Non puoi capire

“Mami mami mami vieni qui e abbracciami fortissimo che dopo parliamo anzi parliamo mentre ci abbracciamo perché mi sei mancata ma solo un minuto la prima sera perché ero stanca che non puoi capire quanto e mi faceva male la pancia e poi mi sono addormentata e non c’è stato più tempo per mancarsi (respiro)

è stato bellissimo mami sai che sono entrata nel Colosseo e non puoi capire l’emozione forte che ho provato e c’era tanta gente ma per un momento mi sono sentita solo io con tutta quella storia (respiro lei, lacrime io)e una signora cinese mi ha fatto tantissime foto e poi la fontana di Trevi aveva l’acqua pulitissima e io avrei voluto entrarci e camminare dentro ma non si poteva però ho lanciato la moneta e ho espresso il desiderio ma la carbonara alla sera in albergo non ce l’hanno mica data e ho camminato tanto mami, ma tanto che non puoi capire (respiro veloce) e sai che il Pantheon è rotondo che chissà come hanno fatto a farlo perché io non riesco neanche a disegnare un cerchio e poi ho visto un quadro di Michelangelo in un museo e non volevo smettere di guardare perché è come quando sei ipnotizzata e c’era Dio e aveva due libri uno di buono e uno di cattivi e io ho pensato in quale libro sarei stata e allora poi vi ho comprato dei regalini alla bancarella (respirone) per me mi sono presa uno zaino nuovo per il prossimo viaggio.

Ma adesso abbracciami, mami”

Bentornata, piccola esploratrice.

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Vacanze romane

C’era già stata due volte, una ancora in passeggino. Era più piccola pur essendo la piccola, non conservava ricordo alcuno se non quello di un museo fatto su misura per bambini.

È partita con un tempo da lupi, come il suo appetito, promettendo di mangiare solo carbonara in onore alle tradizioni delle città.

Non si hanno notizie ufficiali da due giorni, se non foto e video sull’immancabile gruppo quinta A. La mezzana mi aiuta a decifrare le espressioni nelle rare immagini della sorella “qui si sta divertendo”, “qui no”, “qui è stravolta guarda i capelli”

Io non lo so, ma penso che la piccola, laggiù a Roma con la pettorina blu della scuola elementare Battisti, stia benissimo.

Armata solo della sua curiosità e dell’immancabile macchina fotografica, sta toccando con mano la storia che ha studiato in questi mesi.

Invidiata dai fratelli maggiori che mai hanno vissuto con la scuola esperienze simili, si gode tre giorni con i suoi compagni, viaggi su treni veloci e passeggiate per le vie del centro.

Con un livello di euforia ed energia che illuminerebbe a giorno una piccola città, scopre la capitale e il suo monumento preferito, il Colosseo.

Alla partenza, quando la mamma per l’emozione ha perso le chiavi della macchina, ha promesso di raccontare tutto e so che lo farà, prendendo fiato e senza punteggiatura, ché le virgole sono un intralcio quando l’urgenza è raccontare.

Non vedo l’ora di ascoltare.

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Come a Rio

La mezzana sta in casa, da sola per il breve periodo degli accompagnamenti dei fratelli, chiusa a chiave a doppia mandata. Sulle orecchie le enormi cuffie rubate al primogenito con la musica a tutto volume. Sua madre si fa sanguinare le nocche a furia di bussare alla porta nella vana impresa di riuscire a entrare.

La piccola millanta imprese da imprenditrice perché smercia merende durante l’intervallo a scuola. Il business è semplice ma geniale. Lei estrae dalla cartella una merenda molto ambita e la cede, divisa in parti, in cambio si schifezze d’ogni genere e sorta.

Il primogenito accetta inviti per vedere partite, mangiare fuori, andare alla festa di una scuola che non è nemmeno la sua. Ormai anche il gatto ha compreso il significato dell’originalissima “questa casa non è un albergo” (la risposta una volta è stata ‘beh certo, sarebbe più pulita’)

In mezzo a questo, io riprendo la macchina nel parcheggio del supermercato, sbuffo nel togliere dei volantini dal parabrezza -ma quando ce li hanno messi- mi infurio quando scopro una gigantesca ammaccatura sul paraurti, mi accorgo che la macchina non si apre perché non è la mia.

A chi importa del venerdì diciassette, quando la quotidianità è tutto questo carnevale di Rio.

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Qual è il tuo super potere?

Dopo anni e anni di pratica nel ruolo di madre, mamma o Mother che dir si voglia, sono fiera di raccontare che ho sviluppato delle tecniche di sopravvivenza da far invidia a Rambo.

Fingersi morta la notte quando qualcuno chiama, bruciare i disegni dell’asilo nel camino senza che nessuno se ne accorga, nascondere gli spinaci nel risotto spacciandoli per pesto.

Ma in assoluto il super potere di cui vado più fiera è la capacità di ascoltare senza sentire nulla.

Ho cominciato quando erano piccoli e si rivolgevano a me come fossi l’unica persona sulla faccia della terra, raccontandomi l’ultimo episodio di Dora l’esploratrice, che una formica stava passeggiando sul davanzale e -che Freud mi perdoni- i sogni, ogni mattina.

Ormai sono cresciuti, selezionano meglio le informazioni da condividere, parlano anche con tante altre persone e spesso dicono cose molto interessanti.

Tuttavia, ogni tanto, qualcuno parla e il mio cervello vaga, nonostante sembri attenta.

Ieri, in macchina.

“Allora va bene, mamma?”

“Come?”

“Ti ho chiesto se sei d’accordo”

“Uh, sì, sono d’accordo”

“Bene! Allora andiamo subito! Che aspettiamo?”

“Andiamo dove?”

“A comprare il cellulare nuovo per me! Hai detto va bene”

“Sì, ehm…in realtà intendevo dire…”

“Mamma! Non è che per caso facevi finta di ascoltare, come al solito?”

E niente.

Vado a spolverare i miei super poteri.

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Ma che bella festa

La festa della mamma è una giornata tradizionalmente pregna di grandi soddisfazioni.

La mia è cominciata con un laconico messaggio del primogenito su whatsapp “auguri, Blo”. Quando gli ho fatto notare che avrebbe potuto sforzarsi un po’ di più, oltre a due parole, una virgola e premere invio ha risposto “è nelle cose semplici che si nascondono grandi verità”

Il premio paraculaggine non glielo toglie nessuno quest’anno, e nemmeno quattro mazzate.

La piccola si è presentata con un bel cartoncino rosso pieno di cuori, dietro al quale si celava, vergato di suo pugno, un testo dal titolo “la mia mamma”.

Quando un bambino di quinta elementare incontra il testo descrittivo, lo dico per esperienza, il genitore deve tremare.

Le prime cinque righe mi descrivono bassa, tozza e rugosa, praticamente il Maestro Oogway di kung fu panda, la tartaruga centenaria.

Con le forbici della sua sincerità la piccola ha fatto a brandelli quel che restava della mia autostima, già provata dalle descrizioni impietose dei suoi fratelli negli anni precedenti.

C’è da dire che con il resto, più uno spettacolare “sorride sempre, e quando lo fa sembra sorridere tutto il mondo” ha riguadagnato la sua posizione nell’asse ereditario.

La mezzana è stata la prima, con tanti bacetti e cuoricini via messaggio, per poi precisare che le feste commerciali vanno boicottate e mamma, ti facevo superiore a certe cose.

Me ne ricorderò, alla prossima festività.

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12 maggio

Io sono Mother, mamma, mami.

Sono quella che ogni mattina che il Signore manda i terra dice buongiorno, ricevendo in cambio grugniti assonnati, e che ogni sera dà la buonanotte con una filastrocca buffa inventata anni orsono è che ormai è diventata un vizio, come il fumo o lo shopping compulsivo, come un mantra da non dimenticare.

Sono quella che guarda tutorial su internet per imparare a fare le polpette buone, la pizza alta, la torta soffice, e che poi compra i quattro salti in padella per fare prima o perché qualcosa è bruciato.

Sono quella che proibisce, redarguisce, vigila e osserva, e che a volte chiude un occhio o anche due perché va bene così, o forse sei troppo stanca per mantenere la coerenza e loro, i figli, lo sanno e ne approfittano.

Sono quella che massaggia schiene, spazzola nodi, asciuga lacrime. Che ripassa il teorema di Pitagora di nascosto per aiutare una figlia nei compiti, e fa le equivalenze online perché non si ricorda più da che parte si comincia.

Sono quella che dà consigli non richiesti, tiene comizi noiosi che nessuno ascolta, educa con quello che c’è in casa come quando vuoi fare la torta ma non hai il burro e le uova sono scadute ma tu cambi la ricetta, ché magari viene buona lo stesso.

Sono quella che insegna e impara, sussurra dolcemente e urla come un’erinni, comprensiva e paziente un momento e sfuggente e impaziente quello dopo.

Sono Mother, mamma, mami e chissà quante altre declinazioni di me si inventeranno, e lo sono in modo tragicamente imperfetto, fortunatamente unico.

Oggi festeggio questa alternanza, la mia ambivalenza, la nostra fatica, la felicità delle piccole cose.

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Piccoli malumori

La piccola, si sa, è creatura dinamica e mutevole, vuoi per età, vuoi per indole e inclinazione.

Attenta osservatrice delle dinamiche relazionali intorno a lei -in poche parole spiona, proprio come sua madre- è attenta ai dettagli e alle virgole, che sposta a suo piacimento e quando più le fa comodo.

In questo periodo i suoi leggendari malumori sono rivolti a tre macro categorie: la sorella maggiore, le prove Invalsi, la gita scolastica.

L’ignara sorella è rea non confessa di abbandono e trascuratezza. Secondo la piccola non passa abbastanza tempo con lei, non l’abbraccia a sufficienza e soprattutto sta sempre al cellulare in video chat con le sue amiche e compagne. La piccola, come un marito geloso, reclama a gran voce la sua dose di attenzioni fraterne.

Le prove Invalsi, in modo particolare quelle di matematica, stanno ammorbando le nostre giornate.

La critica spietata parte dalla classe, passando per i dirigenti, per arrivare al Ministero della pubblica Istruzione è più in generale al globo terraqueo.

Perché la piccola è così, va per gradi ma non risparmia nessuno.

L’attesa per la gita scolastica, consueto momento di gaudio e tripudio che quest’anno prevede tre giorni lontano da casa, è funestata dalle indicazioni scritte sul vademecum che le maestre ci hanno fornito.

Dopo le indicazioni sul numero di mutande necessarie per affrontare al meglio la capitale, viene specificato di “non dare cibo aggiunto, poiché sarebbe relegato a ‘banchetti notturni’ non controllabili”.

La fanciulla non ha fatto mistero della sua indignazione: che ci vai a fare in gita se di notte non puoi raccontarti storie dell’orrore sfondandoti di Pringels e barrette di Mars.

E, diciamolo solo fra noi, su questo ha assolutamente ragione.

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Meglio una gallina domani

Apri il frigo e prendi la confezione delle uova, che per qualche oscuro motivo si apre facendone precipitare in terra otto, delle quali due sul gatto che sta consumando il suo pasto, ignaro.

Lo guardi mentre terrorizzato e impanato come una cotoletta corre verso il divano e tu cerchi di afferrarlo prima che sia troppo tardi ma calpesti la frittata che si è creata sul pavimento.

Nel frattempo il gatto è passato dal divano alla tenda e cerca di leccarsi via il tuorlo dalle orecchie.

Suona il campanello mentre stai cercando di ripulirti e quando arrivi alla porta lui, il perfido corriere, se ne è già andato alla velocità di Beep beep, e tu rimani sulla soglia come Willy il coyote con la ricevuta per andare a ritirare il pacco che aspettavi, in un deposito dall’altra parte della città.

Il trillo di un messaggio interrompe i tuoi pensieri mortiferi, non sai più dove è il gatto e apprendi da whatsapp che il primogenito ha preso quattro e mezzo nella verifica di inglese ma tranqui Mother, qualcuno ha preso anche tre.

Cerchi un fazzoletto nella borsa e recuperi invece un foglio stropicciato, la lista della spesa che ha scritto la mezzana per il pranzo al sacco della gita di domani.

Devi aver capito male, staranno via settimane, altrimenti non si spiega.

Accogli la piccola che rientra a pranzo con indosso il peggiore dei suoi malumori e tu maledici la scuola elementare, l’Invalsi, il ministero della pubblica istruzione intero.

La mezzana chiede perché il pavimento della cucina sia appiccicoso e vuole cucinarsi due uova perché non le piacciono le polpette.

Tu valuti la possibilità di ricominciare a fumare o cominciare a bere.

Poi scopri che non lontano da casa hanno aperto un Canapa shop.

Meno male che non c’era parcheggio.

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Tredici

Tre tredicenni entrarono a Trento tutte e tre trotterellando.

Ah, no, non erano loro, anche se avrebbero sicuramente fatto più casino dei trentatré trentini.

La mezzana e due sue compagne di squadra nonché amiche e coetanee hanno organizzato un pigiama party a casa mia.

Dopo aver divorato una pizza famiglia metà margherita e metà würstel e patatine, un must irrinunciabile per gli adolescenti di tutto il mondo, non paghe, hanno saccheggiato la dispensa in cerca di merendine, patatine e pure i resti appiccicosi di Halloween.

Pop corn stantii sono stati rinvenuti la mattina sotto il letto e nelle orecchie del gatto.

Ma il metabolismo veloce -è cosa nota- è dono degli dei o delle tredicenni.

Prima di andare a letto non si sono fatte mancare una serie di addominali, ché non si sa mai.

Per mantenere intatta la loro naturale bellezza di sono spalmate sul viso una maschera nera purificante, una rosa idratante e una verde astringente.

Per ripulirsi hanno usato il mio pacco convenienza fino all’ultima salviettina.

In camera si sono dedicate allo stalkeraggio professionale dei profili Instagram di compagni di scuola e celebrità.

Alle tre e mezza del mattino sono state zittite senza possibilità di replica da una madre che non ha più l’età, il fisico o la pazienza di reggere la mancanza di sonno.

La mattina si sono alzate subito, hanno infilato pantaloncini e canotta e accompagnate da un vento polare sono andate a giocare una partita di pallavolo. Hanno persino vinto.

Io mi sono stancata anche solo a guardarle.

I tredici anni, come la taglia quarantadue, non mi entrano più.

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Al concerto

Io che ti ho fatto assaggiare la mela, la crema di riso mais e tapioca, la pasta col pomodoro e la pizza.

Che mi ricordo la tua espressione dopo aver provato il limone. Che ero lì quando hai toccato la neve la prima volta e hai appoggiato i piedi -che ancora erano piccoli e tutti da mordere- sulla sabbia in spiaggia, ritraendoli subito dopo.

Quando sei salita su un aereo, una nave, persino dentro un sommergibile.

Quando hai visto una giraffa da vicino e accarezzato un delfino.

E quello che mi piace di più è farti assaggiare emozioni.

Di prime volte ne ho viste tante e so che da adesso in poi ne vedrò sempre meno, perché anche se ti piace stare comoda e appollaiata, so che hai ali forti pronte per spiccare il volo.

Mi piace condividere le emozioni insieme, perché è l’unico luogo dove non esiste la mamma o la figlia, c’è invece la commozione, la gioia, l’euforia e si può stare sedute accanto, non devo stare un passo più avanti per guidarti o attenderti.

L’emozione è singolare, ma se a cantarla sono più di diecimila fa da cassa di risonanza nell’anima.

Perché uscire da un grande concerto senza voce è un buon inizio per trovarti con parole nuove.

E come ha detto lui, che tanto t’è piaciuto, ce n’è bellezza, guarda bene, anche se a volte non si fa vedere.

Ascoltalo.

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