“Allora, è tutto chiaro? Non è difficile e se avete un dubbio chiedete”
“Chiarissimo”
“Bene, buon divertimento allora, ci vediamo per pranzo”
“Evviva bro! Finalmente in giro da sole! Allora dobbiamo prendere la metro e scendere a Duomo ma…aspetta, scendiamo in questa!”
“Ma quale, Zara?”
“Sì, così vediamo il negozio”
La mezzana e la sua amica nonché compagna di merende, a un passo dai quindici anni, hanno avuto l’autorizzazione per fare un giro a Milano da sole.
Approfittando del passaggio della mamma che andava a lavorare proprio lì, hanno ascoltato attente ma non troppo le indicazioni per muoversi in autonomia nella città tentacolare.
Alla ricerca di vip, influencer e imperdibili negozi, le due si sono avventurate baldanzose scendendo per un attimo dall’iperuranio, loro zona di comfort.
Speriamo solo non scendano alla fermata McDonald all’ora di pranzo.
“Bene. Signora, vengo ora a illustrarle questa meravigliosa iper offerta della vita che…”
“Mi scusi se la interrompo, ma le ho detto che non sono la signora G e comunque non mi interessa nessuna offerta, arrivederci”
“Non le interessa”
“No”
“Bella maleducata è lei, signora G. Io sto lavorando, sa? Lei potrebbe anche essere così gentile da ascoltarmi, no? Cos’è, tratta così male tutti quelli che conosce? Beh, meglio perderla che trovarla! E comunque il male che si fa torna tutto indietro, si ricordi!”
“…”
Ho sempre avuto il sospetto che lavorare in un call center non fosse tutto ‘sto carnevale di Rio. Ma assumere Crudelia De Mon mi pare eccessivo.
Il collegamento è pronto, le facce dei colleghi nei quadratini pure, incorniciate dallo schermo del computer.
La porta di casa socchiusa, un refolo di vento nella calura estiva anche se è solo mattino.
Una piccola macchia grigia sul pavimento, ma come corre veloce, ossignore ma è un topo.
Il gatto minore che caracolla sulle sue zampette tozze per prenderlo, la decisione fulminea di chiudere tutte le porte e lasciarli soli in corridoio. In fondo devo lavorare, non posso salvare tutti i roditori del pianeta.
Mentre torno in sala trafelata, la mezzana fa accomodare due signori sconosciuti che si rivelano essere rappresentanti della folletto.
Allontanati in fretta e furia, ché mai nella vita potrei spendere l’equivalente di una settimana a Sharm el Sheik per una aspirapolvere, torno alla mia riunione, giusto in tempo per rispondere al telefono.
Il meccanico, una brava persona che tuttavia vorrei vedere meno spesso, mi informa che il costo della riparazione della mia auto si avvicina molto a quello del folletto e quindi della vacanza a Sharm El Sheik.
Mi guardò intorno smarrita e affranta, occhi negli occhi col piccolo gatto che, per contagio emotivo, vomita i resti del topo prima divorato, sulle scarpe nuove della mezzana.
E quando vorrei solo mettermi a letto con la coperta sulla testa, suonano alla porta.
“Si mamma, arrivo. Ci siamo divertite tantissimo in piscina ma adesso voglio andare a casa, sai che fatica venire giù dagli scivoli tutto il pomeriggio?”
“Eh, me lo immagino. Fai una cosa, guarda sull’app trova il mio IPhone dov’è la piccola, così la recuperiamo che è quasi ora di cena”
“Aspetta che guardo, ancora un momento…eccola! Guarda, è qui al McDonald e ci stiamo passando davanti!”
“Io non la vedo, entriamo”
“Mamma, l’app parla chiaro. Lei è qui”
“Sarà in bagno”
“Vado a vedere. No! Nemmeno qui, ma dove può essersi nascosta? Non mi risponde neanche al telefono”
“Vabbè, usciamo”
“Aspetta mamma! La vedo qui, davanti al supermercato!”
“Ma anche noi siamo davanti al supermercato”
“Dici che si nasconde?”
“Fammi vedere…ma non ci credo! Stai seguendo i movimenti del mio telefono! Ci stiamo pedinando da sole!”
La mezzana dovrebbe, in quanto nativa digitale, destreggiarsi con abilità e scioltezza con le più moderne tecnologie.
Ma lassù, nell’iperuranio, le cose non vanno esattamente così.
La spaghettata di mezzanotte, ma coi ravioli, ché cuociono prima e ci sono bisogni non procrastinabili da lunghi tempi di cottura.
La black mask, l’aloe mask, l’idra mask, l’argilla mask, che la mezzana in una notte con la sua amica S si spalma sulla faccia in una erronea e quantomeno discutibile interpretazione della normativa sull’uso delle mascherine.
Il lago, il campetto, la play station, la brioche e la focaccia con la anduja -in quest’ordine- a mezzanotte quando apre il panettiere, poi tutti sulla bici, chi in piazza, chi a casa perché ha una madre rompiballe che non transige sugli orari.
Il pratone coi pettegolezzi, sedute sull’altalena col cellulare in mano, un dondolio tra infanzia e adolescenza.
Gli inviti, le chiamate, mamma posso, Blo io vado ci si becca, mami torno tra poco o forse no ma son qui dietro.
Il gatto grande sul divano, il piccolo sul pavimento, quello della vicina sul letto, l’altro sempre della vicina dietro la porta, che da casa a gattile il passo è breve, da donna a gattara ancora di più.
C’è A., alle prese con un figlio nell’ultima fase della adolescenza, che le ha dato un bel da fare negli anni passati. Risentimento, rabbia, è colpa tua, gli altri fanno/non fanno questo o quell’altro, tutto il prontuario del giovane adolescente.
Quando lui le telefona, sul cellulare di lei appare il figliolo da bambino, con un grande sorriso, di quelli con qualche dente in meno che smuovono a tenerezza il più duro dei cuori.
Lei guarda quell’immagine, si ricorda di quanto lo ama, ed è pronta per affrontare litigi, malumori, richieste.
Anche lei è A., ma con un nome diverso.
Due figli maschi, piccoli, con la passione della natura, degli animali e dei bastoni. Il che significa, tra le altre cose, camminare in un bosco, seguire stupiti un coniglietto, un passerotto, qualunque bestiola che passi di lì e evitare che tra fratelli si prendano a bastonate durante il tragitto. Quando la situazione degenera, A. si toglie dalle spalle uno zainetto, che Mary Poppins avrebbe solo da imparare, ne estrae un pacchetto e consegna ad ognuno un tarallo dell’amicizia. Con le briciole sulla bocca e i taralli della pancia, i due dimenticano -per un po’-lotte e bastoni.
Infine c’è B, tre figli,un maschio e due femmine, una vita complicata. Quando erano piccoli, l’ora della nanna si protraeva estenuante tra favole, massaggi e grattini. Ciononostante, c’era sempre qualcuno che si frapponeva tra lei e il suo sancito e sacrosanto diritto di andare a letto.
Un bel giorno B si è inventata la polverina magica, custodita nelle tasche del pigiama e che, sparsa in piccole dosi sugli occhi chiusi, garantiva un addormentamento pressoché istantaneo.
Ha funzionato alla grande, fino alla adolescenza dei tre.
A volte la vita è troppa e il tempo non basta, come il tabacco avanzato nel pacchetto, con cui non riesci a farti l’ultima sigaretta. Un grosso istrice ci ha attraversato la strada, i lunghi aculei ritti sulla schiena e le nostre esclamazioni di stupore perché così vicini, a quella simpatica bestiola, non ci eravamo mai stati. Un uccello variopinto e dalle grosse ali ha scambiato la nostra finestra per il cielo, sbattendo violentemente sul vetro per poi atterrare poco più sotto. Soccorso dal primogenito, è rimasto immobile per un tempo che è parso infinito per poi rimettersi barcollante sulle sue zampe e volare via, tra il sollievo generale. L’acqua gelida della piscina che qui ha lo stesso colore del cielo, una città con una torre altissima con troppi scalini da fare, una chiesa senza tetto, a dimostrarti che si può rimanere in piedi lo stesso anche se ti manca un pezzo. Amici che con generosità e allegria ti adottano e condividono con te pezzi di vita, piatti di carbonara, risate e ricordi. Il grande, la mezzana e la piccola che insieme in giro per il mondo mi sembrano sempre più belli, più grandi e anche più rompiballe. Stavo cercando tante cose in questi giorni, e fino a ora ne ho trovate anche di più.
La sveglia non è suonata, per la prima volta nella storia familiare. Il cellulare si è spento, riaccendendosi quando ormai era troppo tardi. Il piccolo gatto ha ingurgitato due buste di pappa con la solita voracità, vomitandole insieme ai resti della lucertola divorata poco prima. Sulle mie scarpe. Tutto questo la mattina della partenza, attesa, pianificata e desiderata da settimane. Qualcuno avrebbe potuto vedere un presagio nefasto, indizi di tragedia e sventura ma noi no, incuranti dei messaggi del fato siamo partiti con due ore di ritardo sulla tabella di marcia. Abbiamo incontrato traffico, l’uscita dell’autostrada chiusa, il plexiglas all’autogrill e quasi quattrocento cinquanta chilometri di litigate tra il grande e la piccola, minacciati a più riprese di essere abbandonati in una piazzola di sosta. Siamo arrivati nel mezzo di un meraviglioso nulla e la piccola si è tuffata nella piscina gelida ancor prima che spegnessi la macchina. Oggi avremmo dovuto imbarcarci su una grande nave, il nostro regalo di Natale, prima che la pandemia ribaltasse il mondo. La Toscana ci ha accolto con un cielo carico di nuvole bianche, un verde generoso e il silenzio delle colline. Buone vacanze
Il felino maggiore ha fatto visita alla dottoressa dai capelli rossi. Deve aver combattuto con chissà chi per chissà cosa, ferendosi a una spalla. Ora vaga per casa un po’ intontito e si nasconde tra gli asciugamani del bagno per trovare silenzio e comodità. Il primogenito sta bene, o almeno credo. A “chi l’ha visto” ne parleranno durante la prossima puntata, mi hanno garantito. Devo controllare se è ancora sul mio stesso stato di famiglia. La mezzana esce, entra, invita l’amica S a dormire, per quanto dormire sia davvero il verbo sbagliato considerato che le due, all’alba delle quattro del mattino, hanno ben pensato di preparare i pop corn al microonde. La piccola gioca, gozzoviglia, fa consulenza per le amiche al pratone, l’altalena come studio. Passa la notte da una vicina ma si sveglia al sorgere del sole perché qualcuno russa e pensa sia una buona idea telefonarmi per fare quattro chiacchiere. Il fidanzato è in cammino, con una variegata compagnia che lo porterà tra una settimana a Pavia. Di solito ci vado in macchina. Io preparo le valigie, dimentico scadenze, controllo il frigo, mi struggo per il meteo avverso. Dopo tanti mesi passati dentro, è il momento di spostarsi, insieme, fuori.
La piccola sarebbe uscita alle due urlando dalla gioia, coi capelli pazzi e lo zaino lanciato per aria. La mezzana si sarebbe fermata con le amiche per andare al sushi all you can eat o una maratona di Mcdonald, magari entrambe. Il primogenito avrebbe trasferito la residenza al campetto, dove trascorre buona parte della sua estate, felice tra due canestri. La fine della scuola sarebbe stata celebrata con tutti i fasti, la sobrietà del compleanno della regina Elisabetta, l’eleganza delle feste nel castello del Boss delle cerimonie. E invece, un ciao a telecamera e microfono aperti, un clic e via, il computer chiuso e le braccia alzate al cielo. Un grosso sospiro e subito una partita alla play station. Nessuna ansia per i risultati sui tabelloni, niente pizzata coi compagni, nessuna materia da riparare a settembre. E’ finita senza la campanella, il vociare scomposto, l’orda di ragazzini e ragazzine fuori da un cancello. Non c’è traccia neanche della disperazione materna, nessuno che si chieda e ora, che farò? In questi mesi abbiamo fatto di pandemia virtù, sdoganato ore davanti a computer e cellulari da sempre contingentati a pochi momenti giornalieri, assistito inermi alle interrogazioni dei figli, non suggerendo le risposte solo perché non le conoscevamo neanche noi. Abbiamo puntato una sveglia per ogni figlio per seguire un bizzarro calendario di lezioni, recuperato tablet e supporti tecnologici come un importatore abusivo dalla Cina, riconnesso wi fi, nozioni e relazioni. Abbiamo imparato di avere bisogno dei maestri, che la distanza è superabile ma non per sempre, che nessun insegnamento sopravvive se non c’è qualcuno che ce lo racconta. I ragazzi si sono diplomati hacker professionisti, cintura nera di esperti in truffe informatiche, che da una parte meraviglia e dall’altra atterrisce. La scuola è finita e il computer è spento, settembre sembra lontano ma non lo è, le vacanze sono iniziate ma con meno slancio. Buona estate, che per il calendario scolastico, l’unico a cui molti di noi fanno riferimento, comincia oggi.