E il tuo nome sarà

“Aspetta ancora un momento, per favore”

“Mami, dai, non farla tanto lunga”

“Sigg, sob. Almeno lascia che ti faccia una foto”

“Mami, basta! Non hai fatto tutte queste storie per i miei fratelli”

“Certo, perché dopo avevo te”

In un caldo pomeriggio d’agosto, invece di andare in piscina o a fare un giro in bici, le sorelle si sono chiuse nella loro stanza con dei grossi sacchi per fare piazza pulita di un bel pezzo dell’infanzia.

La casa di Barbie, che tanti santi mi aveva fatto invocare quella mattina di Natale di un po’ di anni fa, nel tentativo di mettere insieme ascensore e piscina.

L’adorata volpina di peluche insieme alla collezione completa di cagnolini, i vestiti delle Barbie e le loro maledette scarpe che ti si infilzavano senza pietà sotto i piedi nudi.

Il libro del pesce multicolore e quello del coniglietto disperato perché la sua mamma doveva andare a lavorare, letti fino a consumare le spesse pagine di cartoncino e le corde vocali della mamma.

“Mami, sorridi, sto solo diventando grande”

Fai pure, se devi.

Ma tanto ti chiamerai per sempre piccola.

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La bella lavanderina

C’è la signora che viene per uscire un po’ di casa e starsene per i fatti suoi. Non sopporta il marito, un gran brontolone, mi dice avvicinandosi e con voce bassa, come fosse un gran segreto.

Ha i capelli bianchi con striature azzurrine e una catenella per gli occhiali fatta di conchiglie.

C’è la giovane mamma single, diventata nell’arco di cinque minuti la mia nuovo eroina, che arriva col trolley perché domani parte per le vacanze. “Così non devo nemmeno stirare ed è fatta, valigia pronta. Faccio così anche il rientro”

C’è una donna africana, col vestito tipico e un bimbo minuscolo legato alla schiena con una fascia, una specie di pancione al contrario, che dorme beato, forse cullato da questo rumore ipnotico.

C’è la signora che saluta tutti, una frequentatrice abituale, che nota il mio smarrimento e mi consiglia quale macchina usare, quale evitare.

Ci sono io, la prima domenica di agosto alla lavanderia a gettoni, dopo che il karma ha deciso di far coincidere la morte della lavasciuga con il rientro del primogenito dal campeggio, con borsoni e zaino al lieve sentore di animale putrefatto.

In questo gineceo al profumo di detersivo scopro mondi inaspettati e un’umanità sempre sorprendente.

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Casa dolce casa

A casa mia.

Mancano sempre gli ombrelli. Rotti, perduti, mai comprati.

Abbiamo però tanti capelli colorati, che rimangono sull’appendi abiti anche a ferragosto, ché l’ordine non abita con noi.

Abbiamo frasi buffe e filosofiche attaccate alla bacheca in cucina, insieme ai magneti delle vacanze che la piccola ordina con maniacale metodicità.

Non abbiamo bibite gasate da offrire ma chili di pasta al pesto e lasagne per ospiti più o meno attesi, invitati o imbucati poco importa.

Abbiamo una Wii polverosa abbandonata di fianco alla televisione, con la quale non gioca quasi mai nessuno.

Non abbiamo grandi pretese ma un discreto numero di sogni, che non teniamo nei cassetti perché sono pieni di caricabatterie che non servono più a nessuno.

Abbiamo tante, troppe sporte della spesa che dimentichiamo a casa con metodo e costanza, acquistandone poi altre in circolo vizioso che sembra non avere fine.

Abbiamo scorte di gocciole in offerta che ci salveranno in caso di conflitto mondiale, nascoste nello sgabuzzino che la piccola vorrebbe destinare a stanza per la sorella.

Abbiamo entusiasmi e depressioni, altalene emotive che neanche sulle montagne russe più alte in Giappone, livelli di isteria collettiva transitori quanto perniciosi.

Abbiamo un campanello che suona spesso, dei telefoni dimenticati in carica sul divano, calzini spaiati sotto la poltrona, panni da stirare nascosti, fiducia, stupidere, due gatti e tanta, tanta allegria.

Abbiamo zavorre e ali, bollette da pagare e lavatrici da stendere.

In centoventi metri quadri ce ne sta, di vita.

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In cantiere

“Mami, ho avuto un’idea!”

“Oh, ma che meraviglia. Spero non sia come l’ultima, quando sono esplosi i würstel nel microonde”

“Mami, su! Quello era un esperimento, mica un’idea”

“Sì, ma i würstel li ho dovuti grattare via io dal forno”

“Vabbè. Metti giù il libro che hai già letto abbastanza. Andiamo nello sgabuzzino a prendere le misure”

“Le misure di che, scusa?”

“Della stanza per mia sorella, no? Senti che idea. Mio fratello ha la sua stanza, noi vogliamo il nostro spazio, io mi tengo la camera e diamo una bella verniciata allo sgabuzzino. Diventerà una bellissima camera!”

“Piccola, ma non si può. È troppo piccolo, ci si entra solo da camera mia, non ci sono finestre né caloriferi”

“Beh, intimo e raccolto, no?”

“No. Mi dispiace ma dormirai con tua sorella finché uno di voi non se ne andrà di casa. Porta pazienza”

“Pazienza? Ma quei due non se ne andranno mai!”

“Puoi sempre essere la prima”

“Qui nessuno mi capisce”

La piccola geometra studia un piano di riqualifica per la nostra casa.

La porterò a vedere qualche cantiere, sta diventando grande.

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Si sta come d’estate

Imperversa il caldo, la sete, la non voglia di fare.

Si perdono i pensieri, si fatica a trovare il baricentro, il senso del dovere momentaneamente non pervenuto.

La lavasciuga si è rotta per l’ennesima volta, forse per il numero spropositato di lavaggi o forse perché rappresenta il mio karma per una vita precedente costellata di azioni ignobili.

In casa siamo al cento per cento di quote rosa, col primogenito vagabondo in Trentino e il fidanzato nomade, anche se stavolta per motivi indipendenti dalla sua volontà.

Noi tre femmine si sta bene, al netto di passeggere isterie che lasciano spazio a appiccicosi abbracci.

Con somma gioia e tripudio la mezzana ha ricominciato a fare i compiti delle vacanze richiesti dal liceo in cui andrà a settembre. Si sono visti condannati andare al patibolo con più allegria.

Si ride molto, si mangia sano perché nessuna età scampa alla prova costume, con un’eccezione per la cena di corte dove la convivialita vince sulla taglia. Quest’anno l’arrivo della nuova vicina cinese ha portato una ventata di multiculturalità e un vassoio di nuvole di drago appena fritte.

Questa sera la nostra corte aprirà il portone per la prima volta al cinema all’aperto, perché condividere è bello e noi abbiamo già i pop corn pronti.

In questa terra di mezzo tra la fine di luglio e l’inizio di agosto, in attesa di un viaggio e di qualche novità desiderata e temuta allo stesso modo, qualcosa da fare si trova sempre.

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Ancora

Sbagliare è umano, perseverare è diabolico.

Non paga del fine settimana passato a girovagare per il Trentino alla ricerca della piccola, che come ricompensa non mi aveva degnato di uno sguardo, ho deciso con audacia di replicare con la mezzana.

Questa volta però con una nuovissima formula all inclusive: niente albergo, arrivederci baita, salutoni chalet.

Il Don, nella sua infinita benevolenza, ha aperto le porte del campeggio e le cerniere delle tende anche ai genitori.

Va detto che a me, creatura schizzinosa, un po’ lagna e fifona, il campeggio fa sentire come fossi Mowgli abbandonato nella giungla e allevato da una pantera e un orso.

Ma l’amore materno, si sa, fa sollevare le auto per liberare il pargolo rimasto sotto, quindi figuriamoci passare una notte in tenda.

Armata di un sacco a pelo di quarta mano e una tuta sbrindellata, ho affrontato i rigori della notte trentina, cenato con polenta e cervo, pranzato con una meravigliosa grigliata, giocato a uno stravagante gioco dell’oca nella versione genitori contro figli.

E, contro ogni previsione, mi sono divertita, forse per la mia compagna di tenda, forse per le coccole della mezzana, forse per l’assenza di wi fi, forse per quelle montagne così alte intorno capaci di farti sentire tanto piccola, ma felice di esserlo.

La settimana prossima anche il primogenito partirà per il suo turno di campeggio.

Gli ho detto che gli voglio bene, ma che ci vediamo a casa.

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Dietro le sbarre

Siamo partite di buon ora, quasi come andassimo in vacanza, approfittando dell’assenza dei fratelli maggiori, con la musica da festilvabar a fare da colonna sonora.

Ci siamo perse e ritrovate, ma arrivate comunque puntuali per consumare in ritardo il regalo di compleanno.

Con una tuta che la snelliva ma nella quale non respirava, dietro a un paio di occhialini e sotto un casco, la piccola si è buttata fiduciosa fra le braccia del suo istruttore per provare l’esperienza del volo. Due minuti che son sembrati di più, volteggiando sospesa senza peso né gravità.

E siccome volare mette tanta allegria ma anche un notevole appetito, finite le foto di rito ci siamo dirette verso la seconda tappa del nostro “solo noi day”

Abbiamo aspettato in una sala piena di un’umanità varia e variopinta, sedute sulle seggioline di metallo imbullonate al pavimento, insieme a tanti bambini, genitori, nonni.

All’ora concordata è arrivato lui, in abito elegante e cravatta, mandato per accompagnarci al locale. Nel tragitto a piedi ci ha mostrato la parte femminile e quella maschile, gli spazi comuni e gli alloggi.

Nessuna stella ma sbarre, intorno, perché il ristorante si trova all’interno del carcere di Bollate, e la sala d’aspetto altro non era che il luogo dove i familiari dei detenuti aspettano per un colloquio coi loro parenti.

All’interno una sorpresa, un locale elegante e luminoso, alle pareti appesi, con grande ironia, i cartelloni di film come Fuga da Alcatraz, Le ali della libertà, Il miglio verde.

Tutti i dipendenti sono detenuti, regolarmente assunti, che vivono il tempo del carcere come propedeutico all’uscita, imparando un mestiere che li aiuterà quando sarà ora di rientrare a pieno titolo nel tessuto sociale.

La piccola ha dato dieci alla cucina e alla location, come fosse in un programma televisivo.

Io sono stata benissimo e conto di tornarci col resto della famiglia.

Andateci anche voi, è un’esperienza che merita.

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Vestita di verde

“Eh sì, dobbiamo proprio fare un prelievo di sangue”

“Una puntura?”

“Sì, è come una puntura ma cercherò di fare in fretta”

“Ma io ho paura delle punture”

“A dire la verità anche io ma non diciamolo a nessuno”

“Ma farà male?”

“Solo per un attimo, promesso. Adesso stringi…mi scusi. Stringa forte il pugno. Ecco, bravissimo. Ho quasi finito. È stato più coraggioso di me”

Lui è su una sedia a rotelle, nel triage del pronto soccorso. È un uomo anziano, da giovane deve essere stato alto anche se ora è incurvato, come chiuso su di sé.

Ha la pelle macchiata e capelli bianchi e radi, dei grossi occhiali che non nascondono gli occhi lucidi.

Trema, mentre porge il braccio all’infermiera.

Lei sorride, il tono di voce che si usa coi bambini spaventati ma il rispetto per chi bambino non è più, pur mantenendo intatta la stessa paura.

Nelle ondate di caos del pronto soccorso dove da un paio di giorni transito, per una persona a me cara che ha bisogno di cure, osservo loro.

E penso che la grazia è vestita con un camice verde chiaro.

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Giramenti

Situazione attuale, secondo Google map.

La piccola è rientrata dall’intensa esperienza del campeggio.

È scesa dal pullman coi capelli pazzi, gli occhi di chi è appena rincasato da un rave party, faccia, braccia e gambe ricoperte di scritte col pennarello.

Con lo zaino di un’altra bambina e la sua inseparabile logorrea, ha raccontato storie di cammini, giochi e leggendari panini con la salamella.

La mezzana, a due giorni dalla partenza, ha capito che si era sbagliata perché lei in campeggio ci voleva proprio andare.

In corsa contro il tempo e contro calze e mutande improvvisamente sparite dal cassetto, sabato mattina è salita sul pullman insieme alla sua amica e compagna di squadra.

Il primogenito è a casa, ma percepito assente ché, da quando è finita la scuola, vagabonda lieto tra grigliate, feste, piscina e campetto.

Domattina partirà per davvero, insieme alla sua famiglia d’origine, la squadra di pallacanestro, verso la capitale degli arrosticini.

Amici, mare, tornei e l’assenza di genitori fanno di questa esperienza il non plus ultra per un quasi sedicenne.

Il fidanzato è tornato dal cammino, con l’abbronzatura da camionista, una gamba azzoppata e tante storie da raccontare. Sta già per ripartire ma adesso cerchiamo di non pensarci.

Io son sempre qui, ma con tutto questo altrui girovagare mi gira un po’ la testa.

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Uccelli di rovo

Ci sono cose che nessuno ti dirà.

Malgrado tu sia una madre attenta -perché donna impicciona che stalkera era troppo lungo- sei e sarai sempre l’ultima a sapere.

Nonostante ti sia aperta un profilo Instagram per monitorare la vita social(e) dei tuoi figli, guardi le storie dei loro amici per scoprire qualcosa dei tuoi, così spesso che rischi una denuncia per adescamento.

Anche se li osservi con attenzione, ti poni in ascolto, sondi con delicatezza -scoprite chi è la bionda nella foto con vostro fratello!- le cose sembrano accadere senza che tu ne abbia alcun controllo.

Della vita sentimentale del primogenito non si sa nulla, ma con quegli occhi verdi sotto il ciuffo e la tartaruga messa dal lato giusto sulla pancia sembra impossibile che niente accada.

La mezzana si crea falsi account per depistarmi, rimbalza ogni mio timido tentativo di confidenza -“sai io, alla tua età””no mamma ti prego” e ha candidamente dichiarato che, qualunque cosa accada, io sarò l’ultima a saperlo.

La piccola è piccola, ma quando mai. Ascoltare un gruppo di undicenni femmine farebbe impallidire gli sceneggiatori di Beautiful, altro che. Intrighi, amori, tradimenti: il parchetto dietro casa sembra più rovente di uccelli di rovo.

L’ultimo atto di questa triste storia si è consumato stamattina, quando dai libri di scuola da mettere via è caduto un cartoncino. Al suo interno poche parole, stampate su una carta color avorio, annunciavano il matrimonio per il tre di marzo tra la mezzana e tale Vittorio.

E io non sono nemmeno stata invitata.

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