Piccole cose

La piccola che mi prende in giro sul voto della prova di ingresso, mamma ho preso quattro, no però più cinque, sono stata bravissima.

La mezzana con un nove in francese, ottenuto senza sommare i voti di tre verifiche, che sorride festosa e fiera, poco avvezza a ricevere valutazioni così alte.

Il primogenito che lascia in pace per un pomeriggio intero la piccola, studia filosofia e fa domande di senso, anche se userà Wikipedia per copiare durante la prova scritta, che si organizza un passaggio per tornare tardi dall’allenamento di pallacanestro.

Il gatto che non si sveglia alle tre perché è convinto sia mattino, col ritmo circadiano di un neonato.

La telefonata di un’amica cara, che ti tiene compagnia nella strada -lunga, a volte troppo- che dal lavoro ti riporta a casa -tardi, a volte troppo.

Una serie televisiva che ti cattura e appassiona, alternata a un libro alto e drammaticamente attuale, regalo del fidanzato.

Sarà che ho imparato dalle piccole cose.

Sarà che la felicità è qualcosa di semplice, non facile.

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Sdeng! Sdeng! Sdeng!

“Blo, non sai che risate nell’ora di tecnologia”

“Eh immagino, una materia notoriamente ilare”

“Ma tu non immagini! È successo questo. Mi sono messo un cartello sulla testa con scritto “scemo chi legge”, poi ho acceso la web cam”

“Durante la lezione online ti sei scritto scemo chi legge sulla fronte, ho capito bene?”

“Sì, ma quando lo hanno visto i miei compagni si son messi a ridere come pazzi”

“Durante la lezione online ti sei scritto scemo chi legge sulla fronte, poi hai acceso la webcam, ho capito bene?”

“Blo su! Non ripeterlo ossessivamente! E poi il prof lo ha visto e ha detto “certo che te sei proprio una volpe” ma rideva, eh”

“Durante la lezione online ti sei scritto scemo chi legge sulla fronte, poi hai acceso la webcam, il professore ti ha visto, ho capito bene?”

“Proprio così”

Se sto in silenzio, e ascolto il mio respiro, posso sentire con chiarezza il rumore delle scimmiette che battono i piattini nella sua testa.

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Potrebbe andare meglio

Va tutto bene.

Cambio degli armadi secondo il metodo della sadica Marie Kondo, una sacca per gli abiti che non metto da troppo tempo-delicato eufemismo per intendere che non entrano più-, una sacca per quello che può essere donato, una sacca per quelli da stirare che mannaggia la morte stanno nell’armadio e si spiegazzano, il cielo solo sa perché.

Lasciare in lavanderia le sacche per lo stiro e accorgersi davanti al cassettone dell’Humana di aver preso quelle sbagliate.

Portare la macchina all’autolavaggio dopo il ritrovamento di una paletta da spiaggia che stava lì probabilmente da anni.

Vedere la macchina uscire dai rulli senza targa. “Ma la mia targa?” “Signora, sarà arrivata senza” e ritrovarla per caso incastrata tra le spazzole.

I libri di scuola della piccola stesi sul terrazzo. “Perché sono qui?” “Devono decantare dal Corinavirus, ce lo ha detto la prof. Li lascio fuori tre giorni e zac! Niente più Covid. Forse dovrei farlo anche col gatto”

Va tutto bene.

Forse.

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Per conoscenza

C’è stato un tempo in cui sapevo tutto.

Ero a conoscenza di ogni piega delle loro vite, ogni anfratto delle esperienze che facevano.

Ero preparata -quasi sempre- sull’espletamento delle funzioni fisiologiche, un po’ per piacere “Mami, fammi compagnia in bagno, siediti qui di fianco al water”, un po’ per dovere “signora, com’era l’ultima cacca? Molle, dura, così e così?”

Quando il pediatra me lo domandava vagavo alla ricerca di informazioni, mi ha detto che ha mal di pancia, no è la piccola, ah sì ha vomitato, no quello è il gatto.

Sapevo chi erano i loro amici del cuore, i best friend forever, che in classe Gianmaria Bertonotti si metteva le dita nel naso, Chantal Guzzieddu aveva l’alito puzzolente, Giorgio Cicerchio dava mazzate a tutti.

Che la maestra aveva cambiato profumo e iPhone, che il maestro di musica aveva detto una parolaccia perché i bambini suonavano il flauto ognuno come gli pareva.

Sapevo che le zucchine della mensa facevano schifo ma andavano glorificate le lasagne, che a merenda eri popolare se portavi le pringles nel tubo grande e le barattavi con altre leccornie.

Oggi il primogenito mi ha detto che il professore di matematica ha comunicato loro che il compagno rumeno se ne va, e nell’ordine ignoravo l’esistenza di un compagno dell’est e ero convinta che avessero una professoressa, di matematica.

La mezzana s’è divorata un cartoccio di castagne, mai mangiate in vita sua ma che lei sostiene le piacciano da anni.

Meno male che la piccola mi invita ancora a farle compagnia in bagno, di tanto in tanto.

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Ipocondria portami via

“Bene, vedo che sei tornata! Sul lettino e via le calze”

“Devo proprio?”

“Beh, diventa complicato vederti le unghie con le calze”

“Mi farà male?”

“Certo, sono famoso per fare male ahahahaha”

“Mamma?”

“Tranquilla, il dottore sta scherzando. Forza, togli le calze che mi scade il parchimetro”

“Ecco, fatto. Ah no! Tenga giù quelle pinze!”

“Non sono pinze, è solo un bastoncino, le tenaglie le prendo dopo ahahahah”

“Mamma?”

“Il parchimetro”

“Ok, vediamo un po’ qua se dobbiamo operare ancora…ma cos’hai sui piedi scusa?”

La mezzana ha tanti pregi, è carina e gentile, simpatica e altruista, generosa e ironica.

Ma è anche tremendamente ipocondriaca, dopo uno starnuto chiede il sierologico, per il mal di gola il tampone, trentasei e otto di temperatura il ricovero immediato.

Oggi s’è presentata al quinto piano del l’ambulatorio di chirurgia pediatrica per risolvere l’annoso problema delle unghie incarnite.

Con le unghie ricoperte di quattro strati di smalto nero come la notte.

Il prossimo consulto sarà psichiatrico, se non mi scade il parchimetro.

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Oroscopo cinese

Il sorcio maledetto alloggia ormai stabilmente nel nostro stanzino.

L’odio per l’imprendibile roditore mi ha spinta a bruciare la tessera del wwf e buttare il dvd di Ratatouille.

La mezzana ha inaugurato il primo giorno di scuola in presenza con un raffreddore storico, l’ideale per stare cinque ore con la mascherina che le è stata prontamente graffettata alle orecchie.

Il primogenito la sera prima del grande giorno s’è messo a tossire come se gli fosse andato di traverso il gatto ed è stato per questo sottoposto a flebo di miele all’eucalipto con l’ordine tassativo di non proferire colpo di tosse in classe.

Pensiamo sia imploso, ma tant’è.

Sarebbe stato peggio doverlo riportare a casa.

La piccola gode di ottima salute, sconosciuta inappetenza, umore gaudente. Cerca case su immobiliare.it e tecnocasa come se dovesse andare a vivere da sola.

Io alle otto del mattino avevo già preparato da mangiare per mezzogiorno e sera, gettando inavvertitamente il mio pranzo nel bidone della carta dove stavo depositando la scatola della pappa dei gatti.

L’oroscopo cinese dice che questo è l’anno del topo.

Coincidenze? Non credo.

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Ci son due coccodrilli

Il giovane sorcio che vive nello stanzino è più arzillo che mai, s’è palesato davanti a una mezzana urlante in pigiama che cercava un cartone di latte.

È poi riuscito a mangiare il formaggio dalla trappola senza che questa si chiudesse.

In cucina siamo invasi dalle orride farfalline della farina, nonostante abbia gettato pasta, biscotti e ogni genere di prodotto colonizzabile dai nefasti insetti.

Come extrema ratio ho tappezzato mobili e muri di strisce adesive ai feromoni, che dovrebbero attirare e quindi imprigionare questi svolazzanti nemici.

Per ora l’unica a restare appiccicata è stata la piccola.

Il gatto maggiore vomita a spruzzo qua e là quando meno te l’aspetti, probabilmente per mostrare il suo disappunto sul pacco offerta di pappa che ho acquistato, contravvenendo ai suoi gusti.

Il piccolo gatto ha dichiarato guerra alle video lezioni, video Skype e qualunque altra cosa distolga l’attenzione dei suoi padroni dai bisogni primari di cibo e coccole.

L’ingombrante felino deposita quindi il suo imponente personale su ogni tastiera che gli capita a tiro, mostrando il generoso lato b con disinvoltura alla webcam e sospetto sia responsabile dell’invio di strane email.

In questa bizzarra arca di Noè che è diventata la mia casa, manca solo l’invasione delle locuste.

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Be my eyes

“Mami mami! Il tuo telefono fa un suono strano!”

“Prendilo che sto guidando, è in borsa”

“Ma che è? Non è una chiamata”

“Lo so io cos’è! Clicca lì!”

“Clicco dove?”

“Lì, sul pulsante più grosso, forza!”

“Pronto? Pronto?”

“Non quello piccola, l’altro! Presto!”

“Oh! Ha smesso di suonare. Vabbè, richiameranno”

Il mio cellulare è pieno di inutili applicazioni, dalle percentuali di apparizioni dell’autore boreale in Islanda al Geocaching, dalle ricette in vasocottura agli abiti usati che si barattano con quelli che mandi tu.

Qualche settimana fa ho scaricato Be my eyes, un’app che permette a un non vedente di chiedere aiuto, indicazioni sui colori e consigli a un vedente, in tempo reale.

Grazie alla piccola, forse qualcuno sta vagando senza sapere se è nel posto giusto o ha indossato pantaloni marroni a quadri con una maglietta verde a righe per un colloquio importante.

Chiunque lei sia, signore, ci perdoni.

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Settembre

Le zanzare in cucina e la coperta sul letto, ché la sera comincia a far freschino.

La sveglia che è tornata a mettere ordine nei risvegli di tutti e quattro.

Le penne e i libri con la plastica intorno, i quaderni che sono pagine bianche da riempire con parole nuove.

L’arrivederci alla morsa del caldo, che per mesi ha intorpidito i pensieri.

La lucidità che viene da un cielo terso e dal maglione sulle spalle.

I nuovi inizi, anche dove non c’è stata una vera fine.

I bambini col grembiule, i saluti fuori dal cancello, i significanti grandi nel cominciare un cammino.

Il caffè che non dà più fastidio se bollente, le abitudini e i riti che si insinuano lievi un giorno dopo l’altro.

Un’ansia sottile un post it dopo l’altro, per ricordare quello che si vorrebbe dimenticare.

Progettare, aspettare, sperare.

Settembre mi emoziona.

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Certi giorni

Il giorno di dolore che uno ha, canta il sempre bello e a volte bravo Ligabue.

Perché a volte va così, ci sono giornate particolarmente difficili.

E allora le figlie, preoccupate per il tuo traballante stato emotivo. spronano il tuo fidanzato a portarti fuori, distrarti, farti ridere.

Il solerte nonché amorevole fidanzato ti porta dunque al cinema, per farti pensare a altro e distrarti dai tuoi crucci.

Il film in realtà è un documentario.

Di due ore.

Sulle guerre in medio oriente.

In lingua originale.

Praticamente entri depresso e esci guardando tutorial su come preparare un cappio.

L’indomani, per rallegrare una domenica stanca, l’ingegnoso nonché amato fidanzato ha pensato a una gita fuori porta, addirittura all’estero.

“Amò, annamo a vede’ le pietre” ha esclamato poco dopo aver varcato i confini nazionali.

Come un novello Alberto Angela, mi ha guidata su e giù per le ridenti cave di Arzo, Svizzera, tra marmi e null’altro.

Per non farsi mancare niente, ci siamo poi inerpicati su per un bosco per visitare i resti di un parco archeologico a Tremona.

Dall’alto si gode di un gran panorama, nelle giornate terse si vede perfino Milano.

La nostra non lo era, pazienza.

Sarà la stanchezza, sarà la scarpinata, sarà il marmo, ma va già meglio.

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