Piccoli malumori

La piccola, si sa, è creatura dinamica e mutevole, vuoi per età, vuoi per indole e inclinazione.

Attenta osservatrice delle dinamiche relazionali intorno a lei -in poche parole spiona, proprio come sua madre- è attenta ai dettagli e alle virgole, che sposta a suo piacimento e quando più le fa comodo.

In questo periodo i suoi leggendari malumori sono rivolti a tre macro categorie: la sorella maggiore, le prove Invalsi, la gita scolastica.

L’ignara sorella è rea non confessa di abbandono e trascuratezza. Secondo la piccola non passa abbastanza tempo con lei, non l’abbraccia a sufficienza e soprattutto sta sempre al cellulare in video chat con le sue amiche e compagne. La piccola, come un marito geloso, reclama a gran voce la sua dose di attenzioni fraterne.

Le prove Invalsi, in modo particolare quelle di matematica, stanno ammorbando le nostre giornate.

La critica spietata parte dalla classe, passando per i dirigenti, per arrivare al Ministero della pubblica Istruzione è più in generale al globo terraqueo.

Perché la piccola è così, va per gradi ma non risparmia nessuno.

L’attesa per la gita scolastica, consueto momento di gaudio e tripudio che quest’anno prevede tre giorni lontano da casa, è funestata dalle indicazioni scritte sul vademecum che le maestre ci hanno fornito.

Dopo le indicazioni sul numero di mutande necessarie per affrontare al meglio la capitale, viene specificato di “non dare cibo aggiunto, poiché sarebbe relegato a ‘banchetti notturni’ non controllabili”.

La fanciulla non ha fatto mistero della sua indignazione: che ci vai a fare in gita se di notte non puoi raccontarti storie dell’orrore sfondandoti di Pringels e barrette di Mars.

E, diciamolo solo fra noi, su questo ha assolutamente ragione.

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Meglio una gallina domani

Apri il frigo e prendi la confezione delle uova, che per qualche oscuro motivo si apre facendone precipitare in terra otto, delle quali due sul gatto che sta consumando il suo pasto, ignaro.

Lo guardi mentre terrorizzato e impanato come una cotoletta corre verso il divano e tu cerchi di afferrarlo prima che sia troppo tardi ma calpesti la frittata che si è creata sul pavimento.

Nel frattempo il gatto è passato dal divano alla tenda e cerca di leccarsi via il tuorlo dalle orecchie.

Suona il campanello mentre stai cercando di ripulirti e quando arrivi alla porta lui, il perfido corriere, se ne è già andato alla velocità di Beep beep, e tu rimani sulla soglia come Willy il coyote con la ricevuta per andare a ritirare il pacco che aspettavi, in un deposito dall’altra parte della città.

Il trillo di un messaggio interrompe i tuoi pensieri mortiferi, non sai più dove è il gatto e apprendi da whatsapp che il primogenito ha preso quattro e mezzo nella verifica di inglese ma tranqui Mother, qualcuno ha preso anche tre.

Cerchi un fazzoletto nella borsa e recuperi invece un foglio stropicciato, la lista della spesa che ha scritto la mezzana per il pranzo al sacco della gita di domani.

Devi aver capito male, staranno via settimane, altrimenti non si spiega.

Accogli la piccola che rientra a pranzo con indosso il peggiore dei suoi malumori e tu maledici la scuola elementare, l’Invalsi, il ministero della pubblica istruzione intero.

La mezzana chiede perché il pavimento della cucina sia appiccicoso e vuole cucinarsi due uova perché non le piacciono le polpette.

Tu valuti la possibilità di ricominciare a fumare o cominciare a bere.

Poi scopri che non lontano da casa hanno aperto un Canapa shop.

Meno male che non c’era parcheggio.

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Tredici

Tre tredicenni entrarono a Trento tutte e tre trotterellando.

Ah, no, non erano loro, anche se avrebbero sicuramente fatto più casino dei trentatré trentini.

La mezzana e due sue compagne di squadra nonché amiche e coetanee hanno organizzato un pigiama party a casa mia.

Dopo aver divorato una pizza famiglia metà margherita e metà würstel e patatine, un must irrinunciabile per gli adolescenti di tutto il mondo, non paghe, hanno saccheggiato la dispensa in cerca di merendine, patatine e pure i resti appiccicosi di Halloween.

Pop corn stantii sono stati rinvenuti la mattina sotto il letto e nelle orecchie del gatto.

Ma il metabolismo veloce -è cosa nota- è dono degli dei o delle tredicenni.

Prima di andare a letto non si sono fatte mancare una serie di addominali, ché non si sa mai.

Per mantenere intatta la loro naturale bellezza di sono spalmate sul viso una maschera nera purificante, una rosa idratante e una verde astringente.

Per ripulirsi hanno usato il mio pacco convenienza fino all’ultima salviettina.

In camera si sono dedicate allo stalkeraggio professionale dei profili Instagram di compagni di scuola e celebrità.

Alle tre e mezza del mattino sono state zittite senza possibilità di replica da una madre che non ha più l’età, il fisico o la pazienza di reggere la mancanza di sonno.

La mattina si sono alzate subito, hanno infilato pantaloncini e canotta e accompagnate da un vento polare sono andate a giocare una partita di pallavolo. Hanno persino vinto.

Io mi sono stancata anche solo a guardarle.

I tredici anni, come la taglia quarantadue, non mi entrano più.

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Al concerto

Io che ti ho fatto assaggiare la mela, la crema di riso mais e tapioca, la pasta col pomodoro e la pizza.

Che mi ricordo la tua espressione dopo aver provato il limone. Che ero lì quando hai toccato la neve la prima volta e hai appoggiato i piedi -che ancora erano piccoli e tutti da mordere- sulla sabbia in spiaggia, ritraendoli subito dopo.

Quando sei salita su un aereo, una nave, persino dentro un sommergibile.

Quando hai visto una giraffa da vicino e accarezzato un delfino.

E quello che mi piace di più è farti assaggiare emozioni.

Di prime volte ne ho viste tante e so che da adesso in poi ne vedrò sempre meno, perché anche se ti piace stare comoda e appollaiata, so che hai ali forti pronte per spiccare il volo.

Mi piace condividere le emozioni insieme, perché è l’unico luogo dove non esiste la mamma o la figlia, c’è invece la commozione, la gioia, l’euforia e si può stare sedute accanto, non devo stare un passo più avanti per guidarti o attenderti.

L’emozione è singolare, ma se a cantarla sono più di diecimila fa da cassa di risonanza nell’anima.

Perché uscire da un grande concerto senza voce è un buon inizio per trovarti con parole nuove.

E come ha detto lui, che tanto t’è piaciuto, ce n’è bellezza, guarda bene, anche se a volte non si fa vedere.

Ascoltalo.

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E anche l’ultima è andata

Anche se ti sei svegliata con un grosso brufolo sulla fronte, che abbiamo provato a camuffare con l’abile intervento della make up artist mamma.

Anche se eri emozionata dal giorno prima, scontrosa, irritabile e decisamente poco spirituale.

Anche se il tuo look colorato non era forse perfetto per l’occasione, ma di sicuro era perfetto per te, che sei colorata dentro, e sei arrivata all’altare fiera e sorridente, con la tua adorata Carlotta al fianco. Anche se la tua madrina era forse più emozionata di te.

Anche se mi sento sempre in bilico tra religiosità e coerenza, ma sono tranquilla perché tu invece mi sembri in perfetto equilibrio.

Anche se dopo tre battesimi e tre comunioni, alla terza cresima cominci a non poterne più di bomboniere, palloncini, torte e confetti.

Anche se alla fine è così intensa l’emozione di quel faccino, che pure col brufolo sulla fronte rimane per me il più bello.

Siamo stati circondati da tanto amore in questa giornata, e ha ragione la tua madrina quando ti scrive che la felicità è un percorso, non una destinazione.

Il cielo ieri era di un azzurro carico di promesse.

Cercheremo di mantenerle tutte, piccola.

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Rina

Lei ha gli occhi tra il verde e l’azzurro, come il mare che circonda l’isola in cui è nata e della quale sente la mancanza.

È minuta ed esile, un concentrato di energia inaspettata a un primo sguardo.

E non è l’unica cosa che ti sorprende, quando la conosci.

È il contrasto, forte come la sua terra, tra dolcezza e asperità, silenzi e grida, comprensione e intolleranza.

Per trent’anni ha lavorato con i ragazzi, sempre diversi, sempre difficili.

È andata ben oltre il suo ruolo, confortandoli con la bontà della sua cucina e la tenerezza delle sue parole, li ha ripresi e sgridati come fossero tutti un po’ figli suoi.

Con gli adulti ha fatto lo stesso, e forse per questo ha raccolto stima, rispetto e amicizia.

Oggi ha cucinato ufficialmente per l’ultima volta, perché la pensione a quanto pare esiste e non è solo una leggenda metropolitana.

Ieri si è commossa, e ce n’è voluto, davanti ai colleghi e a un tavolo di cose buone da mangiare, forse per la prima volta ha faticato a trovare le parole.

Sappiamo che tornerà presto per portarci il pane e le lasagne che sa fare così bene, per sgridarci e sorriderci, come ha sempre fatto.

È bello lavorare se si incontrano persone come te, Rina.

Tutta vita, adesso.

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Chi viene e chi va

C’è gran via vai, in questo porto di mare che risponde al nome di casa.

Il giovane americano è atterrato laggiù oltre oceano, lasciando in ricordo un paio di scarpe nere, lucide e stringate numero quarantotto e mezzo, che un’amica ha giustamente definito “da bara”.

Siamo indecisi se rispedirgliele a casa, farle indossare al primogenito per la cresima della piccola -opportunamente riempite di cotone- o metterle in terrazzo e piantarci dei gerani.

La mezzana è tornata dal torneo in tempo per la finalissima e con le sue amiche ha fatto un tifo esagerato per la squadra americana, anche se non sa precisamente quanti giocatori scendano in campo né quale siano le regole del gioco.

Il primogenito è nel cuore turistico della Romagna da un paio di giorni, impegnato ad arbitrare un importante torneo di pallacanestro.

A sentire lui sta raccogliendo cotone in catene, perché comincia la mattina presto e finisce la sera tardi, il mare lo vede solo dalla finestra della sua stanza e il costume da bagno è servito solo per riempire il trolley.

La piccola è raffreddata, cosa che non desterebbe preoccupazione alcuna, non fosse che siamo a meno tre giorni dalla cresima. Mi segue starnutendo, come un paperotto appena uscito dal guscio e chiama “mamma” con una media tendente a infinito.

Torneremo alla normalità, qualunque cosa voglia dire.

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Ritorni

È scesa dal pullman con un grande chignon sulla testa, qualche ciuffo disordinato sugli occhi, il borsone a tracolla.

La voce rauca per il tanto incitare in campo e cantare in viaggio, il sorriso di sempre, forse un po’ più luminoso.

Gli abbracci alle compagne di squadra, quelli che solo le femmine amiche sanno darsi, che sembrano non lasciarsi mai e sprofondano una nell’altra, così diverse dalle pacche sulle spalle dei maschi.

È salita in macchina è ha detto “è stato bellissimo”, ripetendolo più e più volte durante il racconto di questi giorni lontana da casa, ma forse non c’è altra espressione, se davvero è stato tutto bellissimo.

Camminare sul mare e raccontarsi, sdraiarsi in silenzio e prendere il sole, poco perché hai la pelle chiara e ti bruci, perdersi con la tua amica per le stradine e correre indietro prima che l’allenatrice se ne accorga.

Mangiare le gocciole che ti sei portata da casa, la notte, in camera, mentre sei al telefono con quel ragazzino tanto carino che viene da Firenze, e come te partecipa al torneo, che ti trova simpatica e guarda un po’, anche tu lo trovi simpatico.

Vincere la finale e salutare tutti, promettere di rivedersi, guarda caso proprio a Firenze.

La mezzana è scesa dal pullman e c’era un tramonto viola, mi veniva anche un po’ da piangere.

Perché a tredici anni e mezzo puoi essere ciò che vuoi: anche immensamente felice.

Buona Pasqua, a tutti

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Chanche

È imperscrutabile, sorride poco e parla ancora meno.

A tavola legge le chat di Instagram e io vorrei dirgli che non è cosa né buona né giusta, ma il primogenito dice che in America si usa così e allora taccio, anche se a malincuore.

Non mangia nulla di quello che gli preparo, pare che la mia fama di ottima cuoca sia giunta oltreoceano. A mia discolpa posso dire che non ha voluto toccare nemmeno affettati e formaggio.

Ha sviluppato una insana passione per i biscotti orociock, che ha assaggiato qui per la prima volta. Ne tiene una scatola sul comodino e dei pacchetti sparsi nel borsone.

Le sue scarpe numero quarantotto e mezzo aspettano fuori dalla porta, e ieri ci ha trovato due lucertole omaggio del piccolo gatto. Ci sarebbe stata anche un’iguana, considerata la grandezza.

Soffre di improvvise narcolessie, forse per il jet lag, forse per l’età, fatto sta che di pomeriggio non siamo riusciti a svegliarlo neanche con le urla della piccola.

Gioca a pallacanestro come un campione e da grande vuole entrare nell’esercito, laggiù in Ohio.

Noi speriamo che diventi un giocatore famoso di NBA, per dire che è stato a casa nostra e rivendere su ebay i palloni che ci stiamo facendo autografare.

Insomma, ci portiamo avanti.

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Welcome

L’è proprio un gran bel fioeu, come direbbe mia nonna.

Il suo nome significa opportunità, e la mezzana ne ha viste parecchie nei cinque minuti di conoscenza prima di essere spedita in convento.

È alto, molto alto, mediamente scuro di pelle e viene da una famiglia assai numerosa, tanto da non scomporsi minimamente davanti al caos generato dalla nostra casalinga moltitudine.

Lo aspettavamo per pranzo, ma deve essere stato avvisato delle mie scarse virtù culinarie perché si è presentato con un sacchetto di McDonald in una mano e la valigia nell’altra.

La nostra fluente padronanza di google traduttore ci ha consentito di chiedergli qualunque cosa, peccato non capire le risposte. Le questioni fondamentali sono state affrontate subito, come la password per la connessione wi fi.

C’è da dire che lui per il momento non parla molto, forse frastornato dal viaggio, dalla mezzana che cerca di fargli foto di nascosto per mostrarlo alle sue amiche e la piccola che con un inglese tutto suo gli chiede se voglia un lecca lecca, una fetta di pizza, una porzione di lasagna.

Non si separa dal suo cellulare, forse per chiamare aiuto in caso di bisogno o forse perché, anche se americano, resta pur sempre un adolescente.

A fianco del primogenito mette paura, perché è alto abbastanza da essere la sua custodia.

Chissà che gli danno da mangiare, laggiù in Ohio.

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