Vedo nero

“Mami, che venerdì nero, sono distrutta”
“Ciao piccola, bentornata. Però oggi è lunedì, non venerdì”
“Ecco, peggio ancora”
“Ehi, sembra una faccenda seria. Che è successo?”
“Allora. Intanto oggi avevo musica e dovevo portare la chitarra”
“E l’hai portata, ti ho accompagnata a scuola io e…”
“Insieme alla chitarra dovevo avere il plettro, che tu tutti i lunedì mi prometti di comprare e tutti i martedi ti dimentichi”
“Oh porca…giusto, il plettro. Ti prometto che domani te lo compro”
“Sì, vabbè. Poi la maestra ha interrogato in scienze. Tutti. Tranne me”
“E tu sei arrabbiata per questo?”
“Certo! Ero preparata, io! Avevo fatto pure la ricerca su Einstein! Sapevo tutto”
“Dai, ti interrogherà la prossima volta”
“E poi, indovina un po’? In mensa c’era il risotto giallo”
“Oh, almeno qualcosa di buono da mangiar…”
“No! È quello che credi! Ma il risotto della mensa è peggio del tuo polpettone”
“Non capisco adesso cosa c’entri il mio polpettone”
“Sai cosa ci mettono nel riso? L’acqua calda! Perché quando arriviamo noi a mangiare è tardi e il risotto sembra lo slime che fa mia sorella, quello con la colla”
“Accidenti, neanche un buon pranzo”
“E non è mica finita qui!”
“Cielo, che altro può essere successo?”
“Scendendo le scale mentre uscivamo la mia amica mi ha dato una gomitata sui denti”
“Oh tesoro, mi spiace! Ti sei fatta male?”
“No. Però capisci che ne erano già successe abbastanza”
“Certo. Capisco. Adesso però sei a casa e puoi rilassarti e riposarti”
“Meno male. A proposito, che si mangia per cena? Lasagne? Pasta al ragù? Tagliatelle? Mmm…ho una fame!”
“Ehm…no. Passato di verdure”
“Scherzi, vero?”
“No”
“L’avevo detto io che era un venerdì nero”
Vado a comprare il plettro, che è meglio.

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Emanuela

Fuori dalla scuola elementare, mattina presto.

Quell’attimo di quiete subito dopo l’ingresso, quando i bambini sono ormai in classe, i genitori in macchina e il marciapiede è libero.

Si sono incontrate lì e pochi passi dopo di sono accomodate nel tavolino d’angolo di un bar del centro.

Con due caffè davanti hanno trovato finalmente un momento per avvicinarsi, loro che si conoscono ma solo da lontano.

Lei con una cascata di ricci e un sorriso che sembra poter sistemare tutto. 

Lei tanto bella ma con una simpatia che mette a tacere le gelosie femminili.

Lei che tutti conoscono e tutti salutano, forse perché spinge la carrozzina più colorata del paese.

Lei che ha tirato fuori dalla borsa il libro per avere una dedica, anche se forse l’autografo glielo avrei dovuto chiedere io.

Perché lei è una donna che ha capito.

Che ha attraversato il bosco buio della paura e della disperazione, quello dove i lupi sono cattivi e sembra non ci sia né luce né speranza.

Lei che da quel bosco non è scappata, ma è riuscita a cogliere i fiori. 

Lo ha abitato, facendone un posto accogliente e sicuro per sé e per i suoi bambini.

Lo ha arredato, perché ci ha fatto pure costruire un bellissimo parco giochi dove tutti i bambini possono giocare, anche se le gambe non li sostengono e le braccia non li sollevano.

Lei che non ama i complimenti ma i racconti, che riesce a sorridere davanti agli strampalati regali di compleanno del marito, che sotto quei ricci ha ancora tante idee e progetti.

Per rendere quel bosco un posto buono per tutti.

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Fatiche


Ha combattuto una guerra di laser coi suoi amici, bardato come Dart Fener a carnevale. La battaglia dà appetito quindi per merenda ha ingurgitato imbarazzanti quantità di pizza prima e marshmallow poi, riuscendo a digerire come me dopo una cena a base di tisana benessere.

Ha arbitrato una partita di pallacanestro portandosi a casa, oltre che i consueti insulti, qualche complimento dai giocatori.

Ha girato il paese con gli amici la sera di halloween, coi capelli dipinti di blu e una ferita finta nel braccio, rimediando qualche liquirizia e mezzo biscotto.

Carta d’identità alla mano, ha guardato al cinema con gli amici uno spaventoso film dell’orrore, che fino a pochi giorni prima non avrebbe potuto vedere, e dal quale sarà tormentato fino alla maggiore età.

Ha finito di leggere un classico, la storia di un ragazzino che dopo una lite coi genitori va a vivere sugli alberi e ci trascorre la vita intera, anche senza la connessione wi-fi.

Ha recuperato il tragico esordio della verifica di matematica, compreso qualcosa in più di fisica e si è appassionato al laboratorio di chimica.

Ha imparato nuovi trucchi di magia, litigato per il caricabatterie con sua sorella, pensato di farsi i dreadlocks.

Ha pagato il biglietto del treno a prezzo pieno e con sua somma indignazione ha capito di essere penalmente imputabile per le sue azioni.

La prima settimana di vita da quattordicenne è passata cosi, tra novità e consuetudini, brevi scemenze e fugaci consapevolezze, momenti di grazia e di disgrazia.

Che bella fatica diventare grandi.

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E il tuo nome sarà Maria

“Mother! Ho preso una decisione! Si cambia!”
“Ma dai? Si comincia a studiare seriamente? Aspetta che chiamo le tue sorelle e intoniamo l’Alleluia”
“Ma ti pare? E comunque io studio già, quindi non sei divertente. No, si cambiano i capelli!”
“Puoi essere più preciso? Mi sta salendo una strana inquietudine”
“Mah, sono indeciso. Da un lato vorrei fare i dreadlocks…”
“Va bene, mi siedo”
“Oppure rasare tutto sotto e farli schiacciati tutti davanti sulla faccia”
“Piccola, chiama aiuto. La mamma non si sente tanto bene”
“Su su mother! Sono tutte cose belle! Devo solo decidermi. Adesso però esco che vado al campetto coi miei amici e poi all’allenamento. Saluta Antonio!”
Due minuti dopo
“Mami, guarda che ha dimenticato il borsone di basket”
“Va bene piccola, lo chiamo e glielo dico, grazie”
“Mami, ma il cellulare sta suonando in camera sua! Ha dimenticato anche quello! Ahahahah guarda qui che nome esce quando lo chiami tu? Ahahah!”
“Maria”
Ecco, sono stata memorizzata come una qualunque Maria. 

Si erano sbagliati. 

Non era solo “donna, partorirai con dolore”, il castigo divino.
Proseguiva con “e avrai un figlio adolescente”

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Zucca o zucchina?

“Mami mami che bello! Tra poco è Halloween e si va a fare dolcetto o scherzetto!”
“Cosa? Non se ne parla. Noi non festeggiamo questa festa pagana, non adoriamo il demonio! Non celebriamo le tenebre ma la luce!”
“Mami, scherzi?”
“Certo. Ho già cambiato le pile della zucca da mettere sul terrazzo”
“Ah, beh, allora…comunque io mi metto il pigiamone di Stich e giro tutte le case del paese! Però le caramelle non mi piacciono. Chiederò lasagne”
“Piccola, se si chiama dolcetto o scherzetto ci sarà un perché. Non puoi chiedere una teglia di lasagne”
“Pasta alla carbonara?”
“No”
“Pasta al ragù?”
“Nemmeno”
“Tortellini panna e prosciutto? Quelli sono sani, hanno dentro gli spinaci”
“Guarda che stiamo a casa”
“Mami, uffa! Togli sempre tutto il divertimento!”
Certo. 

Altrimenti che gusto c’è a fare la madre?

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Fuoco

“Mamma, perché un bosco? Cosa può farti di male? È lì per tutti, non è di nessuno”
Brucia.

Brucia da giorni, la nostra montagna.

Le fiamme alte, il fumo, una nuvola scura nel cielo.

Il fuoco è potente, tanto quanto è criminale la mano che lo appicca.

Perché provocare un incendio non è altro che questo. Un gesto criminale.

Ma la nostra montagna è ancora lì, e non è sola. Vigili del fuoco, volontari, canadair e elicotteri, che ormai ininterrottamente lavorano per spegnere quelle fiamme. 

Con una città che attende, spera, osserva. 

Ci si abitua alla bellezza, delle cose, delle persone e anche della natura. 

Ci si dimentica di quel monte, che ci guarda dall’alto, da sempre, che abita questi luoghi da molto prima di noi. 

Ci si dimentica che distruggere è sempre più veloce che costruire.

Ci si ricorda di quanto le persone possano essere eroiche, nello svolgere il proprio lavoro.

Ci si stupisce di poter essere così in apprensione, come se quel monte fosse un parente, un amico, una persona cara. 

E allora aspettiamo, con gli occhi in alto, verso la montagna.

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Taaaac!

Luci basse, odore indefinibile, di vetustà e finestre aperte di rado.

Una porta pesante che cigola mentre si apre e quando si richiude alle spalle.

Un signore non vecchio né giovane, coi capelli bianchissimi e una collana dorata e luccicante al collo.
“Buongiorno, avrei bisogno di tre marche da bollo da sedici euro”
“Eccole sciura bella”
“…”
“Eh no, il bancomat! Only cash, sciura bella”
“Ah, va bene, tanto c’è la banca qui fuori”
“No! Non c’è”
“Ma fino all’altro ieri era lì…”
“Sciura bella ascolta un cretino. Sono cinquant’anni che apro questo negozio ogni mattina e lo chiudo ogni sera. Se ti dico che la banca non c’è, non c’è”
“E quindi?”
“E qui di prendi la prima a sinistra, la seconda a destra e taaac! Il bancomat”
“Ok. Bene. Vado. Un’ultima cosa. Lei può farmi una fotocopia?”
“Eh no bella sciura. Però se vai dai CIAINA qui avanti, gli occhi a mandorla che riparano i telefonini, te la fanno”
“Capisco. Grazie. Arrivo subito”
“A dopo bella sciura”
Io credevo fosse una figura mitologica, come gli unicorni, i neonati che dormono tutta la notte e la taglia trentotto dopo i quarant’anni.

Invece il milanese imbruttito esiste, e vive con noi.

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Quattordici

Crescono i capelli, gli alberi e i denti da latte.

Cresce la paura, la pancia e il debito pubblico.

Crescono i figli, soprattutto se primogeniti.

Cresci tu, mio ragazzo grande.

Per un po’ abbiamo girato l’allegro luna park della tua infanzia, con lo zucchero filato e le musichette felici, mano nella mano.

Oggi siamo dentro il labirintico castello degli specchi dell’adolescenza, la colonna sonora è il rap e nelle mani tieni il cellulare.

Vaghiamo tra i corridoi, cercando l’uscita, mentre ogni specchio riflette un’immagine diversa di noi. A volte ci piacciamo, altre meno. A volte ci viene da ridere, altre ci facciamo paura. Ma sono le immagini ad essere diverse perché poi siamo sempre noi. 

Tu con quel sorriso canzonatorio, quegli occhi tra il verde e l’azzurro che hai preso in eredità e non da me, tu che piano piano, ma con una costanza simile alla goccia che scava, metti un centimetro dopo l’altro e ora gli abbracci sono un testa a testa.

Tu, che vivi di magia e di trucchi, che fai scomparire e riapparire, le carte e il mio sorriso.

Tu che ti senti più imparentato coi tuoi amici che con noi, e se potessi ci faresti pure il pranzo di Natale.

Tu che sei sempre più fuori che dentro, che come me vuoi vedere il mondo ed è una gioia quando lo facciamo insieme.

Tu che quando hai le cuffiette nelle orecchie il cappuccio sulla testa, ora lo so, sei dentro di te, non lontano da me.

Benvenuti, quattordici.

Buon compleanno ragazzo mio grande.

Da chi osserva, aspetta e ammira. E fa sempre il tifo per te.
La tua Mother

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La solitudine dei numeri primi 


Non ho mai avuto un buon rapporto coi numeri.

È sempre stata una mia difficoltà pensare che le persone potessero essere inquadrate e descritte con una cifra.

Le unità di misura non mi interessano.

Taglie, chili, centimetri e anni non mi raccontano una persona. 

Mi sento vent’anni come sessanta, non capisco mai l’età delle persone e quando mi dicono di proseguire cinquecento metri non ho idea di quanta strada fare.

So che è necessario misurare ma io preferisco raccontare. 

Sarà che mi trovo più a mio agio con le parole che con i numeri.

Sarà che sulle nostre teste aleggia un disturbo dispettoso che ogni tanto ti fa contare con le mani e usare la calcolatrice, e che rende le tabelline una sciagura e Pitagora simpatico come Voldemort.

Sarà che non ho mai dato importanza ai voti presi dai miei figli a scuola, predicando dalla prima elementare l’importanza dell’imparare e del comprendere, della curiosità nello studio, poi pazienza per i nove e dieci.

Ciò nonostante, fatte tutte le doverose premesse, a seguito della seguente conversazione whatsapp con il figlio primogenito, ho vacillato.
“Mother, tranquilla. La verifica di fisica non è andata esattamente come pensavamo. Ho preso 1”
“Scherzi, vero?”
“Sì, tranquilla. Ho preso 2”
“Scherzi, vero?”
“Sì, tranquilla. Ho preso 2.3:2”
“Scherzi, vero?”
“No. Ma tranquilla, mother”
Sarà.

Ma non riesco a stare tanto tranquilla.

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Tutto in un mattino

Scendendo dal treno
“Signorì, signorì! Aspetti che le è caduta una cosa!”
“Uhm…cosa?”
“Ma quel sorriso meraviglioso! Vicino a due occhi belli belli come i suoi! Che dice, me le compra delle calzine di un cotone buono buono? In offerta solo per lei”
Camminando al castello Sforzesco
“Buongiorno, ci farebbe una foto? Veniamo da Treviso”
“Beh, se venite da Treviso…dove la volete fare?”
“Allora, io comincerei qui con lo sfondo della fontana, se riesce quando c’è il getto più alto”
“Ci provo”
“E poi all’ingresso del castello, sulla panchina mentre ci baciamo e accanto allo stemma, eh?”
“Scusate, perdo la metro”
In metropolitana

“Signora senti, non è che mi puzzano i piedi?”
“Non direi, stia tranquillo”
“Signora, sei sicura? Perché il signore di prima mi guardava strano”
(Forse perché sei in canottiera e infradito con quindici gradi, hai i capelli che ci sembra esplosa una manciata di petardi a capodanno. Ma non lo dico)

Signore e signori, ecco a voi la calamita del disagio, la stella polare degli squinternati, il faro che guida il visionario, Nostra Signora della psichiatria di strada.

Inchinatevi.

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