È arrivata la cicogna 

Camminando accanto a un grande fiume, avvolti nella nebbia, nel silenzio che accompagna lo scorrere impetuoso dell’acqua.

Alzando gli occhi al cielo per ammirarle, slanciate e eleganti, sinuose e leggendarie. Loro, le cicogne, che rientrano in volo sopra le nostre teste negli alti nidi del bosco.

Giocando a palla in un giardino colorato di autunno, con le maniche corte anche se è ottobre, e poi riposare bevendo un tè coi biscotti quando c’è meno luce.

Lamentando ingiustizie perché nel fine settimana di un adolescente è di precetto la pallacanestro, non le scampagnate.

Cenando a una ricca tavolata, di persone e cibo, di grandi e piccoli, di amici e amori.

Plaudendo un primogenito prestigiatore, che incanta le folle con un mazzo di carte e le sue mani.

Dormendo in una casa gialla con il nulla intorno, se non volpi, cinghiali e silenzio.

Sperando che la piccola non cada dall’altissimo piano sopra del letto a castello, lei che pure nel sonno ha qualcosa da dire e da fare.

Svegliandosi in un mattino grigio, al battere del becco di questi bellissimi volatili.

“Mother, ma con tutte ‘ste cicogne, starai mica cercando di dirci qualcosa??”

Passando così, insieme, un lungo fine settimana di ottobre.

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Il diavolo veste Piccola

Ore 7.25 del mattino.

Fermata dello scuolabus
“Mami, non è giusto però”
“Eccoci. Dimmi un po’, piccola, di quale ingiustizia dobbiamo parlare quest’oggi?”
“Della maestra”
“Ah. Che è successo, oltre agli scacchi, naturalmente?”
“La maestra di religione, la mia bellissima dolcissima e biondissima maestra di religione ieri non è venuta. Non stava bene”
“Beh, se non si sentiva bene non è mica colpa sua, scusa”
“E allora perché la maestra di matematica viene a scuola anche con trentanove di febbre? Eh? Eh? E poi passa tutta la mattina a dire che non dobbiamo urlare perché le scoppia la testa”
“Beh, ci credo che con la febbre alta e un gruppo di bambini chiassosi le faccia male la testa”
“Adesso che ci penso, anche tu a casa usi la stessa scusa”
“Quale scusa?”
“Il mal di testa, no? È il tuo modo per non farci gridare in casa”
“Veramente non va proprio così, è che quando uno ha mal di testa non vuole sentire baccano, e quando non ce l’hai lo fate venire per gli schiamazzi”
“No no, io ho capito. Il mal di testa è un piano diabolico dei grandi per mettere a tacere i piccoli”
Diabolica piccola. Siamo stati scoperti.

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Aprite le porte

Driiin driiin!
“Mammaaaa, hanno suonato”
“Ho sentito, grazie. Vai tu che sto girando il sugo”
“Mammaaaaa, vieni, sono i testimoni di Geovaaaaa”
“Shhh! Cosa urli? Ecco, oggi mancavano solo loro. Ehm, buongiorno. Grazie ma noi non…”
“Ma no signora, siamo testimoni ma non di Geova. Meglio ancora. Le abbiamo portato il Folletto!”
“O Gesù, forse era meglio una copia di La Torre di guardia. No, grazie, non mi interessa e mi brucia il sugo”
“Ah, non le interessa avere una casa pulita? Male! Vuol far crescere i suoi figli nella sporcizia? Peggio!”
“La mia casa è a posto così, grazie e arrivederci”
“Vuole scommettere che se vengo su e le passo il Folletto scoprirà che quello che lei chiama pulito non è altro che sporco ostinato?”
“Mother, però ha ragione. L’ho visto anch’io lo sporco ostinato in casa ahahahah”
“Sta zitto e gira il sugo, traditore”
“Vede signora? Lo dicono anche quelle anime candide dei bambini!”
“No guardi, lui di candido non ha neanche la coscienza. Comunque adesso devo andare”
“Sta commettendo un grosso sbaglio, se mi consente”
“Eh già mother, un grosso sbaglio ahahahah”
“Zitto tu o lasci la scuola e vai a vendere contenitori termici cosa per casa”
Gli zelanti venditori sono rimasti chiusi fuori dalla porta. Insieme al primogenito.

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Scacco ad Alfio

“Nooooo! Mami, posso non andare a scuola oggi? Non voglio farlo”
“Ma fare che, piccola? Matematica, storia, geografia?”
“Ma no, quelle mi piacciono. Non voglio stare altre due ore a sentirmi dire come si muove Alfio”
“Alfio? E chi sarebbe?”
“E che ne so? Mi hanno detto dove deve andare e dove non può andare”
“Ma non sarà l’alfiere?”
“Eh, sì, cosa ho detto?”
“Ah, vero, avete già cominciato allora”
“Sì, ma io non volevo e l’ho detto! Io voglio fare teatro!”
La piccola, nel mese di ottobre, ha iniziato le attività integrative.

A dispetto dei suoi desideri è stata inserita nel gruppo scacchi ed esclusa da quello di teatro.

Care maestre, io davvero credo nella buona fede e nell’accuratezza delle vostre scelte educative ma, date retta a una madre, forse questa volta non ci siamo. 

La piccola, che ha pazienza come io talento per la musica, che nel suo essere maldestra riesce a rovesciare sedie, bicchieri e persone al suo passaggio, che inscena la sua vita su un perenne palcoscenico non è adatta a una così nobile attività.

E per il bene suo, mio, vostro e di Alfio, vi invito a ripensarci.

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Quarta L

Si sono trovate una sera, davanti a una pizzeria del centro, qualcuna più elegante, tutte emozionate.

Per metterle d’accordo ci sono voluti diversi messaggi nel gruppo “Ginnasio ci manchi”, per stabilire giorno, posto e orario dove rincontrarsi dopo un numero imprecisato ma vergognoso di anni.

Loro, le compagne della quarta L, prima sezione interamente femminile del ginnasio. 

Non sto a raccontare, perché facilmente intuibile, lo sconforto cosmico in cui cade una quattordicenne quando scopre, il primo giorno di scuola superiore, che il massimo del testosterone cui può ambire è il suo canuto professore di greco e latino.

Sono sopravvissute tutte in questo folle gineceo, tra una parafrasi e un tema, una declinazione e un’interrogazione.

Si sono riviste con gli occhi di allora e gli occhiali di oggi, ognuna col suo viaggio e ognuna un po’ diversa, come direbbe il buon Vasco.

Si sono ascoltate raccontare di carriere, figli, amori e destino. 

Hanno sparlato senza ritegno dei loro vecchi insegnanti e di qualche assente.

Hanno cercato, dietro qualche ruga e un po’ di trucco, di ritrovare la compagna di banco nella donna sorridente seduta di fronte.

Hanno scovato ricordi sepolti nella memoria delle altre.

Hanno riso, tantissimo, come se la cena fosse un lungo intervallo senza campanella.

Si sono ripromesse di vedersi presto e non far passare ancora tutti quegli anni.

Altrimenti, la prossima volta, rischiano di incontrarsi al centro anziani.

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Effetto placebo

“Mother, mi fa male il ginocchio, ho due afte in bocca e chissà per quanto non posso mangiare, una stanchezza che non puoi assolutamente immaginare. Oh, è il mio cellulare. Ciao, come? Andiamo giù a piedi in piazza a prendere il kebab? Ma certo! Ti saluto, mother”
“Mamma, mi sento poco bene. Anzi sto proprio male. Sono debolissima, guarda, non riesco neanche a sollevare il gatto. E ho anche la nausea, ho preso solo cinque gocciole e un bicchiere di succo insieme al latte, a merenda. Se leggo mi gira la testa”
“Va bene, allora scrivo sul gruppo che stasera non vai all’allenamento di pallavolo, così ti riposi e domani starai meglio”
“È oggi? È vero! Prendo tedesco, poi faccio matematica. Tu non scrivere niente”
“Mami mami, zoppico! Vedi? La caviglia mi fa malissimo, non posso camminare. Senti qui l’osso che sporge. Prima non c’era. Lo sapevo, lo dice anche Carlotta Ferlito che le ginnaste si fanno male, se sono vere ginnaste. Quindi io mi sono fatta male e allora sono una vera ginnasta”
“Se vuoi ci mettiamo del ghiaccio, e al canile andiamo un altro giorno, non importa”
“Aarghh! No! Il canile, i miei cuccioli mi aspettano, andiamo”
La vita, il placebo migliore che esista.

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Come sarebbe stato se

Ciao papà,
I ricordi sono una faccenda strana.

È come buttare qualcosa in mare, che piano piano -il dolore ancora più lentamente, purtroppo- sprofonda sempre più giù, sfuggendo alla vista e alla memoria. 

Io ogni tanto mi ci immergo, in quel mare. Per cercare ricordi, frammenti e conchiglie.

Per chiedermi come sarebbe stato se.

Credo che ti saresti innamorato del primogenito. Maschio, studioso, con la passione della pallacanestro e l’amore per le montagne e il cammino.

Nella mezzana avresti rivisto la mia faccia e ti saresti specchiato in quegli occhi tanto grandi e marroni, così simili ai tuoi. Avresti ritrovato la tua riservata timidezza, lei ti avrebbe insegnato ad usare il cellulare e forse tu saresti riuscito ad appassionarla alla lettura.

Dalla piccola saresti stato travolto e incantato, lei così piena di entusiasmo, energia e curiosità. Avresti dovuto trovare risposte alle sue mille domande e avresti potuto perderti nei suoi abbracci infiniti.

Saresti stato orgoglioso del mio libro. 

Tu, lettore instancabile e onnivoro, avresti ammirato con gioia nella tua libreria un volume col mio nome e cognome, che poi è anche il tuo.

Mi piace pensare che mi avresti guardato, fiero.

Avresti riso perché ho un amore che ama il cammino, io che da ragazzina facevo scene della malavita per seguirvi sui sentieri.

Avresti capito, mi piace pensare, il perché di alcune mie scelte.

E se nella vita siamo tutti sullo stesso treno, anche se ognuno con il suo biglietto, tu sei sceso prima di tutti. 

Ma quel biglietto lo conservo io, papà. 

E continuo il viaggio anche per te.
Barbara

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Di lunedì mattina

Quando la mattina alle sei e un quarto stai preparando i petti di pollo e l’insalata per il pranzo dei due grandi, che torneranno a casa affamati prima di te.

E ti accorgi che quel profumino di padella non è solo in cucina ma anche sui tuoi capelli, vestiti e mani.

Quando corri in macchina perché hai un treno da prendere, ti accorgi con sgomento di essere senza benzina e passi al volo al distributore, pregando di riuscire ad arrivarci. 

E ci arrivi con indicibile sollievo ma il distributore è ancora chiuso, quindi ti rassegni ad usare l’automatico, che pur essendo un’attività a portata di tutti non è mai stato il tuo forte.

Quando per la fretta e la sbadataggine estrai la pompa con un secondo di anticipo, innaffiandoti i piedi con gli ultimi due euro di benzina.

E corri a cercare un parcheggio nel raggio di cinque chilometri intorno alla stazione, non lo trovi ma ormai è tardi e allora lasci la macchina tra una striscia blu, un marciapiede, un passaggio pedonale e un passo carraio dicendole addio mentre la chiudi, consapevole che non la troverai più al tuo ritorno.

Quando sali sul treno al volo, ansimante ma fiera di avercela fatta, e ti accorgi di emanare un odore a metà strada tra la friggitrice di McDonald e il benzinaio dell’autogrill.

E realizzi che non puoi lamentarti. 

C’è chi sta peggio.

Per esempio quei poveretti seduti vicino a te.

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Grazie, eh

“Sono arrabbiata, furibonda e offesa!

Ecco, non vieni mai. Io ho fatto il pennello, la rovesciata sulla trave e il salto sul trampolino. E tu dov’eri? Non c’eri a vedermi. Se non mi vedi quando mi alleno come fai a sapere se divento brava? 

I miei fratelli hanno le partite, ma io niente, la ginnastica è una cosa seria e tu la prendi così, ti basta portarmi e tornare a prendermi”
“A me sembrava già parecchio”
“Ancora pasta? Davvero? Mamma, basta, l’abbiamo mangiata anche l’altro ieri! Non si possono mangiare sempre le stesse cose, non fa bene. Mi faccio le uova strapazzate. Anzi no. Pane e mortadella ne abbiamo? Idea! Ordiniamo la pizza. Io würstel e patatine, al solito”
“Quindi la vuoi in bianco, la pasta? Buon appetito”
“Mother, come sarebbe che non puoi? Ma cosa ti costa portarci al raduno di magia? Siamo solo in cinque. Si, ho capito che è domenica mattina, ah già, non sai dove mettere le sorelle. Ecco, perché non sono figlio unico? Che sofferenza. Sarebbe tutto per me, anche il tuo tempo”
“Non ho detto che non posso, ho detto che non voglio. È diverso” 

Ma guarda. Era la giornata mondiale della recriminazione e ingratitudine filiale e io non lo sapevo. 

Chissà se sono ancora in tempo per chiamare mia madre.

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Il più grande spettacolo 

“Mami, ci sei?”
“Si amore, sono quasi pronta”
“Ma l’hai presa?”
“Ma sì, è qui”
“E la custodia?”
“Non ce l’abbiamo. Fa niente, per oggi la portiamo così”
“Sì ma la porto io, tu tieni lo zaino”
“Va bene”
“Mi sento già una rockstar. E poi lo dice anche Jovanotti “ho preso la chitarra, senza saper suonare”
Il mondo della musica trema.

La piccola, alla prima lezione col capo della banda a scuola, ha scelto lo strumento che intende imparare a suonare.

Siamo arrivate davanti ai cancelli ancora chiusi con lo zaino sulle mie spalle e una grossa chitarra imbracciata a mo’ di fucile dalla giovane strimpellatrice. 

Lo strumento, che albergava polveroso nello stanzino tra lo stendi panni e l’aspirapolvere, è stato accordato per l’occasione. 

Nessuno la toccava da che la mezzana, universalmente nota per cominciare cento cose e lasciarne novantanove, aveva deciso che le lezioni con il suo tatuatissimo insegnante non le interessavano più.

Adesso è il turno della piccola, quindi Lorenzo caro fatti più in là.

Perché lei si sente già il più grande spettacolo dopo il big bang.

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