E anche l’ultima è andata

Anche se ti sei svegliata con un grosso brufolo sulla fronte, che abbiamo provato a camuffare con l’abile intervento della make up artist mamma.

Anche se eri emozionata dal giorno prima, scontrosa, irritabile e decisamente poco spirituale.

Anche se il tuo look colorato non era forse perfetto per l’occasione, ma di sicuro era perfetto per te, che sei colorata dentro, e sei arrivata all’altare fiera e sorridente, con la tua adorata Carlotta al fianco. Anche se la tua madrina era forse più emozionata di te.

Anche se mi sento sempre in bilico tra religiosità e coerenza, ma sono tranquilla perché tu invece mi sembri in perfetto equilibrio.

Anche se dopo tre battesimi e tre comunioni, alla terza cresima cominci a non poterne più di bomboniere, palloncini, torte e confetti.

Anche se alla fine è così intensa l’emozione di quel faccino, che pure col brufolo sulla fronte rimane per me il più bello.

Siamo stati circondati da tanto amore in questa giornata, e ha ragione la tua madrina quando ti scrive che la felicità è un percorso, non una destinazione.

Il cielo ieri era di un azzurro carico di promesse.

Cercheremo di mantenerle tutte, piccola.

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Rina

Lei ha gli occhi tra il verde e l’azzurro, come il mare che circonda l’isola in cui è nata e della quale sente la mancanza.

È minuta ed esile, un concentrato di energia inaspettata a un primo sguardo.

E non è l’unica cosa che ti sorprende, quando la conosci.

È il contrasto, forte come la sua terra, tra dolcezza e asperità, silenzi e grida, comprensione e intolleranza.

Per trent’anni ha lavorato con i ragazzi, sempre diversi, sempre difficili.

È andata ben oltre il suo ruolo, confortandoli con la bontà della sua cucina e la tenerezza delle sue parole, li ha ripresi e sgridati come fossero tutti un po’ figli suoi.

Con gli adulti ha fatto lo stesso, e forse per questo ha raccolto stima, rispetto e amicizia.

Oggi ha cucinato ufficialmente per l’ultima volta, perché la pensione a quanto pare esiste e non è solo una leggenda metropolitana.

Ieri si è commossa, e ce n’è voluto, davanti ai colleghi e a un tavolo di cose buone da mangiare, forse per la prima volta ha faticato a trovare le parole.

Sappiamo che tornerà presto per portarci il pane e le lasagne che sa fare così bene, per sgridarci e sorriderci, come ha sempre fatto.

È bello lavorare se si incontrano persone come te, Rina.

Tutta vita, adesso.

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Chi viene e chi va

C’è gran via vai, in questo porto di mare che risponde al nome di casa.

Il giovane americano è atterrato laggiù oltre oceano, lasciando in ricordo un paio di scarpe nere, lucide e stringate numero quarantotto e mezzo, che un’amica ha giustamente definito “da bara”.

Siamo indecisi se rispedirgliele a casa, farle indossare al primogenito per la cresima della piccola -opportunamente riempite di cotone- o metterle in terrazzo e piantarci dei gerani.

La mezzana è tornata dal torneo in tempo per la finalissima e con le sue amiche ha fatto un tifo esagerato per la squadra americana, anche se non sa precisamente quanti giocatori scendano in campo né quale siano le regole del gioco.

Il primogenito è nel cuore turistico della Romagna da un paio di giorni, impegnato ad arbitrare un importante torneo di pallacanestro.

A sentire lui sta raccogliendo cotone in catene, perché comincia la mattina presto e finisce la sera tardi, il mare lo vede solo dalla finestra della sua stanza e il costume da bagno è servito solo per riempire il trolley.

La piccola è raffreddata, cosa che non desterebbe preoccupazione alcuna, non fosse che siamo a meno tre giorni dalla cresima. Mi segue starnutendo, come un paperotto appena uscito dal guscio e chiama “mamma” con una media tendente a infinito.

Torneremo alla normalità, qualunque cosa voglia dire.

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Ritorni

È scesa dal pullman con un grande chignon sulla testa, qualche ciuffo disordinato sugli occhi, il borsone a tracolla.

La voce rauca per il tanto incitare in campo e cantare in viaggio, il sorriso di sempre, forse un po’ più luminoso.

Gli abbracci alle compagne di squadra, quelli che solo le femmine amiche sanno darsi, che sembrano non lasciarsi mai e sprofondano una nell’altra, così diverse dalle pacche sulle spalle dei maschi.

È salita in macchina è ha detto “è stato bellissimo”, ripetendolo più e più volte durante il racconto di questi giorni lontana da casa, ma forse non c’è altra espressione, se davvero è stato tutto bellissimo.

Camminare sul mare e raccontarsi, sdraiarsi in silenzio e prendere il sole, poco perché hai la pelle chiara e ti bruci, perdersi con la tua amica per le stradine e correre indietro prima che l’allenatrice se ne accorga.

Mangiare le gocciole che ti sei portata da casa, la notte, in camera, mentre sei al telefono con quel ragazzino tanto carino che viene da Firenze, e come te partecipa al torneo, che ti trova simpatica e guarda un po’, anche tu lo trovi simpatico.

Vincere la finale e salutare tutti, promettere di rivedersi, guarda caso proprio a Firenze.

La mezzana è scesa dal pullman e c’era un tramonto viola, mi veniva anche un po’ da piangere.

Perché a tredici anni e mezzo puoi essere ciò che vuoi: anche immensamente felice.

Buona Pasqua, a tutti

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Chanche

È imperscrutabile, sorride poco e parla ancora meno.

A tavola legge le chat di Instagram e io vorrei dirgli che non è cosa né buona né giusta, ma il primogenito dice che in America si usa così e allora taccio, anche se a malincuore.

Non mangia nulla di quello che gli preparo, pare che la mia fama di ottima cuoca sia giunta oltreoceano. A mia discolpa posso dire che non ha voluto toccare nemmeno affettati e formaggio.

Ha sviluppato una insana passione per i biscotti orociock, che ha assaggiato qui per la prima volta. Ne tiene una scatola sul comodino e dei pacchetti sparsi nel borsone.

Le sue scarpe numero quarantotto e mezzo aspettano fuori dalla porta, e ieri ci ha trovato due lucertole omaggio del piccolo gatto. Ci sarebbe stata anche un’iguana, considerata la grandezza.

Soffre di improvvise narcolessie, forse per il jet lag, forse per l’età, fatto sta che di pomeriggio non siamo riusciti a svegliarlo neanche con le urla della piccola.

Gioca a pallacanestro come un campione e da grande vuole entrare nell’esercito, laggiù in Ohio.

Noi speriamo che diventi un giocatore famoso di NBA, per dire che è stato a casa nostra e rivendere su ebay i palloni che ci stiamo facendo autografare.

Insomma, ci portiamo avanti.

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Welcome

L’è proprio un gran bel fioeu, come direbbe mia nonna.

Il suo nome significa opportunità, e la mezzana ne ha viste parecchie nei cinque minuti di conoscenza prima di essere spedita in convento.

È alto, molto alto, mediamente scuro di pelle e viene da una famiglia assai numerosa, tanto da non scomporsi minimamente davanti al caos generato dalla nostra casalinga moltitudine.

Lo aspettavamo per pranzo, ma deve essere stato avvisato delle mie scarse virtù culinarie perché si è presentato con un sacchetto di McDonald in una mano e la valigia nell’altra.

La nostra fluente padronanza di google traduttore ci ha consentito di chiedergli qualunque cosa, peccato non capire le risposte. Le questioni fondamentali sono state affrontate subito, come la password per la connessione wi fi.

C’è da dire che lui per il momento non parla molto, forse frastornato dal viaggio, dalla mezzana che cerca di fargli foto di nascosto per mostrarlo alle sue amiche e la piccola che con un inglese tutto suo gli chiede se voglia un lecca lecca, una fetta di pizza, una porzione di lasagna.

Non si separa dal suo cellulare, forse per chiamare aiuto in caso di bisogno o forse perché, anche se americano, resta pur sempre un adolescente.

A fianco del primogenito mette paura, perché è alto abbastanza da essere la sua custodia.

Chissà che gli danno da mangiare, laggiù in Ohio.

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Come in una favola

“Mamma, mi manderai delle foto?”

“No”

“Video?”

“Nemmeno”

“Ma devo farlo vedere alle mie amiche! Abbiamo stalkerato il suo profilo Instagram e lo vogliono conoscere”

“Adesso basta e prepara la borsa, su”

“Uffa, perché io non ci devo essere quando succede qualcosa di bello in questa casa?”

“Qualcosa o qualcuno? Comunque sei in partenza con la tua squadra, andate al mare, giocate a pallavolo e state senza genitori. Il paradiso per te, o sbaglio?”

“Beh, sì, però anche voi non starete male qui. Però quando torno lo vedo! Abbiamo due giorni ancora prima che parta per vivere sotto lo stesso tetto!”

“Tu no. Vai dalla nonna quei due giorni. Rinchiusa in una torre, possibilmente. Fatti crescere i capelli, con Rapunzel ha funzionato”

“Mamma, sei perfida”

Domani sarà giorno di arrivi e partenze, in questo circo Barnum che è diventato casa mia. Parte la mezzana, per la consueta trasferta con la pallavolo, e arriva lui, l’ospite, dal lontano Ohio, col suo metro e novantotto, i capelli afro e la passione della pallacanestro.

Si fermerà a casa nostra il tempo necessario a giocare e probabilmente vincere il torneo pasquale delle Giovani leggende.

La mezzana e le sue amiche hanno già avuto modo di osservarlo e analizzarlo sul suo profilo Instagram.

La torre è quasi pronta, comunque.

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Cantami, o Diva

L’inizio non è stato del tutto promettente, questo va detto.

Certo, l’aula magna era piena e i partecipanti carichi di energia, come si confà a un nutrito gruppetto di decenni della quinta elementare.

Certo, la poesia è un’arte nobile e alta, e a volte si fa un po’ fatica a calarla nel quotidiano.

Certo che però ci siamo messi tutti di impegno, ascoltando per quasi un’ora l’appassionata descrizione della storia dei poeti, accompagnate da citazioni leggendarie come Baudelaire coi Fiori del male, Dante con il suo inferno, Ulisse e il suo peregrinare perché sì, anche un sabato pomeriggio di aprile è buono per chiedersi se sia più importante la meta o il viaggio.

Certo, siamo stati buoni anche se un po’ impazienti quando tutti i componenti della giuria, tutti e sei, uno per uno, hanno letto una delle loro opere. Ci siamo chiesti un po’ infastiditi come mai fossero solo uomini, ché la poesia è pure femmina, a voler ben guardare.

Certo, è valsa la pena anche l’ascolto della poesia in napoletano, un capolavoro sulla fiducia, non avendone purtroppo capito neanche una parola.

Perché dopo gli applausi dovuti è arrivato finalmente il momento della premiazione, preceduto dall’ingresso della busta come in ogni competizione che si rispetti.

E la prima ad essere chiamata, insieme alla sua compagna, amica e coautrice è stata proprio lei, la piccola poetessa di casa.

Che si è alzata di scatto quando ha sentito pronunciare il suo nome -storpiato, ma siamo abituati- come Leonardo di Caprio la sera dell’Oscar, mani sul viso, incredulità negli occhi.

È salita sul palco rapida e sicura, ha stretto la mano al presidente della giuria e ai giudici tutti, ha ricevuto trionfante il buono Coop da cinquanta euro di premio.

Dono che, appena uscite dall’aula magna, le due vincitrici si sono precipitate a spendere, acquistando ogni genere di schifezza ipercalorica per festeggiare a scuola, insieme ai compagni, l’inaspettata vittoria.

Brave, bravissime, piccole poetesse.

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B-day

Mi piace cantare Calcutta in macchina con le bambine, e fare il coro tutte insieme su “volevo solo scomparire in un abbraccio”

Io che quest’anno ho imparato a impastare la pizza e a fare le polpette, che amo pescare storie e parole come quando si cercano le calze colorate nei cestini dei negozi.

Che se cominciassi a chiedermi come faccio a tenere tutto insieme rischierei di non esserne più capace, come il millepiedi a cui domandano come faccia a muovere insieme tutte le zampe.

Io che ho bisogno di trovare un punto da fissare per stare in equilibrio, come una ballerina mentre fa i giri sulle punte, o degli occhi da guardare, come quando si parla in pubblico davanti a tanta gente.

Io che bramo un pomeriggio di pioggia sul divano e ardo per una notte tra lenzuola senza briciole e nessuno che mi chiami per la sete, gli incubi o il male di vivere.

Io che faccio sempre almeno due cose insieme sull’altare del multitasking, guido e parlo con lunghe telefonate, origlio le conversazioni degli altri mentre faccio la spesa, ascolto musica mentre leggo, cucino e cerco di non bruciare nulla.

Io che speso sono fuori sincrono, come il primo applauso a teatro quando gli altri sono fermi, troppo in anticipo o irrimediabilmente in ritardo.

Io, che fino a ieri avevo quarantaquattro anni, come i gatti, e oggi non so come mai son diventati quarantacinque.

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Primogenito’s got talent

“Mother, non puoi capire che cosa è successo oggi a scuola”

“Ma lo sai che questa frase mi terrorizza più di ‘patente e libretto’ detto da un carabiniere col mitra?”

“Su su, non essere ironica. Allora. Terza ora. Deve arrivare il professore di fisica, ma non c’è. Lui è sempre puntualissimo capisci? Praticamente vive appostato dietro la porta. Comunque, niente, se non entra vuol dire che non c’è”

“Ah, tutto qui? Per una volta mi sono preoccupata per niente”

“Ma non è mica finita, eh? Ho avuto un colpo di genio. Mi sono messo gli occhiali di un mio compagno, che sono uguali a quelli del prof, e mi sono seduto alla cattedra col libro aperto proprio come fa lui. Poi, con la erre moscia come la sua, sono andato alla lavagna e ho cominciato a scrivere delle formule assurde e nessuno capiva niente proprio come a lezione”

“Vabbè, non proprio il massimo della vita ma posso sopportarlo”

“No! Il meglio deve ancora venire! Mentre ero lì col gesso in mano e gli occhiali del mio compagno il professore è entrato!”

“E ti ha beccato?”

“No, e qui sta il bello: mi sono praticamente volatilizzato, tornato al mio posto più veloce di un Avanger. Ho proprio un talento”

Altro che liceo e università.

La prossima iscrizione sarà a Italia’s got talent.

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