaahhhhhiaaaaa!”

“Ma…accidenti! L’ho sparato nel muro e non nel tuo orecchio! Mi tremano un po’ le mani. Forse è meglio che chiamo la collega”

“Ehm, penso anche io, non vorrei che la bambina di trovasse con un piercing al naso”

“Vero mami, quello lo facciamo più avanti, almeno in seconda media”

“Cosa?”

“E in prima superiore un tatuaggio, piccolino, magari sulla caviglia”

“Signora, mi sembra un po’ agitata, le provo la pressione?”

La piccola, dopo mesi di tentennamenti, ha deciso di farsi i buchi alle orecchie.

Ha scelto due orecchini colorati e si è offesa per i lobi cicciottelli, vaneggiando di piercing e tatoo per il futuro prossimo.

Io mi sono ripresa in fretta, fino alla seconda media dovrei farcela.

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Regali

Una Genova più simile per caldo e umidità a Kuwait city, ma d’altronde è comprensibile quando si prenota una visita guidata alle quattordici e trenta dell’ultimo pomeriggio di luglio.

Ci si trova a passeggiare liquefacendosi tra un carruggio e una piazza, scolandosi una bottiglietta d’acqua dopo l’altra e alternando visioni di oasi nel deserto a spiaggie tropicali lambite da un mare cristallino.

Si entra in tutte le chiese, cattedrali e cappelle non tanto per fervore religioso quanto per la frescura e le panche a disposizione.

Si ammira la casa di Colombo perché alle sue spalle si intravede un chiosco con le bibite e l’ombra.

Si osserva attentamente l’acquario chiedendosi se non sia possibile un tuffetto, fosse pure nella vasca degli squali.

Quando finalmente il sole è meno cattivo e sembra levarsi un refolo di vento, è ora di prendere macchina, borse e focacce, in tempo per dirigersi verso l’altra metà nonché meta del regalo di compleanno, la tenda nei boschi.

Dopo una strada a buche e tornanti, giunti nella nostra remota destinazione, veniamo accolti con calore dal proprietario fricchettone, un po’ meno dal suo piccolo e nervoso cagnolino.

Sistemiamo le nostre poche cose nel teepee romantic esperience, rosso come la passione e pieno di zanzare come il rio delle amazzoni.

Consumiamo la nostra frugale cena in compagnia di una truppa di formiche, finché tutto si spegne ed è ora di dormire.

Un cielo pieno di stelle, una luna luminosa e un esercito di cicale, che friniscono al volume di Vasco a San Siro.

“Amore, per il mio prossimo compleanno, piuttosto l’ikea”

È fatta.

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Miss mezzana

Sei stata eletta Miss Yamamay, non per il bikini ma per l’accanimento nei tornei di pallavolo.

Hai letto metà del libro che ti avevo dato, che per i tuoi standard di lettura è qualcosa di eccezionale.

Hai sostituito i braccialetti presi in ogni porto della crociera con cordini, cordicelle, cerchi di plastica colorata e le tue braccia ora nascondono la dermatite sotto un arcobaleno.

Hai camminato tanto, e tanto ancora, con lo zaino, sotto la pioggia, sopra un ghiacciaio senza mai lamentarti, tanto da farmi chiedere cosa ti sciogliessero nel latte il mattino.

Ti sei presa cura di te e anche un po’ degli altri.

Sei stata senza cellulare per undici giorni, il campeggio è meglio di un rehab.

Sei tornata con qualche etto in meno e alcuni chili di adolescenza in più.

Sei arrivata e ti lavi la tazza, metti a posto i vestiti, fai la doccia senza che nessuno te lo imponga. Da oggi mi voto a Santa Caterina (Valfurva) protettrice di madri con figlie femmine disordinate.

Non ti siamo mancati e lo dici quasi sottovoce, invece voglio che lo gridi perché è così che deve essere: stare bene lontani ed essere felici di riabbracciarsi.

Bentornata a casa, mezzana del mio cuore.

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Come una piuma

La luna rossa, che appare e scompare in una sera d’estate, da ammirare seduti sui gradini della corte, insieme ai tuoi vicini e amici, o amici e vicini che dir si voglia e una bottiglia di limoncello che finisce prima dell’eclissi.

L’attesa di un rientro, anzi due, i preparativi di una partenza, ché qualcuno in famiglia è sempre in movimento.

La colazione in un McDonald deserto, mentre se ne vanno quelli del turno di notte.

La voglia di rivedere le fanciulle di casa, osservarne i cambiamenti, scovarne le differenze come nei giochi della settimana enigmistica.

Una chiacchierata al lavoro, con una donna dagli occhi celesti tanto minuta quanto determinata, sulla fatica e la meraviglia dell’essere genitori, del saper acciuffare al volo le cose belle che la vita ci offre, del sentirsi troppo responsabili o troppo poco meritevoli.

Le lacrime inaspettate di una emozione profonda.

Accarezzare un sogno e un passaporto che ci porterà lontano, presto.

Vivere la nostalgia come un accessorio del sentimento, la mancanza come un altro tipo di presenza.

La felicità che si posa lieve e silenziosa, come una mano sulla spalla o una piuma dal cielo.

Perché a volte ci si sente vivi in un colpo di tosse, con un morso a un pancake al cioccolato, nell’aria fresca di un mattino che prelude una giornata rovente.

Nell’indugiare in un profumo che evoca memorie, ancorare pensieri in parole, riempirsi la pancia di una canzone.

Perché la pazienza vince sul tempo, e l’estate porta colore e cambiamento.

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L’unico e il solo

Gli occhi tra il verde e l’azzurro, a seconda del tempo, l’umore o chissà che altro, le ciglia nere più lunghe e invidiate della famiglia.

Il ciuffo ribelle e solo apparentemente spettinato a nascondere i brufoli sulla fronte.

Le labbra piene, un regalo mio, che distese scoprono una fila di denti finalmente regolari dopo anni di apparecchi e sale d’attesa dal dentista.

Le spalle larghe e gli addominali a vista, ché le giornate passate tra bici, campetto e palla da basket segnano anima e corpo.

I piedi da tempo più grandi dei miei, vestiti da un paio di scarpe che ha desiderato per mesi, che la sera chiude in casa per paura del ladri mentre la bici rimane fuori.

Le dita lunghe, agili e veloci intorno a un mazzo di carte, che appare, scompare, cambia forma in un ventaglio o un serpente.

Una vita sociale intensa e regolare, tanti amici che condividono passioni, uscite, partite e stupidera.

Il ragazzo grande di casa sta vivendo appieno la settimana sorelle free, svegliandosi tardi senza che nessuno stia litigando in sala per il telecomando, finendo discorsi interi senza che qualcuno lo interrompa sul più bello.

Si prepara per la prossima partenza per la montagna con l’entusiasmo del soldato che torna dal fronte.

Traghetta beato tra un campetto e un autoscontro, va a lezione di inglese per recuperare il debito a settembre, legge un libro che gli ho consigliato e mi chiama mamma anziché mother.

La sera tardi guardiamo un film insieme, possibilmente pauroso, io mi addormento sfinita e lui mi sveglia quando è finito.

È molesto, vitale e irresistibile, come solo un primogenito adolescente temporaneamente figlio unico sa essere.

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Tu, proprio tu

Tu che hai la curiosità dell’esploratore, la lungimiranza del visionario, il coraggio e l’incoscienza dell’innovatore.

Che vedi oltre ma soprattutto dentro, di te ma anche di chi ti sta accanto.

Che non entri in punta di piedi anzi fai un gran baccano quando arrivi nelle vite degli altri, perché porti novità, entusiasmo e allegria.

Che hai fatto della cura un modus vivendi e della gentilezza un modus operandi.

Che con mio sommo sdegno non ti accorgi di un cambiamento nei capelli, nel trucco o nei vestiti ma per mia grande fortuna cogli uno sguardo diverso o un tono di voce più basso.

Che sei capace di fare rete anche con quattro fili e di creare connessione anche dove non c’è campo.

Che non sai risolvere rebus ma sei un grande enigmista.

Che porti il sole quando siamo in vacanza ma non mi porti all’Ikea, che quando dici anello intendi quello da dieci chilometri, quando mi chiedi “andiamo a fare una passeggiata?” mi rassegno a pomeriggi di boschi e sentieri.

Che mantieni saldo il timone e sicura la rotta, anche quando il mare intorno è onde e tempesta.

Che vedi i limiti come guadi di un fiume nel bosco, e metti un sasso dopo l’altro per superarli.

Che sei un padre critico nei tuoi confronti e attento ai figli, i tuoi ma non solo.

Che riesci a stare al mio fianco nella vita di tutti i giorni, un passo avanti se c’è pericolo e uno indietro quando è necessario.

Che ancora adesso, quando in mezzo alla gente il mio sguardo incontra il tuo sorriso, so di essere a casa.

Perché ci sono degli amori che vanno talmente in profondità da farti volare in alto.

E qui da noi, il panorama è bellissimo.

Buon compleanno, Marco.

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Vagabondo che son io

Due notti e mezzo, quattro tra pranzi e cene, tre lavatrici e un metro cubo di panni da stirare, un numero tendente a infinito di parole.

Questa in cifre la permanenza a casa della piccola, che nel buio e l’umidità delle quattro del mattino è ri-partita per il campo estivo di ginnastica artistica.

Giù da un pullman e sopra un pulmino, nello spazio di un mattino.

Ad accompagnare la truppa di ragazzine col body la loro eroica insegnante, che per una settimana farà da maestra di ginnastica, madre sostitutiva, guida spirituale e cane da pastore per non perdere nessuna delle fanciulle che le sono state affidate.

Immagino che tenga il mantello da supereroe nel borsone della società, altrimenti non si spiega.

La mezzana nel mentre pascola serena nel secondo turno di campeggio, quello dei preadolescenti. Un girone infernale di montagna, per intenderci. Nelle foto che ogni tanto appaiono sul gruppo lei non si vede mai, quindi delle due l’una: o si è fermata all’autogrill giu a valle o resta in tenda nascosta per evitare le camminate.

E se la matematica non è un’opinione, sottraendo due sorelle il primogenito trascorrerà una settimana di solitudine, come se fosse figlio unico, che in termini di felicità è l’equivalente di un tredici al totocalcio o tre simboli uguali al gratta e vinci “turista per sempre”.

Io, tra una valigia, una lavatrice, una partenza e un arrivo un po’ mi intristisco e un po’ mi esalto, ritrovo libertà e perdo tempo, aspetto in silenzio notizie dai gruppi whatsapp.

Un po’ mi mancano e un po’ le invidio, le mie fanciulle, vagabonde e felici.

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Superlativo assoluto

“Mami mami mami eccomi qua ma mi manca già il campeggio vorrei tornarci è stato super bellissimo!

Ti ricordi che piangevo quando sono salita sul pullman? Beh non ho pianto più solo quando sei andata via domenica ma quello era per colpa tua mica mia. Poi però L mi ha abbracciata ogni volta che mi veniva da pensare a voi che tornavate a casa e poi ho dormito e quando mi sono svegliata la nostalgia non c’era più.

Ho camminato tantissimo e adesso mi so allacciare gli scarponi benissimo, anche col fiocco ti faccio vedere.

Ah! Ho mangiato il passato di verdure! Tutto sai? Era buono, non come il tuo ma forse perché il tuo è surgelato invece in montagna è tutto fresco anche le fette biscottate per colazione. Però c’era anche la pastasciutta buonissima e le lasagne, quelle non te lo so spiegare quanto erano buone.

Tu non immagini quanto ho camminato, tantissimo su e giù per i sentieri. Poi siamo arrivati al rifugio e hanno chiesto chi voleva andare anche sul ghiacciaio e indovina un po’? Io ho detto sì e sono passata anche su un ponte e in una grotta che sembrava di cristallo.

Ho portato a casa dei sassi bellissimi, forse lo zaino peserà un po’.

Comunque, cosa si mangia stasera?”

Grazie a chi ha tenuto testa alla piccola per undici lunghi giorni.

A chi ha asciugato le lacrime con abbracci e medicato la nostalgia con un piatto di lasagne.

A chi ha camminato un passo dopo l’altro, su e giù da un sentiero e sopra un ghiacciaio senza perdere d’occhio lei e gli altri sessanta come lei.

A chi le ha insegnato a fare il fiocco agli scarponi, perché le ha regalato un’autonomia in più.

A chi ha perso la voce ma non la pazienza, chi l’ha incoronata Miss occhi dolci e chi le ha dato più crostini nel passato di verdura.

A chi le ha mostrato il cielo, le montagne e le mucche, ricordandone la meraviglia.

A chi con pazienza, energia, entusiasmo offre il suo tempo e i suoi giorni di ferie per accompagnare, guidare, ridere, cucinare, ballare, accogliere con un’energia che mi suscita sempre rispetto e meraviglia.

Ma soprattutto, gratitudine.

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