Il mio turno

La piccola ha realizzato il suo desiderio più grande, da che è finita la scuola elementare.

In barba alle più moderne teorie pedagogiche e al più antico buonsenso, è stata dotata di telefono cellulare con sim funzionante.

A casa nostra vige la legge del primo fratello, cioè ogni figlio deve fare le cose -buchi alle orecchie, colore ai capelli, uscite serali- con le stesse tempistiche del precedente. Questo precetto è figlio della loro libera interpretazione, non certo della mia.

I fratelli maggiori hanno ricevuto il telefono in prima media e lei, dall’otto giugno -ultimo giorno di quinta elementare- aspettava il suo legittimo turno.

Avrei voluto procrastinare ancora un po’, ma non ci si può opporre al destino, fermare un uragano o non seguire il dogma del fratello maggiore.

In questi primissimi giorni la piccola ha scaricato un numero imprecisato di applicazioni inutili, perseguitato famiglia, amici e parenti con molesti whatsapp nonché scattato un trilione di foto a mamma, gatti, stanze, fratelli, vicini di casa e ignari passanti.

Sullo sfondo la sua foto, con la frase “io, di me farò una rivoluzione”.

Forse non prenderò il premio pedagogista dell’anno, ma una denuncia per stalking stiamo sereni che non ce la toglie nessuno.

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Io non so come esca la statua dal marmo.

Non sono una scultrice, ho fatto fatica pure a mettere i chiodi nel muro per la bacheca della piccola, infatti cade sempre.

Però so osservare, se sto attenta.

E da quel blocco prezioso di marmo della tua infanzia sto osservando, un po’ preoccupata e un po’ trepidante, la creatura che sta venendo fuori.

Le scalpellate della vita, mezzana mia, non sempre sono carezze ma anche quelle aiutano a definire le linee che saranno.

Oggi compi quattordici anni che mi sembra un numero bellissimo, proprio come te. Hai smesso di crescere in altezza e ci si augura che il tuo piede non riservi grosse sorprese, con quello che costano le scarpe che ti piacciono.

Si sta definendo la donna che sarai, e come ogni donna su questo pianeta a volte non ti piace quello che vedi nello specchio, vorresti essere diversa, con qualcosa in più o qualcos’altro in meno.

Si comincia a intuire un talento specifico, un’attitudine particolare, un’attenzione speciale agli altri e al mondo che ti circonda.

Tu che un po’ come me sai osservare, quando stai attenta. Che ancora ti perdi nell’iperuranio e a volte bisogna tirare forte per farti tornare tra noi.

Che hai cominciato una scuola nuova con più impegno di quanto me ne sarei aspettata e non sai quanto io sia felice ricredermi.

Tu che non vai mai a letto arrabbiata e ancora ti fai massaggiare dalla mamma la schiena di sera, sul divano.

Tu che hai sempre fame, svaligi il frigorifero e conosci i miei nascondigli, che comprendi guardandoci se stiamo bene o siamo tristi.

Tu che mi costringi a ripetere le cose cento volte e poi non le fai, ma per cento volte dici quanto mi vuoi bene.

È un talento un po’ paraculo, ma pur sempre un talento.

Buon compleanno, amore mio grande.

Vederti crescere non smette di emozionarmi.

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Domenica è sempre domenica

Una passeggiata di appena dodici chilometri, ché la settimana è stata lunga e il tempo è poco.

Un film al cinema che racconta la nuova era geologica che stiamo vivendo, e che non lascia proprio tranquilli visto i disastri che siamo riusciti a combinare.

Una cena nel ristorante tanto desiderato, sotto il naso una ciotola di ramen fumante e davanti un fidanzato che sarebbe stato più felice con una carbonara.

Un pigiama party per l’ormai imminente quattordicesimo compleanno della mezzana. Quattro ragazze con l’appetito di otto camionisti, che a mezzanotte hanno pensato bene di anticipare la colazione con brioche, latte caldo e pane e nutella.

Che a colazione si sono mangiate il fabbisogno alimentare di un piccolo stato. La mezzana si è travestita da maschio con la felpa del fratello, per inscenare un selfie con la sua amica destinato a fare ingelosire un ragazzo che le piace.

Non è che sembra tortuoso e malefico, lo è proprio.

Comunque poi è arrivata la domenica, e fortunatamente sono andata a lavorare.

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Connessi

La piccola ha scaricato sul cellulare un’app per parlare da sola.

Più che parlare, scrivere.

Nella pratica, chatta con se stessa raccontando storie, simulando surreali conversazioni o dispute.

La mezzana tiene d’occhio la Samara Challenge, una delle sfide più idiote degli ultimi anni: travestirsi da bambina del celebre horror the ring -un delizioso outfit composto da una tunica bianca e una parrucca di lunghissimi capelli neri- e terrorizzare ignari passanti. In alcune città sono dovute intervenire le forze dell’ordine.

Nel tempo libero gioca con un simulatore di vita che riproduce una casa, una famiglia, il cane e il gatto, le quotidiane attività perché, come dice lei, lì sono più simpatici che a casa nostra e posso crearmi una stanza tutta mia invece che dividerla con mia sorella e le sue bambole.

Il primogenito trasforma file pdf in word, per modificare e copiare i compiti più lunghi e complessi, ché l’impegno è un concetto soggettivo e variabile.

Per tutta la giornata, a esclusione della notte e obtorto collo, ascolta musica su Spotify attraverso gli auricolari che mi immagino ormai un tutt’uno coi suoi timpani.

Nativi digitali si nasce, completamente matti si diventa.

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Casa dolce casa

In cucina, a pelare distrattamente spicchi di mela, rubati con noncuranza un figlio dopo l’altro, a turno, finché mi accorgo di avere sbucciato quattro mele e non averne mangiata nemmeno una. Non ce ne sono più.

In sala, dopo un atto di coraggio senza precedenti e aver svuotato il cesto dei panni da stirare, ritrovare delle magliette lasciate lì da così tanto tempo di essere ormai troppo piccole pure per la piccola.

Sul terrazzo, ad aprire la porta con vergogna al corriere di Amazon. Il poveretto non solo deve consegnare pacchi di domenica, ma anche assistere all’increscioso spettacolo dell’impacco fortificante per capelli avvolto nella carta trasparente sulla mia testa.

In giro per casa, accorgersi che alle tre del pomeriggio sei ancora in pigiama.

Nelle camere i primi compiti, svolti con l’entusiasmo del condannato a morte.

In bagno, aiutare la piccola a pettinarsi come Sailor Moon perché adesso che va alle medie ha il suo stile e guai a chi la contraddice.

Le domeniche in casa a ciondolare come non ci fosse un lunedì, che belle.

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Giorno uno

La piccola ha indossato le oscene scarpe nuove comprate per l’occasione, ché per fare grandi salti servono calzature comode pur se orrende.

Baldanzosa e molesta, ha aspettato fuori dai cancelli della scuola media rifiutando foto, video o selfie ricordo che io ho comunque ottenuto con l’inganno.

La mezzana durante il tragitto in macchina verso un liceo non proprio vicino a casa e dove non conosce nessuno ha espresso il suo timore e dichiarato tutto il suo mal di pancia.

Da brava madre e pedagogista sono subito partita col pippotto educativo sul cambiamento, le possibilità e la crescita finché non mi ha interrotto dicendo “mamma, sono in pensiero per l’intervallo. Con chi parlerò?”

Il primogenito ha cercato lo zaino alle sette del mattino, si è infilato la felpa migliore ed salito mesto sul pullman, cappuccio sulla testa e cuffiette nelle orecchie. Da un momentaneo accesso whatsapp a metà giornata ho appreso che la scuola non è cambiata, fa schifo esattamente come a giugno.

Ci sono ottimi presupposti per una grande annata.

A casa di qualcun altro, però.

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E così sia

Figli miei,

avrei voluto dirvi che la scuola sta per ricominciare, e gli inizi vanno sempre celebrati anche quando sono faticosi.

Che quest’anno così ricco di prime volte sarà un impegno per tutti, una scoperta, un’avventura.

Che siete pronti per affrontare nuove sfide, maturi e responsabili. Protagonisti attivi del cambiamento.

Che è con la verifica di fisica, lo studio del latino, la lettura dei classici, che cominciate a costruire il vostro futuro. Mattone dopo mattone.

Mattina dopo mattina.

Che la curiosità deve essere amica e fedele compagna nella scoperta di ciò che non conosciamo, che la nostra anima si nutre della bellezza di una poesia, un romanzo, un’opera teatrale.

Che la storia prova ad insegnarci a non ripetere gli errori del passato, anche se sembra che non l’abbia studiata nessuno.

Che la matematica mette ordine nel caos, e un risultato giusto può dare grandi soddisfazioni.

Che la filosofia può accompagnarvi tutta la vita, quando arriveranno le domande scomode sul nostro essere umani.

Avrei voluto dirvi tutto questo e molto altro. Ma già alla seconda riga non mi avrebbe più dato retta nessuno.

Quindi studiate, mannaggia la morte.

Che le lezioni private costano.

Con amore,

Mamma

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A settembre

Corro molto, in questi giorni.

Tre città diverse in tre giorni, i treni e le autostrade, gli autogrill e la metropolitana.

Le strade, ché se si può vado a piedi, dove non conosco.

Il nuovo lavoro, che mi fa sentire al posto giusto, come quando ti metti un vestito che non ti andava più e invece tiri su la cerniera e non si impiglia nel fianco e magari riesci anche a sederti.

Ho lasciato andare un po’ di fatica, quest’estate, qualche chilo che mi fa anche l’anima più lieve, ho ascoltato molto e camminato anche di più.

Mentre adesso fuori corro cerco una qualche forma di lentezza dentro, anche se per stare bene ho sempre bisogno delle mie liste di cose da fare e una teglia di lasagne nel congelatore per ogni evenienza.

Preparo libri e quaderni per i nuovi grandi inizi, che portano dubbi, smuovono paure e insicurezze.

Del resto il cambiamento è più facile da dire che da maneggiare.

Io ne sono grande teorica e impacciata praticante.

Accompagno la mezzana al primo torneo della stagione, un sabato mattina troppo presto -che Dio benedica gli organizzatori- e ascoltiamo Gianna Gianna Gianna che aveva un coccodrillo e un dottore, evviva la vita.

Con la piccola si gira per sagre, da qui a sabato saranno solo panini con la salamella, patatine e la temuta pesca di beneficenza.

Settembre, che bella fatica.

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Ci siamo

La piccola sistema i libri nello scaffale della sua stanza, lo fa con ordine e metodo, attenta che non se ne pieghi neanche un angolo.

Consulta le liste per vedere se manca qualcosa, se il righello è lungo abbastanza, i margini nei quaderni sono come dovrebbero, le righe misurano la giusta distanza.

Spolvera lo zaino che fu della sorella, felice che sia toccato a lei.

Mi commuove.

La mezzana sistema i libri del liceo nella sua libreria, mentre chatta col gruppo whatsapp di prima A, la sua futura classe.

Questi giovani studenti, che ancora non si conoscono, hanno già cominciato a lamentarsi della pesantezza dei programmi, la lunghezza dei libri e del l’insostenibile leggerezza dell’essere.

Lo sguardo della fanciulla prende vita solo quando chiede di acquistare gomme, penne, evidenziatori, quaderni e l’intera cartoleria del paese.

Mi preoccupa.

Il primogenito non ha ancora tirato fuori i libri dal baule della mia macchina, nel vano tentativo di farli sciogliere col caldo.

Quando non è coi suoi amici fissa il vuoto con aria spiritata e ripete a bassa voce, come un mantra o una maledizione, “sta per ricominciare, sta per ricominciare, sta per ricominciare”

Assapora ogni istante di vacanze e libertà come fosse l’ultimo, cosa tra l’altro non lontana dal vero.

È altalenante, molesto, adolescente.

Mi stanca.

Qualcosa mi dice che sarà un lungo anno scolastico.

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Femminile singolare

“Sì, ti chiamo per dirti che la Giulia sabato viene a vivere con me, allora dobbiamo rivedere le tue ore a casa mia.

Direi che possiamo portare il tuo monte ore a otto la settimana, mi sembra il minimo per mantenere un decoro.

Comunque se non bastano le ore ci capiamo: se non riesci a fare tutto possiamo fare anche noi qualcosa, tipo le lavatrici, ma le fa la Giuly che è donna, chiaro, anche la pulizia dei balconi può farla lei, tu vai di fino coi vetri e taaac!

I nostri ottanta metri quadri brillano che è un piacere, io son contento, la Giuly è contenta e te sei contenta, giusto?

Ti annuncio già che la Giuly è più rompi di me, vuole pulizie anche sui lampadari e sotto il letto, mica come me che potevi farli anche una volta all’anno e io muto.

Ma d’altronde lei è donna, no? Mica per niente si dice “donna” e non uomo delle pulizie, giusto?”

Il treno è il Milano Varese, tardo pomeriggio.

Lui è un giovane uomo calvo con una folta barba, quasi che il karma lo volesse punire per le parole che escono dalla sua bocca.

E forse è meglio che ci pensi il karma, anziché le numerose donne sedute in questo scompartimento.

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