Rimandata

“Bene signora mamma, cominciamo pure. La gravidanza è arrivata a termine?”

“Ehm, no, è nato di trentasette settimane”

“Veramente qui sul libretto pediatrico c’è scritto trentasei”

“Beh allora avrà ragione il libretto no? È che sono passati quasi quindici anni e allora…”

“Crescita armonica? Sviluppo nella norma? Dentizione? Quando i primi denti?”

“Ecco, vediamo. I denti…insomma non ricordo benissimo però adesso ce li ha tutti, sono dritti dopo anni di apparecchio quindi…”

“Non se lo ricorda”

“No”

“Proseguiamo. Precedenti interventi chirurgici?”

“Ah sì! Questa la so! Quando andava all’asilo ha tolto le adenoidi, e in terza…no quarta…vabbè insomma alle elementari l’appendice”

“Mother, le tonsille?”

“Non era tua sorella? Ah no che sciocca lei è stata in ospedale per altro. Giusto. Le tonsille”

“E quanto pesa adesso?”

“Ehm…dunque…l’ultima volta l’anno scorso alla visita sportiva mi pareva fosse…”

“Sali sulla bilancia per favore. Signora mamma, non mi sembra tanto preparata eh?”

Gli esami di terza media.

La maturità che ancora funesta i miei incubi.

La discussione della laurea magistrale.

Per finire così, bocciata all’anamnesi del primogenito.

Riproverò a settembre.

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Una volta al giorno

Una mattina di sole e aria fresca, quella combinazione unica e ideale tra fresco e calore, un cielo blu sopra Milano. Fermarsi un po’ di più al semaforo che diventa verde e poi ancora rosso, per ascoltare una guida che racconta la città a un gruppo di turisti.

Il grande che inciampa e cade sul pavimento scivoloso dell’adolescenza, rialzandosi ogni volta un po’ più grande, a volte coscienzioso, altre ancora più bizzarro.

La mezzana che naviga nell’incertezze e la vacuità dei suoi tredici anni freschi di compleanno, con le punte dei capelli schiarite di qualche grado per vedersi diversa e riconoscersi la stessa, che sceglie come ciondolo un timone per mantenere più salda la rotta.

La piccola che rientra a casa da sola, le guance rosse e la cartella storta, e dice che è una giornata bellissima perché andrà a giocare dalla sua amica E e per pranzo ci sono le lasagne quindi è piena di gioia, oltre che di appetito.

Che ti spiega come basti un pensiero bello al giorno per essere felici, che sia una lasagna, un’amica, un giro in bici.

Tu che pensi di aver bisogno dei suoi occhi per un po’, del suo sguardo sul mondo che è facile ma non per questo semplice, che fa puntare il faro sulle cose belle, almeno una ogni giorno.

Perché se lo dice la piccola, deve essere vero.

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Italia-Russia

“Oh, che bella serata! Io e te a guardare Italia-Russia di pallavolo, che meraviglia!”

“Vero, e che Italia”

“Sii seria per favore”

“Giusto, che Russia. Lo sai che il numero tredici è alto due metri e diciotto?”

“Vedo, altissimo. Infatti quando fa muro non si passa. Hai notato? Le sue mani sono impenetrabili”

“Già. Io però stavo guardando i calzoncini”

“Ma hai visto che azione? Velocissima e potente. E che precisione!”

“Anche le magliette aderenti non sono poi così male…”

“E la diagonale? Perfetta! Ha preso esattamente il punto vuoto. Questi sì che sono professionisti”

“Più che la traiettoria mi interessava l’addominale, ma non si vede niente. Però immagino”

“Mamma! Insomma! Guarda la partita, mica i giocatori!”

Alla sua età avevo appiccicato sopra il letto un tamarrissimo John Bon Jovi a petto nudo, i pantaloni di pelle nera e la permanente cotonata, mentre sopra la scrivania troneggiava il bel Tom pre-scientology, in versione top gun.

Lei è la tredicenne bacchettona, che riprende la mamma poco seria.

Meno male che ha la mia faccia, altrimenti avrei pensato a uno scambio in culla.

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13

Non so bene come sia successo, dove mi sia sfuggito, quando sia accaduto.

Eri lì a guardarmi con quegli immensi occhi scuri, le coscette di pollo e una tutina troppo grande che ti copriva le mani e avanzava dai piedi.

Eri lì davanti a una madre insicura e tremante, chiamata a crescere e educare un’altra femmina, una nuova donna.

Eri lì con quella testina piena di ricci, come un piccolo leone, che scavalcavi decisa le sbarre del lettino per non fare la nanna e correre da me.

Eri lì con lo zainetto del pinguino, il naso all’insù e la mano nella mia, al primo giorno di asilo.

Eri lì e poi non c’eri più in quell’albergo in Tunisia, nella spiaggia in Toscana e in tutti gli altri luoghi dove ti ho persa e poi ritrovata.

Eri lì col tutù di tulle a danza classica, il body arancione a ginnastica artistica, la cuffia da squalo al corso di nuoto.

Eri lì a scrutare la rete di pallavolo, talmente alta che ci passavi sotto.

E adesso sei qui, con quel viso tanto simile al mio, le braccia forti che quando salti superano la rete, le gambe lunghe sdraiate sul divano.

Che non sai ancora cosa vuoi diventare ma sai quello che non vuoi essere, che asciughi le lacrime di tua sorella con un sorriso, che sei felice della mia felicità, che desideri un piercing che per il momento non arriverà.

Che sei disordinata e cerchi di svicolare dai doveri, nascondi i vestiti nell’armadio piuttosto che piegarli, che richiamo mille volte all’ordine.

Che da me hai preso la faccia, il caos, la creatività e qualche insicurezza.

Che adesso sei confusa su cosa fare da grande, e vedi solo nebbia davanti a te.

Ma quella nebbia, mio amore, nasconde infiniti sentieri e possibilità.

Soffiamoci sopra insieme, che la diradiamo.

E già che ci sei, soffia forte anche su queste tredici candeline.

Tanti auguri, splendida ragazza.

Buon compleanno, mezzana del mio cuore.

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Per non dimenticare

“Ma la plastica? Perché è ancora lì? Lo sapevi che era da portare fuori”

“Mother, mi son dimenticato”

“Ti avevo detto di sistemare le tue scarpe, perché ricoprono ancora tutto il pavimento del terrazzo?”

“Mother, mi son dimenticato”

“Bene, andiamo che è tardi. Hai tutto, anche l’abbonamento?”

“Mother, mi son dimenticato di comprarlo”

“Pronto? Dove sei? Come al campetto? Ti avevo detto di lasciarmi le chiavi e invece sono chiusa fuori con la piccola che deve andare in bagno!”

“Mother, mi son dimenticato. Ah, oggi a scuola ho preso un richiamo perché dovevo portare la tua carta d’identità ma…”

“Ti sei dimenticato, fammi indovinare”

“Già. A proposito, dov’è la mia maglietta con la piovra? L’ho messa a lavare lunedì, subito dopo l’allenamento, quando è venuto il mio amico R”

“Non lo so, sarà da stirare? Comunque adesso devo andare al lavoro, ci vediamo più tardi”

“Come al lavoro? Ti avevo chiesto di accompagnarmi in centro che escono le carte nuove, l’ho segnato pure in agenda! Te l’ho detto l’altra sera, quando eri a letto, che fuori piovigginava, insomma il giorno che è uscito l’album nuovo del mio rapper preferito…”

Si chiama memoria selettiva.

Una patologia degenerativa che colpisce i soggetti maschi tra i quattordici e i non so quanti anni di età.

È necessaria per poter conservare solo i ricordi più significativi, non dover tenere insieme troppe informazioni ma soprattutto non portare fuori la plastica, fare meno fatica e fare uscire pazza la propria madre.

Al momento non si conoscono terapie, se escludiamo ripetuti e pedagogici calci nel sedere.

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Domandare è lecito, rispondere è cortesia

Ore 13.30

“Ciao amore, bentornata! Come è andata oggi a scuola?”

“Uh, bene”

“Cosa avete fatto di bello?”

“Oh, niente”

“Cinque ore di niente, capisco. E com’era la mensa?”

“Ah, buona”

“Beccata! Tu non mi ascolti e dai risposte a caso! Uno: la mensa non è ancora cominciata. Due: non ti è mai piaciuta, e ci mangi da sette anni! Perché non mi racconti mai nulla?”

“Mami, sono stanca. Cioè, non puoi capire, devo stare attenta cinque ore, ascoltare quello che dice la maestra, restare sveglia, fare la merenda, andare in bagno sperando che quella prima non ha fatto schifezze perché è sempre tutto sporco. A casa ho bisogno di silenzio e delle mie Barbie, senza offesa. Ma tu chiedi pure, se ti fa piacere”

Ore 22.30

“E poi ha spiegato le divisioni, non quelle a due cifre perché stavamo solo ripassando. Ho colorato la copertina del quaderno ma non ho ancora finito, te la faccio vedere se vuoi, poi c’era l’intervallo e la merenda non è servita perché c’era il compleanno della mia compagna e ha portato torte e patatine. Poi ci dobbiamo ricordare di portare le scarpe per motoria e la risma di carta, il resto è a posto. Poi ho prestato un refil blu a un mio compagno. Sul pulmino, invece…”

“Piccola basta, è ora di dormire”

“Ma come? Sei tu che volevi sapere come era andata la mia giornata! Non chiedere se non vuoi sapere”

Chiedete e vi sarà detto.

Con un fuso orario diverso, ma pazienza.

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Un passo dopo l’altro

Le guerre puniche e i cartaginesi, il libro dei compiti delle vacanze di inglese ritrovato immacolato e intonso tra i quaderni da zero virgola cinque millimetri.

Il no per un piercing con conseguente disperazione, che a confronto la tragedia greca è una serata di cabaret a zelig.

Il torneo itinerante di pallavolo, l’amichevole fuori casa di pallacanestro, la dimostrazione di ginnastica in piazza.

L’arrivo per ultimi alla camminata non competitiva, che abbiamo preso alla lettera.

I muscoli doloranti per il troppo sport, il silenzio che cala presto, la sera, dopo una giornata cominciata al buio, la piccola che pretende il piumone perché quando comincia la scuola finisce l’estate e scende il freddo nell’anima.

Una nuova serie che cattura il tempo libero, l’ultima cena alla sagra e il ventiduesimo peluche vinto alla pesca.

Una rinuncia e una conquista, l’ascolto attento di un bisogno, il pomeriggio della domenica al cinema.

Due sorelle che cantano a squarciagola mentre sparecchiano la tavola, un primogenito che appoggia la sua testa alla mia spalla, sul divano rosso mentre vediamo un film.

Le liste e l’organizzazione, che oggi scrivo e domani cancello, con l’illusione di controllare il caos dentro e fuori.

Qui si impara a ricominciare, lentamente.

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Riunione di famiglia

“Allora forza, tutti qui in sala che cominciamo!”

“Mother, ti prego, no”

“Zitto e seduto”

“Mami mami arrivo che bello mi piace tanto quando lo facciamo”

“Bene, meno male che qualcun altro oltre a me è contento. Ma tua sorella?”

“Eccomi, ero in bagno”

“Col cellulare immagino, visti i tempi di permanenza. Comunque appoggialo lì sul camino”

“Mother, ti prego”

“Eccoci tutti qui insieme. Come ben sapete, domani comincia la scuola”

“Aaarghhhhh!!!”

“Che succede? Stai male?”

“No, è la fitta di dolore che mi attraversa ogni volta che lo sento, mother”

“Su su, basta scene. Che poi per te è il secondo anno di liceo, sarà più semplice ora che sai come funziona”

“È proprio per questo, certo che lo so, bisogna studiare! Ah, che sofferenza”

“Mami mami io sono felice perché torna la mia maestra S, che fa gli anni il mio stesso giorno e ha paura dei cani, anche se io non ho più paura perché sono passati due anni da quando è andata via”

“Sentire lei felice fa ancora più male”

“Ma smettila, quante storie. Comunque siamo qui per dirci che sì, inizia la scuola, è un anno importante e merita il massimo dell’impegno da subito. È inutile lamentarsi perché l’inizio della scuola è ineluttabile, come la morte e il fatto che bisogna alzarsi presto, molto presto. A questo proposito, patti chiari amicizia lunga: non voglio che le mie mattine si trasformino in una partita a nascondino tra uno sotto le coperte, l’altra in bagno e la terza chissà dove. Quando vi chiamo, in piedi”

“Tranquilla mamma, io ho la sveglia”

“Oh, bene così. E cosa fai quando suona la sveglia?”

“La spengo e mi rigiro, tanto arrivi tu”

“Ecco, a posto”

“Io prometto che mi alzerò senza storie, mami. Sono così contenta di rivedere la maestra e che inizi la scuola”

“Aaarghhhh!!! Basta, fatela smettere”

La consueta riunione di famiglia per l’inizio dell’anno accademico si è svolta senza intoppi e con risultati performanti.

A parte il primogenito riverso sul divano rosso della sala, siamo ottimisti.

Forse.

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La buona scuola

“Mamma, perché devo andare a scuola?”

“Ehm..”

“Ecco vedi, non lo sai nemmeno tu”

E invece sì che lo so, e te lo dico.

Devi andare a scuola per imparare, perché è più bello di quanto tu non creda sapere che l’Umbria non è bagnata dal mare, Matera sta in Basilicata e il Monte Bianco è la montagna più alta d’Italia, senza andare a cercare su Google.

Devi andare a scuola perché sapere più lingue ti consentirà di viaggiare, e hai già capito che il mondo è il libro più bello da sfogliare.

Devi andare a scuola perché la matematica nella sua certezza può essere un conforto in una vita che di certezze ne ha ben poche.

Devi andare a scuola perché imparare quella lunghissima parafrasi forse un giorno ti servirà come è stato per me, a stare seduta in una sera di inverno a fianco di un ragazzino scontroso che non sapeva da che parte cominciare.

Devi andare a scuola perché più impari più sei curioso, in un cerchio virtuoso che non ha mai fine.

Devi andare a scuola perché, fra i tanti professori che si avvicendano a quella cattedra ne troverai uno che ti trasmetterà la passione per quello che insegna, facendoti il regalo più grande, il desiderio di conoscere.

Devi andare a scuola perché quello è il tuo posto, al secondo banco in terza fila, di fianco al tuo migliore amico e dietro alla ragazzina dagli occhi belli, insieme ad altri venti ragazzini che, proprio come te, si stanno facendo la stessa domanda.

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Do you remember?

Quella volta che abbiamo aspettato sotto la pioggia, a sera tarda, gli harlem globetrotters che uscissero dal palazzetto, per farci autografare la maglia appena comprata di otto taglie più grandi, l’emozione di quei giganti buoni che gli stringono le mani.

Non se lo ricordano.

Un’alba su una spiaggia greca, con il cielo più rosa di un Barbapapà, la sabbia fresca sotto i piedi nudi e il vento caldo sulla faccia.

Non se la ricordano.

La nascita di un cucciolo di lince, vista in un parco faunistico su un’isola lontana, mentre papà lince stava di guardia attento.

Non se lo ricordano.

La visita alla cabina del pilota, il battesimo del volo e compleanno festeggiati in alta quota.

Non se lo ricordano.

Lo spettacolo di dinosauri dall’America, gli occhi sgranati sul gigantesco t-rex che fa il suo ingresso all’improvviso nel forum pieno di spettatori.

Non se lo ricordano.

Eppure tutte quelle emozioni sono lì, come il cemento tra i mattoni, la colla fra le piastrelle, la maionese nel panino.

Tengono insieme i ragazzi che sono e gli adulti che diventeranno.

Quelle emozioni sono lì appiccicate, tra la pancia e il cuore, nascoste alla memoria, tra le pieghe dell’anima, in uno sguardo curioso o in un ricordo improvviso, a dare forma e sostanza, ché siamo fatti di tutto quello che abbiamo fatto.

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