Giorno 2

Dopo una corroborante colazione a base di caffè lungo, aringhe e salmone affumicato ripartiamo per il primo lungo spostamento.

Due traghetti, centocinquanta chilometri, pochi gli esseri umani incrociati.

La sosta in un piccolo arcipelago dalle acque color smeraldo, dove da dicembre a febbraio pare transitino con frequenza balene e orche. Ma siamo in agosto e io, dopo la tragica avventura in gommone dello scorso anno alle Azzorre, ben mi guardo dal riproporre al mio compagno di vita e di avventure una nuova ricerca di cetacei. Rischierei di essere lasciata a piedi nella tundra norvegese.

I panini mangiati seduti sui tronchi, davanti a una spiaggia, con un mare dalle fattezze caraibiche ma dal freddo glaciale, dove tre temerarie o forse incoscienti fanciulle si tuffano per poi correre fuori di corsa.

E domani si comincia con le Lofoten.

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Tromsø

Tromsø è un’isola, oltre che la città più grande della Norvegia settentrionale.

Un lungo e arcuato ponte la collega a una delle sue più famose attrazioni, la cattedrale Artica.

È un luogo di culto che contiene una pluralità di religioni, tenute insieme dalla luce colorata che filtra da una maestosa vetrata, a dimostrazione che il divino si rappresenta così, luminoso, qualunque sia il nome che decidiamo di dargli.

Bastano pochi minuti di bus, ma noi ovviamente abbiamo percorso il ponte andata e ritorno a piedi.

Il museo polare raconta una storia di stragi di foche e orsi polari, che oggi condanniamo senza pietà perché è più facile giudicare quando non tocca procacciarsi pranzo e cena in una terra ostile.

Di esplorazioni nei luoghi più impervi del pianeta, dove uomini fatti di un coraggio un po’ folle hanno rischiato -spesso perdendo- la vita in nome della curiosità della scoperta.

Il sole è caldo ma l’aria fredda ti ricorda che siamo a trecento cinquanta chilometri dal circolo polare artico.

E tra un selfie con la foca, un fish and chips da ricordare, mangiato al porto, la sirena di una grande nave in partenza per i fiordi, si completa la nostra prima giornata norvegese.

Domani ci si rimette in viaggio, alla scoperta di nuove terre come gli esploratori di una volta, anche se io non trovo la macchina nel parcheggio del centro commerciale, figuriamoci orientarmi tra ponti e fiordi.

Meno male che al mio fianco c’è l’uomo bussola, col quale perdersi è impossibile.

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Sì, viaggiare

I giorni prima di una partenza sembrano essere quelli più faticosi, come se per prendere il volo si dovessero lasciare le zavorre dell’anno passato, una alla volta, senza dimenticarne nessuna.

Quest’anno di pesi da cui affrancarsi ce ne ha regalati parecchi, insieme a una vaga paura, come un rumore di fondo.

Programmato da tempo, dimenticato nei mesi più bui, ripreso all’ultimo e fino all’ultimo incerto, il nostro viaggio comincia oggi.

Con prudenza, attenzione e alla giusta distanza, ci inoltriamo nel paese delle renne, di un sole che per lunghi mesi non tramonta mai, della notte infinita, dove le città si chiamano come i comodini dell’Ikea.

Siamo arrivati a Tromsø, prima tappa del nostro cammino.

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Buon compleanno

Scomodo compiere gli anni d’estate, due passi più in là del ferragosto.

Nata sotto il segno del leone, col quale condividi criniera e impeto.

Campionessa di giardinaggio estremo, quando imbracci la motosega per tagliare i rami secchi, esperta nella coltivazione di pomodori e insalata, che cerchi vanamente di tramandare a questa figlia dal pollice nero.

Maestra di parole crociate, crostate alla marmellata e merende che sembrano banchetti.

Inadempiente alle indicazioni alimentari del medico, che consiglia sobrietà mentre nel tuo frigo si nascondono salami e gorgonzola.

Amante della natura, degli animali e soprattutto di quei tre nipoti sui quali rivolgi uno sguardo carico di un amore profondo.

Oggi è il tuo compleanno, non diremo quanti anni compi e come è tradizione nella nostra stravagante famiglia abbiamo già festeggiato da due giorni.

Oggi è il giorno giusto e allora buon compleanno mamma, ti vogliamo tanto bene.

Barbara, Jacopo, Sveva e Bianca

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Tutto Ok(i)

“Mamma, ho mal di testa e mal di pancia, muoio”

“Dai, coraggio”

“No davvero, non riesco neanche a guardare il cellulare”

“Accidenti, questo sì che è grave”

“Tu mi prendi in giro e io soffro”

“No, adesso vado a prenderti un antidolorifico è un bicchier d’acqua, va bene?”

“Grazie”

Cinque minuti dopo.

“Mamma, la mia pastiglia?”

In una scala da uno a dieci di idiozia dove uno sta per la terra è piatta e dieci il Covid non esiste, ecco a voi la summa di tutte le cose.

Prendersi l’antidolorifico della figlia senza avere alcun dolore.

Ferie, venite a me.

Buon ferragosto

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Bravi a cadere

Avrei voluto proteggervi sempre, dalle paure delle ipocondrie come diceva Battiato, dalle cadute e gli scivoloni, dalle ansie e dai dolori.

Ho imparato che non posso tenere la vostra mano nella mia per tanto, come quando da piccini camminavate sul muretto in equilibrio,simili a piccoli ginnasti sulla trave, scendendo con un salto altissimo che guardami mamma come sono stata brava.

Ho capito che non ci sono bacetti, cerotti o fasciature quando le sbucciature sono sull’anima.

Ho appreso che non si può evitare di cadere, ma che si può imparare come, mettendo le mani per non picchiare la faccia, tenendo il coraggio davanti per non ferire troppo il cuore.

Ho scoperto che non c’è prevenzione alle bordate della vita, che una placida navigazione può diventare impervia, che una giornata bellissima può diventare tragica, mutando svelta come il tempo in montagna.

Ho pensato che posso essere rifugio, quando piove troppo forte e non avete l’ombrello.

Che nel crescervi vi regalo strumenti, li appoggio sul tavolo, ché possano essere pronti se servono.

Che forse troppe protezioni tanto bene non fanno, che le rotelle si tolgono, che le reti attutiscono un colpo ma a volte ci fanno rimanere impigliati.

E allora diventiamo bravi a cadere, ché i lividi sfumano, le ferite rimarginano e se ti volti a guardare potrai vedere quante volte siamo riusciti a rialzarci.

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Aldilà

“Oh, buongiorno e ben alzato!”

“Awggsefhhdscjiihvdrss”

“Vabbè, parleremo dopo”

“Blo, io esco”

“Eccomi, son tornato. Sto uscendo”

“Vado in piscina”

“Vado al campetto”

“Ci si becca con Diego, Michela, Karim, Cristina, Alessia…”

“Si va a veder le stelle”

“Vado da Luigi”

“Esco con Claudio”

“Mangio da Stefano”

“Dormo da Pablo”

È più facile comunicare ai defunti con la tavola Ouija che con un adolescente d’estate, comunque.

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Vuoto per pieno

La confezione è sul ripiano giusto del frigorifero, a refrigerare in questo caldo agosto. Peccato sia vuota, l’ultimo vasetto svuotato per una colazione, una merenda, una fame chimica improvvisa.
Il pacco dei biscotti è sul tavolo, aperto, briciole tutto intorno fanno intuire che sia passato qualcuno che poi non lo ha chiuso, ah no non c’è pericolo che le gocciole diventino posse, sono finite.
Il bicchiere è sulla mensola, mezzo vuoto o mezzo pieno, bisognerebbe chiederlo a un ottimista o un pessimista.
A ben guardare ce n’è uno anche sulla scrivania, sembra coca cola ma chissà.
In bagno c’è il cartellino ma non il vestito, indossato da chissà chi per andare chissà dove.
Il barattolo della nutella sembra pieno, ma quando lo sollevi la sua leggerezza ti insospettisce e aprendolo scopri che qualcuno è riuscito a mangiarsela tutta un cucchiaio dopo l’altro, lasciando intatto il bordo.
Una sorte simile spesso tocca anche alla maionese.
La carta igienica è finita, ma te ne accorgi quando ormai è troppo tardi e il cambio del rotolo si conferma come lo sforzo più grande che si possa chiedere a un figlio. Si fanno i chilometri in bici, le ore a piedi per andare nel negozio preferito, ma si paralizzano dopo l’ultimo strappo.
In questa casa troppo spesso si scambia il vuoto per pieno o viceversa, o forse tutte e due, e urge un intervento che riequilibri questo sistema di vasi comunicanti, per ricondurli a un più efficace funzionamento.
In pedagogia altrimenti detto, quattro mazzate per uno.
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Con le mani nel sacco

“Ding!”

“Ding”

“Ding”

“Mezzana, arrivano messaggi sul tuo cellulare, dove sei?”

“Ding!”

“Almeno togli la suoneria”

“Ding! Ding! Ding! Ding! Ding! Ding! Ding! Ding! Ding! Ding! Ding! Ding! Ding! Ding! Ding! Ding! Ding! Ding! Ding! Ding! Ding!”

“Vabbè ora basta, ma chi è che ti manda tutti questi messaggi. Fammi vedere”

“Flash!”

“Ma che succede? Perché è partita la fotocamera? Mi ha accecata!”

“È un’app, mamma. Serve per vedere chi mi spia il telefono. Tu lo prendi e lui zac! Ti fotografa con le mani nella marmellata”

“Io veramente le avevo nella farina”

“Dettagli. Sei spiona. Faccio bene a difendere la mia privacy”

La deliziosa e amorevole figlia di mezzo ha installato una applicazione che coglie in fallo chi prova a sbirciare sul suo telefono. Simula l’arrivo di millemila messaggi e poi immortala chi si accinge a leggerli.

A riprova un mio primo piano dal basso, con doppio mento e l’aria dubbiosa.

Meno male che non ha un diario segreto. Ci avrebbe messo una tagliola.

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Dalla Russia con furore

“Blo, non puoi capire! Guarda qui”

“Questo entusiasmo non fa presagire nulla di buono, che c’è?”

“Blo ascolta, domani vado a Milano con Dario il Russo per fare un video su YouTube sugli outfit e la trap”

“Milano”

“Sì!”

“Dario il russo”

“Sì!”

“Outfit”

“Sì!”

“Trap”

“Sì!”

Il primogenito alternativo ieri, in una giornata dai picchi di caldo che neanche al sultanato del Brunei, s’è presentato sotto la Madonnina vestito di tutto punto per illustrare il suo outfit e dibattere sul genere musicale della trap alla presenza dell’inarrivabile Dario il Russo.

Giuro di non avere assunto droghe in gravidanza.

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