Facci caso

In macchina, sera tardi.

Fa freddo e ho il pigiama sotto la giacca, quella di un colore che non mi piace ma tiene più caldo di tutte.

Di fianco a me la piccola, mi fa compagnia mentre guido verso casa di un’amica della mezzana. È ora di riprenderla e ho sonno.

Sbadiglio, percorro strade che conosco bene.

La piccola, come sempre, mette la musica. Per quanto bizzarro, il viaggio serale è uno dei momenti madre e figlia che entrambe apprezziamo di più.

Parte una canzone, gli acuti altissimi di una cantante famosa. Le nostre voci sulla sua, sempre più alte, fuori tempo e fuori tono, e ci guardiamo, e ridiamo.

La sento nitidamente, quasi come la vedessi. La felicità.

Arriva come un morso improvviso che però non fa male.

Come un paracadute che arresta la caduta e ti sospende, per guardare meglio il panorama.

Facci caso quando sei felice, ma soprattutto fanne scorta.

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Dica trentatré

I giorni intorno al natale scorrono pigri, lenti e silenziosi.

Mentre il fidanzato è in una terra lontana, fino al prossimo anno, tocca occupare un tempo dalle maglie più larghe, senza le corse tra un accompagnamento a pallacanestro e un recupero a pallavolo.

Ho dunque deciso di approfondire gli studi e per questo mi sto riguardando le otto stagioni del mai dimenticato e affascinante dottor House.

Sono bastate le prime cinque puntate per diagnosticare il lupus alla piccola, prenotare una risonanza per il gatto e chiedere un consulto psichiatrico per la storditaggine del primogenito.

Il tutto senza muovermi dal divano. Per gennaio aprirò uno studio, se continuo così.

I miei figli traccheggiano indolenti, si muovono senza apparente direzione nel mare magnum delle vacanze natalizie.

La mezzana ha finito il romanzo cominciato a ferragosto, utilizza in modo compulsivo l’infernale macchina per la ceretta che ha portato babbo natale, si prepara per la vacanza in montagna con l’oratorio a suon di tamponi.

Il primogenito non è pervenuto.

Con la maggiore età ha preso ufficialmente la residenza sulle panchine del parchetto, coi suoi amici.

La piccola passa da giorni con indosso la tuta in triacetato, che prende fuoco se solo la guardi troppo a lungo, ad altri con improbabili vestitini, unghie finte e ciglia folte.

Altro che l’età del né carne né pesce, qui siamo né Gullit né Moira Orfei.

Il gatto, al quale ho autonomamente diagnosticato una precoce demenza, ogni notte alle tre butta giù un pezzo del presepe per costringermi ad alzarmi e farlo uscire. Una volta che ho spalancato l’uscio, in pigiama e al gelo, ritorna sui suoi passi e va a dormire nella capanna tra il bue e l’asinello.

Adesso scusate, sono attesa in chirurgia.

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Maria, io non esco

Cara Maria Montessori,

Guida e vate di tutti noi pedagogisti. Sempre grati per l’immenso lavoro a favore dell’infanzia, mi permetto di dirti che ti piace vincere facile.

Perché è bello lasciare che un bambino segua i suoi tempi, sperimenti la natura, impari ad osservare.

Mecojoni, come dicono i francesi.

Quello che forse hai scordato, è che quei teneri cuccioli a un certo punto della loro evoluzione diventano adolescenti.

E se la figlia sedicenne chiede ossessivamente di andare in discoteca perché tutti i suoi amici ci vanno e tu te la immagini già alcolizzata come Gerard Depardieu?

Se il figlio neo maggiorenne propone candidamente di tornare il mattino seguente? Se è più interessato ai bauli magici di Clash Royale (è un videogioco, magari all’epoca tua non c’era) che alla scelta della facoltà universitaria?

Se la figlia minore chiede interventi di chirurgia estetica e improbabili piercing?

Se ascoltano di più l’ultima ruota del carro degli influencer che il tuo pedagogico e materno parere?

Se criticano sempre, comunque e ovunque quello che hai fatto, che non hai fatto o hai intenzione di fare?

Domande a livello teorico, naturalmente, non che io abbia questi problemi

Da piccini, come dicevi, li abbiamo messi sulla torretta montessoriana perché stessero alla nostra altezza e facessero esperienze.

Ora che ci superano di una testa c’è una torretta anche per noi?

Che sia abbastanza alta per buttarsi giù, però, grazie.

Con imperitura stima e rispetto.

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18+

A quasi due mesi dal compimento della maggiore età, il primogenito ha già scoperto le gioie del mondo adulto.

-il tampone si paga a prezzo pieno;

-l’avis ti scrive una lettera per chiedere di donare il sangue;

-rinnova la carta d’identità e gli si chiede se vuole donare gli organi;

-i documenti vanno compilati e firmati da lui, mica solo le giustificazioni come cantava il caro Venditti;

-può stare a casa ad occuparsi delle sorelle, senza che la madre sia accusata di abbandono di minore;

-dal medico se la deve smazzare da solo;

-è penalmente responsabile delle sue azioni, sollevando la madre da colpe in educando e in vigilando

Che bello è, diventare grandi

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La fortuna arride a…qualcun altro

Oggi, nell’ordine, ho vinto

Il ricontrollo della spesa al supermercato, che avevo fatto con l’auto lettura, sistema pensato apposta per non passare dalla cassa. Un vasetto di funghetti in offerta era sfuggito alla mia pistola spara spesa, e io mi sono sentita come stessi rapinando la banca centrale di Spagna con la tuta rossa e il mitra in mano de la casa di carta.

Proporrò agli sceneggiatori uno spin off, con la rapina del supermercato di quartiere;

L’amato recupero serale fronte/retro, avanti/ indietro, andata/ritorno della mezzana pallavolista;

Quattro compagne delle mezzana a pranzo per domani, da incastrare tra un appuntamento di lavoro e un altro. “Mamma, niente di che. Tagliatelle gamberi e zucchine andranno benissimo”;

Studio di geografia con la piccola, che in confronto il martirio di San Sebastiano è poca cosa.

Mi sa che è il giorno giusto, quasi quasi compro un gratta e vinci.

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Ultimi giorni di novembre

Sugli spalti affacciata, con la mezzana, a guardare la piccola dedita alla sua attività preferita, la ginnastica.

Rondate, ruote, rincorse e salti, un mortale che è quasi riuscito e la fine ingloriosa sul materasso, pancia all’aria e testa in giù.

In macchina fuori da una discoteca, alla una e mezza di notte, ad aspettare il primogenito e i suoi amici. Osservare gli altri sventurati nelle altre auto, il giaccone sopra e il pigiama sotto, lo sguardo perso in un unico, comune, pensiero “ma io, perché ho fatto figli?”

Seduta su una sedia davanti a uno schermo, in onda l’ennesimo open day. Una biondissima studentessa di quinta che racconta quanto sia stato interessante studiare il criminologo Cesare Lambrusco. Io ricordavo Lombroso, ma forse perché sono astemia.

Aspettare che la mezzana torni dalle sue uscite pomeridiane, dimenticando che viaggia su un fuso orario diverso e la puntualità è un concetto quanti mai astratto e lontano.

Benvenuti nella mia sconfort zone.

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Breaking news

Il primogenito è a casa in Dad.

Parte del suo istituto è stato evacuato per evitare che crolli il soffitto su testa e cartelle dei nostri baldi liceali.

È tornato quindi con grande naturalezza a indossare i panni dello studente in videolezione, nello specifico il pigiama.

La mezzana prosegue serena con le intemperanze adolescenziali, mettendo a dura prova nervi e sonno della sottoscritta. So che un giorno rideremo insieme di tutto questo, quando avrà finalmente la testa sulle spalle e sarà un’adulta stabile e realizzata. È che se continua così non la faccio arrivare ai diciassette anni.

La piccola il venerdì si mette le unghie finte. Sono lunghe, appuntite e in colori improbabili. Le tiene fino alla domenica sera, ché a scuola così non ha il permesso di andare. L’ultima volta l’ho trovata con le mani a mollo nell’acqua calda per sciogliere la colla. Nella pentola che usiamo per la pasta.

Il gatto maggiore mi ha consegnato, alle sei della mattina, un topo gigante dalla coda mozzata.

Però sto bene, in fondo la situazione potrebbe andare peggio.

Potrebbe piovere.

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Ok, boomer

Lo so che la tecnologia ci è amica, che ci semplifica e velocizza l’esistenza, che consente attività prima impensabili.

Sono un po’ boomer ma non la contesto mica, sia chiaro.

Poi però incroci la vita col registro elettronico -con le numerose piattaforme di registro elettronico, ne ho una diversa per ogni figlio- e l’idea del Brondi con quei bei tasti e i numeri scritti in grande non ti sembra più così peregrina.

È un’ansia costante, quella della perpetua accessibilità.

In tempo reale posso vedere se i miei figli sono a scuola -non si può più neanche bigiare, dovrebbe essere illegale- che materia stanno facendo e di quella materia quale argomento.

I voti, che non puoi nemmeno fare lo struzzo e far finta che vada tutto benissimo.

Il quattro è lì che ti aspetta, in rosso e grassetto, sullo schermo.

C’è la media, il grafico, l’andamento globale, mancano solo peso e pressione.

Ci sono le note e le circolari ma scoprirai troppo tardi questa sezione, restando tagliata fuori da ogni iniziativa e ricevendo

solleciti di pagamento per il corso di ukulele del giovedì, del quale naturalmente non sapevi alcunché.

Sono riuscita solo ieri a entrare nel registro elettronico della piccola, perché cercavo di accedere coi dati dell’anno scorso ma i maledetti avevano cambiato piattaforma e io non avevo letto la circolare.

Giusto in tempo per trovare due quattro. In musica.

Vado a comprarmi un Brondi.

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Pratiche pedagogiche di alto livello

Stufa di urlare per fare raccogliere da terra oggetti vari, vestiti sparsi, libri di scuola dimenticati -una volta raccattando una pila di abiti dalla stanza delle ragazze non mi sono accorta che stavo per buttare in lavatrice anche il gatto, che ci dormiva dentro- ho deciso di fare un esperimento educativo.

Insomma, sono pedagogista, a qualcosa servirà pure.

La mezzana, al rientro serale di pallavolo, ha abbandonato il suo borsone blu vicino alla porta di ingresso.

Ma così vicino che toccava scavalcarlo per entrare e uscire.

Ho pazientemente atteso ventiquattro ore, per vedere chi per primo, tra i figli,lo avrebbe spostato o addirittura rimesso a posto.

A intervalli regolari tutti e tre sono entrati, usciti, hanno aperto la porta al gatto, al corriere, al postino.

E il borsone blu era sempre in mezzo.

Lo hanno scavalcato, saltato a piè pari, aggirato. Mancava solo ci scavassero un tunnel sotto.

È arrivata l’ora di cena.

Noi quattro seduti a tavola, il borsone per terra accanto a noi. Ho pensato quasi di apparecchiare anche per lui.

Il gatto ci si è addormentato sopra.

Ma alla fine, chi è del mestiere lo sa, la perseveranza educativa premia, la coerenza genitoriale genera effetti, la linea dura è vincente.

Il borsone blu è stato spostato, perché la mezzana doveva andare all’allenamento.

Cara Maria Montessori, scommetto che tuo figlio non faceva sport.

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Ventimila passi

Una giornata grigio antracite che si è aperta nella luce calda di un pomeriggio primaverile.
Il cielo è azzurro sopra Berlino, dicevano.
Una mattinata camminando con Chiara, padovana di nascita e berlinese di adozione, che ci ha guidato lungo il perimetro di un muro che per anni ha diviso una città e le vite dei suoi abitanti.
Il kebab da Mustafa, ché all’estero si assaggiano sempre i piatti tipici.
Ventimila passi, diecimila dei quali sulle tracce del rapper Gemitaiz, italiano che abita a Berlino per vivere senza l’assedio degli italici fans. Seguendo le storie Instagram il primogenito ha provato a localizzarlo, con scarso successo.
La cena nella torre più alta della Germania, una romantica location con vista sulla città illuminata e le luci soffuse. “Devo assolutamente venirci coi miei amici” ha sentenziato il neo diciottenne.
Contrasti e colori, passi e hot dog mangiati camminando per strada.
Ma quanto è bella Berlino.

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