In cucina con maledetta

E per l’allegra rubrica “fatto in casa da maledetta” qualche dritta culinaria per una esperienza sensoriale quassù tra i ghiacci.

Cominciamo col dire che il monopolio della pizza, in Norvegia, è turco.

I padri fondatori del kebab allietano i nordici palati con pizze all’ananas e peperoni rigorosamente senza mozzarella.

Per gli amanti del pesce benvenuti, siete nel posto giusto. Merluzzo in umido, nella zuppa, alla brace, essiccato come le patatine, nascosto nelle polpette e sciolto nel cappuccino come olio di fegato.

Tra gli affettati da non perdere il fenalår, cosciotto di agnello lievemente affumicato.

Inspiegabilmente trionfano dalla colazione alla cena i cetrioli, confezionati singolarmente nella plastica al costo medio di un ciondolo Pandora. Per le zucchine la quotazione si può vedere in borsa.

Divino il kanelsnurr, una girella alla cannella di forma e dimensioni di una cacca di mucca e con l’apporto calorico sufficiente a un maschio adulto sportivo per una settimana.

Si possono assaggiare stufato di renna, carpaccio di balena e bistecca di foca, se la fame supera l’etica e la morale.

In ogni autogrill accanto alle brioche troneggiano dei würstel avvolti nel bacon, ché qui si predica di yogurt e mirtilli e ci si ammazza di grassi e colesterolo.

Per oggi è tutto, se vi è piaciuto seguitemi per altre ricette.

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La Montessori della Norvegia

Il tasso di natalità in Norvegia è elevato, i figli unici una rarità.

La pedagogia è spiccia quassù al freddo, i piccoli umani imparano presto l’autonomia. Da neonati aspettano fuori dai negozi intabarrati nei loro passeggini con gomme da neve, ammalandosi finché il dna norvegese non ha la meglio e allora sono pronti per affrontare i rigori degli inverni a un passo da circolo polare artico.

Proverò con la piccola, se sono ancora in tempo.

Il genio del genitore di queste parti -o il sadismo, ancora non ho ben chiaro- fa sì che i bambini anche piccolissimi non facciano il pisolino pomeridiano, pratica che garantisce libertà e pace dalle sette di sera, ora della nanna.

Crescendo, i piccoli norvegesi mantengono questo spirito di autonomia e integrazione con l’ambiente esterno, non sempre favorevole all’insediamento umano.

Ut på tur aldri sur, motto locale che significa più o meno “all’aperto non si è mai tristi”.

Quando qui si parla di passeggiata è un po’ come col mio fidanzato: sarà un massacro. Comincio a pensare che vanti origini norvegesi più che viterbesi.

In ultimo, una nota drammatica.

Qui per i bambini le ambulanze non fanno “Nino Nino” come nel resto del mondo ma “babu babu”.

E anche oggi, dalla vostra Måria Møntessori è tutto.

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Super quark

Nell’insolita ma gradita veste di divulgatrice scientifica, vengo a voi con una serie di inedite curiosità sul meraviglioso paese che stiamo visitando, la Norvegia.

Cominciamo col dire che questo popolo illuminato ha una parola bellissima, Barnefri, che significa letteralmente “fare cose senza i (propri) figli al seguito”.

Sto meditando di farmela tatuare su un braccio.

Sempre in tema di parole, i norvegesi hanno un amore particolare per quelle composte e di conseguenza impronunciabili.

L’organizzazione dei diritti umani si chiama Menneskerettighetsorgasjoner, ma tanti e diversi potrebbero essere gli esempi.

I verbi non si coniugano, non esiste il congiuntivo e questo probabilmente fa stare tutti più sereni.

Nell’allegro isolotto di Røst, dieci chilometri quadrati per seicento abitanti, c’è un circolo culturale dedicato a Dante Alighieri.

Il legame tra Norvegia e Italia qui si fa sentire forte perché un navigatore italiano, che da Creta navigava beato in direzione Londra, deve avere sbagliato uscita trovandosi al largo delle Lofoten in balia di una tempesta artica.

Grazie all’aiuto dei locali riuscì a salvarsi e mantenne rapporti così buoni che oggi a fianco della bandiera norvegese sventola anche il nostro tricolore.

Per concludere, la scultura nella foto ha una particolarità. Se le giri intorno assume sedici differenti aspetti a seconda del punto di osservazione che si assume.

In pratica le mie espressioni quando il primogenito mi fa le sue bislacche proposte.

E con questo per oggi è tutto, alla prossima puntata.

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Giorno 5

“Amo’, che tempo da lupi mannaggia. Annamo, va”

L’amato viterbese ha aperto così l’ultima giornata in questo arcipelago nel mezzo del niente.

Nelle pause dalla pioggia abbiamo visitato il ridente paesino di Nurfjord, dove ho imparato che Hitchcock aveva ragione sui gabbiani e essere scivolata lunga e distesa sulle loro deiezioni.

Nella ridente cittadina di Hamnøy ho scoperto che i bambini qui si guadagnano da vivere tagliando le lingue dei merluzzi, con stipendi mediamente più alti del mio. Per l’alternanza scuola lavoro del primogenito sono a posto.

Nel pomeriggio siamo giunti a Å, che si legge O, ultima lettera dell’alfabeto norvegese e paese prima del nulla.

Tra un rorbu e l’altro, le tipiche abitazioni rosse a palafitta dei fiordi, ho conferma che l’attività più in voga in queste isole è la pesca e l’essicazione del merluzzo, che abbiamo mangiato fritto, lessato, nella zuppa e probabilmente anche nel cappuccino.

Domattina prima dell’alba traghetteremo con la nostra auto nella pancia di una grande nave, che ci riporterà sulla terraferma, dove continua il nostro viaggio.

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Giorno 4

Una mattina che comincia sotto una pioggia battente ma si sa, in montagna il tempo cambia repentino, anche al mare. E quando li hai tutte due a un passo il clima può essere assai mutevole.

Una passeggiata ricavata nel tempo di uno scorcio di sole, a sinistra una spiaggia del Madagascar, a destra una malga trentina.

È il contrasto, quassù, a togliere il fiato.

La pausa pranzo in una grotta da picnic, mentre fuori piove, il rientro alla macchina bagnati fino ai calzini, messi poi a asciugare sul riscaldamento dell’auto.

Ancora ponti, nuvole che scendono lievi e raggi di sole improvvisi.

Quando non sai cosa aspettarti finisci per non aspettarti niente, lasciando posto libero a stupore e meraviglia.

La sensazione di essere nel mezzo del niente, l’emozione profonda di uno spazio infinito che ti ricorda quando erano le quattro mura di casa a fare da cornice alle tue paure.

La scoperta dietro una curva, sotto una montagna, dietro la porta di un locale fatto di legno.

Su tutto, la fortuna di voltarsi verso chi sta al tuo fianco e condividere tanta bellezza.

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Giorno 3

Come porti il più grande reperto museale al mondo, una nave, all’interno di in museo?

Semplice, il museo glielo costruisci intorno. Peccato che l’inaugurazione dell’Hurtigraten Museum, prevista per questa estate, sia slittata di un anno senza dir niente a nessuno.

Un altro traghetto, questa volta per passare dalle Vesterålen alle Lofoten. Dopo chilometri di nubi basse, all’improvviso il cielo si apre e ci regala una traversata piena di meraviglia.

Un faro altissimo, che chissà quante cose potrebbe raccontare.

La conoscenza di Sara, giovane donna di Finale Ligure, biologa marina, che da cinque anni vive e lavora in un’isola sperduta di un arcipelago norvegese. Sono così pochi e riservati che, racconta, non hanno modificato il loro stile di vita col distanziamento sociale.

Un locale caldo e luminoso dove prendere l’immancabile lunghissimo caffè ogni volta con un dolce diverso, ché la prova costume qui non è un problema col freddo che fa.

L’arrivo a Henningsvaer, la Venezia delle Lofoten, in un bellissimo ostello costruito sopra una fabbrica di lavorazione del merluzzo.

Tornerò profumatissima.

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Giorno 2

Dopo una corroborante colazione a base di caffè lungo, aringhe e salmone affumicato ripartiamo per il primo lungo spostamento.

Due traghetti, centocinquanta chilometri, pochi gli esseri umani incrociati.

La sosta in un piccolo arcipelago dalle acque color smeraldo, dove da dicembre a febbraio pare transitino con frequenza balene e orche. Ma siamo in agosto e io, dopo la tragica avventura in gommone dello scorso anno alle Azzorre, ben mi guardo dal riproporre al mio compagno di vita e di avventure una nuova ricerca di cetacei. Rischierei di essere lasciata a piedi nella tundra norvegese.

I panini mangiati seduti sui tronchi, davanti a una spiaggia, con un mare dalle fattezze caraibiche ma dal freddo glaciale, dove tre temerarie o forse incoscienti fanciulle si tuffano per poi correre fuori di corsa.

E domani si comincia con le Lofoten.

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Tromsø

Tromsø è un’isola, oltre che la città più grande della Norvegia settentrionale.

Un lungo e arcuato ponte la collega a una delle sue più famose attrazioni, la cattedrale Artica.

È un luogo di culto che contiene una pluralità di religioni, tenute insieme dalla luce colorata che filtra da una maestosa vetrata, a dimostrazione che il divino si rappresenta così, luminoso, qualunque sia il nome che decidiamo di dargli.

Bastano pochi minuti di bus, ma noi ovviamente abbiamo percorso il ponte andata e ritorno a piedi.

Il museo polare raconta una storia di stragi di foche e orsi polari, che oggi condanniamo senza pietà perché è più facile giudicare quando non tocca procacciarsi pranzo e cena in una terra ostile.

Di esplorazioni nei luoghi più impervi del pianeta, dove uomini fatti di un coraggio un po’ folle hanno rischiato -spesso perdendo- la vita in nome della curiosità della scoperta.

Il sole è caldo ma l’aria fredda ti ricorda che siamo a trecento cinquanta chilometri dal circolo polare artico.

E tra un selfie con la foca, un fish and chips da ricordare, mangiato al porto, la sirena di una grande nave in partenza per i fiordi, si completa la nostra prima giornata norvegese.

Domani ci si rimette in viaggio, alla scoperta di nuove terre come gli esploratori di una volta, anche se io non trovo la macchina nel parcheggio del centro commerciale, figuriamoci orientarmi tra ponti e fiordi.

Meno male che al mio fianco c’è l’uomo bussola, col quale perdersi è impossibile.

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Sì, viaggiare

I giorni prima di una partenza sembrano essere quelli più faticosi, come se per prendere il volo si dovessero lasciare le zavorre dell’anno passato, una alla volta, senza dimenticarne nessuna.

Quest’anno di pesi da cui affrancarsi ce ne ha regalati parecchi, insieme a una vaga paura, come un rumore di fondo.

Programmato da tempo, dimenticato nei mesi più bui, ripreso all’ultimo e fino all’ultimo incerto, il nostro viaggio comincia oggi.

Con prudenza, attenzione e alla giusta distanza, ci inoltriamo nel paese delle renne, di un sole che per lunghi mesi non tramonta mai, della notte infinita, dove le città si chiamano come i comodini dell’Ikea.

Siamo arrivati a Tromsø, prima tappa del nostro cammino.

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Buon compleanno

Scomodo compiere gli anni d’estate, due passi più in là del ferragosto.

Nata sotto il segno del leone, col quale condividi criniera e impeto.

Campionessa di giardinaggio estremo, quando imbracci la motosega per tagliare i rami secchi, esperta nella coltivazione di pomodori e insalata, che cerchi vanamente di tramandare a questa figlia dal pollice nero.

Maestra di parole crociate, crostate alla marmellata e merende che sembrano banchetti.

Inadempiente alle indicazioni alimentari del medico, che consiglia sobrietà mentre nel tuo frigo si nascondono salami e gorgonzola.

Amante della natura, degli animali e soprattutto di quei tre nipoti sui quali rivolgi uno sguardo carico di un amore profondo.

Oggi è il tuo compleanno, non diremo quanti anni compi e come è tradizione nella nostra stravagante famiglia abbiamo già festeggiato da due giorni.

Oggi è il giorno giusto e allora buon compleanno mamma, ti vogliamo tanto bene.

Barbara, Jacopo, Sveva e Bianca

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