Varie ed eventuali

Una cefalea prepotente e ostinata, che insieme alla cellulite mi fa compagnia da quando avevo quindici anni. Per entrambe sembra non esserci cura né miglioramento, solo frequenti apparizioni.

La gita alla Mecca del campeggiatore, il superstore dove entri per acquistare una borraccia ed esci con i pattini a rotelle, il cap da equitazione, i pantaloni tecnici da escursionista e le pinne fluorescenti per lo snorkeling, anche se il tuo hobby preferito è il decoupage e fatichi pure a stare dritto in bicicletta.

Un’altra valigia da preparare, questa volta per la mezzana pronta a dare il cambio alla piccola montanara, calze e mutande misteriosamente scomparse dai cassetti che ci vorrebbe un’indagine di x files per ritrovare.

La lista dei compiti delle vacanze volatilizzata, peccato che ne avessi fatte abbastanza copie per tutto il vicinato.

Il videogioco del momento, scaricato dal primogenito sul computer di casa come un hacker professionista, e se è riuscito ad installare in autonomia tutti quei programmi sarà senz’altro in grado di programmare anche la asciugatrice e la lavastoviglie.

Le lezioni di inglese la mattina, per riparare un debito a settembre, che mi riportano all’estate dei quindici anni, alle lezioni di greco con un’anziana professoressa preparatissima sull’aoristo passivo, un po’ meno sulla depilazione del labbro superiore.

Un lavoro da finire, la casa da pulire, il richiamo di un libro che è più forte di tutto il resto.

A luglio si sta così, in equilibrio tra il desiderio di mare e la voglia di settembre.

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Santa Caterina

Quattro ore e mezza di pullman all’andata, con la mezzana dormiente sdraiata su di me e in sottofondo radio Italia anni sessanta.

Le orecchie tappate dopo la galleria, che si comincia a salire e le montagne sono più vicine.

Un balletto di benvenuto, il taglio del nastro rosso et voilà, la piccola in tutto il suo splendore ma soprattutto con indosso gli stessi vestiti della partenza.

Una scena al rallentatore, come uno slo-mo, io che le corro incontro a braccia spalancate, lei viene verso di me, ed ecco che la scena torna alla velocità normale, lei mi scantona agile e si butta fra le braccia di suo fratello.

Suo fratello.

Una tenda affollata e colorata, puzzolente e caldissima che ospita sei bambine chiacchierone.

Una messa allegra con un altare di pietre all’ombra di grandi alberi, tra canti, chitarre e lo scorrere placido del fiume.

Un pranzo chiassoso di bresaola e pizzoccheri, così buoni perché la cucina è abitata da creature mitologiche capaci di cucinare ogni giorno per sessantaquattro bambini e bambine.

Uno scroscio improvviso e una corsa sotto la pioggia, ché il tempo in montagna è più mutevole dell’umore della piccola.

Un saluto tra le lacrime, un abbraccio e un altro e poi un altro ancora, dai che ci vediamo giovedì, forza che domani c’è il bivacco e si mangiano le salamelle, chissà l’ultima sera che grande festa farete.

Altre quattro ore e mezza di pullman, tuttora in corso, in sottofondo Radio Italia anni sessanta, il primogenito dormiente sdraiato su di me.

Ma per te, piccola, questo e altro.

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Sereno variabile

“Pronto, amore! Come stai?”

“Bene.”

“Piccola! Ma che bello sentirti! Dai, raccontami qualcosa!”

“Parliamo del tempo”

“Del tempo?”

“Sì, del tempo. Qui si sta bene e c’è il sole”

“Ma…amore…possiamo parlare solo pochi minuti e qui vorremmo sapere come sta andando…”

“E a me mi viene da piangere allora dimmi. Fa freschetto?”

“Ehm…no, direi caldo”

“Bene. Qui ci sono poche nuvole ed è sereno”

“E tu tesoro sei serena?”

“Variabile”

“Amore mio, lo sai che tra poco ci vediamo per la domenica dei genitori?”

“Mi sa che mi devo mettere una felpa, fa freschetto. Ti saluto mami”

“No, aspetta, dimmi qualcosa…”

“Mi sto divertendo tantissimo. Sigh, sob. Clic”

“Pronto, prontooooo”

È arrivata la chiamata della piccola, l’unica concessa ai bambini campeggiatori. Le notizie sono confortanti, il tempo è buono e la sera si sta bene con la felpa.

Chissà domenica che belle conversazioni sull’effetto serra, la deriva dei continenti e l’inquinamento degli oceani.

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Missing Piccola

Le foto arrivano quotidianamente sul gruppo “Primo turno campeggio” da parte dei generosi responsabili.

Ogni mattina e ogni sera è tutto un ingrandire immagini alla ricerca del musetto della piccola, nascosta tra altri sessanta bambini e bambine.

Nelle rare istantanee in cui compare, ha spesso un’espressione furibonda, i pantaloncini alti in vita, la maglietta bianca con cui è partita quattro giorni fa e il cappello con visiera al contrario. Praticamente Fantozzi nella partita scapoli e ammogliati.

I fratelli grandi, in assenza della sorella minore, danno libero sfogo ad adolescenza e preadolescenza, in un crescendo di musica trapper, uscite serali e negoziazioni da nazioni unite per spuntare un quarto d’ora in più, guadagnandone uno in meno.

A tavola si trattano argomenti adulti, come la situazione politica del nostro paese, la crisi globale, l’ecologia e la venuta in città dell’ennesimo rapper.

Con una figlia in meno a cui badare io stessa allento le maglie della routine famigliare, dimentico il giorno della gita al mare con l’oratorio e alla mattina all’alba mi tocca mettere insieme al volo costumi, asciugamani e quattro soldi perché del pranzo al sacco in casa c’è solo il sacco.

Il gatto aspetta immobile e muto davanti alla ciotola -vuota- dei croccantini, di norma rifornita dalla piccola.

Nessuno mi sveglia il mattino chiedendomi il numero di gocciole da mettere nel latte e stringendomi forte perché “con gli abbracci ci si sveglia meglio”.

Ci sono piccole mancanze.

E poi c’è la mancanza della piccola.

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Eppur si parte

“Ok mami, allora vado”

“Bene, vai”

“Sto andando”

“Brava”

“Magari saluto mia sorella un’ultima volta”

“Va bene”

“Un abbraccio a mio fratello, che si è alzato apposta alle sei per venirmi a salutare”

“Sicura di star bene piccola?”

“No, mi viene da piangere e mi fa male la pancia”

“Sorella, si chiama ansietta ma tranquilla che passa al primo autogrill”

“Mami…forse ho dimenticato qualcosa a casa”

“No amore, ti assicuro che c’è tutto, dal kway all’infradito, abbiamo controllato insieme, ti ricordi?”

“Il gatto! Non ho salutato il gatto!”

“Piccola! Sul bus, forza! Divertiti che ci vediamo presto”

“Mica tanto, presto”

Con uno zaino pieno di panni e gli occhi pieni di lacrime, la piccola è partita questa mattina presto, su un pullman carico di bambini e bambine vocianti, energici ragazzi che li faranno divertire, pazienti adulti che avranno cura di loro.

In questi undici giorni dormirà in tenda, camminerà per sentieri alla ricerca di marmotte, mangerà pane e marmellata per colazione anche se è abituata a latte e gocciole, sceglierà da sola i vestiti da indossare ogni mattina, e ho il sospetto che saranno gli stessi con cui è partita. Parteciperà a giochi e tornei, girerà il paese di sera con la torcia per trovare i pezzi della caccia al tesoro, aiuterà ad apparecchiare, sparecchiare e pulire i bagni.

Bisogna saper guardare lontano, oltre le lacrime, per vedere i sorrisi che verranno.

Buona vacanza, piccola mia.

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Di tutto, di più

Una festa pomeridiana trasformata in pigiama party proseguita fino al mezzogiorno del giorno dopo, altro che rave.

Un giro di shopping per l’inaugurazione dei saldi, il primo del primogenito con i suoi amici per l’occasione esperti di moda e tendenze. Dalla mamma non ha voluto consigli, solo denaro.

Un pomeriggio di cinema con cinque minorenni, dei grossi dinosauri e una imbarazzante quantità di pop corn.

Un cielo rosa che chissà da dove è uscito.

Una cena con due amici, che consapevoli delle straordinarie capacità culinarie della padrona di casa hanno portato tre teglie di lasagne ma soprattutto la loro compagnia.

Una notte sola con la mezzana, che nell’eccezionalità dell’essere figlia unica ha occupato il lettone con tutto il suo metro e settanta.

Tanto di tutto, di abbracci e risate e ciliegie e lasagne e musica tamarra.

Una valigia sul letto, da riempire di pile, calzettoni e magliette quanto di voglia di esplorare. Il sacco a pelo di terza mano, gli scarponcini passati prima sui piedi dei fratelli maggiori, il costume un regalo di compleanno.

A volte, una partenza è un punto di arrivo.

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In pane veritas

“Mami mami mami eccomi qui, certo che è dura la salita con la bici eh?”

“Vero, però che bello andare e venire da sola dall’oratorio in bicicletta”

“Non ci vado mica da sola c’è mia sorella e ci sono le mie amiche anche se tu le hai detto di darmi un occhio e lei invece va via come una lippa”

“Va bene, va bene, come è andata la giornata?”

“Uh, molto interessante. Quando c’è la cotoletta con le patatine a pranzo e il gelato di merenda va sempre bene. Poi oggi è successa una cosa!”

“Racconta, piccola”

“Un bambino di terza è stato portato dal don!”

“Ah, capisco. Si era forse picchiato con qualcuno?”

“No”

“Mmmm…tentativo di fuga?”

“No”

“Parolacce?”

“No! Non è voluto venire in chiesa per la preghiera del pomeriggio. Che poi non capisco, c’è sempre un bel freschetto, è rilassante”

“E ha detto perché?”

“Beh, siccome le preghiere lo annoiano ha detto di essere di un’altra religione”

“Ahahahahah un genio. E ha detto anche di quale?”

“Sì, musulmano. Ma il don lo ha smascherato perché al pranzo al sacco ieri si è strafogato di panini al salame”

“Ah, ecco. Certo che non la si fa, al don”

“No davvero. Mami, ma io posso mangiare pane e salame al freschetto in chiesa?”

“Non so amore, chiederei al don fossi in te”

E con gesto ieratico ella spezzò il pane. Per metterci il salame.

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Tentazioni

“Dai, allora, cosa facciamo oggi?”

“Mah, non so, ci sarebbe da stirare, c’è la lavatrice da fare, la camera delle bambine è un disastro…”

“Ma sei matta? Oggi non lavori e i bambini sono all’oratorio! E tu vuoi stare a casa a fare i mestieri?”

“Ma no, non è che voglio, ma ogni tanto si deve e allora…”

“Allora andiamo in piscina!”

“In piscina?”

“Ma si, dai! Quella bella piscina nel bosco, un po’ fighetta, ci portiamo un libro, la crema solare e zac! Riposo e abbronzatura! Sono un genio!”

“Beh, effettivamente è una bella tentazione, però, non so…”

“Come sarebbe non sai? E si può sapere dove vorresti andare?”

E così eccomi qua, in cima al Sacro Monte, dopo quattordici cappelle e non so quanti passi, con lo zainetto vecchio del primogenito dove ho buttato due pesche e un po’ d’acqua.

Nonostante gli assalti dei tafani, gli inseguimenti dei moschini, l’avvistamento di alcuni avvoltoi che han cominciato a volare in tondo sopra la preda, in un torrido pomeriggio di luglio, senza figli né impegni, sono salita quassù.

Sarà il contagio emotivo per il fidanzato pellegrino, sarà il mio lato penitente, sarà che faccio sempre fatica ad ascoltare il diavoletto tentatore.

Ma il panorama da quassù non ha paragone.

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Il basilico, questo (s)conosciuto

“Belle queste piantine, come sono profumate!”

“Piccolo, ti piacciono?”

“Sì, tanto”

“Si chiama basilico”

“Sì lo so, signora vicina”

“Ma sei bravissimo”

“Sì, la mamma me lo dice sempre, andiamo a rubare qualche foglia di basilico dalla signora vicina”

Sono un po’ le cose di cui mi vergogno.

Non vado fiera di aver acquistato e ascoltato le cassette di Gatto Panceri quando avevo sedici anni, preferisco non guardare le mie foto di qualche decennio fa con il caschetto e la frangetta bombata, tipo i funghetti malvagi di super Mario Bros. Non mi faccio un vanto nemmeno di una minigonna color salmone e di qualche fidanzato, ché se un domani la mezzana si dovesse presentare con qualcuno di simile la spedirei con un biglietto di sola andata per le carmelitane scalze.

Ricordo con sgomento l’attimo in cui la piccola, per non cadere, si è aggrappata ai miei pantaloni della tuta lasciandomi in mutande alla fermata dello scuolabus, di quando la mezzana ha raccontato alle maestre che la mamma passava le mattine al bar a bere o il grande ha informato il carabiniere al posto di blocco che “la mamma andava forte perché ha dimenticato mia sorella a casa”.

Ma da oggi la vera regina della vergogna, incoronata da un laurus di basilico, è la mia amica Alice.

Onore a te, sorella.

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De varietate fortunae

Il video diario del primogenito, che in sette minuiti e ventisei secondi ha racchiuso il meglio -secondo lui- della nostra vacanza. Il risultato, una sequenza infinita di doppi menti, sbadigli, dita nel naso e pose imbarazzanti, ché la ricerca del bello è un percorso tortuoso e qui si stanno muovendo solo i primi passi.

L’esultanza molesta e inappropriata per l’esito del primo anno di liceo, finito con un debito a settembre, qualche libro da leggere e un bel pò di esercizi di matematica.

La piccola festaiola, che accetta un invito inaspettato il sabato e folleggia con le amiche la domenica, in una palestra grandissima e lontanissima dove non vedeva l’ora di volteggiare per festeggiare nuovamente il suo compleanno. Il genetliaco della Regina Elisabetta ha tenuto un profilo più basso.

La mezzana indolente, che vive il suo momento dell’anno preferito dedicandosi alle sue passioni, divano e telefono. Che ha fatto finta di cominciare i compiti delle vacanze e nutro il sospetto li finirá l’undici di settembre. Che aspetta il campeggio per assaporare un po’ di libertà, dimenticando che se la dovrà guadagnare con zaino in spalla e scarponi ai piedi.

La cena di corte, che come ogni estate ci riunisce in una lunga e variopinta tavolata, dove il commensale più giovane ha appena soffiato la prima candelina e la più anziana ha passato gli ottanta, anche se ha preparato insalata di riso per tutti.

Io mi accampo qui, in questa felicità a volte un po’ sciatta, fatta di qualche ora di sonno in più, di serie tv guardate insieme sul divano, di doveri posticipati, di un tempo dalle maglie più larghe, che sa di condiriso, profuma di anguria e appiccica come gelato.

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