Camminando

Si esce dopo cena, quando c’è ancora luce ma non fa più così caldo.

Lei mette a letto i bambini, che per sua fortuna ancora si addormentano presto e sono lontani dall’inversione a u dell’adolescenza, andare a dormire tardi e svegliarsi ancora più tardi.

Io lascio che i miei si disperdano, chi a giocare al pratone, chi a ciondolare con le amiche per un gelato, chi in sella alla sua bici verso una grigliata, un party in piscina, una partita al campetto.

E così, un po’ come dopo aver timbrato il cartellino dell’uscita in fabbrica, ci avviamo a passo veloce verso la pista ciclabile o il centro del paese.

Non temiamo nemmeno i boschi, ché la nostra tenuta da gattare ci mette al riparo da qualsivoglia malintenzionato.

Camminiamo e parliamo, parliamo e camminiamo, provando ad allungare il percorso ogni sera, fino a dove il nostro fiato ci consente.

Lei è la vicina-amica, che cammina accanto a me ogni sera.

Sulle cosce non si sono ancora visti risultati apprezzabili, sull’anima sì.

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Mari e monti

Siamo partite con buone intenzioni e l’euforia di essere sole, ché senza il grande e la piccola la mezzana prende aria e sta un po’ meno stretta.

Per spezzare il viaggio e vedere qualcosa di bello abbiamo fatto tappa a Sirmione, dove la me stessa tredicenne si era innamorata delle grotte di Catullo.

La mezzana non è stata presa dallo stesso mio struggimento, e quando le ho recitato l’unica poesia in latino a memoria che io ricordi, mi ha consigliato di stare un po’ all’ombra che tutto quel caldo non mi faceva bene.

Non che avesse tutti i torti, perché la sensazione camminando era quella di stare seduti in una macchina chiusa lasciata al sole un pomeriggio d’agosto nel parcheggio di un supermercato.

Salendo salendo, un tornante dopo l’altro, ci siamo poi avvicinate al campeggio della piccola, spiando tra i cespugli come maniaci sessuali.

Abbiamo dormito in un albergo di montagna con la moquette sul pavimento e il profumo di polenta e spezzatino per i corridoi.

Il giorno dopo abbiamo trovato lei, la nostra piccola, entusiasta di rivederci quanto io di aprire ai testimoni di Geova la domenica mattina mentre mi sto lavando i capelli.

Al momento di andare ci ha dato una pacca sulla spalla dicendo “ci si vede presto, vado dalle mie amiche”

L’anno prossimo la videochiamo su whatsapp.

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Lesson number one

Parcheggio del supermercato, tardo pomeriggio.

Pantaloni a mezza gamba da giocatore di pallacanestro di otto taglie in più.

Calzettoni al ginocchio per quello strano karma che gli fa indossare i fantasmini con la neve e le tubolari ad agosto.

Maglietta di marca, occhiali tamarri presi probabilmente in spiaggia durante la gita con l’oratorio, stesso inquietante taglio di capelli.

Camminano accanto al ritmo della musica -se così si può definire- che esce dalla cassa tra le mani uno dei due giovani.

All’improvviso, l’incontro con un loro simile.

“Uehhhhhhh! Grande”

“Minchia Bro”

“Minchia fra”

“Campione”

“Grandissimo”

“Dottore”

“Tutto bene fra? Sempre hype, come butta?”

“Bene, bella lì, ne ho presi solo tre”

“Di che?”

“Debiti a settembre, no? Bella frate, adesso vado che mia madre mi aspetta dentro e devo aiutarla perché è già abbastanza incazzosa e mi conviene fare il bravo”

“Bella bro, ci si becca”

“Ma fra, chi minchia era?”

“Boh, andiamo, che cringe”

Non serve viaggiare per scoprire mondo e lingue sconosciute. Basta il parcheggio del supermercato.

Nota del traduttore per i meno avvezzi al linguaggio “gggiovane”

Hype=atteso

Cringe= imbarazzo

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Sì, no, forse

“Mami non ci voglio andare. Punto e basta. Non è che puoi decidere tutto sai? La vita è la mia anche a undici anni. Quest’anno no. Non c’è nessun motivo, è inutile che indaghi come al solito. Ho detto che non ci vado, sarà per l’anno prossimo o forse mai, non lo so. Forse mi mancheresti troppo. Ma sono sicura che questa volta al campeggio io non ci vado, ecco. Non puoi costringermi”

“Mamma! Evviva che bello tra un mese si parte non vedo l’ora. Io mi diverto come una pazza in campeggio.

Ci sono le mie amiche, i miei amici, in tenda parliamo fino a tardi la sera, le cuoche cucinano benissimo e il panino con la salamella mangiato al bivacco dopo la camminata è qualcosa di celestiale, non puoi capire. Poi sto senza di voi per dieci giorni che, scusa se te lo dico, è proprio una vacanza perché qui si sta un po’ stretti, senza offesa eh.

Andiamo a fare le ultime spese e poi zaino in spalla!”

La piccola, riottosa e ostile, ha proclamato per settimane la sua ferma volontà di non partire per il campeggio. Inamovibile come la montagna, ché neanche Maometto sarebbe riuscito ad arrivarci.

La mezzana ha fatto il conto alla rovescia, comprato calzoncini e provato scarponi, declamato la sua gioia di partire, la voglia di autonomia, il distacco glorioso dalla famiglia.

Questa mattina, con uno zaino fucsia più pesante di lei e un enorme sorriso sulla faccia la piccola è salita sul pullman a due piani che l’ha portata in montagna con le sue amiche.

La mezzana ha deciso, per motivi misteriosi, che non partirà, per la prima volta dopo cinque anni di onorato campeggio.

La volubilità, questa (s)conosciuta

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In poche parole

Lava i denti, prendi il pigiama, finisci l’insalata, non picchiare tuo fratello, fai la doccia, arriva puntuale, è ora dei compiti, spegni la play, posa il cellulare, non usare quel tono, appoggia quello che non è tuo, cammina più veloce, abbassa la voce, metti in ordine la tua stanza, vai a dormire che è tardi, torna a letto che è presto, non picchiare tua sorella, rimetti l’acqua in frigo, chiudi il dentifricio, cambia il rotolo della carta igienica che è finita, non correre che cadi, saluta la nonna, riordina l’armadio, aiutami con la spesa da scaricare, non ti capisco.

Sei brava, sono orgogliosa di te, non avere paura, ci sono io, facciamo insieme, ti leggo una storia, siediti qui accanto a me, questo dolore passerà, dormi sereno, buongiorno amore, ce la puoi fare, sei stato un campione, questo disegno è bellissimo, sei stata paziente oggi, non sei solo, ti capisco, andrà bene, non è niente, prendi una cosa alla volta, buonissima questa torta che hai fatto, il tuo compleanno è sempre un giorno speciale, tutto passa, vedrai che tra poco ti addormenti, è solo un brutto sogno, ti ho preparato le lasagne, mi manchi, fai buon viaggio, ti voglio bene.

Una madre, in poche parole.

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Qualcosa da dire

Seguo con apprensione e sgomento le notizie sugli operatori indagati e arrestati a Reggio Emilia, nell’agghiacciante indagine che vede coinvolti bambini e famiglie.

È superfluo ma necessario sottolineare come, se tutto questo sarà dimostrato essere vero, chi ne è responsabile debba pagare.

Approfittare di una fragilità, lucrare sul dolore, strumentalizzare bambini: è evidente che sia inaccettabile, un orrore.

Io sono un’educatrice.

La mia vita professionale è stata -e lo è tuttora- dedicata a bambini, bambine e famiglie in difficoltà. Ho maneggiato il buio, la solitudine, la fragilità più estrema, gli abbandoni più dolorosi. Ho trovato forza, resilienza, coraggio, infinita bellezza.

Ho lavorato per anni nell’affido, conosciuto storie complicate e sofferenti. Ho visto bambini e ragazzi allontanati dalle loro famiglie e affidati ad altre. Alcuni di loro sono tornati a casa, altri non ancora, per altri forse non ci saranno le condizioni.

Ogni scelta, ogni decisione, ogni pensiero dell’operatore però è guidato da un unico obiettivo: il supremo interesse del minore.

La storia di Reggio Emilia rappresenta l’orrore ma non è rappresentativa di una realtà fatta di persone preparate e competenti che svolgono il lavoro sociale con passione, preparazione e impegno.

Che spesso si portano a casa più pensieri e preoccupazioni che stipendi adeguati.

Che, come me e tanti collegi e amici con cui ho la fortuna di lavorare, continuano a credere nel cambiamento, nella possibilità, nel farsi prossimo.

Giorno dopo giorno.

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Bollettino medico

Situazione attuale.

Fa caldo, ma così caldo che ti viene da salutare il focacciaro con Salam alaikum e con la maschera ammiri il pesce scorpione al posto del nasello.

Più che Camogli, Sharm el sheik.

La mezzana, portatrice di ogni magagna familiare, ha la congiuntivite, la dermatite atopica e l’unghia del piede destro malata.

Costa più in farmacia che in ombrellone e lettini.

La piccola manifesta una forma di orticaria su tutta la schiena, le braccia e parte del viso. La guardia medica, intervenuta prontamente, ha escluso che sia una reazione allergica al fratello che le dà il tormento, e per dosare il farmaco l’ha sollevata tra le braccia esclamando “apperò, una falsa magra”.

Io, come Penelope il suo Ulisse, ho aspettato sulla riva che il grande e la mezzana tornassero dal loro giro in canoa, ben oltre l’orario concordato -e pagato.

I due fratelli incoscienti si sono spinti fin oltre il promontorio per fare il bagno vicino agli scogli.

A parte queste irrilevanti faccende, basta il colore dell’acqua e un morso di focaccia al formaggio per tornare a sorridere, in attesa di rientrare a casa, che per qualcuno è già ora di ripartire.

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Gruppo vacanze liguria

“Presto il pullman, corriamo!”

“Signora, ma lei dove deve andare?”

“Vado a Ruta”

“Allora deve scendere, io vado a Recco”

“Ma scusi signor autista ma c’è scritto sull’orario che il venti e trentuno va a Ruta, per questo sono salita. Vede? È affisso lí”

“Mi faccia vedere. Impossibile. Stasera sono in servizio solo io su questa linea e devo andare a Recco”

“Vabbè, aspetterò. Arrivederci”

“Mi faccia un po’ controllare…signora! Torni qui! Sono io il suo pullman!”

“Prego?”

“Cielo che minchiata stavo facendo! Ho guardato la riga sbagliata dell’orario, saltate tutti su presto che vi porto! Meno male che l’ho incontrata!”

Un autista un po’ confuso e con una guida da formula uno ci ha portati sano e salvi e solo un po’ scossi fino a casa, un pomeriggio di snorkeling durante il quale, invece che un branco di pesci, abbiamo visto una famiglia di cinghiali, un elicottero che è atterrato sulle nostre teste per il salvataggio di un escursionista, la piccola che ha perso negli abissi l’orologio nuovo dopo il primo tuffo.

Neanche in vacanza ci si annoia, qui.

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11

Ciao, piccola.

Scrivo mentre sei in acqua con la maschera che ti copre la faccia, dentro la quale abbiamo scoperto che puoi urlare quanto ti pare perché non ti sente nessuno. Te la metteremo anche a casa, sappilo.

Ti scrivo mentre guardi sott’acqua in cerca di pesci, unicorni e tesori. Armata di un costume arancione e della tua inesauribile curiosità, che è un dono per te ma a volte una condanna per me, che non conosco tutte le risposte alle infinite domande.

Tu, che ti sei impostata da sola il parental control sul tablet, che cerchi di aiutare la mamma quando vedi che si sta avvicinando al punto di rottura, che ti fai il letto ogni mattina e niente storie per entrare in doccia, che sei la prima ad alzarti quando vi sveglio e subito, anche prima di fare la pipì, mi abbracci.

Non che sia sempre stato così, eh, perché io non mi dimentico le sceneggiate nelle corsie del supermercato, il moto di rabbia che ti ha fatto aprire la portiera dell’auto mentre stavo guidando quando avevi solo tre anni, le urla per non dormire nel lettino che hanno fatto accorrere pure i vicini, timorosi che ti stessi scuoiando col pelapatate.

Oggi compi undici anni e io ti guardo con un misto di stupore e meraviglia, perché sei diventata più di quanto potevo immaginare. Cresci in grazia e bellezza, si auguravano le fatine sulla culla della bella addormentata. Tu, mia piccola, cresci in irruenza e felicità.

Oggi si festeggia al mare, ché sei figlia dell’estate, e strabuzzerai gli occhi, come fai sempre quando qualcosa è solo per te, davanti alla torta e al regalo.

Buon compleanno piccola, amore grande della tua mamma.

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Solo le prime ventiquattro ore

Il grande che da adolescente inquieto si trasforma in placido anziano appena arrivati in spiaggia, con le parole crociate e infinite partite di scopone scientifico sotto l’ombrellone.

La mezzana che cura la sua pelle con il sole e l’unghia malata con l’acqua di mare, mette il balsamo sui capelli come le ha consigliato l’amica parrucchiera, gioca a carte malvolentieri col fratello e si tuffa tremante e titubante dagli scogli, ché il coraggio è un talento ereditato dalla mamma.

La piccola che trascorre il suo tempo in acqua, dove si tocca e anche no, con la sua maschera total face che le è stata anticipata come regalo di compleanno.

Esce solo per azzannare pezzi di focaccia con le olive, col formaggio, senza niente e probabilmente pure con l’ananas se la facessero.

Io che nuoto, gioco a carte e spalmo crema, mangio la focaccia avanzata e ancora non sono riuscita a leggere una pagina di un libro nuovo.

Per le prime ventiquattro ore di vacanza, possiamo essere soddisfatti.

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