Non troppo bene

Quando il buongiorno al mattino te lo dà la lavatrice con due centimetri di acqua sul pavimento del bagno, e tutti gli asciugamani che ti servirebbero per asciugare sono, appunto, nel malvagio elettrodomestico.

Quando il gatto ti cammina tra le gambe insinuandosi furtivo e silenzioso, cercando di farti rompere l’anca anzitempo.

Quando la figlia piccola rientra in casa di corsa perché ha dimenticato il diario in camera, ma porta ai piedi le scarpe che ha messo ieri per andare a giocare nel bosco e lascia impronte fangose anche sulla coda del gatto.

Quando l’attività del mattino è “aspettare il corriere” che deve venire a riprendersi quella maglietta che sembrava così carina online, e forse è il caso di dare un taglio agli acquisti compulsivi, immotivati ma consolatori sui siti di grandi marche.

Quando il suddetto corriere non si fa vedere né sentire, nonostante le promesse.

Quando arriva una telefonata importante ma non riesci a rispondere perché ti sei spalmata sulla faccia la maschera ringiovanente, rilassante e reidratante al veleno d’api perché il compleanno è alle porte e l’età fa brutti scherzi.

Quando suona il campanello e tu pensi sia il corriere, ti infili di fretta i jeans che non salgono nemmeno dalle ginocchia, mediti il suicidio pensando di avere preso sette taglie nella notte, poi ti accorgi che sono quelli della piccola.

Quando invece del corriere sono i testimoni di Geova che ti lasciano un invito per la commemorazione annuale della morte di Gesù.

Ecco, quando tutto questo accade in una mattina, c’è bisogno di una vacanza.

O di un esorcista.

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Per gentile concessione

Poteva scegliere tra giapponese, pizza o piadeneria.

Ha deciso per lo street food festival nel centro della città, rumoroso, caotico e con l’odore di fritto percepibile già al piano meno quattro del parcheggio sotterraneo.

Si è divorato un hamburger delle dimensioni del nostro gatto, l’ha seppellito sotto una montagna di patatine e una volta ripulito l’angolo della bocca col tovagliolo, ché va bene mangiare in piazza ma il decoro ce lo portiamo sempre dietro, ha dichiarato di essere soddisfatto.

Non abbastanza, forse, visto che ha trovato spazio dentro di sé anche per un dolce.

Tra un morso e l’altro al panino è riuscito a giudicare impietosamente la musica anni ottanta che usciva dalle casse disseminate qua e là, e mi ha redarguito imbarazzato quando ho accennato con le mani un accordo di chitarra sulle note dei Bon Jovi.

A teatro si è guardato intorno incuriosito e ha aspettato l’inizio dello spettacolo con il libro di fisica aperto sulle ginocchia, intento a scrivere micro bigliettini da mettere nell’astuccio per la verifica del giorno dopo.

Quando le luci si sono spente ha tenuto gli occhi incollati al mentalista sul palco, che ci ha stupito e incantato per quasi due ore.

Mentre camminavamo verso il parcheggio, lui con la mia giacca perché aveva dimenticato la sua, ha sussurrato che sì, è valsa la pena passare la serata con te, Mother.

Non esattamente una dichiarazione d’amore, ma con l’adolescenza che corre posso essere soddisfatta.

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Il fagiolo magico

I fagioli piantati dalla piccola non sono spuntati, segno inequivocabile che il pollice nero è un allele dominante.

La fanciulla ha gettato via spazientita il suo esperimento di scienze, dichiarando che i fagioli in famiglia non piacciono a nessuno e che comunque esistono i supermercati, se proprio lì vogliamo mangiare.

La mezzana da quattro giorni è a pagina quattro del libro che le ho cortesemente imposto di leggere, preoccupata che cresca come alcuni adulti che conosco, incapaci di comprendere il testo di un semplice messaggio whatsapp su un gruppo.

Il primogenito si prepara per un arbitraggio d’eccezione, una gita al luna park, un’interrogazione di chimica, rigorosamente in quest’ordine.

Scrive un tema sulla musica che mi lascia senza parole per la sua capacità di esprimere, raccontare, emozionare, ché forse un figlio può ereditare anche qualche capacità positiva.

Io lavoro, organizzo la festa per la cresima della piccola, ormai alle porte, col buongusto e la sobrietà che sono diventati negli anni la mia cifra stilistica. Il palloncino con il narvalo multicolore non sarà dimenticato facilmente dagli invitati.

Mi perdo in una serie Netflix per adolescenti, forse per non pensare al l’imminenza del compleanno, dormo troppo poco e sogno vacanze impossibili.

Ogni giorno ha la sua pena, quanto basta per arrivare a sera.

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Memory lost

“Mother, ciao, vado”

“Figliolo ciao, io resto. Ma lo zaino non lo prendi? Si va a scuola leggeri oggi?”

“Oh mannaggia è vero. Bene. Vado”

Qualche minuto dopo

“Pronto mamma? Abbiamo un problema. Ti ricordi quando ieri mi hai dato l’abbonamento nuovo e mi hai detto di scriverci sopra il numero della tessera? Ecco, non ho trovato la penna”

“E quindi? Vuoi il numero?”

“No, è che mentre cercavo la penna mi hanno chiamato, poi c’era la cena e l’abbonamento è rimasto sulla scrivania. Non è che me lo puoi portare alla fermata? Ho perso il primo pullman ma posso prendere il secondo”

“Hai meno memoria di un pesce rosso. Persino i materassi sono memory foam! E poi sono in pigiama”

“Nessuno se ne accorgerà”

Un minuto dopo

“Mamma? Una cosa incredibile, è passato prima il secondo pullman, mi dovresti accompagnare a scuola. Ricordati l’abbonamento, eh”

Quindici minuti dopo

“Eccoci a scuola! Grazie per il passaggio, Mother, a dopo!”

“Il cellulare”

“Come?”

“Il cellulare che hai in mano, è mio”

“Ahahah è vero, si vede che si somigliano”

Il primogenito.

Perderebbe anche la testa, se non l’avesse attaccata alle cuffiette.

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Declinazioni

Ho camminato in un bosco col mio compagno di avventure preferito in una domenica mattina colorata d’estate.

Ho tirato via il maglione, legandolo storto in vita.

Le braccia spuntavano bianchissime dalla maglietta nera, ché sono state al buio per tanti mesi.

Ho visto un film che faceva ridere ma di un riso amaro, cenato al giapponese e cominciato a leggere un bellissimo libro.

Il primogenito, accompagnato da un gruppo di adulti coscienziosi e saggi che non smetterò di ringraziare, ha passato la serata a Milano, distribuendo pasti caldi ai senza tetto. Gli si è seduto accanto, ha ascoltato le loro storie, ha fatto riflessioni da grande che mi hanno regalato un soffio di sollievo dalle preoccupazioni per la sua crescita.

La squadra della mezzana s’e giocata la finale di campionato contro sei ragazzine di nero vestite, con un tifo agguerritissimo e delle scritte inquietanti sulle magliette: cobra, killer, psyco e diablo. Praticamente Biancaneve versus Crudelia Demon.

La piccola ha rovesciato il cassetto dell’armadio alla ricerca di un paio di pantaloncini da indossare per andare a mangiare il gelato, ché anche l’abito fa il monaco quando si parla di primavera.

La felicità si declina come l’aoristo nel greco antico: in tanti modi doversi.

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Al sacco

È partita di mattino presto, carica di speranze e del pranzo al sacco, dove sacco sta a indicare quello da venticinque chili di cemento.

Più che una bambina, un autogrill.

È scesa dal treno nel tardo pomeriggio, spettinata come dopo una cavalcata e con lo sguardo spiritato.

“Mami, una signora ci ha trattato male sul treno”

“Bentornata, piccola, che è successo?”

“Quando ci siamo alzati per scendere ha detto ‘meno male che ve ne andate’ e io ho risposto ‘altrettanto a lei’ non sai la rabbia che mi è salita”

“Beh, sicuramente non è stata gentile ma posso immaginare il casino di due quinte elementari in tre scompartimenti”

“Ma noi siamo bambini! Stavamo solo vivendo”

“Vivendo con una gran caciara, presumo”

“Vabbè, comunque la gita è andata bene e mi sono divertita tantissimo. Abbiamo visto anche un sottomarino. A Milano, pensa un po’. Poi al laboratorio cercavano un volontario per il microscopio e io mi sono offerta, solo che poi il signore ha detto che serviva un prelievo e io allora ho cambiato idea, ma poi ha detto che non era come quello del sangue perché gli serviva solo un po’ di saliva. Allora ne ho prodotta in abbondanza”

“E poi hai visto la tua saliva al microscopio?”

“Sì, l’hanno vista tutti quanti. Faceva le bolle. Poi abbiamo unito delle sostanze di colori diversi che invece che sciogliersi si sono separate. Bello. E poi ho comprato regalini per tutti, vedrai”

“Hai avanzato soldi?”

“No”

“Cibo?”

“Neanche”

La piccola ha trascorso la giornata in gita con la scuola, al Museo della scienza e della tecnica.

Scienza della polemica e tecnica dell’abbuffata, direi.

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Via il superfluo

Arriva un momento, nella vita di un cucciolo di femmina, di cambiamenti profondi.

Fuori e dentro è tumulto e esplosione, insicurezza e spavalderia, amore e odio, digiuno e ingordigia, gioia e disperazione.

Arriva il momento in cui una madre deve saper accettare i cambiamenti, cogliere la gravità di certe istanze, essere modello, guida e mentore.

Animata da tale e tanto spirito di moderna maternità, questo pomeriggio ho accompagnato le due sorelle a un appuntamento obbligato per ogni essere umano di sesso femminile: l’estetista.

E per chi dovesse pensare alla giovane età delle fanciulle, vorrei ricordare che il mono ciglio sta bene solo a Elio.

“Ciao piccola, mettiti qui sdraiata”

“Posso stare in piedi?”

“No, meglio sdraiata”

“Mannaggia”

“Su su tranquilla, non fa male”

“Non è vero, l’ho già fatto, fa malissimo”

“Eh che esagerata! Vedrai da grande quando dovrai fare la ceretta all’inguine!”

“Piuttosto divento Bigfoot”

“Ma dai! Non lo sai il detto? Se bella vuoi apparire…”

“Io non voglio soffrire”

La giovane estetista non ha più proferito parola.

Chissà perché.

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Spunte blu

Sono tante le cose che non capisco.

Per esempio, non capisco perché la gente tolga le spunte blu e l’ultimo accesso da whatsapp, come se il mondo fosse popolato da spie che indagano le tue abitudini social.

Non capisco quelli che nei gruppi scrivono grazie a ogni comunicazione, che va bene, ce l’hanno insegnato da piccoli, ma dall’essere gentili a stalker il passo è veramente troppo breve.

Non capisco chi sotto un articolo che racconta di qualche personaggio scriva nei commenti “e questo chi c…o è”

Sono ben cinque parole da digitare, ne basterebbero due su google per scoprire di chi si stia parlando, anche se a quel punto non si potrebbe più fare i superiori perché non si conosce un cantante/scrittore/atleta.

Non capisco chi legge, apprezza e poi ti dice che non mette like perché è contrario.

Non capisco chi ti scrive per chiederti una copia del tuo libro in omaggio, come se per te Amazon fosse una onlus con scopi benefici.

Non capisco quelli che ciclicamente sono convinti che whatsapp diventerà a pagamento, che l’Ikea e la Decathlon offriranno buoni da cinquecento euro a chiunque condividerà questo messaggio, mi spaventano quelli che avvisano della presenza on line di tizio e caio, loschi web individui pronti a rubarti l’account per farci poi chissà cosa.

Non capisco chi scrive messaggi minacciosi tanto sibillini da non essere capiti nemmeno dai reali destinatari, allora tanto vale un bel whatsapp con “devi morire male”, privato ma inequivocabile.

Non capisco chi ti risponde “tutt’apposto”

al messaggio “come stai?” Di quattro settimane prima, che nel frattempo ti eri pure dimenticato.

Sarò io, che non capisco.

Vado a organizzare un video party, magari è divertente.

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Un segno

Sono arrivati tutti puntuali, perché quando si ha voglia di cominciare qualcosa non si fa ritardo.

In una scuola elementare, dentro una stanza dai soffitti altissimi con gli affreschi.

Seduti in un grande cerchio, perché mica tutte le lezioni si fanno frontali e i cerchi danno sempre energia, anche quando non si fa niente.

Lei, la docente, minuta e sorridente, che a un primo sguardo sembrava coetanea della mezzana, si è rivelata essere competente e appassionata della materia.

Ci siamo presentati uno alla volta scoprendoci un gruppo assai eterogeneo, tra insegnanti, studenti, disoccupati, pensionati e genitori.

Con una cosa in comune. Il desiderio di conoscere qualcosa di più.

E visto che c’è bisogno di imparare per crescere, ho scelto di aggiungere un impegno alla mia già complessa economia di vita, un impegno che però fosse tutto per me.

Esclusa la Zumba, abbandonata l’idea del corso di cucina -anche se i miei figli ne sarebbero stati felici- ho deciso di dare seguito a un desiderio che avevo da tempo.

E così, il primo giorno di primavera, ho cominciato il corso LIS per imparare la lingua dei segni.

Dopo la prima ora di storia e cultura sorda

abbiamo spento le voci e provato questa diversa, potente e affascinante forma di comunicazione.

Il mio nome-segno, per riconoscermi tra gli altri, è boccolo, dall’iniziale del mio nome e i miei strambi capelli.

Piano piano, segno dopo segno, si impara.

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Cristo si è fermato a Disney World

“Mother, molto bene. Sono arrivato al cinquanta per cento del libro, sul Kindle”

“Oh, finalmente! Arrivi sempre all’ultimo giorno a cercare i riassunti di Wikipedia quando devi leggere un libro per la scuola”

“Vero. Ma questa volta è stata una piacevole sorpresa. Insomma, quando mi hanno detto il titolo mi aspettavo tutta un’altra cosa”

“Te l’ho detto che non ti devi fermare al titolo per giudicare un libro”

“E poi la trama ti appassiona, voglio dire io non sapevo neanche esistessero certe cose e invece…ci sono dei tratti molto drammatici anche”

“Beh, mi fa un gran piacere che tu ne colga la drammaticità. Ti avevo decisamente sottovalutato. Bello sbagliarsi, ogni tanto”

“Visto Mother? Sempre a pensar male di me”

“Beh insomma, qualche ragione l’avevo visto i precedenti. A che punto sei arrivato?”

“Sono arrivato al punto che la bambina va Disney World e si rompe un braccio”

“Scusa?”

“Sì, dai, non ti ricordi? Mi hai detto che lo hai letto anche tu”

“Certo che l’ho letto, ma in Cristo si è fermato a Eboli sono piuttosto certa che nessuna bambina vada a Disney World”

“Ma io l’ho letto, tieni, guarda qui”

“Questo non è il tuo libro, è quello che sto leggendo io”

“Stai dicendo che ho letto metà di un libro…per niente?”

“Non si legge mai per niente”

“Parla per te”

Eh sì, mi ero proprio sbagliata.

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