Avrei voluto proteggervi sempre, dalle paure delle ipocondrie come diceva Battiato, dalle cadute e gli scivoloni, dalle ansie e dai dolori.
Ho imparato che non posso tenere la vostra mano nella mia per tanto, come quando da piccini camminavate sul muretto in equilibrio,simili a piccoli ginnasti sulla trave, scendendo con un salto altissimo che guardami mamma come sono stata brava.
Ho capito che non ci sono bacetti, cerotti o fasciature quando le sbucciature sono sull’anima.
Ho appreso che non si può evitare di cadere, ma che si può imparare come, mettendo le mani per non picchiare la faccia, tenendo il coraggio davanti per non ferire troppo il cuore.
Ho scoperto che non c’è prevenzione alle bordate della vita, che una placida navigazione può diventare impervia, che una giornata bellissima può diventare tragica, mutando svelta come il tempo in montagna.
Ho pensato che posso essere rifugio, quando piove troppo forte e non avete l’ombrello.
Che nel crescervi vi regalo strumenti, li appoggio sul tavolo, ché possano essere pronti se servono.
Che forse troppe protezioni tanto bene non fanno, che le rotelle si tolgono, che le reti attutiscono un colpo ma a volte ci fanno rimanere impigliati.
E allora diventiamo bravi a cadere, ché i lividi sfumano, le ferite rimarginano e se ti volti a guardare potrai vedere quante volte siamo riusciti a rialzarci.
La confezione è sul ripiano giusto del frigorifero, a refrigerare in questo caldo agosto. Peccato sia vuota, l’ultimo vasetto svuotato per una colazione, una merenda, una fame chimica improvvisa. Il pacco dei biscotti è sul tavolo, aperto, briciole tutto intorno fanno intuire che sia passato qualcuno che poi non lo ha chiuso, ah no non c’è pericolo che le gocciole diventino posse, sono finite. Il bicchiere è sulla mensola, mezzo vuoto o mezzo pieno, bisognerebbe chiederlo a un ottimista o un pessimista. A ben guardare ce n’è uno anche sulla scrivania, sembra coca cola ma chissà. In bagno c’è il cartellino ma non il vestito, indossato da chissà chi per andare chissà dove. Il barattolo della nutella sembra pieno, ma quando lo sollevi la sua leggerezza ti insospettisce e aprendolo scopri che qualcuno è riuscito a mangiarsela tutta un cucchiaio dopo l’altro, lasciando intatto il bordo. Una sorte simile spesso tocca anche alla maionese. La carta igienica è finita, ma te ne accorgi quando ormai è troppo tardi e il cambio del rotolo si conferma come lo sforzo più grande che si possa chiedere a un figlio. Si fanno i chilometri in bici, le ore a piedi per andare nel negozio preferito, ma si paralizzano dopo l’ultimo strappo. In questa casa troppo spesso si scambia il vuoto per pieno o viceversa, o forse tutte e due, e urge un intervento che riequilibri questo sistema di vasi comunicanti, per ricondurli a un più efficace funzionamento. In pedagogia altrimenti detto, quattro mazzate per uno.
“Vabbè ora basta, ma chi è che ti manda tutti questi messaggi. Fammi vedere”
“Flash!”
“Ma che succede? Perché è partita la fotocamera? Mi ha accecata!”
“È un’app, mamma. Serve per vedere chi mi spia il telefono. Tu lo prendi e lui zac! Ti fotografa con le mani nella marmellata”
“Io veramente le avevo nella farina”
“Dettagli. Sei spiona. Faccio bene a difendere la mia privacy”
La deliziosa e amorevole figlia di mezzo ha installato una applicazione che coglie in fallo chi prova a sbirciare sul suo telefono. Simula l’arrivo di millemila messaggi e poi immortala chi si accinge a leggerli.
A riprova un mio primo piano dal basso, con doppio mento e l’aria dubbiosa.
Meno male che non ha un diario segreto. Ci avrebbe messo una tagliola.
“Questo entusiasmo non fa presagire nulla di buono, che c’è?”
“Blo ascolta, domani vado a Milano con Dario il Russo per fare un video su YouTube sugli outfit e la trap”
“Milano”
“Sì!”
“Dario il russo”
“Sì!”
“Outfit”
“Sì!”
“Trap”
“Sì!”
Il primogenito alternativo ieri, in una giornata dai picchi di caldo che neanche al sultanato del Brunei, s’è presentato sotto la Madonnina vestito di tutto punto per illustrare il suo outfit e dibattere sul genere musicale della trap alla presenza dell’inarrivabile Dario il Russo.
“Allora, è tutto chiaro? Non è difficile e se avete un dubbio chiedete”
“Chiarissimo”
“Bene, buon divertimento allora, ci vediamo per pranzo”
“Evviva bro! Finalmente in giro da sole! Allora dobbiamo prendere la metro e scendere a Duomo ma…aspetta, scendiamo in questa!”
“Ma quale, Zara?”
“Sì, così vediamo il negozio”
La mezzana e la sua amica nonché compagna di merende, a un passo dai quindici anni, hanno avuto l’autorizzazione per fare un giro a Milano da sole.
Approfittando del passaggio della mamma che andava a lavorare proprio lì, hanno ascoltato attente ma non troppo le indicazioni per muoversi in autonomia nella città tentacolare.
Alla ricerca di vip, influencer e imperdibili negozi, le due si sono avventurate baldanzose scendendo per un attimo dall’iperuranio, loro zona di comfort.
Speriamo solo non scendano alla fermata McDonald all’ora di pranzo.
“Bene. Signora, vengo ora a illustrarle questa meravigliosa iper offerta della vita che…”
“Mi scusi se la interrompo, ma le ho detto che non sono la signora G e comunque non mi interessa nessuna offerta, arrivederci”
“Non le interessa”
“No”
“Bella maleducata è lei, signora G. Io sto lavorando, sa? Lei potrebbe anche essere così gentile da ascoltarmi, no? Cos’è, tratta così male tutti quelli che conosce? Beh, meglio perderla che trovarla! E comunque il male che si fa torna tutto indietro, si ricordi!”
“…”
Ho sempre avuto il sospetto che lavorare in un call center non fosse tutto ‘sto carnevale di Rio. Ma assumere Crudelia De Mon mi pare eccessivo.
Il collegamento è pronto, le facce dei colleghi nei quadratini pure, incorniciate dallo schermo del computer.
La porta di casa socchiusa, un refolo di vento nella calura estiva anche se è solo mattino.
Una piccola macchia grigia sul pavimento, ma come corre veloce, ossignore ma è un topo.
Il gatto minore che caracolla sulle sue zampette tozze per prenderlo, la decisione fulminea di chiudere tutte le porte e lasciarli soli in corridoio. In fondo devo lavorare, non posso salvare tutti i roditori del pianeta.
Mentre torno in sala trafelata, la mezzana fa accomodare due signori sconosciuti che si rivelano essere rappresentanti della folletto.
Allontanati in fretta e furia, ché mai nella vita potrei spendere l’equivalente di una settimana a Sharm el Sheik per una aspirapolvere, torno alla mia riunione, giusto in tempo per rispondere al telefono.
Il meccanico, una brava persona che tuttavia vorrei vedere meno spesso, mi informa che il costo della riparazione della mia auto si avvicina molto a quello del folletto e quindi della vacanza a Sharm El Sheik.
Mi guardò intorno smarrita e affranta, occhi negli occhi col piccolo gatto che, per contagio emotivo, vomita i resti del topo prima divorato, sulle scarpe nuove della mezzana.
E quando vorrei solo mettermi a letto con la coperta sulla testa, suonano alla porta.
“Si mamma, arrivo. Ci siamo divertite tantissimo in piscina ma adesso voglio andare a casa, sai che fatica venire giù dagli scivoli tutto il pomeriggio?”
“Eh, me lo immagino. Fai una cosa, guarda sull’app trova il mio IPhone dov’è la piccola, così la recuperiamo che è quasi ora di cena”
“Aspetta che guardo, ancora un momento…eccola! Guarda, è qui al McDonald e ci stiamo passando davanti!”
“Io non la vedo, entriamo”
“Mamma, l’app parla chiaro. Lei è qui”
“Sarà in bagno”
“Vado a vedere. No! Nemmeno qui, ma dove può essersi nascosta? Non mi risponde neanche al telefono”
“Vabbè, usciamo”
“Aspetta mamma! La vedo qui, davanti al supermercato!”
“Ma anche noi siamo davanti al supermercato”
“Dici che si nasconde?”
“Fammi vedere…ma non ci credo! Stai seguendo i movimenti del mio telefono! Ci stiamo pedinando da sole!”
La mezzana dovrebbe, in quanto nativa digitale, destreggiarsi con abilità e scioltezza con le più moderne tecnologie.
Ma lassù, nell’iperuranio, le cose non vanno esattamente così.