All you need is love (e Xanax)

“Lui è meraviglioso e il mondo è un posto bellissimo”

“Maledetto il giorno che l’ho incontrato, potevo stare sul divano a vedere Netflix”

“Ha la macchina”

“Ciao mami, noi usciamo, facciamo un giro, stiamo nei paraggi, ci si vede”

“Mamma esco con Tizio”

“Ma non frequentavi Caio?”

“No, quello era Sempronio”

“Ah, e io che mi ero già affezionata”

“Non è bellissimo?”

“Sono così felice”

“Sono così disperata”

“È il migliore”

“Lo odio”

“Sarà per sempre”

“Vivrò sola con centordici gatti”

Altro che gli intrighi di Beautiful, le passioni di Dynasty, la disperazione di uccelli di rovo.

A stare con tre adolescenti in età da moglie/marito sembra di vivere dentro a un fotoromanzo.

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Siamo tutti come Willy il Coyote

Sono una madre attenta, partecipe, accorta.

Osservo, valuto, analizzo, confronto, scruto, origlio.

Faccio la madre, una forma legalizzata di stalker.

L’adolescenza simultanea dei miei tre figli mi ha messo di fronte a una evidenza empirica: soffro della sindrome di Willy il coyote.

Come il famoso canide, io rincorro.

La mia è una pedagogia dell’inseguimento.

Perché cerco risposte, mi cullo nell’illusione che sapere le cose mi darà un minimo di controllo e non sarò travolta dagli eventi.

Tutte balle, pedagogicamente parlando.

I tre, indomiti Beep Beep, non solo riescono regolarmente a sfuggirmi, ma ridacchiano garruli guardandomi schiantata giù dal dirupo.

Ho cominciato a capire, dopo diverse cadute, che non conviene inseguire un adolescente. Sarà sempre più veloce di te.

Bisogna essere saldi, seduti, pazienti.

Prima o poi, in un modo o nell’altro, se sono consapevoli del tuo sguardo su di loro, si lasceranno avvicinare.

Alla fine, dopo l’ennesimo inseguimento anche il povero Willy riesce a catturare il suo Beep Beep.

Peccato che si sia diventato talmente grande che non riesce più a mangiarselo.

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Febbraio

Due pagelle buone e una buonissima.

La spia della macchina che finalmente si spegne, dopo l’intervento salvifico ma poco economico del meccanico.

Un batterio maledetto che si è insinuato dopo un banale intervento dentistico, che me ne ha fatto vincere uno decisamente più complicato.

Un paio di visite mediche a figlio, controlli e check up di ogni genere. Il tagliando alla macchina è più rilassante e meno costoso.

Due visite all’Ikea col fidanzato, nello stesso mese.

In entrambe le occasioni siamo usciti senza comprare niente, non una candela Sinnlig, un pacco di tovaglioli Rosenhätta, un’anta della libreria Billy.

Alla terza uscita senza acquisti scatta il record del mondo.

Il gatto che s’è puntato la sveglia interna nel cuore della notte, e puntualmente alle tre si lancia dall’armadio al cesto dei panni da stirare come fosse spiderman, nel sempre vincente tentativo di svegliarmi.

Le quarantene degli altri, che sembra il titolo di un film di Muccino e invece è una condizione su cui moderare impegni e lavoro.

Progetti e programmi, chi collabora e chi ostacola, la mia ingenua e pervicace attitudine all’”andrà tutto bene”.

La vita è quello che accade tra un tampone e una Dad.

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Fiat lux

In sala, ore otto e trenta della mattina.

Computer acceso, pronto per il collegamento, blocco appunti, gatto rinchiuso in altra stanza. Si comincia a lavorare.

Ore otto e trentadue.

La lavatrice si spegne, la lavastoviglie pure, la luce se ne va e alexa lancia l’ultimo grido di dolore prima di zittirsi per sempre.

In tutto il quartiere manca l’elettricità.

Niente panico, mi collego dal cellulare. Vado in cucina che c’è più luce, ma in cucina c’è il gatto che comincia a dare il tormento.

Lancio il gatto sul divano e mi collego.

Passa un’ora. Il telefono è pericolosamente scarico e la casa mortalmente fredda.

Mi metto un maglione in più.

Dopo un’altra ora il cellulare defunge e io, oltre al maglione, sono avvolta in una coperta.

Così bardata scendo in macchina e parto, per ricaricare il telefono e riscaldarmi un po’.

Al quarto giro dell’isolato il cellulare si riaccende e io sudo come se fossi nella sauna delle terme di Sirmione ma senza il plus di essere a Sirmione, bensì nel parcheggio del supermercato. Resto così a lungo nel parcheggio che il signore bengalese che aiuta a riportare i carrelli mi guarda con ostilità.

Dopo un’altra ora di collegamento il cellulare ha raggiunto le temperature della Sicilia questa estate, sento il sudore che gli scorre tra i circuiti.

Torno a casa, sarà tornata la corrente, o almeno me la racconto così.

Niente, tutto freddo e buio.

Ore quindici, il gatto dorme sul computer spento, i pinguini si rincorrono tra i ghiacciai della sala, il cellulare ha lo schermo nero e non dà più segno di vita.

La luce si riaccende, lavastoviglie e lavatrice ripartono, torna il wifi.

Peccato che io abbia finito di lavorare.

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Dalla Cina con furore

Al negozio di riparazioni e vendita, cinese.

Fornitore storico e ufficiale di cover con i pinguini per il cellulare, cuffie tarocche perché la piccola si perderebbe quelle originali, sostituzione di schermi infranti dal primogenito sbadato.

Insomma, una colonna portante della famiglia.

“Buongiorno, cerco una tastiera per questo tablet”

“Ciao! Devi complale alla Apple!”

“Ma scusa, secondo te se avessi i soldi per comprare quella originale sarei venuta qui? Dopo tutti questi anni dovresti conoscermi”

“Velo. Compla Amazon allora, ciao ciao”

Crolla così una delle mie poche certezze, che mondo brutto.

Febbraio comincia male.

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Equitalia

Le tragedie non fanno rumore, al massimo il “ding” secco dell’arrivo di un messaggio.
È Ats, e io avrei preferito equitalia.
Poche righe per informarmi della quarantena della piccola.
Piccola che, naturalmente, è a scuola, come ogni mattina che il signore manda in terra oltre la Dad.
Una quarantena per contatto con positivo ignoto, che ti costringe a fare il tenente Colombo per capire chi sia stato l’untore.
Ormai rassegnata al peggio, scarico quindi la documentazione e scopro che la quarantena è cominciata ufficialmente il dodici gennaio, peccato che venga comunicata oggi, il diciannove.
Bene, allora è già finita, perché lei è nella categoria cinque giorni di auto vigilanza, ffp2 anche in presenza del gatto, gargarismi con il disinfettante. Eh no, troppo facile, ci vuole il tampone di fine quarantena.
E ottenere un tampone oggi è come trovare un porcino a luglio in un campo di grano, vedere la mezzana studiare il sabato pomeriggio o l’armadio del primogenito ordinato. Un’utopia, insomma.
Ma il terrore di averla ancora a casa in Dad mi rende indomita, e così dopo centordici chiamate, ennemila minuti in attesa con squallide musichette, trovo un tampone per il pomeriggio.
Un tampone che si rivela negativo.
Neanche il tempo di stappare la migliore delle bottiglie per festeggiare lo scampato pericolo, ed ecco un altro ferale “ding!”
È il gruppo classe: troppi positivi, da domani tutti in Dad.
Addio

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Ats

Le tragedie non fanno rumore, al massimo il “ding” secco dell’arrivo di un messaggio.
È Ats, e io avrei preferito equitalia.
Poche righe per informarmi della quarantena della piccola.
Piccola che, naturalmente, è a scuola, come ogni mattina che il signore manda in terra oltre la Dad.
Una quarantena per contatto con positivo ignoto, che ti costringe a fare il tenente Colombo per capire chi sia stato l’untore.
Ormai rassegnata al peggio, scarico quindi la documentazione e scopro che la quarantena è cominciata ufficialmente il dodici gennaio, peccato che venga comunicata oggi, il diciannove.
Bene, allora è già finita, perché lei è nella categoria cinque giorni di auto vigilanza, ffp2 anche in presenza del gatto, gargarismi con il disinfettante. Eh no, troppo facile, ci vuole il tampone di fine quarantena.
E ottenere un tampone oggi è come trovare un porcino a luglio in un campo di grano, vedere la mezzana studiare il sabato pomeriggio o l’armadio del primogenito ordinato. Un’utopia, insomma.
Ma il terrore di averla ancora a casa in Dad mi rende indomita, e così dopo centordici chiamate, ennemila minuti in attesa con squallide musichette, trovo un tampone per il pomeriggio.
Un tampone che si rivela negativo.
Neanche il tempo di stappare la migliore delle bottiglie per festeggiare lo scampato pericolo, ed ecco un altro ferale “ding!”
È il gruppo classe: troppi positivi, da domani tutti in Dad.
Addio

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A dadi

“Oh, tu a quanto stai?”

“A due, lascia stare”

“Io a tre, da domani a casa”

“Eh no, perché Gianmaria è positivo al rapido, non conta”

“E quindi?”

“Quindi viene a scuola finché non fa il molecolare”

“E allora Gianantonio?”

“Gianantonio è andato due giorni fa a fare merenda dalla nonna, che ora è positiva al salivare, lui sta a casa invece”

“Ma tu nell’aula covid ci sei mai stata?”

“No, c’è stato un mio compagno perché la madre lo ha chiamato mentre era in classe. Gli ha detto che sua sorella era positiva. Poi gli han dato una ffp2 e l’han fatto rientrare in classe, c’era la verifica di filosofia. Mi sa che preferiva il covid”

“Attenzione! Ho due compagni che aspettano l’esito del tampone!”

“Ma domani vai a scuola?”

“E che ne so?”

Da una settimana si gioca ogni sera la schedina dei contagi, la lotteria dei tamponi, si lancia la moneta della dad.

Ancora non ho capito cosa si vince.

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School game

Altro che poteri forti, Big Pharma, 5G e terrapiattisti.

L’unico vero complotto, in questi primi giorni di gennaio duemilaventidue, è quello del ministero dell’Istruzione.

Da oggi alle dieci sono aperte le iscrizioni ai nuovi cicli scolastici.

Sulla home page del ministero si è avvisati, la priorità nella prenotazione non corrisponde alla priorità nell’iscrizione.

Ma siccome siamo tutti più furbi, la sottoscritta in primis, alle dieci e zero cinque il sito è già bloccato.

O meglio, la piattaforma si è trasformata in una prova di squid game e probabilmente solo un genitore, alla fine, riuscirà ad iscrivere il figlio a scuola.

Si comincia con l’accesso al sito, ovviamente vincolato allo speed, che nove su dieci ti informerà che è ora del cambio password.

Chi riesce ad oltrepassare vivo questo primo livello si gode un momento di meritata euforia, finché non approda nella compilazione della scheda anagrafica, per la quale servirebbe un consulto genealogico.

Ma l’istruzione è importante e il genitore non demorde, e insieme alle pagelle di terza elementare di nonna Angelina si ritrova al secondo livello, la scelta delle scuole. Devono essere tre in ordine di priorità è per ognuna va indicata un’altra priorità.

Per tutte serve il codice meccanografico della scuola, una via di mezzo tra la stele di Rosetta e i graffiti Camuni, introvabile come il Santo Graal.

Ma non si demorde ancora, e con un semplice algoritmo di Dijkstra si supera anche questo ostacolo.

Ma, attenzione attenzione, la pagina all’improvviso si bloccherà generando una serie di ipnotici cerchi concentrici, che porteranno l’ormai devastato genitore a credersi vittima di Giucas Casella.

Ed è allora, quando sei a un passo dalla conferma che dovrebbe consegnare tuo figlio a un nuovo ciclo di studi, che il sistema annuncia che devi tornare al via, che hai perso tutto, anche le pagelle di terza elementare di nonna Angelina.

Ritenta, sarai più fortunato.

Nel dubbio, ho appena iscritto la piccola all’ufficio di collocamento.

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31

Il primogenito è in doccia da così tanto tempo che sto valutando seriamente di staccare la caldaia, giusto per farlo uscire. Sulla sedia lo attende la camicia delle grandi occasioni.
La mezzana cerca nell’armadio il top più corto e scintillante, versa litri di profumo e spennella il viso di phard delirando con le sue amiche del miglior tipo di counturing.
La piccola sta valutando il punto di rosso per le unghie finte da appiccicarsi questa sera, mentre le passo i capelli con la piastra, allo specchio del bagno grande.
C’è una cassa e una musica diversa in ogni stanza, ché le discoteche son chiuse fuori, mica dentro.
Il piccolo gatto dorme sul mio cuscino, il grande si lecca il pelo sul divano, forse si prepara anche lui per uscire.
Io devo ancora scegliere il pigiama da indossare stasera, sorseggio tachiflù al miele mentre aspetto l’esito del tampone (negativo).
Che il capodanno abbia inizio.
Auguri a tutti

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