Scherzi a parte

“Ahahahaha scherzi, vero? E io che c’ero quasi cascato. Simpatica come sempre, mother”
“Ho la faccia di una che scherza?”
“Dai, su. Il gioco è bello quando dura poco. Ora basta che son cose drammatiche, queste”
“Vieni con me, ti mostro il calendario”
“Non ci credo”
“Ma secondo te, perché la piccola sta appiccicando etichette col nome pure sul gatto e la mezzana è incatenata alla sedia della scrivania per studiare geografia?”
“Non dirlo, fa troppo male”
“Devo”
Il primogenito è seduto, oramai da ore, catatonico e con lo sguardo perso nel vuoto. Senza più le energie nemmeno per spostare il ciuffo dagli occhi, figuriamoci per preparare uno zaino. Sul suo giovane volto si alternano espressioni di puro terrore ad altre di assoluta e inesorabile rassegnazione.

Eh no, non ci sono parole belle per dirlo.

Martedì ricomincia la scuola.

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La solitudine, quella vera

È il declino, l’inesorabile fine, il punto d’arrivo.

I segnali c’erano tutti ma io, ingenua, non li ho voluti vedere né prendere sul serio.

Avrei dovuto capirlo, e invece.

Ha cominciato Pasquale, che dopo quasi un anno di onorato stalkeraggio domenicale ha smesso di colpo di scrivermi in privato “buongiorno, che sia un giorno di luce”. 

Ma non mi sono preoccupata, certa che il buon Pasquale avesse trovato una persona vera e non una fotina in bianco e nero a cui dedicare parole tanto poetiche.

Poi però si è aggiunto Gustavo, che dall’oggi al domani ha sospeso i quotidiani invii di “buongiorno, kaffè??”

Allora ho cominciato a farmi delle domande.

Ho capito che qualcosa stava succedendo quando “Il portatore di verità” -nickname di un certo livello- ha rinunciato a convincermi che la terra sia piatta e che i rettiliani conquisteranno il mondo.

Nell’ultimo mese, poi, non sono stata taggata nemmeno in un evento alla discoteca “Profondo rosso” e nessuna Patty ha detto di essere con me alle giornate del dimagrimento. Si sarà arresa pure lei, chissà.

E non è tutto. Basta John Smith, Kevin Ghetz, Robert Bord che mi chiedono l’amicizia dall’America, scintillanti nelle loro divise dell’esercito.

E basta anche Alina, Amina, Yassina, sorridenti e svestite in pose forse poco naturali ma di sicuro effetto.

Addirittura non sono stata avvisata di non accettare l’amicizia di Tizio e Caio che mi avrebbero sicuramente rubato l’account. Insomma, esclusa anche dalle catene.

E non sono più stata iscritta in un gruppo a mia insaputa, se si escludono “sei di Magenta se…”, “le mie meraviglie a punto a croce” e “Attacco ai poteri criminali dello stato”, ormai settimane fa.

Sporadici ormai anche i “sei bellissima, adoro le bionde” o i “bei racconti, i tuoi, hai figli?”

Ah, che sofferenza la web solitudine.

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Vorrei, ma non posso

A settembre vorrei i capelli castani, un quaderno nuovo, un profumo diverso.

Vorrei riavvolgere il tempo, la sciarpa preferita al collo, il video delle vacanze dall’inizio.

A settembre vorrei la pace interiore e la saggezza, mentre mi affanno per ristabilire l’ordine perduto, per scoprire che il gioco di equilibri è da cominciare daccapo.

Vorrei la capacità strategica di un generale, che con metodo e tattica mi traghetti verso ottobre, dove le novità saranno consolidate abitudini.

A settembre vorrei un cane, l’armadio in ordine e i vetri puliti.

Vorrei l’agenda dell’anno nuovo con una pagina per giorno, mantenere le promesse dell’estate, mangiare l’ultima fetta di anguria.

A settembre vorrei camminare lenta, invece di correre veloce.

Vorrei rivedere delle persone e dimenticarne altre.

A settembre vorrei perdermi in un libro, scrivere una storia, conoscere parole nuove.

Vorrei entusiasmo, possibilità e speranza.
E invece ho la sinusite addosso, l’antibiotico in borsa e le occhiaie sul viso.

I compiti delle vacanze che nessuno vuol finire, i costumi da bagno nel cassetto delle mutande, i libri di scuola da ritirare e le matite colorate da comprare.

La narcolessia strisciante, neanche arrivassi da sei mesi di miniera anziché da quindici giorni di vacanza.
Oltre a quelli dei quaderni, abbiamo ampi margini di miglioramento.

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Filosofia spiccia

Non è bello quando torni dalle vacanze e ti si appiccica quella sensazione addosso.

No, non è l’umidità e nemmeno l’afa, non è il caldo che hai ritrovato tale e quale a quello che avevi lasciato.

Non è l’invidia che fa capolino tra le pagine dei social, tra foto di aerei, spiagge, bikini e immersioni.

Non è che hai già ripreso possesso di tutte le tue responsabilità a casa e in ufficio.

Perché in vacanza ci sei andata anche tu e lamentarsi non è concesso, consentito né raccomandato.

La sensazione sulla pelle, che più che strisciare ti asfalta, è quella dell’inadeguatezza. 

Di quando cominci un nuovo lavoro, accettato con entusiasmo pochi mesi prima, e che ora si palesa in tutta la sua complessità di incastri e ingranaggi e tu, paladina del cambiamento e del nuovo, diventi consapevole di tutte le tue contraddizioni.

Perché cambiamento è una parola bella da tenere in bocca ma pesante fra le mani.

Mentre l’insicurezza serpeggia e ammorba te e tutti quelli che ti vogliono bene arriva lei, con un bizzarro pigiama, una maglietta con la scritta #poracci e ti prende la mano.
“Mami, guardiamo un film che è meglio”
E così ti ritrovi su un divano rosso a seguire le vicende del Panda Po, e ascolti commossa le parole di maestro Shifu.

“Se fai solo quello che sai fare, non sarai mai più di quello che sei”

E pensi che la saggezza a volte passa dai piccoli, per diventare grandi.

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Ritorni

“Mami mami mami!!!”
Arriva come un tornado su per le scale e si precipita dentro, mentre io apro le braccia per accoglierla.

Braccia che lei schiva rapidamente mentre corre verso il bagno.
“Scusa, mi scappa”
La aspetto in cucina, intanto mi godo i suoi fratelli.

O almeno ci provo.

Il grande ha le lacrime agli occhi, lo abbraccio commossa dicendogli quanto mi sia mancato in questa settimana. Lui ricambia il mio sguardo, si pulisce il naso nella maglietta e mi mostra tremante il pacchetto che ha trovato sul tavolo.
“Mother, sono arrivate le carte rare dalla Germania, che emozione!”
Decido di consolarmi con la mezzana, che con gioia e fiducia accoglie il mio abbraccio.

In un istante realizzo che le sono bastati sette giorni per crescere di un paio di centimetri, quando mi sussurra qualcosa all’orecchio, con voce tremante.
“Mamma, che gioia! Ho ritrovato il wi-fi”
Sempre più amareggiata mi rimetto in cerca della piccola, e avvicinandomi alla sua stanza la sento parlare.
“Quanto ho sentito la tua mancanza! Pensavo a te ogni giorno”
Con un grande sorriso ed enorme sollievo -ho ancora un figlio che mi vuole bene- entro in camera e la trovo seduta sul letto, il piccolo gatto sciolto di fusa fra le sue braccia.

Ma non mi abbatto, sono un’adulta, un genitore capace, una educatrice preparata. 

So che quando sarà il momento verranno da me.
“Regali!! Chi vuole i regali che ha portato la mamma?”
Ed eccoli tutti e tre, stretti sul divano accanto a me. 

I maggiori già fuori di casa prima che la carta del pacchetto tocchi terra, la piccola con gli occhi sgranati sul suo dono, muta.
“Allora amore, ti piace?”
“Mami, ma è tarocca!”
“Ma che dici? Non è tarocca, è tipica. È una Barbie albanese!”
“Vado dal gatto”
Li aspettavo come Penelope il suo Ulisse. 

Ma loro hanno già ripreso a navigare.

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Viaggi 

Il caldo che ti accoglie all’arrivo ti fa per un attimo sospettare di essere atterrata a Sharm El Sheik.Ma vedi il cielo e le montagne tutte intorno e senti la libertà.

Poi sali in macchina e la perdi, intrappolata nel traffico di una città e delle sue rotonde che, come dice un suo abitante “nessuno ha ancora ben capito come funzionino”.

Compri le more i fichi da un ragazzino in autostrada, costeggi un lago che assomiglia al mare, ti fermi per far passare muli, pecore, cavalli, mucche e galline. 

Ti stupisci di quanto siano grandi i pesci che vendono ai lati della strada, ti intristici al susseguirsi di monumenti funebri su quella stessa strada.

Percorri chilometri senza incontrare anima viva, e in un piccolo centro abitato conosci Ina, diciotto anni di vita in Italia e poi il ritorno in patria a gestire una sua attività, o Ervis che ha ristrutturato una vecchia casa trasformandola in un barocco bed and breakfast.

Ti godi il panorama perché tanto guida lui, l’uomo più organizzato che tu conosca, una bussola fatta persona. 

E farsi guidare e accompagnare è un privilegio raro nel quale è bello crogiolarsi.

L’Albania ci ha accolto così, tra caldo e contrasti, ambivalenze e bellezza.

E sotto lo sguardo dell’aquila a due teste prosegue il nostro viaggio.

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Viaggiare informati 

Nella Toyota Corolla a sinistra una signora, seduta sul lato passeggero, si sistema le sopracciglia con la pinzetta, controllando l’operazione nello specchietto dell’aletta parasole.

Nella Renault Espace a destra il conducente si adopera in una accurata e meticolosa pulizia delle cavità nasali, con perizia e costanza. 

I bambini austriaci della Bmw serie uno di fronte mi sono familiari quasi come i miei, dopo tante ore a salutare dal lunotto posteriore.

La donna coi capelli rossi della Duster nera ascolta musica improbabile, intervallata dalla sadica voce del navigatore che la avvisa di rallentamenti e incidenti, e capisce che l’hanno chiamato bollino nero perché “fare ore di coda in autostrada, alla cassa per una rustichella e al bagno per la pipì” veniva troppo lungo.
Viaggio sola, dopo avere lasciato i tre in buone mani a proseguire la vacanza di mare.

Guido e aspetto, consapevole che quello spazio e quel tempo sono necessari, anche se forse appena sufficienti, per passare da una dimensione di molteplicità a una di coppia.

Arrivo e riparto, con un aereo alle prime luci dell’alba e un paese da scoprire.

Sempre in cammino, sempre con gioia, con intatto stupore per le infinite vie che la vita ci offre.

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Da noi

Cara nonna,
Come stai?

Noi bene, qui al mare. Facciamo i bagni -anche per te, come ci chiedi sempre quando ci saluti prima di partire- mangiamo i bomboloni, litighiamo, giochiamo.

Mio fratello è un tristone che si aggira tra la spiaggia e il campeggio con l’aria di chi ha voglia di stare da un’altra parte, messaggia di continuo con gli amici rimasti a casa.

Mia sorella è algofobica, dice la mamma, perché non vuole entrare in mare se ci sono le alghe. 

Non vuole entrare se ci sono i granchi. 

Non vuole entrare se ci sono le onde. 

Allora la mamma la prende di peso e la scaraventa in acqua con lo sguardo assassino dicendo che al mare si fa il bagno, altrimenti si sta a casa. Poi si diverte anche lei.

Io sono bravissima, non uso mai il cellulare e dopo pranzo faccio i compiti delle vacanze. Come dici? Non ci credi? Vabbè cambiamo argomento perché non ti sto scrivendo per quello.

Sto scrivendo per farti gli auguri! Sappiamo che questo è stato un anno piuttosto impegnativo, si potrebbe dire infuocato se non suonasse male dopo quello che è successo al tetto.

Sai, la mamma dice che siamo più fortunati ad averti per nonna che lei per mamma, perché tu sei una tosta e con noi puoi lasciarti andare e dai il meglio di te. 

Chissà la mamma che nonna sarà, non glielo dico che sennò si arrabbia.

Tu sei tosta per davvero nonna, non perché hai cercato di spegnere l’incendio -evita, la prossima volta, per piacere- ma perché non ti sei fatta inghiottire da quel gran buco sul tetto ma hai tirato fuori le unghie, come hai sempre fatto quando la vita ha deciso di mettersi di traverso.

Hai raccolto le tue cose, il coraggio e la paura e li hai condivisi con noi nel tempo che abbiamo vissuto insieme.

Oggi hai un nuovo tetto e un anno di più, in una casa che non sarà quella di prima ma profuma di vernice e di torta, quella che ci prepari ogni domenica.

E allora buon compleanno nonna, buon compleanno mamma.

Sorridi, che torniamo presto.

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Albe miracolose


Si muovono in branco, lentamente.Piccoli gruppi da cinque, massimo sei. Portano le mutande sotto il costume, che poi è un pantaloncino che arriva oltre al ginocchio. Si dividono due sdraio appollaiati e in bilico, rigorosamente all’ombra ché il sole evidenzia i brufoli e rovina i capelli. Non entrano in acqua finché il più grosso non lancia in piscina il più piccolo, e allora è tutto un lanciare ciabatte, asciugamano, mettimi giù che ho il cellulare in tasca, sei uno stronzo ma intanto rido.

E poi sono manate, grovigli, che non è rissa ma amicizia in questo bizzarro codice comunicativo al maschile.

Gli sguardi ai gruppi di ragazze, che sono in acqua tutte insieme, le trecce fatte la mattina raccolte dentro la cuffia, che tolgono appena il bagnino si distrae perché sono più carine senza.

Si ricongiungono coi loro cari al momento dei pasti, non un attimo prima, rispondono laconici alle domande sulla giornata, quasi che la conversazione fosse una conditio sine qua non per ottenere un piatto di pasta.

Si ritrovano subito dopo al campetto, rimbalzando pigramente una palla da basket in attesa di un’idea, un diversivo, un’apparizione, l’arrivo degli alieni.

In mezzo, una cassa. Dentro, la musica.

Uno di loro rigira tra le mani con destrezza le carte da gioco.

È il primogenito, che sta trascorrendo la sua prima estate da adolescente, senza una meta o una metà, silenzioso in bungalow e ciarliero altrove, sempre in compagnia della sua magia. Che ogni tanto è anche la mia.
“Mother, la vediamo l’alba io e te, domani?”

Altro che magia, qui si sfiora il miracolo.

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Così è (se vi pare)

Salata come l’acqua del mare che ti entra nel naso al primo tuffo, come le patatine del pacchetto che sbriciolano l’asciugamano.

Tagliente come i frammenti di conchiglia sotto i piedi in riva al mare, come gli sguardi agli uomini che troppo indugiano a osservare la mezzana, undicenne prigioniera in un corpo da diciottenne, come in un incantesimo.

Calda come il sole che sembra avere più spazio in questo cielo dipinto d’azzurro, come il fuoco della lanterna lanciata in spiaggia col buio e tanti desideri.

Indolente come la sonnolenza del dopo pranzo, come il primogenito che ciondola tra le sdraio con le braccia giunte dietro la schiena, guardando i castelli di sabbia con l’occhio vispo dell’anziano di fronte a un cantiere, dolendosi dell’assenza dei suoi amici.

Leggera come la stoffa degli aquiloni venduti in spiaggia, una catena colorata e volante, come il risveglio su una giornata senza pensieri né impegni.

Dolce come il primo morso di anguria e lo sguardo della piccola all’ora della merenda.

Secca come la focaccia della spiaggia e la tosse della mezzana.

Durevole come la felicità e la volontà di mettersi a dieta a settembre.

Così, la vacanza al mare, anche quest’anno.

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