L’amore è

Dopo un volo breve ma intenso degno della Albatross Airlines di Bianca e Bernie, nella mattinata siamo atterrati sulla selvaggia isola di Pico.

Lussureggiante, verdissima, con viali contornati di ortensie e poche case. Una montagna, il monte Pico appunto, che persone indomite vengono a scalare per ammirare la vista che, da lassù, dicono sia bellissima. Io temo non la vedrò finché non metteranno una funivia per arrivarci.

Il fidanzato organizzato si è subito adoperato per realizzare uno dei miei desideri e uscire in mare alla ricerca di balene, complice il mio attuale libro in lettura, Moby Dick.

Incuranti della pioggerella, del mare mosso e dell’incerta imbarcazione siamo saliti fiduciosi (io) e rassegnato (lui) sul gommone rosso che ci aspettava.

Armati di una giacca che di impermeabile aveva poco e di tanto entusiasmo, abbiamo affrontato le onde ricevendo in cambio secchiate d’acqua tali da inzupparci completamente, dai calzini alle mutande. Nessuna balena ci ha ricompensato per tanto coraggio, solo un branco di delfini beffardi.

Di ritorno al bed and breakfast abbiamo cercato di asciugare le scarpe tenendole fuori dal finestrino dell’auto con scarsi risultati, tanto che il fidanzato è poi uscito a cena con un elegante paio di ciabatte, uniche calzature rimaste.

Se non è amore questo, io non lo so cos’è.

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Piove, senti come piove

Piove, prendi la giacca.

Accidenti che vento, porta anche il maglione.

Ohi, ma il caldo? Togli tutto, restiamo in maglietta.

Ma quanta umidità? Sembra di stare in India.

La natura è brava a insegnarti la pazienza e a ricordarti che puoi decidere se metterti una gonna o i pantaloni, se i capelli li vuoi biondi o castani, ma per le cose più serie decide comunque lei.

Nel frattempo, se non si può camminare fuori si scende sotto, scalino dopo scalino, prima in una grotta di lava, poi all’interno di un cratere ormai spento, in fondo al quale c’è un lago.

Col casco sulla testa che non ci evita comunque grandi zuccate sulle rocce.

Con la meraviglia di scoprire dimensioni diverse, abituare gli occhi alla penombra, ascoltare in silenzio le gocce che cadono sulla pietra.

Tra una pioggia e l’altra si va a Biscoitos, dove la roccia lavica accoglie e delimita l’oceano in piscine naturali, tanto limpide quanto fredde.

Si sale a piedi al belvedere, dal quale sai che potresti ammirare tante belle cose se una fitta nebbiolina non avvolgesse pure i tuoi piedi.

Si scopre che alle Azzorre la carta igienica non si butta nel water ma in appositi cestini.

La sera si mangia l’immancabile zuppa del giorno -ottima, ma da tre giorni la stessa-e una buonissima carne cotta sulla pietra lavica da uno zelante ristoratore.

Il fidanzato scova locali e curiosità, trova sempre la strada giusta e il parcheggio in centro.

Domani si vola via, sperando di lasciare il brutto tempo qui.

Pronti per l’isola di Pico.

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Tutta vita

Terceira è la terza isola scoperta nell’arcipelago.

È la più mondana delle nove, anche detta “il parco giochi delle Azzorre”.

E infatti tutta vita, se consideriamo che in questi due giorni abbiamo incontrato più mucche che esseri umani, percorso strade senza altre automobili e trovato posto al ristorante più ambito senza prenotare.

Se qui c’è la movida, nelle altre isole rischiamo di essere soli.

Nel parcheggio vicino all’arena -qui i tori sono una cosa seria e le corride numerose- abbiamo osservato uno sparuto gruppetto di galline cacciare una schiera di gatti a suon di beccate. Ci fosse stato Sepulveda avrebbe scritto la gallina e il gatto, con buona pace della gabbianella e del felino che le insegnò a volare.

Il nostro bed and breakfast sembra gestito dalla famiglia Addams.

Pareti nere, soffitti neri, inquietanti statue -nere- disseminate qua e là, giusto per spaventarti- e un bagno dove tocca scavalcare il water per entrare in doccia e non si riesce a sedersi per fare la pipì, perché l’asse confina direttamente col muro.

Nei ristoranti si mangiano cose buonissime a prezzi giusti, e ieri sera abbiamo assistito a uno spettacolo folcloristico di canti e balli tipici, che ha riunito tutti gli abitanti dell’isola in un palazzetto.

Il tempo è mutevole come l’umore della piccola, le quattro stagioni si susseguono ogni mezz’ora.

L’oceano è tutto intorno, e fa un certo effetto pensare di essere a metà strada tra due continenti.

Qui di gira, si cammina, si è molto, molto felici.

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Azzorre

È sempre notte fonda quando usciamo per andare all’aeroporto, come se dovessimo farlo di nascosto.

Come se servisse il favore delle tenebre per dileguarsi da impegni, lavoro, responsabilità, orari, richieste, necessità, incombenze, letti da rifare e cene da preparare.

Quest’anno si vola lontano, nell’ultimo avamposto europeo nell’oceano Atlantico, un po’ come l’ultimo autogrill in autostrada prima di un lungo percorso in macchina.

Qui si fermavano le navi che andavano e tornavano dall’America, qui si cacciavano le balene che arrivavano dal mar dei Caraibi, dirette verso la più fredda Islanda.

Qui ci sono i mulini a vento, i vulcani e distese di ortensie azzurre.

Qui nasce l’anticiclone, che porta il caldo a casa nostra d’estate.

Qui, alle Azzorre, comincia il nostro viaggio.

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Pomodori verdi fritti

“Mami, grosse novità. Da oggi sono vegetariana”

“Cosa? Come?”

“Ahahahahahahahahahah”

“Zitto tu, che sei stato vegetariano per un mese e poi hai scoperto McDonald”

“Adesso basta. Piccola, che scelta importante. Posso chiederti come mai?”

“Perché voglio rispettare gli animali. Mica solo quelli domestici. Noi non ci mangiamo Matisse”

“No, anche se ammetto di avere accarezzato l’idea di farlo in salmì un paio di volte”

“Insomma, non voglio mangiare gli animali, ecco”

“Capisco. E ammiro molto questa tua decisione. Ma la carne va sostituita con altri alimenti per stare bene. I legumi, per esempio”

“Quindi patate fritte?”

“No, fagioli, piselli, ceci, lenticchie, fave…”

“Ma non mi piacciono”

“E poi ovviamente insieme alla carne bisogna smettere di mangiare il prosciutto, il salame, i bastoncini, i Nuggets,il melone lo devi prendere senza il crudo…”

“Ce la posso fare”

“…e le lasagne”

“Ah”

Quattro ore dopo.

“A tavola, ragazzi!”

“Evviva! Grazie Mother, le cotolette di pollo impanate”

“E io cosa mangio”

“Per te, piccola, questi buonissimi hamburger…di verdure! Carote, fagiolini, broccoli e spinaci!”

“Ah”

L’avventura del vegetarianesimo, almeno per ora, almeno per noi, termina qui.

Chissà il futuro cosa ci riserverà.

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La grande bellezza

“Sono brutta, mami”

Eh no, bambina mia.

Tu sei bellissima.

Eh no, il fatto che io sia tua madre rende le mie parole ancora più vere e importanti, giacché conosco ogni piega del tuo sorriso, ogni rotolo sulla pancia, ogni neo sulla schiena.

La bellezza non ha un’unità di misura, anche se spesso si usa il peso.

Bambina mia, non dare peso a chi te lo dice.

La bellezza è immisurabile, perché non ha dimensione.

Non gira intorno alla circonferenza di una coscia, ai buchi della cellulite, i brufoli sul naso o i capelli crespi.

Te lo dice una mamma che ci ha messo anni a sentirsi bella e ora, riguardando vecchie foto, pensa “guarda com’ero carina”. Peccato non averlo capito in quel momento, sarei stata più serena e avrei chiuso in un cassetto assurde quanto inutili paranoie sul mio aspetto.

Io trovo bellissimo il portachiavi sbilenco che mi hai costruito col das, il ritratto a carboncino che ci hanno fatto in un parco di Barcellona dove nessuno di noi somiglia all’originale ma io ero tanto felice in quel momento e quindi lo lascio appeso sul muro della cucina.

Trovo bellissima la foto di tua sorella appena nata anche se, come disse l’ostetrica “tranquilla signora, non resta così”

Forse la bellezza è un paio di occhiali. Graduati, adatto ai miopi quanto ai presbiti. Da lettura o da riposo. In tre dimensioni, come quelli che ti danno al cinema e rubi alla fine del film.

Che mettono a fuoco un insieme anziché un particolare.

La bellezza sta in una somma, mai in una sottrazione. Non misura una superficie e non è superficiale.

La bellezza è importante, è come l’antidoto per il mostro di vipera, però contro le brutture della vita.

Bisogna farne scorta davanti a un tramonto, un cielo indaco, un quadro, un gatto acciambellato sul divano, la trasparenza del mare, l’altezza dalla cima di una montagna.

È come un boomerang, ci entra dentro per poi uscire fuori.

Ecco amore, la bellezza è tutto questo.

E tu sei bellissima, bambina mia.

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E il tuo nome sarà

“Aspetta ancora un momento, per favore”

“Mami, dai, non farla tanto lunga”

“Sigg, sob. Almeno lascia che ti faccia una foto”

“Mami, basta! Non hai fatto tutte queste storie per i miei fratelli”

“Certo, perché dopo avevo te”

In un caldo pomeriggio d’agosto, invece di andare in piscina o a fare un giro in bici, le sorelle si sono chiuse nella loro stanza con dei grossi sacchi per fare piazza pulita di un bel pezzo dell’infanzia.

La casa di Barbie, che tanti santi mi aveva fatto invocare quella mattina di Natale di un po’ di anni fa, nel tentativo di mettere insieme ascensore e piscina.

L’adorata volpina di peluche insieme alla collezione completa di cagnolini, i vestiti delle Barbie e le loro maledette scarpe che ti si infilzavano senza pietà sotto i piedi nudi.

Il libro del pesce multicolore e quello del coniglietto disperato perché la sua mamma doveva andare a lavorare, letti fino a consumare le spesse pagine di cartoncino e le corde vocali della mamma.

“Mami, sorridi, sto solo diventando grande”

Fai pure, se devi.

Ma tanto ti chiamerai per sempre piccola.

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La bella lavanderina

C’è la signora che viene per uscire un po’ di casa e starsene per i fatti suoi. Non sopporta il marito, un gran brontolone, mi dice avvicinandosi e con voce bassa, come fosse un gran segreto.

Ha i capelli bianchi con striature azzurrine e una catenella per gli occhiali fatta di conchiglie.

C’è la giovane mamma single, diventata nell’arco di cinque minuti la mia nuovo eroina, che arriva col trolley perché domani parte per le vacanze. “Così non devo nemmeno stirare ed è fatta, valigia pronta. Faccio così anche il rientro”

C’è una donna africana, col vestito tipico e un bimbo minuscolo legato alla schiena con una fascia, una specie di pancione al contrario, che dorme beato, forse cullato da questo rumore ipnotico.

C’è la signora che saluta tutti, una frequentatrice abituale, che nota il mio smarrimento e mi consiglia quale macchina usare, quale evitare.

Ci sono io, la prima domenica di agosto alla lavanderia a gettoni, dopo che il karma ha deciso di far coincidere la morte della lavasciuga con il rientro del primogenito dal campeggio, con borsoni e zaino al lieve sentore di animale putrefatto.

In questo gineceo al profumo di detersivo scopro mondi inaspettati e un’umanità sempre sorprendente.

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Casa dolce casa

A casa mia.

Mancano sempre gli ombrelli. Rotti, perduti, mai comprati.

Abbiamo però tanti capelli colorati, che rimangono sull’appendi abiti anche a ferragosto, ché l’ordine non abita con noi.

Abbiamo frasi buffe e filosofiche attaccate alla bacheca in cucina, insieme ai magneti delle vacanze che la piccola ordina con maniacale metodicità.

Non abbiamo bibite gasate da offrire ma chili di pasta al pesto e lasagne per ospiti più o meno attesi, invitati o imbucati poco importa.

Abbiamo una Wii polverosa abbandonata di fianco alla televisione, con la quale non gioca quasi mai nessuno.

Non abbiamo grandi pretese ma un discreto numero di sogni, che non teniamo nei cassetti perché sono pieni di caricabatterie che non servono più a nessuno.

Abbiamo tante, troppe sporte della spesa che dimentichiamo a casa con metodo e costanza, acquistandone poi altre in circolo vizioso che sembra non avere fine.

Abbiamo scorte di gocciole in offerta che ci salveranno in caso di conflitto mondiale, nascoste nello sgabuzzino che la piccola vorrebbe destinare a stanza per la sorella.

Abbiamo entusiasmi e depressioni, altalene emotive che neanche sulle montagne russe più alte in Giappone, livelli di isteria collettiva transitori quanto perniciosi.

Abbiamo un campanello che suona spesso, dei telefoni dimenticati in carica sul divano, calzini spaiati sotto la poltrona, panni da stirare nascosti, fiducia, stupidere, due gatti e tanta, tanta allegria.

Abbiamo zavorre e ali, bollette da pagare e lavatrici da stendere.

In centoventi metri quadri ce ne sta, di vita.

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In cantiere

“Mami, ho avuto un’idea!”

“Oh, ma che meraviglia. Spero non sia come l’ultima, quando sono esplosi i würstel nel microonde”

“Mami, su! Quello era un esperimento, mica un’idea”

“Sì, ma i würstel li ho dovuti grattare via io dal forno”

“Vabbè. Metti giù il libro che hai già letto abbastanza. Andiamo nello sgabuzzino a prendere le misure”

“Le misure di che, scusa?”

“Della stanza per mia sorella, no? Senti che idea. Mio fratello ha la sua stanza, noi vogliamo il nostro spazio, io mi tengo la camera e diamo una bella verniciata allo sgabuzzino. Diventerà una bellissima camera!”

“Piccola, ma non si può. È troppo piccolo, ci si entra solo da camera mia, non ci sono finestre né caloriferi”

“Beh, intimo e raccolto, no?”

“No. Mi dispiace ma dormirai con tua sorella finché uno di voi non se ne andrà di casa. Porta pazienza”

“Pazienza? Ma quei due non se ne andranno mai!”

“Puoi sempre essere la prima”

“Qui nessuno mi capisce”

La piccola geometra studia un piano di riqualifica per la nostra casa.

La porterò a vedere qualche cantiere, sta diventando grande.

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