Di ansia in figlia

Le mani sudate, le dita che si attorcigliano nervose e inquiete.

Lo sguardo sfuggente, gli occhi che si posano su tutto senza vedere niente.

I capelli tormentati, un po’ per il caldo, un po’ per l’ansia, la pipì che scappa anche se l’hai appena fatta.

La pancia che si contrae quando stanno per chiamare il tuo nome e tu sei lì, su una sedia marrone nel corridoio della scuola media.

Intanto tua figlia, quella che realmente sta per affrontare la prova orale dell’esame di terza, svolazza serena tra una compagna e l’altra, ride a una battuta, si fa un selfie ricordo con le amiche.

Non ha mostrato cedimenti nemmeno quando è entrata con lo zaino di sempre, il cartellone sul Canada in una mano e la chiavetta col power point contenete tutto il suo sapere nella tasca dei pantaloni.

In macchina, con noncuranza, ha provato a chiedere come fosse scoppiata la prima guerra mondiale -lo so mamma, eh, è solo per sicurezza- e mi ha confermato che sarei entrata a vederla -tu mamma, sei obbligatoria, perché poi mi dici per davvero come è andata.

E a me questa cosa dell’obbligatorietà, che è ancora qualcosa di più della necessità, è piaciuta tanto.

Dopo l’esame è scappata via lieve, leggera e gaudente per andare a mangiare il gelato con le amiche, e io non sono stata più né obbligatoria né necessaria.

E va bene così, mezzana del mio cuore.

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Giallo senape

Ha i capelli neri come Pochaontas, un buffo brillantino sulla narice, le unghie lunghissime dipinte di un importabile giallo senape, che sulle sue mani sembra quasi stare bene.

Sta in cassa, alla pompa di benzina che è anche bar e lavaggio auto, chiede se hai la carta sconto, se paghi col bancomat o contanti. Chissà se le piace, stare lì in mezzo a quel via vai, perché dal benzinaio non ci si ferma mai veramente, si transita senza guardare.

Lei però guarda, e quasi sempre ha qualcosa di bello da dire.

Che collana meravigliosa, le indossa così particolari, cambiato colore di capelli? Quella sfumatura le dona molto. Il trucco leggero la fa sembrare più giovane.

Lo sguardo che accompagna parole buone.

Glielo dico.

“Certo che lei è sempre gentile, con tutti”

“Non è gentilezza, è che mi piacciono le cose belle. E quando le vedo so che bisogna dirlo”

“Bisogna dirlo?”

“Sì, fa star bene me che lo dico e chi lo ascolta. Le cose belle vanno dette sempre”

La gentilezza, una forma profonda di saggezza, a volte si nasconde dietro uno smalto color senape, tra l’olio motore e gli arbre magique alla menta.

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Pronti, forse

La mezzana che dovrebbe studiare per l’orale ormai prossimo, ma scopre di non avere nulla di estivo da mettersi che ancora le vada, e per questo acquista sei paia di pantaloncini di jeans identici, come il guardaroba di Paolino Paperino, perché modello che vince non si cambia.

La piccola si prepara al compleanno, la settimana che verrà, favoleggiando delle faraoniche sorprese che starei pensando per lei. Io che sorrido e cambio argomento, non avendo ancora preso niente né immaginato granché.

Il primogenito non ha ancora smaltito l’euforia post promozione e si sente autorizzato a far tardi la sera per andare da Oscar il panettiere per una brioche notturna, in bici con i suoi amici.

Io che vado al concerto dei miei sogni, con accanto un fidanzato appena atterrato dalla Cina e convinto che siano le due di notte per il jet-lag.

Che aspetto le vacanze con l’ansia della valigia da fare, la pappa del gatto da comprare, i costumi da ritrovare e nei quali rientrare.

La prova costume forse no, ma per il resto siamo preparatissimi.

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I nuovi mostri

“Ma tu lo sai che pensano di potersi sposare? Due uomini, dimmi te. E ieri erano tutti in giro con le chiappe di fuori per Varese che ho dovuto pure fare la coda per andare al centro commerciale. Ai bei tempi queste cose non succedevano, una fiammata e via”

“Minchia ma lo sai che tenere un locale oggi come oggi è impossibile? E il vegano, e il celiaco, e il mussulmano che cazzo mangiati sta mortadella e non rompere i coglioni, un po’ di farina cosa sarà mai che adesso son tutti allergici a qualcosa e a scuola tengono tutti il certificato perché non hanno voglia di studiare”

“Oh, ma guarda a Beppe che sta arrivando con la canoa! Minchia sparagli che qui i porto sono chiusi è finita la pacchia! Forza capitano!”

“Kevin, basta tirare i sassi al cigno che ti morde. Ho detto basta! Guarda che se mi alzo te ne do tante che ti faccio passare la voglia di vivere”

Un caldo pomeriggio di giugno, di domenica, al lago, offre ampi scorci antropologici sull’evoluzione -o forse sarebbe meglio dire involuzione- dell’essere umano.

Perdonaci, Darwin

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Perfetto sconosciuto

Ha fatto un corso per cinque domeniche di fila.

Non che ne avesse bisogno, ma era condizione necessaria e sufficiente per la nomina.

Ha affinato le tecniche di gioco all’aperto e al chiuso, con la pioggia e il sole. È stato addestrato a riconoscere situazioni di rischio e a prevenire conflitti e insubordinazioni.

Ha allenato lo spirito di osservazione e la comunicazione autorevole.

Si è preparato per tutti i possibili scenari, dal più lieto al più infausto.

Ha fatto training autogeno per ritrovare la calma quando troppe voci intorno ti chiamano.

Era già bravo, questo è da dire. La frequentazione di una vita con due sorelle minori lo hanno reso esperto di capricci, risse, lacrime e risate.

La convivenza forzata gli ha insegnato la pazienza, l’antica arte della negoziazione e, come estrema ratio, quella delle mazzate.

Il primogenito per il secondo anno anziché animato è animatore dell’oratorio feriale, come un karma beffardo che ribalta le posizioni.

È paziente, allegro, disponibile e molto amato dai più piccoli.

Insomma, praticamente irriconoscibile.

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Antico proverbio cinese

Il fidanzato smarrito tra Pechino e Shanghai, del quale si hanno notizie frammentate e sporadiche. Forse ha trovato una fascinosa Mulan e ha deciso di trasferirsi nella patria dell’involtino primavera, anche se conoscendolo è più probabile si sia incamminato per i ventunomila cento novantasei chilometri della muraglia cinese.

L’anta dell’armadio di camera mia che si stacca e precipita, la piccola che mette un cartello “attenzione pericolo di morte”

Gli esami della mezzana che cominciano domattina e che sembra sia io a dover sostenere, mentre la ragazza gira per casa con gli occhiali da sole, beve con la cannuccia colorata come fosse a Miami anziché a Malnate.

Ma.

Stamattina mi sono svegliata in una città uguale a ieri anche se un po’ diversa, forse per la nuova Sindaca che amministrerà per i prossimi cinque anni.

Ho finito un libro difficile ma bello, trovato l’idea giusta per un regalo di compleanno.

A volte bisogna cercare piccole forme di sollievo, tanto provvisorie quanto necessarie.

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Lost in giro

“Mother mi vieni a prendere? Sono davanti alla pizzeria ti mando la posizione”

“Si, dammi un quarto d’ora che arrivo, non siete proprio dietro l’angolo”

“Pronto? Non siamo più in pizzeria, ci siamo spostati in gelateria”

“E dov’è la gelateria?”

“Di fianco alla banca”

“E la banca dov’è?

“Vicino alla gelateria, ovvio”

“Mamma mamma mamma! Presto! Mi sono dimenticata che oggi pomeriggio c’è la festa della mia amica G nella sua casa nuova”

“E noi sappiamo dove abita?”

“No, ma me l’hanno spiegato, sarà facile”

Venticinque minuti dopo

“Ma sei sicura? La strada è sterrata e siamo in un bosco. Ma quello che viene in giù è un trattore? Ma perché ti ho ascoltata?”

“Mami dobbiamo andare al bowling per la festa di classe. Sai dov’è?”

“No, non ci sono mai stata”

“È facile, ti guido io: seconda stella a destra, questo è il cammino, e poi dritto fino al mattino”

E questa è stata l’indicazione più precisa della giornata.

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The end

Preparate i palloncini, mettete i cappellini, suonate le trombette.

Tutti in fila per il trenino, ché è tempo di festeggiamenti importanti.

Finalmente, è finita.

La sveglia ha suonato alle sei per duecento giorni più o meno, qualche volta prima per le gite scolastiche, qualche altra un po’ dopo per manifesta stanchezza e dimostrata negligenza.

Per duecento mattine ho svegliato dormienti, scaldato tazze di latte, cercato calzini e quaderni scomparsi, urlato per il caos e il pressappochismo, per i letti sfatti e i pigiami lasciati in giro.

Per un centinaio di giorni ho chiesto il diario che nell’ordine è stato perso, dimenticato a scuola, mangiato dal gatto.

Ho parlato con un numero tendente a infinito di insegnanti, dalle elementari al liceo.

Ho letto millemila messaggi nelle chat ‘quinta a’ ‘terza g’ ‘gruppo catechismo’ ‘gruppo regalo catechista’ ‘gruppo gita roma’ ‘gruppo basket’ ‘gruppo pallavolo’ ‘gruppo ginnastica’ ‘gruppo regali alle rappresentanti’ ‘gruppo abbraccio alle terze’

Ho controllato il registro elettronico più spesso di quanto avrei dovuto, sempre con l’ansia di trovarci un brutto voto.

Per un numero imprecisato di volte, ma tante da far concorrenza a Uber, ho accompagnato qualcuno da qualche parte. Il catechismo al venerdì e alla domenica sera, gli allenamenti di pallavolo, pallacanestro e ginnastica artistica due volte la settimana moltiplicate per tre col resto di due.

Ho trascorso serate ad ascoltare la storia di Carlo Magno, la pesca di salmoni in Canada, la divisione a due cifre e i suoi misteri.

Ho preparato merende, comprato penne cancellabili, mine hb che non andavano mai bene, raccolto pigne per il lavoretto di Natale.

Oggi finisce la scuola e io festeggio il mio personalissimo capodanno, sposto le lancette della sveglia avanti di un’ora e mezza, sul fuso orario estivo.

È finita, anche quest’anno.

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Ciao ciao, quinta

Camicia bianca e jeans.

Una serata lunga, calda, nella palestra della scuola elementare.

Una scenetta dove tu, microfono in mano, diventi la maestra.

Le canzoni che parlano di viaggi, vita, cambiamenti.

L’angolo più lontano dove ti hanno messa a suonare il flauto perché diciamocelo, coltiviamo altri talenti.

La consegna del diploma e il lancio del tocco, che hai voluto riprendessimo col cellulare.

Tante parole e fotografie, a ricordarmi che lì sei entrata coi codini e il grembiule nero, e ora ne esci con la coda alta e lo sguardo fiero.

Tu finisci la scuola elementare e io mi chiedo dove siano finiti questi anni, perché a me sembra ancora di sentirla la tua mano nella mia mentre camminiamo verso il primo giorno e ti saluto dalla finestra, anche se ti viene da piangere.

Oggi da piangere viene a me, perché mi conosci, in queste occasioni si spalancano le porte della commozione e mi lascio travolgere convinta, come sempre, che vivere le emozioni sia il modo migliore per vivere.

E tu di emozioni me ne hai regalate tante, piccola mia.

Sei pronta, zaino in spalla.

Camicia bianca e jeans, si comincia una nuova avventura.

E chi ti ferma, piccoletta.

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L’elfo e la ragazzina

Al supermercato come sempre, tra offerte speciali e fretta, alla ricerca dell’unico prodotto che sembra non esserci.

Con me le figlie, che mettono nel carrello tutto quello che non dovrebbero, mentre io cerco le trofie come fossero il sacro Graal.

Poco distanti da noi, davanti a una distesa di pomodori rossi, una mamma che annusa una piantina di basilico, mentre tiene per mano il suo bambino, un piccolo e biondissimo elfo dagli occhi azzurri.

Lui si guarda intorno, forse pensieroso, forse annoiato. Lo osservo mentre i suoi occhi si posano sulla mezzana. E sul sorriso che gli illumina il viso, scoprendo dei denti non ancora completamente cresciuti.

Con quello scatto felino che trovi solo nei ghepardi o nei bambini piccoli che vogliono qualcosa, l’elfo biondo molla la presa e corre verso la mezzana, e le si butta letteralmente tra le braccia.

Sembra carramba che sorpresa, l’incontro di due innamorati dopo la guerra, il rientro a casa dopo mesi di navigazione.

La mezzana, incredula solo per un attimo, lo cinge a sua volta. Lui appoggia la testa nell’incavo del suo collo e sorride.

La madre è subito lì, sembra allenata a queste fughe improvvise e probabilmente lo è. Si scusa più volte, mi dispiace, lui è così, non voleva dare fastidio.

La mezzana sorride, lo stringe ancora un po’ e gli chiede come si chiama.

Una ragazza alta con la coda e qualche brufolo sulla fronte, un bambino sdentato e sorridente che si abbracciano nelle corsie di un supermercato.

La bellezza a volte è proprio a portata di mano.

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