Mi han detto che ti piacciono i ragazzi col ciuffo

I riti di passaggio sono belli, importanti, necessari.

Sullo stesso palco dove aveva salutato la quinta elementare, la mezzana coi capelli lisci ha celebrato un altro importante traguardo scolastico.

Con l’abbraccio alle terze tutte le sezioni, dalla a alla g, hanno dato il proprio personale contributo.

Hanno cantato, ballato, letto poesie, volteggiando nei vestiti leggeri, ché ormai fa caldo e senti la brezza vicina mentre stai crescendo.

Mentre foto e canzoni scorrevano sullo schermo,si sono detti che sì, ci sono ancora gli esami ma è finita, resteremo amici sempre, anche quando il prossimo anno saremo divisi in scuole diverse, grazie prof, ti abbiamo fatto disperare ma non ti sei arreso.

Al termine delle esibizioni i genitori se ne sono andati, lasciando che proseguissero la festa nel campetto di fronte la scuola, trasformato in discoteca per l’occasione.

Con i jeans di sempre e la maglietta a righe la fanciulla è stata vista spesso accanto a un ragazzino alto col ciuffo sugli occhi.

A me sembravano molto prossimi, ma la piccola ha detto che mi stavo immaginando tutto.

La vita non è uno scherzo, prendila sul serio, ha letto dal palco una ragazzina con le trecce, citando perfino Nazim Hikmet.

E voi prendetela sul serio, ma con quel sorriso sulla faccia, che hai a tredici anni o quando sei innamorato.

Oppure tutte e due.

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Adolescenzaland

Il primogenito è un piacere di figlio, giusto appena appena intriso di una vena contestatoria.

Alla voce “polemica” c’è la sua foto, sul dizionario.

Questiona su ogni genere di argomento, dal più futile al più serio, con saccenza e tracotanza, come se insieme a quattro peli sul mento gli fosse cresciuta anche la Suprema conoscenza.

Sosterrebbe pure che la terra è piatta, pur di contraddirmi, se la sua formazione scientifica non glielo impedisse (che i terrapiattisti siano tutti adolescenti?)

La sua musica è la migliore, le sue scelte insindacabili, i suoi look inguardabili -ma per lui inappuntabili.

Altro che muta, ma quale evoluzione, a quel paese la metamorfosi. Qui l’unica spiegazione è lo scambio di persona, il rapimento alieno.

All’inizio è stato difficile, ma quanto meno la possessione era episodica, alternata a momenti di quiete. Un po’ come il travaglio, tra una contrazione e l’altra, per fare un parallelo con un’altra esperienza dolorosa.

Qui la vita è cambiata come da Disney Channel a Youporn, probabilmente non solo in senso figurato.

Ho capito che l’adolescenza è un tiro alla fune e io dovrei tenere salda la corda con la mia fermezza pedagogica, ma a volte vorrei lasciarla di colpo per vederlo finire a gambe all’aria, quando gli prende quell’insostenibile urgenza di replica, quell’inesprimibile bisogno di contestarmi.

Poi mi ricordo che adolescente sono stata anche io, e allora non mollo.

Io mi vestivo meglio, però.

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Piccoli Harry Potter crescono

“Ma cos’è questo casino? Chi grida così?”

“No Mother, sto guardando il video dell’intervallo che abbiamo fatto a scuola”

“Scuola? Ma sembra lo zoo! Sono certa di aver sentito una scimmia”

“Ah sì, è G, il mio compagno: aveva perso a Fortnite”

“Ma scusa, si gioca a Fortnite a scuola?”

“Certo, ma nell’ora di informatica, è pertinente”

“Pertinente”

“Già. Netflix invece lo guardiamo nelle ore di italiano. Sai le storie, la narrazione…”

“Cosa?!?”

“Ma scherzo Mother! Su, non fare quella faccia. Comunque non ci hanno beccato a fare casino, perché c’era F. che faceva la sentinella alla porta e ha dato il segnale quando ha visto il prof in fondo al corridoio”

“Il segnale?”

“Sì, un battito di mani la bidella, due per il prof”

Il primogenito frequenta la seconda liceo scientifico di un istituto rinomato per serietà e preparazione.

La sua classe è un coacervo di stupidera e follia.

Sto valutando di spostarlo a Hogwarts per l’anno prossimo.

Meglio combattere Lord Voldemort che fare il palo in corridoio.

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Quel gran genio del mio amico

La piccola in macchina, che ascolta i Queen e canta Don’t stop me now a squarciagola, mentre ci dirigiamo al saggio di ginnastica artistica e fuori infuria la bufera. Ha un paio di codini alti che la fanno somigliare a un cocker e la concentrazione dell’atleta prima della gara.

Una palestra gremita, delle parole dette a un microfono “sappiamo che c’è un’età di rischio, anche nello sport. Sappiamo che dai tredici ai quindici anni è più alta la probabilità che i ragazzi abbandonino, e noi facciamo il possibile perché ai nostri ragazzi non accada. Li abbiamo in mente, li vediamo, li ascoltiamo”

Il pensiero che se tutte le agenzie educative funzionassero come una palestra puzzolente questo mondo sarebbe migliore.

Il grande che studia matematica, perché al liceo va così, non è finita finché non è finita, e una verifica dell’ultimo minuto può ribaltare le sorti di un anno intero.

La mezzana si cura il piede malato, si interessa col suo modo un po’ raffazzonato di ecologia e ambiente, viene al cinema a vedere un film che dovrebbe essere per piccoli ma alla fine piace a tutti, forse perché un genio servirebbe, anche senza lampada.

Io vado a votare con la mia vicina amica, compro libri che non avrò il tempo di leggere, provo a immaginare questa estate che sarà, come sempre, un colorito via vai.

Vado a strofinare il vaso dell’Ikea, chissà mai ne esca qualcosa.

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Non puoi capire

“Mami mami mami vieni qui e abbracciami fortissimo che dopo parliamo anzi parliamo mentre ci abbracciamo perché mi sei mancata ma solo un minuto la prima sera perché ero stanca che non puoi capire quanto e mi faceva male la pancia e poi mi sono addormentata e non c’è stato più tempo per mancarsi (respiro)

è stato bellissimo mami sai che sono entrata nel Colosseo e non puoi capire l’emozione forte che ho provato e c’era tanta gente ma per un momento mi sono sentita solo io con tutta quella storia (respiro lei, lacrime io)e una signora cinese mi ha fatto tantissime foto e poi la fontana di Trevi aveva l’acqua pulitissima e io avrei voluto entrarci e camminare dentro ma non si poteva però ho lanciato la moneta e ho espresso il desiderio ma la carbonara alla sera in albergo non ce l’hanno mica data e ho camminato tanto mami, ma tanto che non puoi capire (respiro veloce) e sai che il Pantheon è rotondo che chissà come hanno fatto a farlo perché io non riesco neanche a disegnare un cerchio e poi ho visto un quadro di Michelangelo in un museo e non volevo smettere di guardare perché è come quando sei ipnotizzata e c’era Dio e aveva due libri uno di buono e uno di cattivi e io ho pensato in quale libro sarei stata e allora poi vi ho comprato dei regalini alla bancarella (respirone) per me mi sono presa uno zaino nuovo per il prossimo viaggio.

Ma adesso abbracciami, mami”

Bentornata, piccola esploratrice.

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Vacanze romane

C’era già stata due volte, una ancora in passeggino. Era più piccola pur essendo la piccola, non conservava ricordo alcuno se non quello di un museo fatto su misura per bambini.

È partita con un tempo da lupi, come il suo appetito, promettendo di mangiare solo carbonara in onore alle tradizioni delle città.

Non si hanno notizie ufficiali da due giorni, se non foto e video sull’immancabile gruppo quinta A. La mezzana mi aiuta a decifrare le espressioni nelle rare immagini della sorella “qui si sta divertendo”, “qui no”, “qui è stravolta guarda i capelli”

Io non lo so, ma penso che la piccola, laggiù a Roma con la pettorina blu della scuola elementare Battisti, stia benissimo.

Armata solo della sua curiosità e dell’immancabile macchina fotografica, sta toccando con mano la storia che ha studiato in questi mesi.

Invidiata dai fratelli maggiori che mai hanno vissuto con la scuola esperienze simili, si gode tre giorni con i suoi compagni, viaggi su treni veloci e passeggiate per le vie del centro.

Con un livello di euforia ed energia che illuminerebbe a giorno una piccola città, scopre la capitale e il suo monumento preferito, il Colosseo.

Alla partenza, quando la mamma per l’emozione ha perso le chiavi della macchina, ha promesso di raccontare tutto e so che lo farà, prendendo fiato e senza punteggiatura, ché le virgole sono un intralcio quando l’urgenza è raccontare.

Non vedo l’ora di ascoltare.

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Come a Rio

La mezzana sta in casa, da sola per il breve periodo degli accompagnamenti dei fratelli, chiusa a chiave a doppia mandata. Sulle orecchie le enormi cuffie rubate al primogenito con la musica a tutto volume. Sua madre si fa sanguinare le nocche a furia di bussare alla porta nella vana impresa di riuscire a entrare.

La piccola millanta imprese da imprenditrice perché smercia merende durante l’intervallo a scuola. Il business è semplice ma geniale. Lei estrae dalla cartella una merenda molto ambita e la cede, divisa in parti, in cambio si schifezze d’ogni genere e sorta.

Il primogenito accetta inviti per vedere partite, mangiare fuori, andare alla festa di una scuola che non è nemmeno la sua. Ormai anche il gatto ha compreso il significato dell’originalissima “questa casa non è un albergo” (la risposta una volta è stata ‘beh certo, sarebbe più pulita’)

In mezzo a questo, io riprendo la macchina nel parcheggio del supermercato, sbuffo nel togliere dei volantini dal parabrezza -ma quando ce li hanno messi- mi infurio quando scopro una gigantesca ammaccatura sul paraurti, mi accorgo che la macchina non si apre perché non è la mia.

A chi importa del venerdì diciassette, quando la quotidianità è tutto questo carnevale di Rio.

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Qual è il tuo super potere?

Dopo anni e anni di pratica nel ruolo di madre, mamma o Mother che dir si voglia, sono fiera di raccontare che ho sviluppato delle tecniche di sopravvivenza da far invidia a Rambo.

Fingersi morta la notte quando qualcuno chiama, bruciare i disegni dell’asilo nel camino senza che nessuno se ne accorga, nascondere gli spinaci nel risotto spacciandoli per pesto.

Ma in assoluto il super potere di cui vado più fiera è la capacità di ascoltare senza sentire nulla.

Ho cominciato quando erano piccoli e si rivolgevano a me come fossi l’unica persona sulla faccia della terra, raccontandomi l’ultimo episodio di Dora l’esploratrice, che una formica stava passeggiando sul davanzale e -che Freud mi perdoni- i sogni, ogni mattina.

Ormai sono cresciuti, selezionano meglio le informazioni da condividere, parlano anche con tante altre persone e spesso dicono cose molto interessanti.

Tuttavia, ogni tanto, qualcuno parla e il mio cervello vaga, nonostante sembri attenta.

Ieri, in macchina.

“Allora va bene, mamma?”

“Come?”

“Ti ho chiesto se sei d’accordo”

“Uh, sì, sono d’accordo”

“Bene! Allora andiamo subito! Che aspettiamo?”

“Andiamo dove?”

“A comprare il cellulare nuovo per me! Hai detto va bene”

“Sì, ehm…in realtà intendevo dire…”

“Mamma! Non è che per caso facevi finta di ascoltare, come al solito?”

E niente.

Vado a spolverare i miei super poteri.

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Ma che bella festa

La festa della mamma è una giornata tradizionalmente pregna di grandi soddisfazioni.

La mia è cominciata con un laconico messaggio del primogenito su whatsapp “auguri, Blo”. Quando gli ho fatto notare che avrebbe potuto sforzarsi un po’ di più, oltre a due parole, una virgola e premere invio ha risposto “è nelle cose semplici che si nascondono grandi verità”

Il premio paraculaggine non glielo toglie nessuno quest’anno, e nemmeno quattro mazzate.

La piccola si è presentata con un bel cartoncino rosso pieno di cuori, dietro al quale si celava, vergato di suo pugno, un testo dal titolo “la mia mamma”.

Quando un bambino di quinta elementare incontra il testo descrittivo, lo dico per esperienza, il genitore deve tremare.

Le prime cinque righe mi descrivono bassa, tozza e rugosa, praticamente il Maestro Oogway di kung fu panda, la tartaruga centenaria.

Con le forbici della sua sincerità la piccola ha fatto a brandelli quel che restava della mia autostima, già provata dalle descrizioni impietose dei suoi fratelli negli anni precedenti.

C’è da dire che con il resto, più uno spettacolare “sorride sempre, e quando lo fa sembra sorridere tutto il mondo” ha riguadagnato la sua posizione nell’asse ereditario.

La mezzana è stata la prima, con tanti bacetti e cuoricini via messaggio, per poi precisare che le feste commerciali vanno boicottate e mamma, ti facevo superiore a certe cose.

Me ne ricorderò, alla prossima festività.

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12 maggio

Io sono Mother, mamma, mami.

Sono quella che ogni mattina che il Signore manda i terra dice buongiorno, ricevendo in cambio grugniti assonnati, e che ogni sera dà la buonanotte con una filastrocca buffa inventata anni orsono è che ormai è diventata un vizio, come il fumo o lo shopping compulsivo, come un mantra da non dimenticare.

Sono quella che guarda tutorial su internet per imparare a fare le polpette buone, la pizza alta, la torta soffice, e che poi compra i quattro salti in padella per fare prima o perché qualcosa è bruciato.

Sono quella che proibisce, redarguisce, vigila e osserva, e che a volte chiude un occhio o anche due perché va bene così, o forse sei troppo stanca per mantenere la coerenza e loro, i figli, lo sanno e ne approfittano.

Sono quella che massaggia schiene, spazzola nodi, asciuga lacrime. Che ripassa il teorema di Pitagora di nascosto per aiutare una figlia nei compiti, e fa le equivalenze online perché non si ricorda più da che parte si comincia.

Sono quella che dà consigli non richiesti, tiene comizi noiosi che nessuno ascolta, educa con quello che c’è in casa come quando vuoi fare la torta ma non hai il burro e le uova sono scadute ma tu cambi la ricetta, ché magari viene buona lo stesso.

Sono quella che insegna e impara, sussurra dolcemente e urla come un’erinni, comprensiva e paziente un momento e sfuggente e impaziente quello dopo.

Sono Mother, mamma, mami e chissà quante altre declinazioni di me si inventeranno, e lo sono in modo tragicamente imperfetto, fortunatamente unico.

Oggi festeggio questa alternanza, la mia ambivalenza, la nostra fatica, la felicità delle piccole cose.

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