La descrizione di un attimo

È seduta per terra, sul pavimento della sala, davanti al camino, tra cacciaviti e martello.

Di fronte a lei la piccola regge le istruzioni come le procaci fanciulle che passano sul ring col numero di round.

Il primogenito è sul divano con le cuffiette nelle orecchie e il cellulare in mano, la sua presenza con noi è il massimo della collaborazione che possiamo aspettarci. È sereno perché ha ottenuto il permesso di andare a una festa in un locale, anche se mi è costato un patteggiamento con tutti i principi educativi di cui mi faccio vanto.

Ma la genitorialità in adolescenza è fatta di negoziazione perenne, come alle nazioni unite nei periodi di guerra.

Il gatto dorme sul cartone aperto della libreria che la mezzana sta montando, con una manualità senz’altro ereditata dalla nonna materna.

C’è la musica in sottofondo, perché la nostra è una casa che non conosce silenzio.

Nel forno cuoce un polpettone che probabilmente non verrà buono, ma l’importante è partecipare, mica vincere, e poi non si può mica saper fare tutto.

Io finisco di sistemare la cucina mentre il grande prende in giro la piccola per la pancia e lei grida scocciata.

Intanto penso che la gratitudine a volte somiglia molto alla felicità, che è fatta di amore e grazia e anche di un odore di bruciato che viene dal forno.

Di presenze e voci, di un mobile dell’ikea, di un gatto rotondo, la descrizione di un attimo perfetto, nonostante tutto.

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Psyco

“Piccola, ho un bel compito per te oggi”

“Io la lavatrice non la svuoto. Ci sono le mutande di mio fratello”

“No, oggi non ti tocca la lavatrice. Il tuo compito è di fare una selezione dei millemila peluches che stanno sul tuo letto e scegliere solo quelli che davvero ti interessano”

“Ma io li voglio tutti”

“Sì, ma fare il tuo letto la mattina è un incubo, sembra di stare allo zoo”

“Mami, capisco quello che vuoi fare ma tranquilla, conserverò questo pezzo della mia infanzia”

“Scusa?”

“Ma sì dai, lo sappiamo, fai la dura ma non vuoi che io cresca perché così hai ancora una piccolina, oltre quei mostri dei miei fratelli”

“Veramente vorrei fare meno fatica a fare il letto”

“Mami tranquilla, non ti devi vergognare, è una cosa normale per una mamma”

“Elimina quei peluches!”

“Mami, lo faccio per te. Lasciamoli lì insieme alla mia infanzia”

La piccola, ufficialmente prima media, ufficiosamente terzo anno di psicologia.

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Lettera aperta

Caro Marco Mengoni,

Anche quest’anno ci siamo ritrovati.

La mezzana è arrivata carica di entusiasmo e preparatissima su tutti i testi, ripetuti come un mantra nelle ore altrimenti dedicate allo studio.

Nelle tasche del giaccone, mentre tu ti esibivi in una mirabile esecuzione de l’essenziale, noi ritrovavamo i resti del sushi all you can eat dove era stata con le compagne a pranzo.

L’ultimo giro di Nigiri e Futomaki non ha trovato posto nelle loro pance ma nelle tasche sì, per paura di doverli pagare.

La piccola è giunta al forum con il trasporto e l’emozione di chi per la prima volta sperimenta la musica dal vivo.

Cellulare alla mano, voce tonante e balli scatenati. Nulla si è fatta mancare di questa esperienza ricca di gioia, commozione, risate.

Ha abbracciato me e la sorella con l’affetto che da piccina riservava al Babbo Natale del supermercato.

Un grande spettacolo, te lo devo.

L’atmosfera, la tua voce, le mie due ragazze perdutamente innamorate dei tuoi occhi scuri, la tua coscienza ecologica e il movimento di bacino.

Quindi grazie, davvero.

Ho delle amiche costrette ad andare ai concerti di Coez, io sono decisamente fortunata.

Per concludere, anche io credo negli esseri umani.

A parte quando ci metto un’ora e un quarto per uscire dal parcheggio a fine concerto.

Ci si rivede, presto.

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Iron

Pioveva, stamattina.

Dopo la sveglia, mentre borbottava la caffettiera, c’è stata da svuotare la lavastoviglie, ché il pentolino del latte è al suo quinto lavaggio consecutivo, non trovo un posto in cui metterlo.

La lavatrice era da far partire perché pare non ci sia più molto di pulito da mettere, dietro la porta un gatto miagolava per entrare e davanti l’altro pretendeva di uscire.

Nel frattempo il caffè usciva dalla moka e il latte che ero certa fosse nella dispensa risultava sparito, forse rapito dagli alieni o dalle merende improvvise della mezzana.

Alle sette e quindici della mattina ero già uscita due volte.

Ho accompagnato i grandi alla stazione e il primogenito ha perso il pullman, perché impegnato in una storica litigata con la sorella in merito all’uso dell’ombrello più piccolo da portare.

Rientrata a casa sono uscita nuovamente per accompagnare la piccola a scuola, con la cartelletta di tecnologia da cui spuntava la riga lunga più o meno dodici metri, la sacca di motoria e uno zaino col peso specifico del piombo. Da un giorno all’altro mi aspetto che si ribalti come una tartaruga sul carapace e non riesca più a rialzarsi.

Gli ombrelli erano finiti, quindi è scesa senza, ma comunque non avrebbe avuto più mani a disposizione per tenerlo.

Rientrata a casa mi sono ricordata che sotto la giacca indossavo ancora il pigiama e quindi mi sono vestita e resa presentabile.

Dopo aver preparato le polpette per cena sono uscita per andare a lavorare, erano quasi le otto e trenta.

Che si tengano pure l’Ironman, io pretendo l’Ironmam.

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Nessun alibi

“Mother guarda! Incredibile!”

“Cosa?”

“Le mie nuove cuffiette! Vedi?”

“Ma che fai? Perché hai dato una testata al muro?”

“Perché sentono la vibrazione! E cambiano canzone da sole”

“E quindi tu dai testate al muro”

“Sì, a titolo esemplificativo”

“Amore alla mamma puoi dirlo: prendi droghe?”

“Mother, che dici?”

“No davvero dillo pure, non mi arrabbierò, la affrontiamo insieme”

“Eh no Mother, son proprio così al naturale. Riproviamo? Stong!!!”

Neanche l’alibi delle sostanze stupefacenti.

L’ho fatto proprio così.

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Come il piccolo principe

La pioggerella cade fine, leggera, impalpabile, quasi non dovesse toccare terra.

E non la tocca infatti, fermandosi tutta sui capelli e trasformandoli in una nuvola gonfia e crespa.

La tangenziale ti accoglie così, come un girone dantesco mancato, immobile e caotico, tra un signore con le dita nel naso e una ragazza intenta a stendere con cura la linea nera dell’eyeliner. Tanto possibilità di muoversi non c’è.

Una salute traballante, una serie di impegni lavorativi, ennemila messaggi dei figli per questioni di urgente e primaria importanza.

Dov’è il quaderno rosso a spirale di algebra, posso andare a far merenda al McDonald con i miei amici, mio fratello mi bullizza fai qualcosa, mamma ho preso la posta ci sono tre bollette, il gatto ha vomitato anche il pranzo di Natale sotto il divano, Mother devi assolutamente ascoltare questa canzone è spettacolo, ma il borsone di pallavolo per caso ti è rimasto in macchina?

Ore di lavoro, il buio che scende, stasera si fa tardi.

E nella strada che percorri al ritorno, tre sere a settimana, che passa dentro a un bosco e sarebbe anche suggestiva e bellissima se solo tu non fossi così stanca, ecco lei.

Al lato della strada, dove sembra aspettarti ogni volta perché forse la sua tana è lì vicino.

Lei, con le orecchie a punta e la coda rossastra, come tutte le volpi, che decide di attraversare mentre stai passando e ti costringe a una frenata folle per non averla sulla coscienza, oltre che sotto le ruote.

Se il piccolo principe avesse guidato un’automobile anziché un aereo, la storia sarebbe andata diversamente.

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Da grande

“Mother, i festeggiamenti del mio compleanno sono stati fighissimi. Casa tutta per noi, gara di rutto libero dopo aver bevuto litri di coca, torneo after hours di play station, pasta al pesto a mezzanotte. Una meraviglia”

“Caspita, peccato non essere stata invitata. Siete proprio un bel gruppetto di scienziati, eh?”

“Mother, non capisci. Io sto troppo bene con i miei amici, per questo non voglio diventare un adulto come te. Cioè, senza offesa, io non sarò triste e serio, voglio divertirmi e restare cazzaro”

“A parte il fatto che io non sono triste e seria, poi con i miei amici mi diverto un sacco”

“Eh già, mi immagino, chissà le risate a parlare di libri o quelle robe lì”

“Guarda che anche gli adulti possono divertirsi e essere cazzari, sai?”

“Come il cugino S?”

“Beh, il cugino S è il gran Visir di tutti i cazzari, il maestro sommo, l’inarrivabile”

“Per questo è simpatico. Ecco, potrei diventare adulto come il cugino S, restando cazzaro nell’anima”

Eppure ero stata attenta in gravidanza.

Chissà dove ho sbagliato.

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Studente modello

Il primogenito è uno studente di terza liceo scientifico, come ce ne sono tanti.

Per amore di precisione potremmo dire dire che ha le qualità ma potrebbe impegnarsi di più, mantra di ogni insegnante che si rispetti dalla materna alle superiori.

Il ragazzo coltiva però discreti talenti, anche se temo non faranno accumulare crediti scolastici in vista della futura maturità.

Novello Don Chisciotte oggi è riuscito, con l’aiuto del fido Sancho Panza, compagno di banco, a guadagnarsi la stima e il rispetto della classe intera evitando l’interrogazione di storia. Nell’ora precedente i baldi giovani hanno individuato quindici punti dell’ultimo capitolo da approfondire e/o farsi rispiegare. I cinquanta minuti della lezione sono quindi trascorsi così, senza che nessuno finisse sul banco degli interrogati.

Qualche giorno prima ha ricevuto due verifiche e ho potuto osservare il seguente ragionamento.

Se la verifica è andata male, è andata male a tutta la classe.

Se è andata bene, è andata male a tutta la classe.

Nel primo caso una vittima, nel secondo un genio.

E la classe, poveretta, va sempre male.

Con lo studio della filosofia, nuova materia introdotta quest’anno, abbiamo raggiunto vette inenarrabili. Wikipedia, riassunti.com, studentedisperato.org. L’intero universo virtuale è scandagliato alla ricerca di spiegazioni, bigini, formule magiche per capire se sia più profondo il pensiero di Eraclito o quello di Gabbani.

Nel dubbio, ascolta Sfera ebbasta.

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16

Sono sedici anche se pare incredibile.

A me, perlomeno, che ho il ricordo vivido della notte in cui ti sei precipitato in questo mondo, con le rocambolesche modalità a cui avrei dovuto ben presto abituarmi.

C’era l’isola dei famosi in televisione e io stavo preparando il risotto.

Chissà perché la nostra memoria mantiene dettagli tanto insignificanti, come il colore della divisa dell’ostetrica che mi ha detto che stavi bene, nonostante tutto, o l’immagine delle mie gambe che tremano prima del cesareo d’urgenza.

Le urgenze, caro il mio primogenito, sono diventate per un po’ parte della nostra vita ma sono solo dettagli, proprio come i programmi televisivi di quella sera.

Non ero preparata all’uragano di emozioni che la tua nascita mi ha scatenato. Che ancora oggi mi scateni, tu che hai la responsabilità e il privilegio di essere il primo in tutto, in quanto primogenito.

Che ti sei beccato la versione più inesperta della tua mamma ma anche forse la più entusiasta.

Tu che da sedici anni mi insegni cosa significa avere cura, esserci per un altro, diventare esempio nelle parole e nei fatti. Il tuo esserci mi costringe a essere la versione migliore di me, affinché tu possa essere quella migliore di te.

Osservarti oggi mi fa pensare che sia la strada giusta, adesso che il tuo profilo è ormai delineato, la voce più bassa e le inclinazioni caratteriali ripassate a penna, ché prima erano solo abbozzate a matita.

Tu che hai a cuore l’ambiente, l’accoglienza, i temi sociali; che ti impegni nello studio -con sbuffi e lamentele, ma con un senso del dovere che ammiro- e nella pallacanestro, tua seconda famiglia.

Che ogni tanto perdi l’equilibrio e inciampi perché si sa, l’adolescenza è un pavimento scivoloso, a volte ti alzi da solo e altre prendi la mano che ti tendo.

Che metti insieme una quantità di stupidera accanto a una profondità di pensiero che a volte mi chiedo se ci abitate in due in quella testa.

Che hai questi pazzeschi occhi verdi che da sedici anni non smetto di ammirare.

Che sei il mio ragazzo grande e non so dire che onore è per me essere la tua mamma.

O Blo.

O Maria.

O Mother.

Buon compleanno, primogenito del mio cuore.

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Passo dopo passo

Fuori non c’è ancora luce ma si intuisce che la giornata sarà di sole.

Sfidando la pigrizia, la comodità e forse anche il buon senso esci a camminare quando è buio e fa freddo.

Sotto il felpone da cammino indossi l’unica maglietta termica trovata in casa, che disgraziatamente appartiene al primogenito che porta giusto quella decina di taglie in meno di te. Almeno non prenderai freddo, dovrai solo farti aiutare ad uscirne.

Alle strisce pedonali sulla strada principale comprendi appieno il pensiero di Ungaretti del si sta come d’autunno sugli alberi le foglie, perché rischi di essere presa sotto da un furgone, un camion e una panda, nonostante tu non sia un giunco e abbia i capelli rossi semaforo.

In una stradina laterale scopri che la tua casa preferita ha sul cancello il cartello vendesi, ma tu sei in giro senza nemmeno l’euro del caffè quindi non nutri grandi speranze di poterla mai acquistare.

Poco più avanti incroci un gruppo di bimbi del nido con le loro maestre, che camminano tenendosi a un lungo elastico colorato come alpinisti in cordata.

Una signora coi capelli bianchi e vaporosi esce dalla panetteria più buona del paese con un enorme muffin tra le mani, e prima di addentarlo esclama “diabete non mi avrai”.

Non ci si annoia mai, passeggiando in una piccola città di provincia.

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