Perfetto sconosciuto

Ha fatto un corso per cinque domeniche di fila.

Non che ne avesse bisogno, ma era condizione necessaria e sufficiente per la nomina.

Ha affinato le tecniche di gioco all’aperto e al chiuso, con la pioggia e il sole. È stato addestrato a riconoscere situazioni di rischio e a prevenire conflitti e insubordinazioni.

Ha allenato lo spirito di osservazione e la comunicazione autorevole.

Si è preparato per tutti i possibili scenari, dal più lieto al più infausto.

Ha fatto training autogeno per ritrovare la calma quando troppe voci intorno ti chiamano.

Era già bravo, questo è da dire. La frequentazione di una vita con due sorelle minori lo hanno reso esperto di capricci, risse, lacrime e risate.

La convivenza forzata gli ha insegnato la pazienza, l’antica arte della negoziazione e, come estrema ratio, quella delle mazzate.

Il primogenito per il secondo anno anziché animato è animatore dell’oratorio feriale, come un karma beffardo che ribalta le posizioni.

È paziente, allegro, disponibile e molto amato dai più piccoli.

Insomma, praticamente irriconoscibile.

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Antico proverbio cinese

Il fidanzato smarrito tra Pechino e Shanghai, del quale si hanno notizie frammentate e sporadiche. Forse ha trovato una fascinosa Mulan e ha deciso di trasferirsi nella patria dell’involtino primavera, anche se conoscendolo è più probabile si sia incamminato per i ventunomila cento novantasei chilometri della muraglia cinese.

L’anta dell’armadio di camera mia che si stacca e precipita, la piccola che mette un cartello “attenzione pericolo di morte”

Gli esami della mezzana che cominciano domattina e che sembra sia io a dover sostenere, mentre la ragazza gira per casa con gli occhiali da sole, beve con la cannuccia colorata come fosse a Miami anziché a Malnate.

Ma.

Stamattina mi sono svegliata in una città uguale a ieri anche se un po’ diversa, forse per la nuova Sindaca che amministrerà per i prossimi cinque anni.

Ho finito un libro difficile ma bello, trovato l’idea giusta per un regalo di compleanno.

A volte bisogna cercare piccole forme di sollievo, tanto provvisorie quanto necessarie.

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Lost in giro

“Mother mi vieni a prendere? Sono davanti alla pizzeria ti mando la posizione”

“Si, dammi un quarto d’ora che arrivo, non siete proprio dietro l’angolo”

“Pronto? Non siamo più in pizzeria, ci siamo spostati in gelateria”

“E dov’è la gelateria?”

“Di fianco alla banca”

“E la banca dov’è?

“Vicino alla gelateria, ovvio”

“Mamma mamma mamma! Presto! Mi sono dimenticata che oggi pomeriggio c’è la festa della mia amica G nella sua casa nuova”

“E noi sappiamo dove abita?”

“No, ma me l’hanno spiegato, sarà facile”

Venticinque minuti dopo

“Ma sei sicura? La strada è sterrata e siamo in un bosco. Ma quello che viene in giù è un trattore? Ma perché ti ho ascoltata?”

“Mami dobbiamo andare al bowling per la festa di classe. Sai dov’è?”

“No, non ci sono mai stata”

“È facile, ti guido io: seconda stella a destra, questo è il cammino, e poi dritto fino al mattino”

E questa è stata l’indicazione più precisa della giornata.

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The end

Preparate i palloncini, mettete i cappellini, suonate le trombette.

Tutti in fila per il trenino, ché è tempo di festeggiamenti importanti.

Finalmente, è finita.

La sveglia ha suonato alle sei per duecento giorni più o meno, qualche volta prima per le gite scolastiche, qualche altra un po’ dopo per manifesta stanchezza e dimostrata negligenza.

Per duecento mattine ho svegliato dormienti, scaldato tazze di latte, cercato calzini e quaderni scomparsi, urlato per il caos e il pressappochismo, per i letti sfatti e i pigiami lasciati in giro.

Per un centinaio di giorni ho chiesto il diario che nell’ordine è stato perso, dimenticato a scuola, mangiato dal gatto.

Ho parlato con un numero tendente a infinito di insegnanti, dalle elementari al liceo.

Ho letto millemila messaggi nelle chat ‘quinta a’ ‘terza g’ ‘gruppo catechismo’ ‘gruppo regalo catechista’ ‘gruppo gita roma’ ‘gruppo basket’ ‘gruppo pallavolo’ ‘gruppo ginnastica’ ‘gruppo regali alle rappresentanti’ ‘gruppo abbraccio alle terze’

Ho controllato il registro elettronico più spesso di quanto avrei dovuto, sempre con l’ansia di trovarci un brutto voto.

Per un numero imprecisato di volte, ma tante da far concorrenza a Uber, ho accompagnato qualcuno da qualche parte. Il catechismo al venerdì e alla domenica sera, gli allenamenti di pallavolo, pallacanestro e ginnastica artistica due volte la settimana moltiplicate per tre col resto di due.

Ho trascorso serate ad ascoltare la storia di Carlo Magno, la pesca di salmoni in Canada, la divisione a due cifre e i suoi misteri.

Ho preparato merende, comprato penne cancellabili, mine hb che non andavano mai bene, raccolto pigne per il lavoretto di Natale.

Oggi finisce la scuola e io festeggio il mio personalissimo capodanno, sposto le lancette della sveglia avanti di un’ora e mezza, sul fuso orario estivo.

È finita, anche quest’anno.

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Ciao ciao, quinta

Camicia bianca e jeans.

Una serata lunga, calda, nella palestra della scuola elementare.

Una scenetta dove tu, microfono in mano, diventi la maestra.

Le canzoni che parlano di viaggi, vita, cambiamenti.

L’angolo più lontano dove ti hanno messa a suonare il flauto perché diciamocelo, coltiviamo altri talenti.

La consegna del diploma e il lancio del tocco, che hai voluto riprendessimo col cellulare.

Tante parole e fotografie, a ricordarmi che lì sei entrata coi codini e il grembiule nero, e ora ne esci con la coda alta e lo sguardo fiero.

Tu finisci la scuola elementare e io mi chiedo dove siano finiti questi anni, perché a me sembra ancora di sentirla la tua mano nella mia mentre camminiamo verso il primo giorno e ti saluto dalla finestra, anche se ti viene da piangere.

Oggi da piangere viene a me, perché mi conosci, in queste occasioni si spalancano le porte della commozione e mi lascio travolgere convinta, come sempre, che vivere le emozioni sia il modo migliore per vivere.

E tu di emozioni me ne hai regalate tante, piccola mia.

Sei pronta, zaino in spalla.

Camicia bianca e jeans, si comincia una nuova avventura.

E chi ti ferma, piccoletta.

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L’elfo e la ragazzina

Al supermercato come sempre, tra offerte speciali e fretta, alla ricerca dell’unico prodotto che sembra non esserci.

Con me le figlie, che mettono nel carrello tutto quello che non dovrebbero, mentre io cerco le trofie come fossero il sacro Graal.

Poco distanti da noi, davanti a una distesa di pomodori rossi, una mamma che annusa una piantina di basilico, mentre tiene per mano il suo bambino, un piccolo e biondissimo elfo dagli occhi azzurri.

Lui si guarda intorno, forse pensieroso, forse annoiato. Lo osservo mentre i suoi occhi si posano sulla mezzana. E sul sorriso che gli illumina il viso, scoprendo dei denti non ancora completamente cresciuti.

Con quello scatto felino che trovi solo nei ghepardi o nei bambini piccoli che vogliono qualcosa, l’elfo biondo molla la presa e corre verso la mezzana, e le si butta letteralmente tra le braccia.

Sembra carramba che sorpresa, l’incontro di due innamorati dopo la guerra, il rientro a casa dopo mesi di navigazione.

La mezzana, incredula solo per un attimo, lo cinge a sua volta. Lui appoggia la testa nell’incavo del suo collo e sorride.

La madre è subito lì, sembra allenata a queste fughe improvvise e probabilmente lo è. Si scusa più volte, mi dispiace, lui è così, non voleva dare fastidio.

La mezzana sorride, lo stringe ancora un po’ e gli chiede come si chiama.

Una ragazza alta con la coda e qualche brufolo sulla fronte, un bambino sdentato e sorridente che si abbracciano nelle corsie di un supermercato.

La bellezza a volte è proprio a portata di mano.

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Mi han detto che ti piacciono i ragazzi col ciuffo

I riti di passaggio sono belli, importanti, necessari.

Sullo stesso palco dove aveva salutato la quinta elementare, la mezzana coi capelli lisci ha celebrato un altro importante traguardo scolastico.

Con l’abbraccio alle terze tutte le sezioni, dalla a alla g, hanno dato il proprio personale contributo.

Hanno cantato, ballato, letto poesie, volteggiando nei vestiti leggeri, ché ormai fa caldo e senti la brezza vicina mentre stai crescendo.

Mentre foto e canzoni scorrevano sullo schermo,si sono detti che sì, ci sono ancora gli esami ma è finita, resteremo amici sempre, anche quando il prossimo anno saremo divisi in scuole diverse, grazie prof, ti abbiamo fatto disperare ma non ti sei arreso.

Al termine delle esibizioni i genitori se ne sono andati, lasciando che proseguissero la festa nel campetto di fronte la scuola, trasformato in discoteca per l’occasione.

Con i jeans di sempre e la maglietta a righe la fanciulla è stata vista spesso accanto a un ragazzino alto col ciuffo sugli occhi.

A me sembravano molto prossimi, ma la piccola ha detto che mi stavo immaginando tutto.

La vita non è uno scherzo, prendila sul serio, ha letto dal palco una ragazzina con le trecce, citando perfino Nazim Hikmet.

E voi prendetela sul serio, ma con quel sorriso sulla faccia, che hai a tredici anni o quando sei innamorato.

Oppure tutte e due.

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Adolescenzaland

Il primogenito è un piacere di figlio, giusto appena appena intriso di una vena contestatoria.

Alla voce “polemica” c’è la sua foto, sul dizionario.

Questiona su ogni genere di argomento, dal più futile al più serio, con saccenza e tracotanza, come se insieme a quattro peli sul mento gli fosse cresciuta anche la Suprema conoscenza.

Sosterrebbe pure che la terra è piatta, pur di contraddirmi, se la sua formazione scientifica non glielo impedisse (che i terrapiattisti siano tutti adolescenti?)

La sua musica è la migliore, le sue scelte insindacabili, i suoi look inguardabili -ma per lui inappuntabili.

Altro che muta, ma quale evoluzione, a quel paese la metamorfosi. Qui l’unica spiegazione è lo scambio di persona, il rapimento alieno.

All’inizio è stato difficile, ma quanto meno la possessione era episodica, alternata a momenti di quiete. Un po’ come il travaglio, tra una contrazione e l’altra, per fare un parallelo con un’altra esperienza dolorosa.

Qui la vita è cambiata come da Disney Channel a Youporn, probabilmente non solo in senso figurato.

Ho capito che l’adolescenza è un tiro alla fune e io dovrei tenere salda la corda con la mia fermezza pedagogica, ma a volte vorrei lasciarla di colpo per vederlo finire a gambe all’aria, quando gli prende quell’insostenibile urgenza di replica, quell’inesprimibile bisogno di contestarmi.

Poi mi ricordo che adolescente sono stata anche io, e allora non mollo.

Io mi vestivo meglio, però.

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Piccoli Harry Potter crescono

“Ma cos’è questo casino? Chi grida così?”

“No Mother, sto guardando il video dell’intervallo che abbiamo fatto a scuola”

“Scuola? Ma sembra lo zoo! Sono certa di aver sentito una scimmia”

“Ah sì, è G, il mio compagno: aveva perso a Fortnite”

“Ma scusa, si gioca a Fortnite a scuola?”

“Certo, ma nell’ora di informatica, è pertinente”

“Pertinente”

“Già. Netflix invece lo guardiamo nelle ore di italiano. Sai le storie, la narrazione…”

“Cosa?!?”

“Ma scherzo Mother! Su, non fare quella faccia. Comunque non ci hanno beccato a fare casino, perché c’era F. che faceva la sentinella alla porta e ha dato il segnale quando ha visto il prof in fondo al corridoio”

“Il segnale?”

“Sì, un battito di mani la bidella, due per il prof”

Il primogenito frequenta la seconda liceo scientifico di un istituto rinomato per serietà e preparazione.

La sua classe è un coacervo di stupidera e follia.

Sto valutando di spostarlo a Hogwarts per l’anno prossimo.

Meglio combattere Lord Voldemort che fare il palo in corridoio.

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Quel gran genio del mio amico

La piccola in macchina, che ascolta i Queen e canta Don’t stop me now a squarciagola, mentre ci dirigiamo al saggio di ginnastica artistica e fuori infuria la bufera. Ha un paio di codini alti che la fanno somigliare a un cocker e la concentrazione dell’atleta prima della gara.

Una palestra gremita, delle parole dette a un microfono “sappiamo che c’è un’età di rischio, anche nello sport. Sappiamo che dai tredici ai quindici anni è più alta la probabilità che i ragazzi abbandonino, e noi facciamo il possibile perché ai nostri ragazzi non accada. Li abbiamo in mente, li vediamo, li ascoltiamo”

Il pensiero che se tutte le agenzie educative funzionassero come una palestra puzzolente questo mondo sarebbe migliore.

Il grande che studia matematica, perché al liceo va così, non è finita finché non è finita, e una verifica dell’ultimo minuto può ribaltare le sorti di un anno intero.

La mezzana si cura il piede malato, si interessa col suo modo un po’ raffazzonato di ecologia e ambiente, viene al cinema a vedere un film che dovrebbe essere per piccoli ma alla fine piace a tutti, forse perché un genio servirebbe, anche senza lampada.

Io vado a votare con la mia vicina amica, compro libri che non avrò il tempo di leggere, provo a immaginare questa estate che sarà, come sempre, un colorito via vai.

Vado a strofinare il vaso dell’Ikea, chissà mai ne esca qualcosa.

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