Sui generis

Il grande torna in piena notte dalla festa del liceo, imperdibile appuntamento che inaugura l’anno accademico.

Al pomeriggio arbitra la partita che non poteva giocare causa incompleta guarigione, restando sulla linea di metà campo per non sforzarsi troppo.

Una convalescenza piuttosto sui generis.

La mezzana festeggia l’inizio delle attività sportive con le sue compagne di squadra, i calzoncini e il panino con la salamella, si prepara per una stagione di successi col cellulare in mano.

La piccola raccoglie tappi, suona il flauto, fa i compiti di matematica perché domani arriva finalmente la nuova insegnante, a sole tre settimane dall’inizio della scuola.

Io prendo il caffè con una donna bella e tosta, che nonostante pensieri, fatiche e paure conserva negli occhi una luce di speranza che ha il potere di farti sentire subito meglio.

Faccio il cambio degli armadi delle sorelle, svuotando quello della mezzana nei cassetti della piccola, ché il destino dell’ultimogenita è vestire di terza mano, quando va bene.

Tolgo le zecche al piccolo gatto, preparo il ragù che non si sa mai, vedo un bel film anche se al cinema ci andiamo a piedi, aspetto un’e-mail che non arriva, mi lavo i capelli e organizzo la settimana che verrà.

Ed è subito lunedì.

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Tra leggenda e realtà

“Ma…che succede? Perché la bottiglia dell’acqua è senza il tappo? E anche il latte in frigo? Il succo è aperto! No, anche il dentifricio! Ma chi è stato?”

“Mami, sono stata io, perché?”

“Come perché, piccola ladra di tappi? Le bottiglie devono stare chiuse, e anche il dentifricio. Rimetti tutto al suo posto, su”

“No”

“Scusa?”

“No, mami, non posso”

“Perché? Devi fare un lavoretto? Posso darteli quando finiamo il latte e il succo o l’acqua amore”

“No, mi servono per P, il mio compagno”

“Continuo a non capire. Cosa se ne fa P. dei nostri tappi?”

“La carrozzina, mami! P. deve cambiare la carrozzina, e se noi portiamo tanti tanti tantissimi tappi gliene danno una nuova, però mica fatta di plastica, eh”

“I tappi per la carrozzina? Ma non è una leggenda metropolitana come i coccodrilli nelle fogne e quelli che ti asportano gli organi fuori dalla discoteca?”

“Cosa fanno in discoteca?”

“Niente amore, non ascoltare la mamma. Va bene, tieni pure i tappi. Magari ridammi quello della crema contorno occhi, che costa una fortuna”

“No, è per P”

“Certo, è per P”

Ecco cosa succede quando una leggenda metropolitana diventa realtà.

E te lo insegna una bambina di dieci anni.

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C’è da fare

C’è una giornata in ospedale col grande, un’ora dopo l’altra a tenersi compagnia e a scoprire che, tolti i vestiti griffati da adolescente inquieto esiste ancora il bambino di cui ho confusa memoria.

C’è un nido di calabroni nella canna fumaria del camino di casa, e rimuoverlo costa esattamente come gli stivaletti che avevo adocchiato in vetrina.

C’è il lavoro che somiglia molto a quello che faccio a casa e allora non sai più se sei sempre a casa o lavori senza smettere mai.

C’è il pilota automatico che a volte non si ricorda più nemmeno che giorno è, figuriamoci la strada da prendere.

C’è l’incontro con Laura, un’anima bella accompagnata dai suoi due piccoli elfi gemelli di diciotto mesi, che sorride a una vita complicata e che se la serendipità esiste dovevo per forza incontrare.

C’è la piccola che ha in odio le equivalenze e il passato di verdure, ed è tormentata da brutti pensieri che le adombrano quel facciamo di solito gioioso.

C’è che all’orizzonte si profila la festa di compleanno già più volte rimandata della mezzana e il cambio degli armadi, attività che mi portano il buon umore come quando in casa non ho il caffè per la colazione.

C’è la voglia di leggerezza e il desiderio di profondità, che poi non mi posso mica lamentare se non so nemmeno io che cosa voglio.

C’è che come la metti la metti, qui c’è sempre un sacco da fare.

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E fuori è buio

Fuori è già buio, non me ne ero accorta.

Non c’è mai una domenica uguale ad un’altra, una consuetudine o un rito.

Il grande riprende gli aggiornamenti da arbitro, e per tutta la mattina corre, ripassa e impara regole vecchie e nuove. Sembra essere pronto per una nuova stagione di fischi e cartellini.

La piccola si esibisce con la ginnastica artistica alla festa dell’oratorio, con una canottiera troppo grande che si scoprirà essere mia e chissà come finita addosso a lei, che salta, rotea e volteggia col sorriso di chi non vorrebbe essere da nessuna altra parte.

La mezzana che cerca la scuola da fare il prossimo anno, contando ore e materie, immaginandosi più grande di quello che è.

Gli starnuti di tutti, la tosse e la coperta pesante, il tè caldo che mi fa male la gola mamma, il film guardato sdraiati sul divano nel tardo pomeriggio, con le persiane chiuse che sembra di essere al cinema.

Il gatto che non miagola più fastidioso e insistente per farsi aprire la porta, ché in casa è più caldo e si sta bene così.

Fuori è già buio ed è ottobre, e io non me ne ero accorta.

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Rimandata

“Bene signora mamma, cominciamo pure. La gravidanza è arrivata a termine?”

“Ehm, no, è nato di trentasette settimane”

“Veramente qui sul libretto pediatrico c’è scritto trentasei”

“Beh allora avrà ragione il libretto no? È che sono passati quasi quindici anni e allora…”

“Crescita armonica? Sviluppo nella norma? Dentizione? Quando i primi denti?”

“Ecco, vediamo. I denti…insomma non ricordo benissimo però adesso ce li ha tutti, sono dritti dopo anni di apparecchio quindi…”

“Non se lo ricorda”

“No”

“Proseguiamo. Precedenti interventi chirurgici?”

“Ah sì! Questa la so! Quando andava all’asilo ha tolto le adenoidi, e in terza…no quarta…vabbè insomma alle elementari l’appendice”

“Mother, le tonsille?”

“Non era tua sorella? Ah no che sciocca lei è stata in ospedale per altro. Giusto. Le tonsille”

“E quanto pesa adesso?”

“Ehm…dunque…l’ultima volta l’anno scorso alla visita sportiva mi pareva fosse…”

“Sali sulla bilancia per favore. Signora mamma, non mi sembra tanto preparata eh?”

Gli esami di terza media.

La maturità che ancora funesta i miei incubi.

La discussione della laurea magistrale.

Per finire così, bocciata all’anamnesi del primogenito.

Riproverò a settembre.

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Una volta al giorno

Una mattina di sole e aria fresca, quella combinazione unica e ideale tra fresco e calore, un cielo blu sopra Milano. Fermarsi un po’ di più al semaforo che diventa verde e poi ancora rosso, per ascoltare una guida che racconta la città a un gruppo di turisti.

Il grande che inciampa e cade sul pavimento scivoloso dell’adolescenza, rialzandosi ogni volta un po’ più grande, a volte coscienzioso, altre ancora più bizzarro.

La mezzana che naviga nell’incertezze e la vacuità dei suoi tredici anni freschi di compleanno, con le punte dei capelli schiarite di qualche grado per vedersi diversa e riconoscersi la stessa, che sceglie come ciondolo un timone per mantenere più salda la rotta.

La piccola che rientra a casa da sola, le guance rosse e la cartella storta, e dice che è una giornata bellissima perché andrà a giocare dalla sua amica E e per pranzo ci sono le lasagne quindi è piena di gioia, oltre che di appetito.

Che ti spiega come basti un pensiero bello al giorno per essere felici, che sia una lasagna, un’amica, un giro in bici.

Tu che pensi di aver bisogno dei suoi occhi per un po’, del suo sguardo sul mondo che è facile ma non per questo semplice, che fa puntare il faro sulle cose belle, almeno una ogni giorno.

Perché se lo dice la piccola, deve essere vero.

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Italia-Russia

“Oh, che bella serata! Io e te a guardare Italia-Russia di pallavolo, che meraviglia!”

“Vero, e che Italia”

“Sii seria per favore”

“Giusto, che Russia. Lo sai che il numero tredici è alto due metri e diciotto?”

“Vedo, altissimo. Infatti quando fa muro non si passa. Hai notato? Le sue mani sono impenetrabili”

“Già. Io però stavo guardando i calzoncini”

“Ma hai visto che azione? Velocissima e potente. E che precisione!”

“Anche le magliette aderenti non sono poi così male…”

“E la diagonale? Perfetta! Ha preso esattamente il punto vuoto. Questi sì che sono professionisti”

“Più che la traiettoria mi interessava l’addominale, ma non si vede niente. Però immagino”

“Mamma! Insomma! Guarda la partita, mica i giocatori!”

Alla sua età avevo appiccicato sopra il letto un tamarrissimo John Bon Jovi a petto nudo, i pantaloni di pelle nera e la permanente cotonata, mentre sopra la scrivania troneggiava il bel Tom pre-scientology, in versione top gun.

Lei è la tredicenne bacchettona, che riprende la mamma poco seria.

Meno male che ha la mia faccia, altrimenti avrei pensato a uno scambio in culla.

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13

Non so bene come sia successo, dove mi sia sfuggito, quando sia accaduto.

Eri lì a guardarmi con quegli immensi occhi scuri, le coscette di pollo e una tutina troppo grande che ti copriva le mani e avanzava dai piedi.

Eri lì davanti a una madre insicura e tremante, chiamata a crescere e educare un’altra femmina, una nuova donna.

Eri lì con quella testina piena di ricci, come un piccolo leone, che scavalcavi decisa le sbarre del lettino per non fare la nanna e correre da me.

Eri lì con lo zainetto del pinguino, il naso all’insù e la mano nella mia, al primo giorno di asilo.

Eri lì e poi non c’eri più in quell’albergo in Tunisia, nella spiaggia in Toscana e in tutti gli altri luoghi dove ti ho persa e poi ritrovata.

Eri lì col tutù di tulle a danza classica, il body arancione a ginnastica artistica, la cuffia da squalo al corso di nuoto.

Eri lì a scrutare la rete di pallavolo, talmente alta che ci passavi sotto.

E adesso sei qui, con quel viso tanto simile al mio, le braccia forti che quando salti superano la rete, le gambe lunghe sdraiate sul divano.

Che non sai ancora cosa vuoi diventare ma sai quello che non vuoi essere, che asciughi le lacrime di tua sorella con un sorriso, che sei felice della mia felicità, che desideri un piercing che per il momento non arriverà.

Che sei disordinata e cerchi di svicolare dai doveri, nascondi i vestiti nell’armadio piuttosto che piegarli, che richiamo mille volte all’ordine.

Che da me hai preso la faccia, il caos, la creatività e qualche insicurezza.

Che adesso sei confusa su cosa fare da grande, e vedi solo nebbia davanti a te.

Ma quella nebbia, mio amore, nasconde infiniti sentieri e possibilità.

Soffiamoci sopra insieme, che la diradiamo.

E già che ci sei, soffia forte anche su queste tredici candeline.

Tanti auguri, splendida ragazza.

Buon compleanno, mezzana del mio cuore.

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Per non dimenticare

“Ma la plastica? Perché è ancora lì? Lo sapevi che era da portare fuori”

“Mother, mi son dimenticato”

“Ti avevo detto di sistemare le tue scarpe, perché ricoprono ancora tutto il pavimento del terrazzo?”

“Mother, mi son dimenticato”

“Bene, andiamo che è tardi. Hai tutto, anche l’abbonamento?”

“Mother, mi son dimenticato di comprarlo”

“Pronto? Dove sei? Come al campetto? Ti avevo detto di lasciarmi le chiavi e invece sono chiusa fuori con la piccola che deve andare in bagno!”

“Mother, mi son dimenticato. Ah, oggi a scuola ho preso un richiamo perché dovevo portare la tua carta d’identità ma…”

“Ti sei dimenticato, fammi indovinare”

“Già. A proposito, dov’è la mia maglietta con la piovra? L’ho messa a lavare lunedì, subito dopo l’allenamento, quando è venuto il mio amico R”

“Non lo so, sarà da stirare? Comunque adesso devo andare al lavoro, ci vediamo più tardi”

“Come al lavoro? Ti avevo chiesto di accompagnarmi in centro che escono le carte nuove, l’ho segnato pure in agenda! Te l’ho detto l’altra sera, quando eri a letto, che fuori piovigginava, insomma il giorno che è uscito l’album nuovo del mio rapper preferito…”

Si chiama memoria selettiva.

Una patologia degenerativa che colpisce i soggetti maschi tra i quattordici e i non so quanti anni di età.

È necessaria per poter conservare solo i ricordi più significativi, non dover tenere insieme troppe informazioni ma soprattutto non portare fuori la plastica, fare meno fatica e fare uscire pazza la propria madre.

Al momento non si conoscono terapie, se escludiamo ripetuti e pedagogici calci nel sedere.

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Domandare è lecito, rispondere è cortesia

Ore 13.30

“Ciao amore, bentornata! Come è andata oggi a scuola?”

“Uh, bene”

“Cosa avete fatto di bello?”

“Oh, niente”

“Cinque ore di niente, capisco. E com’era la mensa?”

“Ah, buona”

“Beccata! Tu non mi ascolti e dai risposte a caso! Uno: la mensa non è ancora cominciata. Due: non ti è mai piaciuta, e ci mangi da sette anni! Perché non mi racconti mai nulla?”

“Mami, sono stanca. Cioè, non puoi capire, devo stare attenta cinque ore, ascoltare quello che dice la maestra, restare sveglia, fare la merenda, andare in bagno sperando che quella prima non ha fatto schifezze perché è sempre tutto sporco. A casa ho bisogno di silenzio e delle mie Barbie, senza offesa. Ma tu chiedi pure, se ti fa piacere”

Ore 22.30

“E poi ha spiegato le divisioni, non quelle a due cifre perché stavamo solo ripassando. Ho colorato la copertina del quaderno ma non ho ancora finito, te la faccio vedere se vuoi, poi c’era l’intervallo e la merenda non è servita perché c’era il compleanno della mia compagna e ha portato torte e patatine. Poi ci dobbiamo ricordare di portare le scarpe per motoria e la risma di carta, il resto è a posto. Poi ho prestato un refil blu a un mio compagno. Sul pulmino, invece…”

“Piccola basta, è ora di dormire”

“Ma come? Sei tu che volevi sapere come era andata la mia giornata! Non chiedere se non vuoi sapere”

Chiedete e vi sarà detto.

Con un fuso orario diverso, ma pazienza.

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