Cenerella cenerella

La giornata di ieri è stata funestata da un abbattimento totale, un intristimento profondo, un vittimismo imbarazzante.

In poche parole, la sindrome di Cenerentola.

L’autostima zoppicante, il sentirsi soli e incompresi, sottopagati e sfruttati, schiavi della casa,del mostruoso disordine generato dalle tre creature, dalle centinaia di accompagnamenti non più scolastici ma di glorioso tempo libero.

In sintesi, loro vanno a divertirsi, io li porto e li recupero.

Col miraggio delle ferie troppo lontane per essere un conforto, mi sono crogiolata nei panni fuligginosi della povera fanciulla.

Se non fosse che, con Cenerentola, abbiamo molto poco in comune: a lei i topini cuciono abiti da sera, io trovo sorci morti sull’uscio ogni mattina.

Lei ha una fatina che le rifà trucco e parrucco, io la mezzana che cura il mio make up seguendo distratta improbabili video su YouTube (l’ultima volta il trucco smokey eyes ricordava molto il protagonista di Kung fu Panda)

Il mio principe azzurro non gira in carrozza ma a piedi e altro che scarpette di cristallo, dovrei farmele fare con la suola in Vibram.

Stante le poche affinità, eccezion fatta per il gatto dispotico e malefico con cui entrambe conviviamo, ho deciso di cercare altri personaggi con cui identificarmi: per adesso se la giocano Charlie Brown e Willy il Coyote.

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Metamorfosi

Un momento è piccina e traballa sulle sue gambette tornite, un passo dopo l’altro.

Quello dopo caracolla su un paio di improbabili stivali con le zeppe, che le regalano una ventina di centimetri in più di altezza e una altissima probabilità di fratture multiple e scomposte.

Un momento gira forte su stessa per vedere il vestitino con gli unicorni che fa la ruota, quello dopo esce con una tutina che Eva Kant avrebbe giudicato troppo aderente.

Un momento beve frappé gusto fragola con la cannuccia colorata, quello dopo trovi nel bidone del vetro due bottiglie di vodka alla pesca dopo una serata con gli amici.

Un momento fa il disegno coi cuori e gli arcobaleni alla maestra, quello dopo scrive mail polemiche al professore di diritto.

Un momento gioca coi tuoi trucchi fingendo di essere te, quello dopo fa sul serio Moira Orfei.

Un momento ha la testa piena di ricci pazzi, quello dopo usa la piastra anche prima di entrare in doccia.

Un momento ti racconta le sue giornate nel dettaglio, sogni e come fa la cacca compresi, quello dopo non dice più nulla e si lamenta perché non la ascolti.

La chiamano metamorfosi, crescita, evoluzione, scoperta.

Quella della mezzana sembra più una sostituzione di persona.

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1 giugno

Oggi, nella giornata mondiale del genitore, vorrei che ci stringessimo in un collettivo abbraccio virtuale, per celebrare la meraviglia, la grazia e il privilegio di far crescere e consegnare al mondo delle splendide creature.

In particolare modo:

chi ha a che fare con lo strazio del registro elettronico, delle preghiere sussurrate prima di premere il tasto “voti”, delle parole irripetibili all’ennesima richiesta di pagamento attraverso PagoPa, chiaro strumento del demonio, delle testate al muro dopo avere fissato ennemila colloqui con insegnanti su centordici diverse piattaforme;

chi resta saldo al timone, senza perdere la rotta ma solo con un lieve abuso di alcool, tra le mareggiate dell’adolescenza, gli sbalzi ormonali che ti fanno desiderare una convivenza con Hannibal Lecter affamato, piuttosto che con tua figlia tredicenne;

chi, archiviati anni di studi, lauree, master, specializzazioni, si dedica alla nobile arte della transumanza, spostando branchi di figli e loro amici da una zona all’altra della provincia;

chi quotidianamente esce dalla doccia per trovare il proprio accappatoio già usato e bagnato, il dentifricio finito, il rotolo della carta igienica da cui penzola solitario l’ultimo mezzo strappo;

chi ascolta per ore drammi, pettegolezzi, avvenimenti, orrida musica, la barbabietola da zucchero, i terrazzamenti, e il passero solitario, il tutto dopo una giornata di lavoro;

chi, nonostante tutto questo, non è ancora partito per il Brasile ad aprire un Chiriguito.

Genitori tutti, auguri

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Trenta giorni ha novembre

Da stamattina non riesco a entrare in bagno, dopo che la lavatrice ha tentato la fuga durante la centrifuga e si è andata a piazzale direttamente davanti alla porta. Aspetto che torni il primogenito, quota più magra della famiglia, per insinuarsi nello spiraglio con lo stipite e rimettere al suo posto la fuggitiva.

La mezzana mi ha comunicato di voler fare il piercing ai capezzoli, e mi devo complimentare con me stessa per la reazione adulta e pacata che ho avuto.

Ho tenuto il crocefisso alla giusta altezza, mi sono ricordata le formule in latino e non ho esagerato con l’acqua santa.

Al supermercato per la consueta spesa del lunedì, ho girato ignara tra gli scaffali con una carta di biscotti appiccicata al sedere: erano i pick-up, parenti tarocchi e più economici dei più famosi orociok. Colpa della piccola, che li ha mangiati a tradimento lasciando la carta sulla mia sedia.

Me ne sono accorta quando ho visto con la coda dell’occhio la mano della cassiera verso il mio lato B.

Già pronta a gridare alla molestia, ho dovuto invece ringraziare e andarmene più o fretta che potessi.

Domani è l’ultimo giorno di maggio, e a me sembra che duri da febbraio.

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Mamma tigre

In coda alla cassa, con le mie offerte speciale in equilibrio precario.

Davanti a me, una donna cinese con la sua bambina. Coda alta tiratissima e capelli neri lucenti, vestita in tutte le tonalità esistenti di rosa.

La piccola allunga la mano verso un ovetto di cioccolata con sorpresa, la madre gliela allontana con un gesto fermo e deciso.

È questione di una frazione di secondo e la bimba lancia un urlo acuto, che come il gladiatore al mio segnale scatenate l’inferno, apre la via a quello che sembra un epico capriccio.

La madre, mentre imbusta la spesa, allunga il bancomat e si sistema i capelli, il tutto con un unico gesto, si avvicina alla figlia e le dice alcune parole, in cinese.

Il capriccio si interrompe all’istante, le lacrime si asciugano subito.

Ora, io non so cosa si siano dette.

Se la madre le ha proposto l’acquisto prossimo dell’intera azienda Kinder, se l’ha spaventata minacciandola di farne straccetti con mandorle, soia e bambù, se le ha prefigurato di trasformarla in una statua dell’esercito di terracotta.

Resta il fatto che ho rivalutato i principi pedagogici della mamma tigre, della quale condivido solo un tatuaggio ormai sbiadito sulla caviglia, avanzo di una dissoluta giovinezza.

Io, come mamma, somiglio più al felino pigro che abita a casa mia.

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Apparizioni e sparizioni

Lei non esce, si smaterializza.

Come in una replica di Star Trek, si teletrasporta altrove.

Un momento è con te in cucina, mentre sorseggia la settima tazza di tè verde della giornata, e l’attimo dopo è sulla porta a mettersi le scarpe, avvolta in una nuvola di profumo.

“Ma dove vai?”

“Faccio un giro in ciclabile con S”

“E poi?”

“Ci vediamo al McDonald con gli altri, non torno a cena”

“Ah”

“E dopo restiamo a chiacchierare al parchetto per organizzare la festa di sabato”

“Ma quale festa? Non andavi a dormire da G?”

“Mamma, venerdì dormo da G, sabato la festa di M”

“Meno male che c’è la domenica”

“Già, partita e gruppo animatori”

“Evviva il lunedì, allora”

“Già, pensavamo di fermarci al kebabbaro dopo scuola”

“Nient’altro? Mi pare un po’ pochino”

“Infatti poi vengono anche Z, R e J e facciamo un giro al centro commerciale”

“Ero ironica, infatti. Ti farò togliere dallo stato di famiglia”

“Ahahah scherzi ancora, eh?”

“No”

La mezzana è scesa tempo fa dall’iperuranio, con mia grande gioia.

Per abitare il nostro mondo, pensavo.

Invece abita il suo, e chi la vede più.

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Ubi ordo, ibi pax et decor

Ci sono periodi che, vuoi per il troppo lavoro, gli impegni come taxi dei figli, il male di vivere ed altre amenità, stare dietro alla casa diventa un’impresa impossibile.

È così ti alzi la mattina e ti accorgi vaga che i bagni ricordano sempre più un sobborgo di Calcutta, e nello specchio ti pare di scorgere il volto rugoso di Madre Teresa. Invece sei tu, che ancora non ti sei truccata.

Che poi, nella camera delle sorelle è più facile trovare la lebbra che una felpa al suo posto nell’armadio.

Le due adolescenti hanno un concetto di ordine molto personale e francamente opinabile: perché chiudere i vestiti in un cassetto, quando il pavimento è così comodo?

È così ti ritrovi a camminare su un morbido tappeto di magliette pulite, maleodoranti divise di pallavolo, leggins contenitivi, prendisole dell’estate scorsa, un maglione peloso anzi no, quello è il gatto.

Se con coraggio provi ad affondare le mani in queste ere geologiche di Terranova e Shein, ecco che spunta la carta della merendina, appiccicata al pavimento da un residuo di ceretta dimenticato dalla mezzana. Dalla scrivania ti osservano muti sei bicchieri mezzi pieni di acqua -ah, ecco dove erano finiti!- il libro di filosofia aperto da settimane alla stessa pagina (forse anche lui incollato dalla ceretta), orecchini spaiati, una collezione di cosmetici da fare invidia a Chiara Ferragni.

Insomma, sembra di entrare alla Rinascente.

Devastata dai ladri.

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Sì, ma stai calma

C’è un vento forte che spazza il cielo, azzurrissimo. Il parcheggio è pieno, si fanno più giri per trovare un posto. Capannelli di ragazzi e ragazze, sulle aiuole fuori dall’edificio, in coda davanti a un tavolino dove lasciare le proprie generalità.

Lui ha scelto la sacca grigia, quella col logo, insieme agli opuscoli col programma della giornata.

È andato dietro un ragazzo poco più grande di lui, con la maglietta arancione e la mascherina coi colori della bandiera della pace, scomparendo dietro la porta dell’aula undici.

Io l’ho aspettato nel bar tavola calda accanto, bevendo troppo caffè.

Il primogenito è stato all’open day dell’Università, meravigliosamente in presenza e non dietro a uno schermo.

Per conoscere meglio la facoltà che vorrebbe frequentare, e vedere quella che potrebbe essere la sua seconda casa per i prossimi tre più due anni.

Io non ero così emozionata nemmeno quando, in un’agosto caldissimo di un milione di anni fa, sono andata a Torino con mio padre, a vedere per la prima volta l’università che avrei frequentato.

Ho accompagnato il primogenito alla scuola materna, elementare, alle medie, ogni tanto oggi ancora al liceo.

Ho smesso di tenergli la mano da tempo immemore, ma il mio sguardo ancora lo segue quando si allontana.

“Blo, stai calma però”. Mi dice lui, che ne ha abbastanza della eccessiva emotività materna.

Conoscendomi, non ci conterei troppo.

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Anche le pedagogiste piangono

“Basta, non ne posso più”

“Ma insomma, lo sai bene che alla sua età si verificano modifiche strutturali e funzionali a carico di aree cerebrali corticali e sottocorticali tramite due fenomeni: potatura sinaptica e mielinizzazione”

“Ma io sono stanca”

“Non puoi farci niente: il trambusto che si crea nel cervello dell’adolescente è finalizzato al passaggio da un cervello con molti neuroni poco connessi, ad uno con meno neuroni, integrati in circuiti ben collegati. È un po’ quello che succede quando si pota un rosaio, vengono tagliati i rami più deboli, così quelli più importanti possono crescere più forti”

“Io mi sento in una giungla, altro che rosaio”

“Il lobo frontale consente di ragionare in modo critico e con giudizio, controllare gli impulsi e inibire atteggiamenti inappropriati, pianificare gli eventi, prendere decisioni ponderate, definire priorità e organizzare i pensieri, comprendere le intenzioni e il punto di vista altrui. Tutte capacità che appaiono carenti negli adolescenti, dovresti saperlo. Lo hai studiato”

“Io la prenderei a testate sul lobo frontale, comunque”

Quando la pedagogista che è in me si scontra con la madre che sono si creano fratture difficili da sanare.

Santa Maria Montessori, toglimi gli schiaffi dalle mani, ti prego.

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Donne

Che donne sarete, figlie mie?

Vi vorrei donne che si fanno contaminare dalla bellezza, indignare dalle ingiustizie, incuriosire dal pensiero dell’Altro.

Donne che nella libertà riconoscano la responsabilità, il privilegio e la possibilità.

Donne col sorriso tenace e lo sguardo che ne sostiene un altro, donne che sanno di compassione e determinazione, nella giusta misura.

Donne amiche, ché poche cose sono potenti come la sorellanza.

Donne che abbiano la capacità di sostare nel conflitto, di correre lontano dal mancato rispetto, che sappiano accogliere la paura col coraggio necessario ad affrontarla.

Che pratichino prossimità ed accoglienza come stili di vita, che sappiano guardare oltre l’orizzonte del quotidiano, verso un progetto o un sogno, e che sappiano muovere il primo passo in quella direzione.

Donne che siano determinate ad autodeterminarsi, che maneggino buone dosi di spirito critico e ne facciano uso.

Donne che sappiano riconoscere almeno una cosa buona in ogni giornata trascorsa, che pensino al domani come una possibilità di fare meglio.

Donne che in una relazione non chiedano aiuto ma pretendano collaborazione, ché nulla deve pesare solo sulle spalle di uno.

Donne che non ambiscano ad essere super eroine, che è già tantissimo essere belle persone.

Wonder woman lasciamola tra le pagine patinate di un fumetto.

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