Casa dolce casa

In cucina, a pelare distrattamente spicchi di mela, rubati con noncuranza un figlio dopo l’altro, a turno, finché mi accorgo di avere sbucciato quattro mele e non averne mangiata nemmeno una. Non ce ne sono più.

In sala, dopo un atto di coraggio senza precedenti e aver svuotato il cesto dei panni da stirare, ritrovare delle magliette lasciate lì da così tanto tempo di essere ormai troppo piccole pure per la piccola.

Sul terrazzo, ad aprire la porta con vergogna al corriere di Amazon. Il poveretto non solo deve consegnare pacchi di domenica, ma anche assistere all’increscioso spettacolo dell’impacco fortificante per capelli avvolto nella carta trasparente sulla mia testa.

In giro per casa, accorgersi che alle tre del pomeriggio sei ancora in pigiama.

Nelle camere i primi compiti, svolti con l’entusiasmo del condannato a morte.

In bagno, aiutare la piccola a pettinarsi come Sailor Moon perché adesso che va alle medie ha il suo stile e guai a chi la contraddice.

Le domeniche in casa a ciondolare come non ci fosse un lunedì, che belle.

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Giorno uno

La piccola ha indossato le oscene scarpe nuove comprate per l’occasione, ché per fare grandi salti servono calzature comode pur se orrende.

Baldanzosa e molesta, ha aspettato fuori dai cancelli della scuola media rifiutando foto, video o selfie ricordo che io ho comunque ottenuto con l’inganno.

La mezzana durante il tragitto in macchina verso un liceo non proprio vicino a casa e dove non conosce nessuno ha espresso il suo timore e dichiarato tutto il suo mal di pancia.

Da brava madre e pedagogista sono subito partita col pippotto educativo sul cambiamento, le possibilità e la crescita finché non mi ha interrotto dicendo “mamma, sono in pensiero per l’intervallo. Con chi parlerò?”

Il primogenito ha cercato lo zaino alle sette del mattino, si è infilato la felpa migliore ed salito mesto sul pullman, cappuccio sulla testa e cuffiette nelle orecchie. Da un momentaneo accesso whatsapp a metà giornata ho appreso che la scuola non è cambiata, fa schifo esattamente come a giugno.

Ci sono ottimi presupposti per una grande annata.

A casa di qualcun altro, però.

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E così sia

Figli miei,

avrei voluto dirvi che la scuola sta per ricominciare, e gli inizi vanno sempre celebrati anche quando sono faticosi.

Che quest’anno così ricco di prime volte sarà un impegno per tutti, una scoperta, un’avventura.

Che siete pronti per affrontare nuove sfide, maturi e responsabili. Protagonisti attivi del cambiamento.

Che è con la verifica di fisica, lo studio del latino, la lettura dei classici, che cominciate a costruire il vostro futuro. Mattone dopo mattone.

Mattina dopo mattina.

Che la curiosità deve essere amica e fedele compagna nella scoperta di ciò che non conosciamo, che la nostra anima si nutre della bellezza di una poesia, un romanzo, un’opera teatrale.

Che la storia prova ad insegnarci a non ripetere gli errori del passato, anche se sembra che non l’abbia studiata nessuno.

Che la matematica mette ordine nel caos, e un risultato giusto può dare grandi soddisfazioni.

Che la filosofia può accompagnarvi tutta la vita, quando arriveranno le domande scomode sul nostro essere umani.

Avrei voluto dirvi tutto questo e molto altro. Ma già alla seconda riga non mi avrebbe più dato retta nessuno.

Quindi studiate, mannaggia la morte.

Che le lezioni private costano.

Con amore,

Mamma

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A settembre

Corro molto, in questi giorni.

Tre città diverse in tre giorni, i treni e le autostrade, gli autogrill e la metropolitana.

Le strade, ché se si può vado a piedi, dove non conosco.

Il nuovo lavoro, che mi fa sentire al posto giusto, come quando ti metti un vestito che non ti andava più e invece tiri su la cerniera e non si impiglia nel fianco e magari riesci anche a sederti.

Ho lasciato andare un po’ di fatica, quest’estate, qualche chilo che mi fa anche l’anima più lieve, ho ascoltato molto e camminato anche di più.

Mentre adesso fuori corro cerco una qualche forma di lentezza dentro, anche se per stare bene ho sempre bisogno delle mie liste di cose da fare e una teglia di lasagne nel congelatore per ogni evenienza.

Preparo libri e quaderni per i nuovi grandi inizi, che portano dubbi, smuovono paure e insicurezze.

Del resto il cambiamento è più facile da dire che da maneggiare.

Io ne sono grande teorica e impacciata praticante.

Accompagno la mezzana al primo torneo della stagione, un sabato mattina troppo presto -che Dio benedica gli organizzatori- e ascoltiamo Gianna Gianna Gianna che aveva un coccodrillo e un dottore, evviva la vita.

Con la piccola si gira per sagre, da qui a sabato saranno solo panini con la salamella, patatine e la temuta pesca di beneficenza.

Settembre, che bella fatica.

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Ci siamo

La piccola sistema i libri nello scaffale della sua stanza, lo fa con ordine e metodo, attenta che non se ne pieghi neanche un angolo.

Consulta le liste per vedere se manca qualcosa, se il righello è lungo abbastanza, i margini nei quaderni sono come dovrebbero, le righe misurano la giusta distanza.

Spolvera lo zaino che fu della sorella, felice che sia toccato a lei.

Mi commuove.

La mezzana sistema i libri del liceo nella sua libreria, mentre chatta col gruppo whatsapp di prima A, la sua futura classe.

Questi giovani studenti, che ancora non si conoscono, hanno già cominciato a lamentarsi della pesantezza dei programmi, la lunghezza dei libri e del l’insostenibile leggerezza dell’essere.

Lo sguardo della fanciulla prende vita solo quando chiede di acquistare gomme, penne, evidenziatori, quaderni e l’intera cartoleria del paese.

Mi preoccupa.

Il primogenito non ha ancora tirato fuori i libri dal baule della mia macchina, nel vano tentativo di farli sciogliere col caldo.

Quando non è coi suoi amici fissa il vuoto con aria spiritata e ripete a bassa voce, come un mantra o una maledizione, “sta per ricominciare, sta per ricominciare, sta per ricominciare”

Assapora ogni istante di vacanze e libertà come fosse l’ultimo, cosa tra l’altro non lontana dal vero.

È altalenante, molesto, adolescente.

Mi stanca.

Qualcosa mi dice che sarà un lungo anno scolastico.

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Femminile singolare

“Sì, ti chiamo per dirti che la Giulia sabato viene a vivere con me, allora dobbiamo rivedere le tue ore a casa mia.

Direi che possiamo portare il tuo monte ore a otto la settimana, mi sembra il minimo per mantenere un decoro.

Comunque se non bastano le ore ci capiamo: se non riesci a fare tutto possiamo fare anche noi qualcosa, tipo le lavatrici, ma le fa la Giuly che è donna, chiaro, anche la pulizia dei balconi può farla lei, tu vai di fino coi vetri e taaac!

I nostri ottanta metri quadri brillano che è un piacere, io son contento, la Giuly è contenta e te sei contenta, giusto?

Ti annuncio già che la Giuly è più rompi di me, vuole pulizie anche sui lampadari e sotto il letto, mica come me che potevi farli anche una volta all’anno e io muto.

Ma d’altronde lei è donna, no? Mica per niente si dice “donna” e non uomo delle pulizie, giusto?”

Il treno è il Milano Varese, tardo pomeriggio.

Lui è un giovane uomo calvo con una folta barba, quasi che il karma lo volesse punire per le parole che escono dalla sua bocca.

E forse è meglio che ci pensi il karma, anziché le numerose donne sedute in questo scompartimento.

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Le famiglie

Se tutte le famiglie felici si somigliano, quelle infelici sono disgraziate ognuna a modo suo, quelle non convenzionali si devono proprio reinventare.

Il primogenito, la mezzana e la piccola sono al mare da quasi quindici giorni.

È un periodo che aspetto come gli osservanti la fine del Ramadan, gli speranzosi l’arrivo di Babbo Natale e gli studenti l’ultimo giorno di scuola.

Lo aspetto perché ho bisogno, per quelle due settimane, di trovare quello che ho perso durante l’anno, fuori e dentro di me.

Lo aspetto perché essere madre è il viaggio più affascinante che mi potesse capitare, ma non è una vacanza.

Lo aspetto perché a casa ritrovo l’ordine che ho inseguito tutto l’anno, tra vestiti buttati, zaini abbandonati, borsoni sportivi puzzolenti e quaderni che non si trovano. E all’improvviso quell’ordine non sembra poi così importante, solo spazio vuoto.

Mi ritrovo a preparare e cuocere teglie di lasagne, polpettoni e minestroni da surgelare neanche fossimo in attesa della Grande Guerra, ché alla fine ci si lamenta di quello che invece ci tiene insieme.

Io vivo questo spazio vuoto di figli come quando dormi per la prima volta nel lettone da sola: all’inizio a stella marina, nel centro, per poi tornare lì, nel posto che occupi sempre.

Non è nostalgia, forse una esaltante malinconia. Difficile mancarsi con l’incessante invio di messaggi, foto e video su whatsapp.

L’attesa sta per finire e io sono felice, emozionata e pronta per riabbracciarli.

E per ricominciare ad aspettare i quindici giorni del prossimo anno.

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Google maps

Il mio fidanzato è uomo di talenti e peculiarità.

Dotato di una capacità organizzativa fuori dal comune, riesce a pianificare un viaggio dal nulla incastrando voli, noleggio auto, bed and breakfast.

Valuta locali incrociando i dati e le recensioni, studia con attenzione menù, posizione, rapporto qualità prezzo e difficilmente sbaglia.

Trova la strada giusta come se fosse un autoctono, guidato da un senso dell’orientamento che io -ancora in difficoltà a distinguere la destra dalla sinistra- mai possederò.

Su un sentiero sperduto riconosce i segni, il passaggio di un umano, studia impronte e riesce sempre a tornare a casa.

Unisce intelligenza e intuito, problem solving e attenzione.

È per desiderio e necessità un uomo tecnologico, e il più delle volte la tecnologia gli è amica e fedele compagna.

Tuttavia nessuno è perfetto e la misura di questa imperfezione -oltre la passione per i negozi di souvenir tamarri- è il rapporto con Google Maps, ogni volta che dobbiamo andare in un luogo diverso.

La dinamica di questa complessa e controversa relazione è sempre la stessa. Lui apre l’app e osserva la strada che ci viene consigliata.

E comincia con “Google, ma che stai a dì”.

Sì, perché la polemica è necessariamente in viterbese, sua lingua madre, con verbi troncati delle desinenze.

“E mò dove mi fai ‘annà” “ma qui bisogna scende, mica salì”.

In un crescendo di polemica e recriminazione.

Alla fine, in un modo o nell’altro, raggiungiamo sempre la nostra destinazione.

Finché un giorno, temo, Google non ci risponderà “ma vedi di ‘annà a piedi”

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In cammino

Dalla finestra entra il sole, anche se è mattino presto.

Saremo pure sperduti nell’oceano Atlantico, ma le buone abitudini vengono nel trolley con noi e così dopo colazione si parte a piedi, per un anello di otto chilometri tra il bosco e la costa.

La meraviglia attraversa una vegetazione ipertrofica che sembra tropicale, mucche che pascolano e spiagge di sabbia nera.

Di ritorno ci si ferma in una piscina naturale, dove l’oceano è racchiuso tra la pietra lavica. L’acqua è tanto gelida quanto rinvigorente.

C’è gente ma non c’è caos, poco lontano un ristorante dove il polpo è buonissimo e sei proprio di fronte agli scogli.

L’isola non è grande e nel giro di poco la attraversi, fino a scoprire la rota do vinho, una coltivazione di vite patrimonio nazionale dell’unesco.

Camminiamo su una scogliera di lava, nera con pennellate di verde. La natura fa ciò che vuole, qui.

Arriviamo fino a una chiesetta, dove c’è gente. Ci avviciniamo per scoprire che è la festa del Cabrero, e stanno ultimando i preparativi.

Una signora stira le tovaglie sull’altare, ma non credo che il Signore ne avrà a male.

Ancora un giorno, qui sotto il vulcano.

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Faial

Da Pico si prende un traghetto la mattina, dopo aver lasciato il nostro bed and breakfast che per architettura ricorda una baita di montagna.

Piove, quella pioggerella sottile e bastarda che ti entra nelle ossa e nelle scarpe, ancora non completamente asciutte dopo il mancato avvistamento di balene dell’altro giorno.

Ma qui non ci si fa fermare dal meteo avverso e si viene così ricompensati da Faial, un’isola piena di sole.

Il porto è uno spettacolo di colori. Qui si fermano le imbarcazioni che attraversano l’oceano, solitari navigatori o gruppi di avventurieri. Ognuno lascia il suo ricordo sulla pietra del molo, con una grandissima varietà di murales.

Tradizione vuole che si vada a bere un gin tonic da Peter, storico bar dell’isola, appena arrivati dalla traversata.

Noi, che abbiamo solo traghettato per mezz’oretta scarsa e siamo anche astemi optiamo per una più sobria sopa do dia, che consumata in un locale così ricco di storia ti fa sentire comunque un po’ lupo di mare.

Camminiamo per Horta, la cittadina più popolosa, scoprendo la fabbrica delle balene, il luogo dove venivano portate dopo essere state catturate e uccise. Visitiamo l’acquario, che sembra lo sgabuzzino del più famoso simile di Genova, ma dove gli animali vengono curati e riportati a casa, nell’oceano.

Riprendiamo il traghetto nel tardo pomeriggio, sulla nostra isola c’è la settimana dei balenieri, evento che mobilita un paese intero con street food, bancarelle e danze popolare azzorriane.

Nel mentre il cielo si apre e lui, Pico, il vulcano da scalare, esce dalle nuvole al tramonto come una vera star.

Senza controllo e previsioni, quest’isola è meravigliosa.

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