Check in

“Oh, molto bene. Quest’anno siamo davvero organizzati per l’inizio della scuola, mica come le altre volte quando compravo compassi e goniometri su Amazon Prime la sera prima.

Allora, visto che siete tutti qui, facciamo un controllo veloce. Pronti?”

“Si”

“Accidenti che entusiasmo, su con la vita! Cominciamo: libri!”

“Pronti Mami, ci sono tutti con la copertina e pure il nome giusto scritto sopra, che l’altr’anno ti eri confusa e avevi scritto il nome di mia sorella sui miei e le etichette non venivano più via neanche a grattarle con le unghie…”

“Va bene va bene procediamo. Cancelleria!”

“Mamma tutto a posto, ho le penne coi brillantini e le gomme per la mia collezione”

“Sì ma le penne, le matite hb, i quaderni, fogli coi buchi, righe e squadre…”

“Ah quelli, sì ci sono se servono”

“Beh, lo spero bene che ti servano. Comunque ci siamo quasi. Zaini?”

“Tutti qui mother, non li abbiamo neanche persi quest’anno”

“Già, un successone. Molto bene. E ultimo ma non per importanza…i compiti delle vacanze”

“…”

“Ehi! Dove andate? Venite subito qui! Fatemi un po’ vedere…cielo. Perché queste pagine saltate? E questo libro, non hai finito di leggerlo? E ora?”

Nell’annoso dibattito compiti delle vacanze sì, compiti delle vacanze no, ho deciso di prendere una posizione netta, pedagogicamente pensata, educativamente meditata.

Affari loro.

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Cosa fatta capo ha

La piccola è una creatura solare, pacifica e mite, il più delle volte.

Di tanto in tanto quel sole si oscura e si scatenano breve ma violente tempeste, di norma verso i suoi più stretti congiunti, ché al mondo vogliamo mostrare sempre il nostro lato migliore.

Sono comunque eventi sporadici-per quanto non piacevoli- e la maggioranza delle sue giornate comincia e finisce con un sorriso, un abbraccio e una gocciola.

È sempre spettinata, strabuzza gli occhi quando è in disaccordo, dà mazzate al fratello maggiore che la stuzzica e istiga senza sosta.

Ha delle passioni incrollabili e insindacabili, tra cui ricordiamo le lasagne, la ginnastica artistica, sua sorella e i cani.

Ama guardare video su YouTube e la sua cronologia spazia da “è stato ritrovato un megalodonte vivo nella fossa delle marianne?” al “come convincere tua madre a prenderti un cane in dieci semplici mosse”.

È curiosa e vivace, altruista e spiritosa, intimamente convinta di essere la preferita.

Tuttavia, ha un problema con gli inizi, il ricominciare, i primi giorni in generale, che le procurano ansia, tachicardia e molesta euforia.

“Mami, si ricomincia”

“Eh già, proprio oggi, sei contenta?”

“No. Sì. Non lo so. Mami, non so ancora fare la spaccata, non sono capace di andare giù fino in fondo che se no mi spezzo in due. Mi prenderanno in giro, nessuno vorrà parlare con me”

“Tesoro, tranquilla. Hai fatto passi da gigante, verrà anche la spaccata. Ti ricordi che anche l’anno scorso avevi paura? Poi è stata una stagione bellissima a ginnastica”

“Piccola, la mamma ha ragione, io e lei mica sappiamo fare la spaccata ma siamo contente lo stesso”

“Ma che c’entra? La mamma è anziana -senza offesa, mami- e tu sei di legno e non ti tocchi neanche le dita dei piedi”

“Eh già, senza offesa. Ascolta, fai un bel respiro e prepara la borsa, che è quasi ora. Pensa a tutte le cose belle. Fare ginnastica ti far star bene, ci sono le tue amiche, la tua insegnante adorata”

“La tuta! Oggi ci danno la tuta nuova della società, quella col nome! Evviva! Grazie mami per il colloquio, dovevi fare la psicologa da grande”

Per terapie individuali o di gruppo sono a disposizione.

Scrivetemi pure.

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Ritorno al futuro

Il primogenito che sua sponte si mette a sistemare la stanza, accadimento che per la teoria degli eventi rari di Poisson è secondo solo alla bioluminescenza negli oceani o la marea rossa in Malesia.

La mezzana che manipola con sostanze ignote uno slime portato da Londra creando una nuova colla miracolosa che a confronto la millechiodi si sciacqua con un po’ d’acqua.

La piccola che infila le mani nel suddetto slime e ne rimane pietrificata come solo Giucas Casella nel celebre numero delle mani giunte e incollate.

Io che passo l’intero pomeriggio a cercare un rimedio in grado di togliere la strana sostanza dalle mani dell’ultimogenita, già rassegnata a non finire i compiti delle vacanze.

La cena alla sagra settembrina con annessa pesca di beneficienza, che ci regala un vaso, metà anfora greca e metà brocca, dal decoro floreale che strizza l’occhio alle ceramiche ming del quinto secolo, vinta dalla mezzana che per punizione se lo vedrà recapitare come regalo di compleanno.

Il rientro al lavoro che agita l’ansia e la pancia finché non arrivi e riprendi a pedalare come se non avessi smesso mai, e le vacanze sembrano un ricordo lontano quando invece sono in un posto vicino dentro di te.

Le liste di cose da fare, da pagare, da disdire o cominciare, i pacchi in posta da ritirare, i capelli da sistemare, le decisioni da prendere, gli abbracci da dare.

È settembre, siamo a casa.

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Alla fine

Seicento chilometri tra un fiordo e un ghiacciaio, eroicamente condotti dal fidanzato.

Una strada a picco sulla scogliera, tra montagne maestose ma fragili e il mare, quasi verde.

Un piccolo paese sul porto, con la chiesetta, il bar e come unico museo la collezione privata di minerali di una signora dal nome profetico, Petra.

Più di trenta uova scolpite, una per ogni tipo di uccello, appoggiate sul lungomare una in fila all’altra.

Tra le dieci cose imperdibili da fare, consiglia l’ufficio del turismo, leggiamo “ascoltare il suono del silenzio”, “ammirare la bellezza della natura”, “incontrare la gente del posto”.

Una pianura immensa, verdissima, punteggiata di pecore e cavalli.

Un altopiano ricoperto di lava, conseguenza di una deflagrante eruzione di tanti anni fa.

Il ghiacciaio, immenso, imponente, sacro, che ci accompagna per oltre due ore di guida. Sotto quell’immensa calotta di ghiaccio sonnecchia un altro vulcano attivo, che prima o poi si sveglierà provocando disastri.

Una spiaggia nera, dove sbocca un fiume che trasporta iceberg dalle forme più insolite e colori diversi, in bianco i giovani, in azzurro i più vecchi. Foche che emergono e scompaiono, giocando tra questi affascinanti pezzi di ghiaccio.

Uno spettacolo di una bellezza disarmante ma di una preoccupazione importante, quella di un ghiacciaio che ogni anno si ritira di oltre cinquecento metri.

L’arrivo a destinazione, con un tramonto sul mare accanto a una piccola chiesa.

Una casa alla fine del mondo, ai piedi di una montagna.

Siamo quasi al termine del nostro viaggio.

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Appolo

La sveglia suona presto, col rumore delle gocce sul vetro della finestra.

Il cielo è minaccioso e tira un vento freddo, ma visto che non siamo qui per fare i balli di gruppo ci copriamo come possiamo e ci rimettiamo in marcia.

Siamo sempre intorno al lago dei moscerini killer, e decidiamo di esplorare la zona di Dimmuborgir, dove le formazioni laviche hanno dato vita a un bizzarro paesaggio, dove sculture con sembianze umane si alternano ad archi.

Una si innalza come una chiesa gotica.

La pioggia ha smesso di cadere, anche se il cielo è ancora cupo.

Riusciamo così a visitare un luogo di culto per gli appassionati del genere, la grotta dove due protagonisti della saga del Trono di spade hanno consumato un focoso amplesso, nell’ultima stagione.

Ci aspettano centocinquanta chilometri per arrivare a Seydisfordjur, ridente cittadina che si sviluppa proprio davanti a un fiordo.

Cittadina è una parola grossa, considerato che ci abitano seicento persone. Ci sono tre bar, una farmacia, la chiesa e un mini market dove il mio fidanzato fa scorta di Appolo, una specie di grossa caramella col contorno di liquirizia e l’interno Dio solo sa di cosa.

L’ostello è una vecchia abitazione rossa dalle finestre bianche. Mi sento come a casa, forse perché tutto il mobilio è firmato Ikea.

La sera l’attività più gettonata è passeggiare fino al grande traghetto, che ogni mercoledì salpa alla volta della Danimarca.

Trascorriamo così la nostra trasgressiva serata, sempre con un occhio al cielo, che purtroppo stasera non regala nulla.

E domani via, cinquecento chilometri verso l’Islanda sud orientale.

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Sarà l’aurora

Una luna piena splendente sulla baia, ma di aurora boreale nemmeno l’ombra.

Ho il sospetto che si faccia vedere non appena noi, sfiniti dalla giornata e tremanti di freddo, decidiamo di arrenderci.

La giornata inizia presto perché la strada è lunga, la prima tappa è una famosa cascata, Dettifoss, che raggiungiamo attraverso un sentiero suggestivo.

Lei è come ce la aspettavamo, potente e imponente, rumorosa e veloce, con due arcobaleni che sembrano unire le sue sponde.

Una freccia nascosta indica un’altra cascata, attraverso un sentiero che si snoda tra grossi massi e terra vulcanica.

E siccome sotto i tre chilometri per il mio fidanzato sono solo quatto passi, ci avventuriamo in un percorso sempre più suggestivo fino ad arrivare al punto in cui due fiumi di uniscono formando una moltitudine di cascate più piccole.

Sarà la fatica per arrivarci, sarà che siamo praticamente soli in uno spazio infinito, sarà la fame perché è ora di pranzo ma sembra di non aver mai visto niente di più bello.

Riprendiamo la macchina perché purtroppo o per fortuna le cose da vedere sono numerose, e noi finiamo sempre per deviare dal percorso incuriositi da una strada, un cartello o un panorama.

Mangiamo un panino su una collina con vista lago e beviamo il caffè in una centrale geotermica, e finalmente arriviamo nel Myvatn, regione famosa tra le altre cose per i moscerini killer che infestano le rive di un bellissimo lago.

E qui, finalmente, ci immergiamo nelle sorgenti termali della piscina all’aperto, tra l’azzurro dell’acqua e il nero della lava intorno.

Nero, come il braccialetto preferito che ho tenuto al polso, ossidandone la superficie.

La sera arriva in fretta, e il buio ci trova in piedi, tremanti, travolti da un vento gelido e col naso all’insù.

Quando all’improvviso, tra le nuvole più lontane, uno scintillio verde.

È lei, è l’aurora.

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Animali fantastici e dove trovarne

L’Islanda è il paese perfetto per chi soffre di demofobia.

Qui, nella terra del fuoco e dei ghiacci, ogni abitante ha due pecore pro capite. Se ne incontrano ovunque, preferibilmente mentre attraversano la strada all’improvviso, pacifiche.

In questi giorni abbiamo incontrato poche persone, diversi bei felini, molti cavalli, qualche mucca e anche una non meglio precisata piccola creatura che correva veloce tra le rocce vulcaniche.

Abbiamo visto le foche libere in una piccola baia piena di sole, ed è valsa la pena la variazione di trenta chilometri per ammirare questi placidi pinnipedi, immersi nel loro ambiente naturale.

Ho realizzato un sogno, e in un pomeriggio caldo ho indossato la tuta del l’omino Michelin e navigato fino ad arrivare al cospetto del più grande mammifero al mondo, la balena. Un’emozione unica e inaspettata, quello sbuffo nel cielo e una lunga ombra nera a pelo d’acqua, la coda maestosa che si immerge per ultima, fino a scomparire lasciandoti stupefatta e grata, per esserle passata accanto.

La sera, nel primo albergo dopo tanti ostelli, alla reception troviamo Leonardo, un giovane ragazzo di Corato che due anni fa si è innamorato dell’Islanda e dei suoi vulcani, di questo paese sempre pronto a cambiare e che vive nell’incertezza di una terra ancora in movimento e divenire.

È lui che con pazienza risponde alle nostre tante domande, che ci racconta la storia dei pastori che da settembre a Natale, girando a cavallo, vanno a recuperare le greggi di pecore che hanno pascolato liberamente per tutta l’estate, finendo magari sulla cima di un monte o sul greto di un fiume.

Che ci racconta di una famiglia di rifugiati siriani che ha aperto un ristorante tipico in una città poco distante.

È lui che ha fatto della sua curiosità un vero e proprio sapere e tra non molto pubblicherà un libro sui vulcani e il rapporto non sempre facile tra gli islandesi e queste montagne sacre.

Che ci saluta con la speranza di vedere, forse, l’aurora boreale, che io aspetto scrutando il cielo ogni sera da quando siamo arrivati.

Ma questa è un’altra storia.

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A nord

La giornata inizia presto, un po’ perché qui il sole va via per poco la sera e torna presto la mattina.

Pensandomi furba ho portato con me la mascherina nera per dormire, per poi accorgermi che mi faceva sentire claustrofobica e abbandonarla in valigia.

Dopo una strada di pianure sconfinate, montagne buttate là con apparente noncuranza, tanti cavalli e qualche pecora, giungiamo al cospetto di sua maestà, Snæfellsnes. Dal suo cratere Jules Verne si è immaginato di passare per dare inizio al celebre viaggio nel centro della terra.

Noi ci limitiamo ad ammirarlo da lontano, percorrendo a piedi un sentiero accanto alle scogliere, dove gli unici rumori sono quelli del mare e dei gabbiani, fino ad arrivare a una casetta di legno, poco più su di una piccola baia, dove premiarci con una dolcissima cioccolata e un soffice waffle. Chissà, magari davanti a un panorama tanto magico hanno meno calorie.

Il viaggio prosegue in direzione nord, finché non leggo sulla guida di una piccola spiaggia con un faro arancione, sì la strada sembra essere un po’ sconnessa ma cosa vuoi che sia, certo è un po’ lunga ma in fondo cosa abbiamo da fare. E così parcheggiamo la macchina nel punto in cui è stata trovata la tomba di un famoso vichingo, e come indomiti esploratori decidiamo di cercare il faro, a piedi.

In un paesaggio più lunare che mai, tra il nero della pietra lavica e il verde del muschio, nel silenzio più totale camminiamo per oltre un’ora, in uno scenario apocalittico, come soli al mondo. Certo, perché gli altri ci erano arrivati con la macchina.

All’arrivo un panorama spettacolare, il faro arancione proprio lì e spunta pure l’arcobaleno, insieme a una decisione strategica: fare l’autostop per tornare indietro.

Ci incamminiamo fiduciosi nella potenza del karma, visto che ieri abbiamo dato un passaggio a due giovani scozzesi.

E il karma arriva, su una Duster Bianca quattro per quattro con a bordo una coppia gentile, accogliente, ma soprattutto nostri concittadini, trovati proprio qui, nel mezzo del niente.

L’arrivo di questa lunga giornata è in nuovo ostello sul fiordo, davanti a un isolotto, raggiungibile a piedi, con una sola attrazione: un altro faro arancione.

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Il circolo d’oro

Una strada nel mezzo del niente, o di come mi immagino sarebbe la luna con l’erba e l’acqua.

È mattino presto, non c’è traffico e la sensazione di una solitudine carica di libertà si fa ancora più forte.

Geyser è la prima tappa, dove restiamo ipnotizzati dal padre di tutti i geyser, il primo a essere scoperto e che ha dato il nome a quelli che sono venuti dopo. In realtà lui ormai riposa sobbollendo un poco, dopo ottocento anni di ininterrotte esibizioni. Il suo discendente, Strokkur continua a stupire e incantare turisti e locali.

È la volta di Gullfoss, le cascate più imponenti e importanti dell’Islanda. Un salto di trentadue metri, una quantità gigantesca di acqua che scorre, un fiume che ne avrebbe di storie da raccontare. Come quella di Sigriöur, giovane fanciulla che per impedire la costruzione di una centrale idroelettrica fece centoventi chilometri a piedi nudi, fino alla capitale, minacciando di buttarsi dalla scogliera se questo fosse accaduto. Se oggi abbiamo ammirato quelle cascate è anche e soprattutto merito suo.

L’ultima tappa del circolo d’oro è un parco naturale, che ha degli ottimi motivi per essere famoso, oltre la bellezza.

Una spaccatura di tre metri nel terreno a testimoniare la frattura tra le placche tettoniche dell’Europa e l’America del Nord.

Poco più a valle, davanti una vista di pace, si visita il luogo dove si è riunito il primo parlamento all’aperto, dove gli antichi islandesi legiferavano, combinavano matrimoni e stringevano alleanze, tra cielo e terra.

L’arrivo è nell’ostello di un piccolo paese affacciato su un fiordo, dove per un hamburger tocca pagare il corrispettivo di un menu completo da Cracco.

“Amore, ci penso io”

“Davvero?”

“Sì”

E carbonara fu.

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Si comincia

Reykjavik ci accoglie un tardo pomeriggio, pulita, ordinata e con un gran traffico per le strade.

Orientarsi non è difficile, anche se le vie hanno i nomi delle lampade Ikea.

Il freddo ci sorprende, abituati come siamo all’afa, al caldo e alle zanzare.

È strano ma bello rimettere giacca e cappello, mentre guardi il mare.

Capisci dal primo in caffè in un bar che il problema non sarà il freddo né il traffico, ma il costo proibitivo di ogni cosa, commestibile e non.

La catena di supermercati più famosa e diffusa ha un porcellino come insegna e la carbonara in scatola come piatto forte. Nemmeno la piccola arriverebbe a tanto.

C’è una grande chiesa Luterana, la più famosa dell’isola, che svetta sulla città insieme a Leiff Eiricksson, l’islandese che primo fra tutti-gli islandesi-è approdato in America.

In riva al mare si staglia l’Harpa, un auditorium simile a un alveare, ricoperto di vetro che cambia colore di giorno e si illumina la notte.

La sera si cammina per il centro, anche se fa freddo, tra giovanissimi sugli skateboard e famiglie con bambini piccolissimi.

“Amore, domani un anello”

“Davvero?”

“No, facciamo il circolo d’oro. Sarà bellissimo”

Ciao, Reykjavík

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