Si sta come d’estate

Imperversa il caldo, la sete, la non voglia di fare.

Si perdono i pensieri, si fatica a trovare il baricentro, il senso del dovere momentaneamente non pervenuto.

La lavasciuga si è rotta per l’ennesima volta, forse per il numero spropositato di lavaggi o forse perché rappresenta il mio karma per una vita precedente costellata di azioni ignobili.

In casa siamo al cento per cento di quote rosa, col primogenito vagabondo in Trentino e il fidanzato nomade, anche se stavolta per motivi indipendenti dalla sua volontà.

Noi tre femmine si sta bene, al netto di passeggere isterie che lasciano spazio a appiccicosi abbracci.

Con somma gioia e tripudio la mezzana ha ricominciato a fare i compiti delle vacanze richiesti dal liceo in cui andrà a settembre. Si sono visti condannati andare al patibolo con più allegria.

Si ride molto, si mangia sano perché nessuna età scampa alla prova costume, con un’eccezione per la cena di corte dove la convivialita vince sulla taglia. Quest’anno l’arrivo della nuova vicina cinese ha portato una ventata di multiculturalità e un vassoio di nuvole di drago appena fritte.

Questa sera la nostra corte aprirà il portone per la prima volta al cinema all’aperto, perché condividere è bello e noi abbiamo già i pop corn pronti.

In questa terra di mezzo tra la fine di luglio e l’inizio di agosto, in attesa di un viaggio e di qualche novità desiderata e temuta allo stesso modo, qualcosa da fare si trova sempre.

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Ancora

Sbagliare è umano, perseverare è diabolico.

Non paga del fine settimana passato a girovagare per il Trentino alla ricerca della piccola, che come ricompensa non mi aveva degnato di uno sguardo, ho deciso con audacia di replicare con la mezzana.

Questa volta però con una nuovissima formula all inclusive: niente albergo, arrivederci baita, salutoni chalet.

Il Don, nella sua infinita benevolenza, ha aperto le porte del campeggio e le cerniere delle tende anche ai genitori.

Va detto che a me, creatura schizzinosa, un po’ lagna e fifona, il campeggio fa sentire come fossi Mowgli abbandonato nella giungla e allevato da una pantera e un orso.

Ma l’amore materno, si sa, fa sollevare le auto per liberare il pargolo rimasto sotto, quindi figuriamoci passare una notte in tenda.

Armata di un sacco a pelo di quarta mano e una tuta sbrindellata, ho affrontato i rigori della notte trentina, cenato con polenta e cervo, pranzato con una meravigliosa grigliata, giocato a uno stravagante gioco dell’oca nella versione genitori contro figli.

E, contro ogni previsione, mi sono divertita, forse per la mia compagna di tenda, forse per le coccole della mezzana, forse per l’assenza di wi fi, forse per quelle montagne così alte intorno capaci di farti sentire tanto piccola, ma felice di esserlo.

La settimana prossima anche il primogenito partirà per il suo turno di campeggio.

Gli ho detto che gli voglio bene, ma che ci vediamo a casa.

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Dietro le sbarre

Siamo partite di buon ora, quasi come andassimo in vacanza, approfittando dell’assenza dei fratelli maggiori, con la musica da festilvabar a fare da colonna sonora.

Ci siamo perse e ritrovate, ma arrivate comunque puntuali per consumare in ritardo il regalo di compleanno.

Con una tuta che la snelliva ma nella quale non respirava, dietro a un paio di occhialini e sotto un casco, la piccola si è buttata fiduciosa fra le braccia del suo istruttore per provare l’esperienza del volo. Due minuti che son sembrati di più, volteggiando sospesa senza peso né gravità.

E siccome volare mette tanta allegria ma anche un notevole appetito, finite le foto di rito ci siamo dirette verso la seconda tappa del nostro “solo noi day”

Abbiamo aspettato in una sala piena di un’umanità varia e variopinta, sedute sulle seggioline di metallo imbullonate al pavimento, insieme a tanti bambini, genitori, nonni.

All’ora concordata è arrivato lui, in abito elegante e cravatta, mandato per accompagnarci al locale. Nel tragitto a piedi ci ha mostrato la parte femminile e quella maschile, gli spazi comuni e gli alloggi.

Nessuna stella ma sbarre, intorno, perché il ristorante si trova all’interno del carcere di Bollate, e la sala d’aspetto altro non era che il luogo dove i familiari dei detenuti aspettano per un colloquio coi loro parenti.

All’interno una sorpresa, un locale elegante e luminoso, alle pareti appesi, con grande ironia, i cartelloni di film come Fuga da Alcatraz, Le ali della libertà, Il miglio verde.

Tutti i dipendenti sono detenuti, regolarmente assunti, che vivono il tempo del carcere come propedeutico all’uscita, imparando un mestiere che li aiuterà quando sarà ora di rientrare a pieno titolo nel tessuto sociale.

La piccola ha dato dieci alla cucina e alla location, come fosse in un programma televisivo.

Io sono stata benissimo e conto di tornarci col resto della famiglia.

Andateci anche voi, è un’esperienza che merita.

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Vestita di verde

“Eh sì, dobbiamo proprio fare un prelievo di sangue”

“Una puntura?”

“Sì, è come una puntura ma cercherò di fare in fretta”

“Ma io ho paura delle punture”

“A dire la verità anche io ma non diciamolo a nessuno”

“Ma farà male?”

“Solo per un attimo, promesso. Adesso stringi…mi scusi. Stringa forte il pugno. Ecco, bravissimo. Ho quasi finito. È stato più coraggioso di me”

Lui è su una sedia a rotelle, nel triage del pronto soccorso. È un uomo anziano, da giovane deve essere stato alto anche se ora è incurvato, come chiuso su di sé.

Ha la pelle macchiata e capelli bianchi e radi, dei grossi occhiali che non nascondono gli occhi lucidi.

Trema, mentre porge il braccio all’infermiera.

Lei sorride, il tono di voce che si usa coi bambini spaventati ma il rispetto per chi bambino non è più, pur mantenendo intatta la stessa paura.

Nelle ondate di caos del pronto soccorso dove da un paio di giorni transito, per una persona a me cara che ha bisogno di cure, osservo loro.

E penso che la grazia è vestita con un camice verde chiaro.

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Giramenti

Situazione attuale, secondo Google map.

La piccola è rientrata dall’intensa esperienza del campeggio.

È scesa dal pullman coi capelli pazzi, gli occhi di chi è appena rincasato da un rave party, faccia, braccia e gambe ricoperte di scritte col pennarello.

Con lo zaino di un’altra bambina e la sua inseparabile logorrea, ha raccontato storie di cammini, giochi e leggendari panini con la salamella.

La mezzana, a due giorni dalla partenza, ha capito che si era sbagliata perché lei in campeggio ci voleva proprio andare.

In corsa contro il tempo e contro calze e mutande improvvisamente sparite dal cassetto, sabato mattina è salita sul pullman insieme alla sua amica e compagna di squadra.

Il primogenito è a casa, ma percepito assente ché, da quando è finita la scuola, vagabonda lieto tra grigliate, feste, piscina e campetto.

Domattina partirà per davvero, insieme alla sua famiglia d’origine, la squadra di pallacanestro, verso la capitale degli arrosticini.

Amici, mare, tornei e l’assenza di genitori fanno di questa esperienza il non plus ultra per un quasi sedicenne.

Il fidanzato è tornato dal cammino, con l’abbronzatura da camionista, una gamba azzoppata e tante storie da raccontare. Sta già per ripartire ma adesso cerchiamo di non pensarci.

Io son sempre qui, ma con tutto questo altrui girovagare mi gira un po’ la testa.

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Uccelli di rovo

Ci sono cose che nessuno ti dirà.

Malgrado tu sia una madre attenta -perché donna impicciona che stalkera era troppo lungo- sei e sarai sempre l’ultima a sapere.

Nonostante ti sia aperta un profilo Instagram per monitorare la vita social(e) dei tuoi figli, guardi le storie dei loro amici per scoprire qualcosa dei tuoi, così spesso che rischi una denuncia per adescamento.

Anche se li osservi con attenzione, ti poni in ascolto, sondi con delicatezza -scoprite chi è la bionda nella foto con vostro fratello!- le cose sembrano accadere senza che tu ne abbia alcun controllo.

Della vita sentimentale del primogenito non si sa nulla, ma con quegli occhi verdi sotto il ciuffo e la tartaruga messa dal lato giusto sulla pancia sembra impossibile che niente accada.

La mezzana si crea falsi account per depistarmi, rimbalza ogni mio timido tentativo di confidenza -“sai io, alla tua età””no mamma ti prego” e ha candidamente dichiarato che, qualunque cosa accada, io sarò l’ultima a saperlo.

La piccola è piccola, ma quando mai. Ascoltare un gruppo di undicenni femmine farebbe impallidire gli sceneggiatori di Beautiful, altro che. Intrighi, amori, tradimenti: il parchetto dietro casa sembra più rovente di uccelli di rovo.

L’ultimo atto di questa triste storia si è consumato stamattina, quando dai libri di scuola da mettere via è caduto un cartoncino. Al suo interno poche parole, stampate su una carta color avorio, annunciavano il matrimonio per il tre di marzo tra la mezzana e tale Vittorio.

E io non sono nemmeno stata invitata.

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Camminando

Si esce dopo cena, quando c’è ancora luce ma non fa più così caldo.

Lei mette a letto i bambini, che per sua fortuna ancora si addormentano presto e sono lontani dall’inversione a u dell’adolescenza, andare a dormire tardi e svegliarsi ancora più tardi.

Io lascio che i miei si disperdano, chi a giocare al pratone, chi a ciondolare con le amiche per un gelato, chi in sella alla sua bici verso una grigliata, un party in piscina, una partita al campetto.

E così, un po’ come dopo aver timbrato il cartellino dell’uscita in fabbrica, ci avviamo a passo veloce verso la pista ciclabile o il centro del paese.

Non temiamo nemmeno i boschi, ché la nostra tenuta da gattare ci mette al riparo da qualsivoglia malintenzionato.

Camminiamo e parliamo, parliamo e camminiamo, provando ad allungare il percorso ogni sera, fino a dove il nostro fiato ci consente.

Lei è la vicina-amica, che cammina accanto a me ogni sera.

Sulle cosce non si sono ancora visti risultati apprezzabili, sull’anima sì.

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Mari e monti

Siamo partite con buone intenzioni e l’euforia di essere sole, ché senza il grande e la piccola la mezzana prende aria e sta un po’ meno stretta.

Per spezzare il viaggio e vedere qualcosa di bello abbiamo fatto tappa a Sirmione, dove la me stessa tredicenne si era innamorata delle grotte di Catullo.

La mezzana non è stata presa dallo stesso mio struggimento, e quando le ho recitato l’unica poesia in latino a memoria che io ricordi, mi ha consigliato di stare un po’ all’ombra che tutto quel caldo non mi faceva bene.

Non che avesse tutti i torti, perché la sensazione camminando era quella di stare seduti in una macchina chiusa lasciata al sole un pomeriggio d’agosto nel parcheggio di un supermercato.

Salendo salendo, un tornante dopo l’altro, ci siamo poi avvicinate al campeggio della piccola, spiando tra i cespugli come maniaci sessuali.

Abbiamo dormito in un albergo di montagna con la moquette sul pavimento e il profumo di polenta e spezzatino per i corridoi.

Il giorno dopo abbiamo trovato lei, la nostra piccola, entusiasta di rivederci quanto io di aprire ai testimoni di Geova la domenica mattina mentre mi sto lavando i capelli.

Al momento di andare ci ha dato una pacca sulla spalla dicendo “ci si vede presto, vado dalle mie amiche”

L’anno prossimo la videochiamo su whatsapp.

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Lesson number one

Parcheggio del supermercato, tardo pomeriggio.

Pantaloni a mezza gamba da giocatore di pallacanestro di otto taglie in più.

Calzettoni al ginocchio per quello strano karma che gli fa indossare i fantasmini con la neve e le tubolari ad agosto.

Maglietta di marca, occhiali tamarri presi probabilmente in spiaggia durante la gita con l’oratorio, stesso inquietante taglio di capelli.

Camminano accanto al ritmo della musica -se così si può definire- che esce dalla cassa tra le mani uno dei due giovani.

All’improvviso, l’incontro con un loro simile.

“Uehhhhhhh! Grande”

“Minchia Bro”

“Minchia fra”

“Campione”

“Grandissimo”

“Dottore”

“Tutto bene fra? Sempre hype, come butta?”

“Bene, bella lì, ne ho presi solo tre”

“Di che?”

“Debiti a settembre, no? Bella frate, adesso vado che mia madre mi aspetta dentro e devo aiutarla perché è già abbastanza incazzosa e mi conviene fare il bravo”

“Bella bro, ci si becca”

“Ma fra, chi minchia era?”

“Boh, andiamo, che cringe”

Non serve viaggiare per scoprire mondo e lingue sconosciute. Basta il parcheggio del supermercato.

Nota del traduttore per i meno avvezzi al linguaggio “gggiovane”

Hype=atteso

Cringe= imbarazzo

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Sì, no, forse

“Mami non ci voglio andare. Punto e basta. Non è che puoi decidere tutto sai? La vita è la mia anche a undici anni. Quest’anno no. Non c’è nessun motivo, è inutile che indaghi come al solito. Ho detto che non ci vado, sarà per l’anno prossimo o forse mai, non lo so. Forse mi mancheresti troppo. Ma sono sicura che questa volta al campeggio io non ci vado, ecco. Non puoi costringermi”

“Mamma! Evviva che bello tra un mese si parte non vedo l’ora. Io mi diverto come una pazza in campeggio.

Ci sono le mie amiche, i miei amici, in tenda parliamo fino a tardi la sera, le cuoche cucinano benissimo e il panino con la salamella mangiato al bivacco dopo la camminata è qualcosa di celestiale, non puoi capire. Poi sto senza di voi per dieci giorni che, scusa se te lo dico, è proprio una vacanza perché qui si sta un po’ stretti, senza offesa eh.

Andiamo a fare le ultime spese e poi zaino in spalla!”

La piccola, riottosa e ostile, ha proclamato per settimane la sua ferma volontà di non partire per il campeggio. Inamovibile come la montagna, ché neanche Maometto sarebbe riuscito ad arrivarci.

La mezzana ha fatto il conto alla rovescia, comprato calzoncini e provato scarponi, declamato la sua gioia di partire, la voglia di autonomia, il distacco glorioso dalla famiglia.

Questa mattina, con uno zaino fucsia più pesante di lei e un enorme sorriso sulla faccia la piccola è salita sul pullman a due piani che l’ha portata in montagna con le sue amiche.

La mezzana ha deciso, per motivi misteriosi, che non partirà, per la prima volta dopo cinque anni di onorato campeggio.

La volubilità, questa (s)conosciuta

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