Influencer

“Ciao piccola, che fai di bello?”

“Mi provo dei vestiti. Un po’ miei, un po’ tuoi, un po’ di mia sorella, un po’ di mio fratello”

“Ah. Capisco. Posso darti un consiglio?”

“Preferirei di no”

“Bene. Perché la maglietta la infili nei pantaloni? Guarda come starebbe meglio così, un po’ morbida fuori”

“Ma scusa, stai cercando di nascondermi la pancia?”

“Ma no amore. Dico solo che tutti noi abbiamo vestiti che ci valorizzano e altri meno, punti di forza da accentuare e qualche punto debole da mimetizzare”

“Quindi io devo mimetizzare la pancia?”

“Quello che intendo è che…”

“Mamma, ma se io volessi trasformare un punto debole in un punto di forza? Se io mi piacessi così?”

Lei ha undici anni, brufoletti sparsi sulla fronte, un giro vita non proprio extra small ereditato dalla mamma, una tempesta ormonale in atto che in questa fase della vita non aiuta.

Ha anche due gambe toniche e lunghissime, invidia mia e della sorella, folti capelli lucidi, un profilo armonioso e un sorriso che metterebbe di buon umore anche il Grinch.

Ma soprattutto, mi è maestra di vita.

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Ere moderne

La piccola gira col cellulare in mano nel tentativo di produrre foto artistiche, delle quali nessuno capisce il soggetto.

Una volta il particolare di una mano stretta a pugno che sembra il promo di youporn.

Altre volte, come oggi, spruzzi artistici sullo specchio del mio bagno con quello che trova, col risultato che stamattina il mio spazzolino da denti era ricoperto da uno strato di viakal.

Con la sua amica il pomeriggio fa la black mask della sorella che si infuria, prova a cucinare vietatissimi pancake e chiacchiera fitta fitta in camera, zittendosi all’improvviso mentre abbasso la maniglia della porta.

Ruba i miei trucchi e li spalma sulla faccia con fare maldestro, negando di averli presi col rossetto sui denti.

Ruba i miei vestiti che poi trovo accartocciati nel suo armadio, dice che non sa come ci siano finiti.

La mattina è l’ultima ad alzarsi, con umore cupo e sguardo fosco. Il primo sorriso arriva alle sette e trentacinque, quando deve chiedermi un passaggio per andare a scuola.

Qui si vive nell’adolescenzacene, l’era geologica in cui ci si augura l’estinzione.

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Anonymous

“Mamma, basta, non posso più continuare così”

“Senti amore, capisco lo shock e le tue ragioni, ma forse dovremmo valutare bene i pro e i contro”

“No. Ho deciso. Ma li hai visti anche tu, come puoi non prendere posizione? Dobbiamo fare qualcosa”

“Certo, ma ognuno fa quel che può con ciò che ha, e io non sono certa di farcela”

“Mamma, costerà fatica, ma dobbiamo cambiare! Insieme!”

“Insieme…a chi?”

“Tu e io, no?”

La mezzana, il pomeriggio di sabato dell’otto dicembre, Immacolata concezione, in centro Milano, ha deciso che diventerà -diventeremo- vegetariane.

Lo ha deciso dopo avere visto un flash mob poco lontano dal castello Sforzesco, con la proiezione di video sui metodi di uccisione del bestiame.

Lo ha deciso con le lacrime agli occhi, mentre la sorella minore guardava dall’altra parte perché impressionata.

Lo ha deciso con l’irruenza e l’assolutismo dei suoi quattordici anni.

Di sera, in camera sua, ha cercato di capire come entrare a far parte di Anonymous.

Io sono contemporaneamente orgogliosa e atterrita.

Orgogliosa di vedere il coraggio che io non ho, di rinunciare a un panino con la salamella o al crudo di Parma.

Atterrita che la mia cucina diventi un ristorante -pessimo, tra l’altro- con piatti diversi per ogni componente della famiglia.

Stasera minestrone, poi si vedrà.

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Cosa fai a capodanno?

Quando alle sei e trentasette della mattina il gatto vomita con precisione scientifica nella borsa coi tuoi documenti del lavoro, giusto un attimo prima che tu ti metta la giacca per andare a grattare il ghiaccio dal vetro della macchina.

Quando passi la prima parte della giornata tra le aule di un liceo per parlare con un buon numero di professori e ti senti raccontare che tua figlia si trova al primo banco come sorvegliata speciale perché altrimenti chiacchiera come non ci fosse un domani.

Quando ti fermi a fare benzina e il bancomat lo hai lasciato a casa, probabilmente dimenticato sul tavolo mentre pulivi il vomito del gatto.

Quando l’organizzazione della giornata pare l’ultimo livello del tetris e sarebbe utile il dono dell’ubiquità.

Quando resti al telefono con un call center in Tunisia per quaranta minuti, per scoprire che l’indirizzo del corriere era sbagliato e i tuoi regali di Natale ora probabilmente sono arrivati a una famiglia di Bruzzano Zeffirio in provincia di Reggio Calabria.

Quando nella compulsione della spesa online compri una confezione famiglia di latte di capra, che schifa pure il gatto.

Quando tutto questo e anche qualcosa d’altro succede, è tempo di prenotare il cenone di capodanno.

A Lourdes.

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Letto e mangiato

“Ehi, dove sei? È quasi ora di andare”

“Sono in camera mia mamma”

“Allora dobbiamo sbrigarci che sennò facciamo tard…aaaarghhhh!”

“Mamma, che spavento!”

“Che spavento tu? Ma che succede? Dai, mettilo giù e nessuno si farà del male”

“Uh uh, che spiritosa. Non ti va mai bene niente. E se non lo faccio, perché non lo faccio. Se lo faccio, perché lo faccio. Mai contenta”

La mezzana è stata beccata in camera con un romanzo in mano, nell’atto di leggerlo.

Meno stupore avrebbe suscitato Babbo Natale che scendeva dal camino con slitta e renne.

Per la fanciulla quattordicenne i libri sono considerati da sempre più una punizione che un dono, fatica pure a leggere i post che le scrivo per il compleanno.

L’ipotesi che va per la maggiore sostiene che si sia fidanzata, che il fidanzato sia un lettore e le abbia chiesto quale fosse l’ultimo libro letto, lei si è resa conto che l’ultima cosa letta era il rapporto calorie/grassi sul pacco delle gocciole tribù.

E sia corsa ai ripari.

Ma è ancora tutta da verificare.

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Piccoli miracoli

La piccola cammina per casa sgranocchiando una mela per merenda. La mangia così, crunci crunci come diceva all’asilo, morso a morso.

Sul tavolo non c’è un biscotto, una fetta di pane e nutella, nemmeno un pacchetto di cracker. Solo frutta.

La mezzana infila tuta, scarpe da ginnastica e cuffiette e va a camminare in giro per il quartiere. Azzarda anche una corsetta. Torna dopo oltre un’ora con le guance rosse, il fiatone e tanta soddisfazione per avere vinto la sua congenita pigrizia, che ne fa la creatura da divano per eccellenza.

Il primogenito rincasa con la macchina fotografica della sorella, quella che ha tanto desiderato lo scorso Natale e poi mai preso in mano, e quindici euro in tasca.

È stato ingaggiato come fotografo ritrattista da due ragazzi più grandi che hanno visto le sue foto sui social e hanno voluto farsi immortalare sulla pista ciclabile nella golden hour malnatese.

Dice che diventerà ricco, questo giovane Helmut Newton col ciuffo ribelle.

Il gatto ha mangiato dalla sua ciotola e non ha vomitato sul tappetino del bagno.

Quest’anno, Miracolo di Natale lo girano a casa nostra.

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Fiducia cieca

“Mami, ti dimentichi mai di me?”

“Piccola, no! Come potrei dimenticarmi di te, eh? Sei il mio amore grande, il tuo tono di voce si sente fino al paese vicino e se potessi ti faresti portare ancora in braccio perché ti piace starmi appiccicata”

“Quindi non ti dimentichi?”

“Non mi dimentico”

“E allora perché la mattina -io vi sento eh quando svegli i fratelli e loro non si alzano- a un certo punto mia sorella ti chiede “e la piccola?” e allora tu gridi “mannaggia, ho dimenticato la piccola!” E corri a svegliarmi?”

“Ma no tesoro, sei solo un po’ addormentata, sai che la mattina presto a casa nostra manca solo il Bianconiglio con l’orologio e i due liocorni e poi non manca più nessuno, ma figurati se mi dimentico di te. Che poi a scuola ci sei andata sempre puntuale, no?”

“Mami?”

“Dimmi”

“Posso avere una sveglia?”

Quando c’è la fiducia, c’è tutto.

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Tranqui

È tutto sotto controllo, tranqui, come direbbe il primogenito.

Partire all’alba da casa per affrontare la tangenziale che è perennemente all’ora di punta, ché quando lavori a un passo da una famosa Certosa la strada è lunga.

Tornare di corsa nel primo pomeriggio per raggruppare la figliolanza.

Direzione: dentista.

Obiettivo: far sistemare cinque carie disseminate nelle bocche dei figli maggiori.

Speranza: uscirne viva e con qualche euro ancora sul conto corrente.

Arrivare di corsa allo studio, dopo la ricerca di un parcheggio che nulla aveva da invidiare alla ricerca di Nemo.

Scoprire che l’appuntamento è sì martedì ma non questo, la settimana prossima.

Riportare la figliolanza lamentosa e molesta a casa, correre al supermercato ad acquistare generi di prima necessità come pane, latte e strisce depilatorie per la mezzana.

Rincasare nuovamente con la prospettiva di dover accompagnare -e poi recuperare- il grande all’allenamento serale, quando l’unico impulso vitale rimasto sarebbe quello di infilarsi il pigiama.

Trascinarsi a buttare il sacco della plastica, tornare in casa e accorgersi di aver buttato la spesa con le preziose strisce depilatorie, contenute in un sacchetto giallo proprio come quello appena gettato.

In preda allo sconforto, per cena scaldare le polpette dell’ikea e null’altro.

Ma è tutto sotto controllo, tranqui.

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Sorridi

“Mami, hai scritto qualcosa per la giornata di oggi?”

“No piccola, oggi è stata una giornata un po’ faticosa”

“Però devi scrivere! È importante. Sai cosa ho fatto a scuola oggi?

Col professor M. abbiamo letto una bellissima poesia di Alda Merini. Sai chi era? Sai che è nata il ventuno marzo del millenovecento trentuno ed è morta il primo novembre del duemilanove? Sai che ha scritto cose bellissime come sorridi donna, sorridi sempre alla vita

anche se lei non ti sorride, sorridi agli amori finiti sorridi ai tuoi dolori sorridi comunque?

Sai che anche lei nella sua vita ha conosciuto la violenza? Che l’ha trasformata in bellezza?

Sai che mi piace Alda Merini?”

Nella giornata contro la violenza sulle donne, devo dire qualcosa a un uomo.

Grazie, professor M.

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Diogene

Una carezza

Ha smesso di piovere quando sono uscita

La pizza con le patatine e würstel nella serata minestrone

Il messaggio di una mia amica che non sentivo da tanto

Il treno non è arrivato in ritardo e io non mi sono dovuta scapicollare

La brioche al cioccolato

Non mi ha interrogata in storia

I jeans si sono chiusi senza tirare in dentro la pancia

Mi hanno disdetto un appuntamento e sono rimasta a casa

In partita ho saltato tanto e ho fatto muro

Un regalo inaspettato

La prof di italiano che non c’era

Il sushi all you can eat

Per contrastare un periodo di galoppante negatività adolescenziale, la mezzana e io abbiamo stretto un patto.

Ogni giorno ci scriviamo o diciamo almeno due cose positive che ci sono capitate.

Come si può vedere, la positività è un concetto relativo e soggettivo.

E noi, novelle Diogene con un iPhone al posto della lanterna, andiamo in cerca delle nostre piccole felicità.

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