Tutti in classe 

“Buongiorno, bello essere qui ma sappiate che noi per le diciannove dobbiamo tassativamente tornare”
“Beh, cercheremo di fare il possibile ma non garantisco di poter finire prima”
“Eh no. Dobbiamo essere in cella tassativamente per le diciannove”
“Facciamo una pausa?”
“Allora: a chi spetta verificare i sistemi di sicurezza antincendio in una ditta?”
“Ai vigili del fuoco! Sai quante ne ho incendiate, di aziende? Ahahahah”
“Facciamo una pausa?”
“Andiamo avanti. Chi di voi è mai stato addetto a una squadra di emergenza?”
“Io! Alle elementari ero il capofila”
“E ditemi un po’. Chi è l’ultimo dell’organigramma che vi ho appena mostrato?”
“Lo schiavo”
“Facciamo una pausa?”
“Chi mi sa dire che acronimo è FBL? È il più importante”
“…”
“Non lo sa nessuno? Allora ve lo dico io: fa balà l’oeucc! Per chi non è milanese “fai ballare l’occhio! Prima regola della sicurezza”
Frequentare un corso per la sicurezza in un paese dell’hinterland milanese. 

Immaginare di annoiarsi come non mai.

Trovare dei compagni di banco allegri, festanti e antropologicamente variopinti. 

Divertirsi come in quinta elementare quando la maestra non c’è.

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Non l’avevo considerato 

In cucina, tardo pomeriggio.

La piccola, con un grembiule di quattro taglie più grandi, che non so nemmeno da dove sia uscito.

Appollaiata sullo sgabello giallo, con le maniche rimboccate e i capelli che scappano dalla coda di cavallo. È armata di mestolo.

Il gatto ai suoi piedi, col naso all’insù e la migliore espressione di supplica.

Sul tavolo una grossa pentola piena di ragù. 

Nella teglia, le sfoglie. 

Sui muri, il sugo.

Io, con la felpa di casa e i pantaloni eleganti, ché quando torni dal lavoro devi fare ancora tante cose e il tempo è sempre troppo poco.
“Mami, ho bisogno di un’agenda. Come la tua, non nera però che fa triste. Tutta colorata”
“Amore, hai il diario di scuola, no?”
“Quello è per i compiti”
“Ah, certo, per i compiti. Quindi tu vorresti un’agenda per…”
“Per i miei impegni. Allora. C’è la ginnastica artistica il mercoledì e il venerdì. Poi avrò le gare. Al giovedì il catechismo. E i turni al canile! Non posso certo mancare”
“Caspita. Non avevo riflettuto. Fai davvero tante cose, piccola”
“E vorrei anche suonare la chitarra”
“La chitarra? Beh, è una bella cosa. Solo mi sembra che tu sia già molto impegnata, non si se sia il caso di aggiungere attività”
“Vero. Sono molto impegnata. Quindi basta!”
“Basta cosa?”
“Basta aiutarti in cucina, no? Mica posso fare tutto io in questa casa. Però a cena le mangio le lasagne, eh”
Lo sfruttamento minorile, non l’avevo considerato.

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Ricordati di me


Gli avvenimenti degli ultimi giorni in ordine sparso, ché in quello giusto non me li ricordo.
Parcheggiare la macchina nel centro del paese, mettere diligentemente il disco orario, lasciare le chiavi inserite e la portiera aperta.
Farsi raggiungere da una signora che, ancora ansimante dalla corsa ti chiede “sei tu Barbara Boggio, vero?” incipit che di solito è preludio di “sei la mamma di x,y e z” o “leggo sempre i tuoi post, mi fai tanto ridere” e invece diventa “ha lasciato il bancomat adesso in banca”
Organizzare in modo dettagliato e con tempi militari il mercoledì dei figli, tra baby sitter, passaggi per gli allenamenti, lavoro, senza accorgersi che invece e martedì.
Andare al supermercato perché si è finito il sale. Arrivare alla cassa con salmone, insalata, detersivo in polvere per lavatrice e tre scatole di ciobar in offerta. Tornare a casa. Mangiare insipido.
Dimenticare -questo è un evergreen, ma con un’attenuante- a scuola il figlio maggiore al mezzogiorno del sabato, perché non abbiamo l’abitudine di frequentare sei giorni su sette. Trovare il figlio al bar “il cigno” ormai prossimo alla dipendenza da Campari spruzzato col bianco.
Attendere la nonna per mezz’ora alla fermata dell’autobus, borbottando contro l’inefficienza e i ritardi del trasporto pubblico, la classe politica e le scie chimiche come un vecchietto inacidito, per poi accorgersi di essere alla fermata sbagliata.
Perdersi in un sito di angeliche mamme “pancine” che dispensano consigli di puericultura e pedagogia direttamente dal medioevo, ridere con le lacrime agli occhi perché sei una mamma con la pancetta ma almeno conservi un briciolo di sanità mentale, dimenticandosi però di andare a iscrivere la piccola al catechismo.

Questi inquietanti accadimenti mi collocano di diritto in quell’allegro ventaglio che va dal leggero stordimento all’Alzheimer precoce.

Ma la piccola ha una soluzione per tutto. “Tranquilla mami, se dovrai firmare autografi ti ricorderemo noi come ti chiami”

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Dodici

Gli occhi grandi e la testa dura.

Un sorriso finalmente diritto, che illumina il tuo viso e rallegra la mia pancia ogni volta che lo incrocio con lo sguardo. 

I capelli raccolti in una stretta e alta coda di cavallo, al massimo uno chignon, che vedo sciolti solo quando mi chiedi di toglierti i nodi, con la spazzola gialla che non fa male.

Le mani belle da pallavolista, le gambe lunghissime che ti farebbero saltare in alto, se solo volessi.

La grazia nei gesti e la dolcezza dei modi.

Le fossette sulla schiena, marchio di fabbrica tuo e dei tuoi fratelli.

L’inclinazione all’ascolto, della musica in cuffia e non di quello che ti chiede la mamma, tanto che da piccina sei stata visitata da un dottore bravo, ed è stato chiaro che ci senti benissimo ma ascolti solo quello che vuoi. 

La felicità che ti esplode in faccia quando senti che per cena c’è pizza, quando è ora di andare all’allenamento e quando non devi andare a scuola.

L’allergia ai libri, anche se hai letto quello della mamma, l’avere ereditato la mia faccia, alcune delle mie insicurezze, gli imbrogli per non studiare storia ma anche la cura per le parole. 

Quelle da dire e quelle da non dire. 

L’essere sempre maggiore e minore perché sei nata nel mezzo.

Sei tu mezzana del mio cuore, che domani festeggi un giorno speciale.

Il tuo compleanno è arrivato presto, quest’anno. 

Presto per me, non certo per te che non vedevi l’ora di avercelo, un anno in più, che significa una manciata di minuti di più in piedi la sera e un qualche assaggio di autonomia.

Io che vorrei tu andassi dove ti porta il cuore, tu che vai dove ti porta un wi fi.

A pascolare nel tuo disordine, un caos che avrebbe scandalizzato pure la me stessa adolescente.

A scoprire un mondo che vorrei migliore per te.

Tanti auguri mia incredibile dodicenne.

Ti auguro di guardarti ogni tanto coi miei occhi.

Per vedere la meraviglia che vedo io.

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È arrivato 

“Buongiorno, sono il corriere, se vuole ci vediamo davanti al supermercato”
“Va bene, arrivo”
“Ho una duster nera e i capelli rossi”
“Io ho il furgone rosso e sono nero”
L’appuntamento al buio è andato bene, il prezioso carico è stato consegnato.

È arrivato in carne e ossa, carta e inchiostro, sudore e lacrime.

È arrivato e ha già tre lettori d’eccezione.

È arrivato e lo potete trovare qui

https://www.amazon.it/gp/aw/s/ref=nb_sb_noss?k=per+tentativi+ed+errori+copertina+

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Spauracchi moderni 

Sala d’aspetto del dentista, consueto tagliando della dentatura per la figlia mezzana.

Le sedie accostate ai muri, la noia come una cappa sulle teste di tutti noi, seduti in attesa del nostro turno.

Vicino alla finestra lui, non più di sette anni , capelli a spazzola e felpa di Bart Simpson.

Ha in mano un pezzo di legno trovato chissà dove col quale picchietta incessantemente il vetro.
Tactactactactactactactactactac
“Paolì, a nonna, smettila subito sennò arriva il dentista e ti sgrida”
Tactactactactactactactactactac
“Paolino a nonno, fa il bravo che sennò viene il dentista e ti fa la puntura”
Tactactactactactactactactactac
“Ho detto basta che sennò viene il dentista e ti strappa via il dente malato”
Tactactactactactactactactactac
“Piantala che dai fastidio a tutti e poi arriva il dentista e ti strappa pure il dente sano”
Tactactactactactactactactactac
“Così devi mangiare le pappette come la tua sorellina perché rimani senza denti”
“E poi ti resta la bocca brutta come quella di papà tuo”
“Papà non è brutto!!”
“Ciao Paolo, vieni che il dottore ti aspetta”
“Nooooooooooo!!!!!!”
Paolino scappa veloce, la nonna si mette le mani sul cuore, il nonno lo insegue e l’assistente del dentista osserva sgomenta senza capire.
Ai miei tempi c’era l’uomo nero, oggi l’odontoiatra.

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Rassicuranti consuetudini

Gli occhi si sono aperti ogni mattina alle sei, un minuto prima che trillasse la sveglia.

Il pullman è stato preso in orario, inizialmente solo all’andata e poi anche al ritorno.

Tutti i pomeriggi siamo passati in cartoleria, per un quaderno, un cartoncino, un compasso, una matita.

Ho ricominciato a bere il tè al bergamotto di pomeriggio, ascoltando con piacere il tepore che passa dalla tazza alle mani.

Sui letti sono ricomparsi i piumini, solo per le femmine di casa, ché il maschio è un vero uomo ed esce ancora con i calzoni corti.

Il grosso nodo al centro del nuovo lavoro sembra cominciare a sciogliersi, anche se ogni tanto trovo dei fili che non so bene dove mettere.

Sono ricomparse sul terrazzo le borse di pallavolo, pallacanestro e ginnastica, insieme all’odore che purtroppo le accompagna.

Ogni tanto, al pomeriggio, qualcuno ha studiato.

Ogni giorno, al pomeriggio, la piccola ha colorato copertine.

Sono arrivati i primi avvisi e inviti a feste di compleanno.

Per ora niente pidocchi.

I gatti sono restati in casa di notte, tolta qualche scorribanda del piccolo alla confusa ricerca di una fidanzata.

Ho tirato fuori le mie sciarpe preferite.

C’è una lista lunghissima di cose da fare, scritte su post it che si allungano a creare un enorme serpente di impegni, doveri e necessità.

La prima settimana di scuola è passata, e siamo ancora qui.

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Un tram che si chiama desiderio 

“Io te l’avevo detto, che era tardi”
“Cosa? Sarebbe colpa mia adesso?”
“Beh, io ero già pronto ad aspettarti”
“Ma se eri in ciabatte a giocare a clash of clan?”

 

“Erano i Pokemon. E comunque tu eri in pigiama”
“Certo, figurati se mi vesto per portarti alla fermata. E poi sembra una tuta, si mimetizza. Sto in macchina e torno subito a casa per le tue sorelle”
“Ommioddio”
“Guarda che se qualcuno deve lamentarsi tu sei l’ultimo della fila. Io devo portarti a scuola, e tua sorella ha dovuto accompagnare al mio posto la piccola allo scuolabus. Speriamo bene”
“Sì, ma io voglio andare in pullman coi miei amici”
“Continua così e andrai a piedi da solo”
La madre e il figlio, gente sveglia, hanno perso il pullman per la seconda mattinata consecutiva. 

Di questo passo i soldi pagati per l’abbonamento diventeranno un gesto di beneficenza verso il servizio di autotrasporti.

Quindi, ho preparato la tenda della Quechua e stanotte ci accampiamo alla fermata.

Aspettando l’alba.

E il pullman.

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Prime fatiche 

h 7.32

“Mother? Pronto?? Ti devo dire una cosa. Il pullman non è passato”
“Ma come non è passato? Abbiamo guardato gli orari, sei arrivato con mezz’ora di anticipo, ci sono anche i tuoi compagni…perché??”
“Non saprei. Che si fa?”
h 7.34

“Mamma, non so proprio decidermi”
“Su cosa amore?”
“Chignon o coda? Come mi pettino? E le scarpe? Nere o bianche? La felpa? Azzurra con le scritte o turchese coi fiori?”
“Eh già, son dilemmi”
“Va bene, sono pronta, bacio e vado che arrivano le mie amiche”
“Ma…e la cartella??”
“Ah, già”

h 7.36

“Mami? Abbiamo un problemino. Hai presente la borraccia nuova che ti ho implorato di comprarmi è che abbiamo riempito stamattina così a scuola non ho sete?”
“Sì, e allora?”
“Ehm…non era chiusa bene, temo. Ma si sono bagnati solo i quaderni a righe, credo”
Se tre indizi fanno una prova, sarà un anno scolastico particolarmente faticoso.

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Ricominciare

Ricomincia la scuola, ragazzo grande.

Comincia un’avventura, per te. 

A me sembra ieri quando ti ho accompagnato per mano in prima elementare, col grembiule nero e la cartella di spiderman.

Al primo giorno di liceo ti presenterai da solo, col ciuffo ribelle davanti agli occhi, le scarpe tanto desiderate ai piedi e l’emozione che fatichi a nascondere nella pancia.

Un augurio: che siano cinque anni di scoperte, di passioni, di inciampi e di allegria. 

Scegli bene con chi stare, ché gli amici del liceo sono amici per la vita.

Studia, scopri, impara. 

Solo così potrai scegliere di fare ed essere quello che più ti piace.
Ricomincia la scuola, mezzana del mio cuore.

La notizia non ti rende felice, per usare un eufemismo.

Tu che preferiresti passare la vita in un video di YouTube che una mattina nella tua classe, che somatizzi storia, geografia, scienze e tedesco con misteriosi quanto inguaribili mal di pancia.

Che sul diario segni solo i compiti che ti piacciono e hai l’astuccio pieno di bigliettini scambiati con le tue compagne.

Che mi sorprendi come la neve ad agosto quando scrivi per me, con una delicatezza e un talento per le parole che mi inorgoglisce e commuove.

Un consiglio: credici, nelle parole che senti. Scrivile, quando bussano per uscire. Fidati, che sei brava e capace.
Ricomincia la scuola, piccola.

Tu che non hai bisogno di di incitazioni o spinte, entusiasta come sei di riabbracciare la tua maestra e rivedere i tuoi compagni. 

Tu che mi hai accompagnato ad acquistare quaderni, penne e diari come non ci fosse cosa più bella.

Che hai messo etichette su ogni libro scrivendo con cura nome e classe, che hai lucidato il porta merenda rosa che ti accompagna dalla prima elementare.

Una speranza: tieniti stretta quella meravigliosa curiosità di sapere come è fatto l’universo, quanto è profondo un vulcano, quali sono i mammiferi che sanno volare. Chiedi sempre, anche quando non abbiamo le risposte.

E chissene importa se le acca in corsivo non vengono bene.
Ricomincia la scuola, per tutti.

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