In poche parole

Lava i denti, prendi il pigiama, finisci l’insalata, non picchiare tuo fratello, fai la doccia, arriva puntuale, è ora dei compiti, spegni la play, posa il cellulare, non usare quel tono, appoggia quello che non è tuo, cammina più veloce, abbassa la voce, metti in ordine la tua stanza, vai a dormire che è tardi, torna a letto che è presto, non picchiare tua sorella, rimetti l’acqua in frigo, chiudi il dentifricio, cambia il rotolo della carta igienica che è finita, non correre che cadi, saluta la nonna, riordina l’armadio, aiutami con la spesa da scaricare, non ti capisco.

Sei brava, sono orgogliosa di te, non avere paura, ci sono io, facciamo insieme, ti leggo una storia, siediti qui accanto a me, questo dolore passerà, dormi sereno, buongiorno amore, ce la puoi fare, sei stato un campione, questo disegno è bellissimo, sei stata paziente oggi, non sei solo, ti capisco, andrà bene, non è niente, prendi una cosa alla volta, buonissima questa torta che hai fatto, il tuo compleanno è sempre un giorno speciale, tutto passa, vedrai che tra poco ti addormenti, è solo un brutto sogno, ti ho preparato le lasagne, mi manchi, fai buon viaggio, ti voglio bene.

Una madre, in poche parole.

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Qualcosa da dire

Seguo con apprensione e sgomento le notizie sugli operatori indagati e arrestati a Reggio Emilia, nell’agghiacciante indagine che vede coinvolti bambini e famiglie.

È superfluo ma necessario sottolineare come, se tutto questo sarà dimostrato essere vero, chi ne è responsabile debba pagare.

Approfittare di una fragilità, lucrare sul dolore, strumentalizzare bambini: è evidente che sia inaccettabile, un orrore.

Io sono un’educatrice.

La mia vita professionale è stata -e lo è tuttora- dedicata a bambini, bambine e famiglie in difficoltà. Ho maneggiato il buio, la solitudine, la fragilità più estrema, gli abbandoni più dolorosi. Ho trovato forza, resilienza, coraggio, infinita bellezza.

Ho lavorato per anni nell’affido, conosciuto storie complicate e sofferenti. Ho visto bambini e ragazzi allontanati dalle loro famiglie e affidati ad altre. Alcuni di loro sono tornati a casa, altri non ancora, per altri forse non ci saranno le condizioni.

Ogni scelta, ogni decisione, ogni pensiero dell’operatore però è guidato da un unico obiettivo: il supremo interesse del minore.

La storia di Reggio Emilia rappresenta l’orrore ma non è rappresentativa di una realtà fatta di persone preparate e competenti che svolgono il lavoro sociale con passione, preparazione e impegno.

Che spesso si portano a casa più pensieri e preoccupazioni che stipendi adeguati.

Che, come me e tanti collegi e amici con cui ho la fortuna di lavorare, continuano a credere nel cambiamento, nella possibilità, nel farsi prossimo.

Giorno dopo giorno.

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Bollettino medico

Situazione attuale.

Fa caldo, ma così caldo che ti viene da salutare il focacciaro con Salam alaikum e con la maschera ammiri il pesce scorpione al posto del nasello.

Più che Camogli, Sharm el sheik.

La mezzana, portatrice di ogni magagna familiare, ha la congiuntivite, la dermatite atopica e l’unghia del piede destro malata.

Costa più in farmacia che in ombrellone e lettini.

La piccola manifesta una forma di orticaria su tutta la schiena, le braccia e parte del viso. La guardia medica, intervenuta prontamente, ha escluso che sia una reazione allergica al fratello che le dà il tormento, e per dosare il farmaco l’ha sollevata tra le braccia esclamando “apperò, una falsa magra”.

Io, come Penelope il suo Ulisse, ho aspettato sulla riva che il grande e la mezzana tornassero dal loro giro in canoa, ben oltre l’orario concordato -e pagato.

I due fratelli incoscienti si sono spinti fin oltre il promontorio per fare il bagno vicino agli scogli.

A parte queste irrilevanti faccende, basta il colore dell’acqua e un morso di focaccia al formaggio per tornare a sorridere, in attesa di rientrare a casa, che per qualcuno è già ora di ripartire.

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Gruppo vacanze liguria

“Presto il pullman, corriamo!”

“Signora, ma lei dove deve andare?”

“Vado a Ruta”

“Allora deve scendere, io vado a Recco”

“Ma scusi signor autista ma c’è scritto sull’orario che il venti e trentuno va a Ruta, per questo sono salita. Vede? È affisso lí”

“Mi faccia vedere. Impossibile. Stasera sono in servizio solo io su questa linea e devo andare a Recco”

“Vabbè, aspetterò. Arrivederci”

“Mi faccia un po’ controllare…signora! Torni qui! Sono io il suo pullman!”

“Prego?”

“Cielo che minchiata stavo facendo! Ho guardato la riga sbagliata dell’orario, saltate tutti su presto che vi porto! Meno male che l’ho incontrata!”

Un autista un po’ confuso e con una guida da formula uno ci ha portati sano e salvi e solo un po’ scossi fino a casa, un pomeriggio di snorkeling durante il quale, invece che un branco di pesci, abbiamo visto una famiglia di cinghiali, un elicottero che è atterrato sulle nostre teste per il salvataggio di un escursionista, la piccola che ha perso negli abissi l’orologio nuovo dopo il primo tuffo.

Neanche in vacanza ci si annoia, qui.

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11

Ciao, piccola.

Scrivo mentre sei in acqua con la maschera che ti copre la faccia, dentro la quale abbiamo scoperto che puoi urlare quanto ti pare perché non ti sente nessuno. Te la metteremo anche a casa, sappilo.

Ti scrivo mentre guardi sott’acqua in cerca di pesci, unicorni e tesori. Armata di un costume arancione e della tua inesauribile curiosità, che è un dono per te ma a volte una condanna per me, che non conosco tutte le risposte alle infinite domande.

Tu, che ti sei impostata da sola il parental control sul tablet, che cerchi di aiutare la mamma quando vedi che si sta avvicinando al punto di rottura, che ti fai il letto ogni mattina e niente storie per entrare in doccia, che sei la prima ad alzarti quando vi sveglio e subito, anche prima di fare la pipì, mi abbracci.

Non che sia sempre stato così, eh, perché io non mi dimentico le sceneggiate nelle corsie del supermercato, il moto di rabbia che ti ha fatto aprire la portiera dell’auto mentre stavo guidando quando avevi solo tre anni, le urla per non dormire nel lettino che hanno fatto accorrere pure i vicini, timorosi che ti stessi scuoiando col pelapatate.

Oggi compi undici anni e io ti guardo con un misto di stupore e meraviglia, perché sei diventata più di quanto potevo immaginare. Cresci in grazia e bellezza, si auguravano le fatine sulla culla della bella addormentata. Tu, mia piccola, cresci in irruenza e felicità.

Oggi si festeggia al mare, ché sei figlia dell’estate, e strabuzzerai gli occhi, come fai sempre quando qualcosa è solo per te, davanti alla torta e al regalo.

Buon compleanno piccola, amore grande della tua mamma.

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Solo le prime ventiquattro ore

Il grande che da adolescente inquieto si trasforma in placido anziano appena arrivati in spiaggia, con le parole crociate e infinite partite di scopone scientifico sotto l’ombrellone.

La mezzana che cura la sua pelle con il sole e l’unghia malata con l’acqua di mare, mette il balsamo sui capelli come le ha consigliato l’amica parrucchiera, gioca a carte malvolentieri col fratello e si tuffa tremante e titubante dagli scogli, ché il coraggio è un talento ereditato dalla mamma.

La piccola che trascorre il suo tempo in acqua, dove si tocca e anche no, con la sua maschera total face che le è stata anticipata come regalo di compleanno.

Esce solo per azzannare pezzi di focaccia con le olive, col formaggio, senza niente e probabilmente pure con l’ananas se la facessero.

Io che nuoto, gioco a carte e spalmo crema, mangio la focaccia avanzata e ancora non sono riuscita a leggere una pagina di un libro nuovo.

Per le prime ventiquattro ore di vacanza, possiamo essere soddisfatti.

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Di ansia in figlia

Le mani sudate, le dita che si attorcigliano nervose e inquiete.

Lo sguardo sfuggente, gli occhi che si posano su tutto senza vedere niente.

I capelli tormentati, un po’ per il caldo, un po’ per l’ansia, la pipì che scappa anche se l’hai appena fatta.

La pancia che si contrae quando stanno per chiamare il tuo nome e tu sei lì, su una sedia marrone nel corridoio della scuola media.

Intanto tua figlia, quella che realmente sta per affrontare la prova orale dell’esame di terza, svolazza serena tra una compagna e l’altra, ride a una battuta, si fa un selfie ricordo con le amiche.

Non ha mostrato cedimenti nemmeno quando è entrata con lo zaino di sempre, il cartellone sul Canada in una mano e la chiavetta col power point contenete tutto il suo sapere nella tasca dei pantaloni.

In macchina, con noncuranza, ha provato a chiedere come fosse scoppiata la prima guerra mondiale -lo so mamma, eh, è solo per sicurezza- e mi ha confermato che sarei entrata a vederla -tu mamma, sei obbligatoria, perché poi mi dici per davvero come è andata.

E a me questa cosa dell’obbligatorietà, che è ancora qualcosa di più della necessità, è piaciuta tanto.

Dopo l’esame è scappata via lieve, leggera e gaudente per andare a mangiare il gelato con le amiche, e io non sono stata più né obbligatoria né necessaria.

E va bene così, mezzana del mio cuore.

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Giallo senape

Ha i capelli neri come Pochaontas, un buffo brillantino sulla narice, le unghie lunghissime dipinte di un importabile giallo senape, che sulle sue mani sembra quasi stare bene.

Sta in cassa, alla pompa di benzina che è anche bar e lavaggio auto, chiede se hai la carta sconto, se paghi col bancomat o contanti. Chissà se le piace, stare lì in mezzo a quel via vai, perché dal benzinaio non ci si ferma mai veramente, si transita senza guardare.

Lei però guarda, e quasi sempre ha qualcosa di bello da dire.

Che collana meravigliosa, le indossa così particolari, cambiato colore di capelli? Quella sfumatura le dona molto. Il trucco leggero la fa sembrare più giovane.

Lo sguardo che accompagna parole buone.

Glielo dico.

“Certo che lei è sempre gentile, con tutti”

“Non è gentilezza, è che mi piacciono le cose belle. E quando le vedo so che bisogna dirlo”

“Bisogna dirlo?”

“Sì, fa star bene me che lo dico e chi lo ascolta. Le cose belle vanno dette sempre”

La gentilezza, una forma profonda di saggezza, a volte si nasconde dietro uno smalto color senape, tra l’olio motore e gli arbre magique alla menta.

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Pronti, forse

La mezzana che dovrebbe studiare per l’orale ormai prossimo, ma scopre di non avere nulla di estivo da mettersi che ancora le vada, e per questo acquista sei paia di pantaloncini di jeans identici, come il guardaroba di Paolino Paperino, perché modello che vince non si cambia.

La piccola si prepara al compleanno, la settimana che verrà, favoleggiando delle faraoniche sorprese che starei pensando per lei. Io che sorrido e cambio argomento, non avendo ancora preso niente né immaginato granché.

Il primogenito non ha ancora smaltito l’euforia post promozione e si sente autorizzato a far tardi la sera per andare da Oscar il panettiere per una brioche notturna, in bici con i suoi amici.

Io che vado al concerto dei miei sogni, con accanto un fidanzato appena atterrato dalla Cina e convinto che siano le due di notte per il jet-lag.

Che aspetto le vacanze con l’ansia della valigia da fare, la pappa del gatto da comprare, i costumi da ritrovare e nei quali rientrare.

La prova costume forse no, ma per il resto siamo preparatissimi.

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I nuovi mostri

“Ma tu lo sai che pensano di potersi sposare? Due uomini, dimmi te. E ieri erano tutti in giro con le chiappe di fuori per Varese che ho dovuto pure fare la coda per andare al centro commerciale. Ai bei tempi queste cose non succedevano, una fiammata e via”

“Minchia ma lo sai che tenere un locale oggi come oggi è impossibile? E il vegano, e il celiaco, e il mussulmano che cazzo mangiati sta mortadella e non rompere i coglioni, un po’ di farina cosa sarà mai che adesso son tutti allergici a qualcosa e a scuola tengono tutti il certificato perché non hanno voglia di studiare”

“Oh, ma guarda a Beppe che sta arrivando con la canoa! Minchia sparagli che qui i porto sono chiusi è finita la pacchia! Forza capitano!”

“Kevin, basta tirare i sassi al cigno che ti morde. Ho detto basta! Guarda che se mi alzo te ne do tante che ti faccio passare la voglia di vivere”

Un caldo pomeriggio di giugno, di domenica, al lago, offre ampi scorci antropologici sull’evoluzione -o forse sarebbe meglio dire involuzione- dell’essere umano.

Perdonaci, Darwin

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