Berlino

Nel pacchetto regalo per il diciottesimo anno, il primogenito non ha trovato un telefono nuovo, delle scarpe di marca, le chiavi di una panda usata.
Non ha trovato proprio alcunché, a dirla tutta. Solo una promessa.
La promessa è stata mantenuta questa mattina prestissimo, in un aeroporto silenzioso e dormiente, dove ci siamo imbarcati per la prima vacanza madre figlio, o Blo primogenito che dir si voglia.
Lasciate a casa le chiassose sorelle, il gatto grande e il felino cicciotto, siamo saliti su un volo easyjet divisi tra sonno ed entusiasmo.
Accompagnati dagli ultimi strascichi di una tracheite fulminante, e lascio immaginare cosa significhi, di questi tempi, tossire violentemente ad intervalli regolari.
In compenso abbiamo avuto molto spazio intorno.
Fino a domenica sera proveremo ad esplorare, divertirci e sopportarci.
Berlino, siamo arrivati.

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Una carriera stroncata

La mezzana, novella imprenditrice nel campo dell’abbigliamento, si è lanciata nella vendita dei -suoi- abiti usati attraverso una famosa app.

Andiamo in posta per la prima vendita, da spedire a tale Carol, in un paesino sperduto della Francia. Due paia di jeans, guadagno totale dodici euro. Chiara Ferragni, comincia a tremare.

Sono le diciassette, percepite le ventitré per la stanchezza accumulata.

“Mamma tranquilla, le spese sono a carico dell’acquirente, ho studiato. Noi non dobbiamo pagare”

“Signora, sono trentasei euro e cinquanta. Contanti o bancomat?”

“Scusi, che ha detto? No guardi, ci deve essere un errore. Glielo portate a piedi partendo da qui alla Carol, il pacco? E poi ci hanno detto che le spese sono a carico di chi acquista”

“Signora cara, come vede ho scannerizzato questo codice che mi avete dato, che non fa riferimento ad alcun corriere conosciuto, pertanto si applica la tariffa di poste italiane che non contempla i vantaggi sopracitati”

“Eh???”

“Sono trentasei euro e cinquanta, ecco”

“No guardi, grazie ma niente -mezzana fuori facciamo i conti, mezz’ora di coda e poi questo delirio-mi ridia il pacco, non lo spedisco”

“Ma ha già compilato la ricevuta di ritorno”

“Le dia il pacco, mi creda è meglio”

“Provo a spedirlo come raccomandata?”

“Mi dia il pacco, subito”

Una carriera da imprenditrice digitale stroncata così, allo sportello quattro delle poste, una piovosa sera di novembre.

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Halloween

“Piccola, porto tua sorella alla festa e torno subito”

Dodici minuti dopo.

Una scena apocalittica davanti ai miei occhi. Le sedie della terrazza rovesciate. Una pozza d’acqua sul pavimento. Sangue.

Sopra il tavolo, un pezzo di asiago con relativo coltello, abbandonato poco più in là.

Una scopa al contrario, in equilibrio precario.

La paletta rovesciata. Una delle mie scarpe preferite, sola, senza la sua compagna.

Un miagolio sinistro accanto alla scarpiera. È il piccolo gatto, chiuso nella sua sportina con l’espressione di una tigre del bengala davanti al domatore del circo Barnum.

“Piccola, cosa caspita è successo? Rapimento? Invasione aliena? Raptus di follia per il cambio dell’ora?”

“Mami, tutto ok. Il gatto ha portato in casa un topino piccolo e gli ha mozzato la coda, allora ho rinchiuso il gatto, catturato il topino con scopa e paletta, ho provato a dargli acqua e formaggio per tranquillizzarlo, l’ho messo nella tua scarpa e gli ho salvato la vita!”

“…che al mercato mio padre comprò…piccola, ma sono stata via solo dieci minuti! Vabbè, liberiamo il gatto”

“No! Lascia che il topo si guadagni la libertà!”

E io che mi preoccupavo per Squid game.

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Il sabato del villaggio

“Piccola, siamo sole! Tua sorella e tuo fratello sono fuori tutto il giorno!”

“Mmmmm”

“Ho pensato una cosa. E se facessimo un bel pomeriggio mamma e figlia? Dai, andiamo al cinema con una montagna di popcorn”

“Mmmmm”

“Ok. E se invitassimo anche la tua amica? Su, tutte al cinema!”

“Mami, non è mica colpa mia se il tuo fidanzato non c’è, eh”

Ed eccomi qui, in macchina fuori dal cinema ad aspettare la piccola e la sua amica.

D’altronde, non è mica colpa sua.

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Vieni qui che non ti faccio niente

“Mamma, andiamo che è tardi. Non ti sei ancora truccata!”

“Veramente ho passato il fondotinta con la cazzuola, mi pareva pure di essere decente”

“Mami, bello il pigiama nuovo”

“Piccola, è una tuta e ci esco a camminare”

“Ah”

“Blo, vieni qui che hai qualcosa in faccia…aspetta…ah no sono rughe”

“Ma…come?”

“Tranquilla blo, alla tua età ci sta”

Signore e signori, siamo al cospetto di una vera e propria piaga sociale.

Il mamma-shaming.

Unite, combattiamo.

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18

Sei arrivato precipitosamente, ma non è diventata una tua caratteristica.
Eri in anticipo, ti aspettavo qualche settimana più tardi, ma quel venticinque ottobre è diventato presto il mio giorno preferito.
Sei arrivato e mi hai messo via, come diresti tu.
Sei diventato il centro di un mondo che mi sembrava più bello, più luminoso, con un senso che finalmente si era svelato anche a me.
Sei diventato grande mentre accadevano tante cose, così grande che adesso la tua testa supera la mia ed è il tuo lo sguardo che si deve abbassare per incontrare il mio.
Tu, polemico fin nel midollo, lapidario su ciò che è bianco e nero, perpetuamente molesto con la sorella più piccola.
Tu, che abiti questo squinternato universo femminile con pazienza e qualche momento di sconforto. Che forse per equilibrare popoli la tua vita di amici, sport, esperienze.
Tu che mi illumini con quell’ironia che è anche un po’ la mia, che hai gli occhi verdi e non si sa perché, che non ti rendi ancora conto pienamente dei tuoi talenti e capacità.
Io sì però, perché mantengo il vantaggio da mamma di vedere un po’ più in là.
E, tolta la vis polemica -ma tornerà utile anche quella- vedo la bozza di un uomo di cui essere fieri.
Oggi è arrivata la maggiore età, per te e anche un po’ per me.
Il venticinque ottobre resta uno dei miei tre giorni preferiti.
Essere la tua mamma è una fortuna, un onore e a volte anche un grande divertimento.
Buon compleanno, Jacopo.
Benvenuti, diciotto.

La tua Blo

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Super Quark

E io che pensavo di essere una mamma quokka.
Sì, quel tenerissimo roditore che incanta con il sorriso tenero e cuccioloso, quella che le altre mamme fuori da scuola dicono “ma va come è affettuosa e protettiva la signora Quokka, sorbole”
Ma lei è una che, se attaccata da un predatore, lancia i suoi piccoli come le sfere dei Pokemon per difendersi. Un po’ carogna, insomma.
E invece.
È bastato accogliere e consolare le prime delusioni amorose di un figlio/a/i per capire che non sono Quokka, ma altro.
È stato sufficiente asciugare le lacrime e ascoltare “non mi vuole, non mi ama, non gli piaccio”. Ed è subito trasformazione.
Sono la pinguina imperatrice che depone l’uovo e poi lo lascia al maschio che lo protegge. Nel frattempo viaggia fino a 50 miglia per raggiungere l’oceano e pescare. Poi torna indietro e, quando l’uovo si schiude, rigurgita il cibo al pulcino appena nato e, usando il calore della sua pancia,lo tiene al caldo ed al sicuro.
Sono la femmina dell’orango, i cui figli continuano a vivere vicino anche se, adulti, hanno cambiato branco.
Sono la mamma polipo, che mangia I propri tentacoli per poter resistere fino a quando le uova si schiudono e poi si prende cura dei cinquantamila polipetti senza nonni né baby sitter.
Ma soprattutto sono la signora Drago di Komodo. I suoi denti aguzzi lacerano la carne e il mix di veleno e batteri presenti nella sua bocca provoca paralisi muscolare, shock, perdita di coscienza e morte per dissanguamento dei poveretti che provano a fare del male ai suoi cuccioli.
Sarò una suocera meravigliosa.

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E fuori è buio

“Mami, stasera tocca a noi? Si va”

“Non me lo ricordare ti prego, vorrei solo mettere il pigiama e andare a dormire”

“Vabbè ma il pigiama lo metti comunque”

“Sì ma salgo in macchina invece che sdraiarmi sotto le coperte”

“Ma di cosa ti lamenti, ci divertiamo un sacco! Cantiamo, ascoltiamo bella musica, fuori è buio…”

“Per la verità tu ti diverti, io cerco di restare sveglia. Tu canti e ascolti la tua musica che non è sempre il mio genere”

“Mami, apprezza il tempo di qualità madre-figlia. È importante, tu hai studiato pedagogia dovresti saperlo”

Una sera a settimana, due se sono proprio sfortunata, devo recuperare la mezzana all’allenamento di pallavolo. La palestra è in un paese di un’altra provincia col doppio nome e si sa, i paesi con due nomi sono sempre in culo ai lupi.

La piccola ed io quindi, in assetto da notte con pigiami e felpone, andiamo insieme a prendere l’atleta nottambula.

Lei è la più felice del mondo, per qualche ignoto motivo quel viaggio serale è la sua gardaland personale.

Intanto, visto il look, ci si augura di non dovere scendere dalla macchina per alcun motivo.

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La parola a…

Mi avevano avvisata qualche mese fa, e la notizia era arrivata accompagnata da un’ansia infingarda e strisciante che si è insinuata un po’ alla volta.

Ogni tanto bussava alla mia porta, senza che nessuno le aprisse.

Mi si diceva che avrei tenuto una docenza in un convegno, nel mese di ottobre.

La mattina del suddetto convegno la signora ansia ha deciso di buttare giù la porta a testate, letteralmente.

Per apparire al meglio appena alzata mi sono spalmata sul viso una maschera idratante-rivitalizzante-antirughe-dimostra vent’anni di meno, guadagnandomi una faccia a chiazze rosse.

Per nascondere il disastro ho buttato sul viso ere geologiche di fondotinta e correttore. Il risultato una via di mezzo tra Moira Orfei -col gatto grasso anziché l’elefante- e la bambola di Squid Game.

Nel frattempo la signora ansia si spostata dalla faccia alla pancia, regalandomi momenti di memorabile angoscia.

Ha poi deciso di accompagnarmi in macchina e si è seduta accanto a me per tutto il viaggio in treno.

Sì, perché nonostante il convegno fosse online ho dovuto mettere settanta chilometri tra il mio intervento e quello che poteva accadere tra le mura di casa.

Gatto col topo, corriere, venditore della folletto, testimoni di Geova, piccola che picchia il grande, mezzana che passa col turbante e le maschere di bellezza, varie ed eventuali.

A parte tremore e secchezza delle fauci, slide che scompaiono dalla mia vista, possiamo dire che è andata. Forse anche bene.

Ma quando l’argomento è l’affido familiare, non può che essere così.

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15 ottobre

Ho ancora quell’agenda, in un cassetto.
Dove ho annotato pensieri, speranze, disegnato faccine e cuori, segnato appuntamenti, tenuto il conto di giorni, settimane, mesi.
L’ultima pagina scritta è quella in cui un dottore dagli occhi buoni mi ha detto che il cuore nella mia pancia non batteva più.
In una stanza sgombra c’era già una carrozzina, un armadio Ikea e due tutine colorate. Una verde e l’altra gialla, perché non sapevo ancora se sarebbe stato maschio o femmina.
Non lo so oggi e non lo saprò mai, ma forse poco importa.
Ho pianto tutte le mie lacrime nel salutarlo, e ho imparato che non è un modo di dire.
Poi, come la vita insegna, il pianto si arresta, la morsa del dolore si fa meno tenace, sorridi senza nemmeno accorgerti.
Ho avuto cinque gravidanze, ho tre figli.
Per due volte qualcosa si è spezzato, per due volte io mi sono spezzata.
Oggi, nella giornata mondiale della consapevolezza della perdita perinatale e infantile ho ripreso in mano quella agenda, e ho pensato a lui o a lei, ma soprattutto a chi oggi vive il dolore di perdere qualcuno che non si è ancora conosciuto.
Amato sì, perché quell’amore nasce dal desiderio di un figlio, ed esplode davanti alle due linee blu di un test di gravidanza.
Oggi so che il ricordo può non fare più male.
Lo dico a me, lo dico a tutte le mamme e i papà che sono dentro a questo dolore.
La vita trova altri modi per farsi sentire.

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