E il tuo nome sarà Maria

“Mother! Ho preso una decisione! Si cambia!”
“Ma dai? Si comincia a studiare seriamente? Aspetta che chiamo le tue sorelle e intoniamo l’Alleluia”
“Ma ti pare? E comunque io studio già, quindi non sei divertente. No, si cambiano i capelli!”
“Puoi essere più preciso? Mi sta salendo una strana inquietudine”
“Mah, sono indeciso. Da un lato vorrei fare i dreadlocks…”
“Va bene, mi siedo”
“Oppure rasare tutto sotto e farli schiacciati tutti davanti sulla faccia”
“Piccola, chiama aiuto. La mamma non si sente tanto bene”
“Su su mother! Sono tutte cose belle! Devo solo decidermi. Adesso però esco che vado al campetto coi miei amici e poi all’allenamento. Saluta Antonio!”
Due minuti dopo
“Mami, guarda che ha dimenticato il borsone di basket”
“Va bene piccola, lo chiamo e glielo dico, grazie”
“Mami, ma il cellulare sta suonando in camera sua! Ha dimenticato anche quello! Ahahahah guarda qui che nome esce quando lo chiami tu? Ahahah!”
“Maria”
Ecco, sono stata memorizzata come una qualunque Maria. 

Si erano sbagliati. 

Non era solo “donna, partorirai con dolore”, il castigo divino.
Proseguiva con “e avrai un figlio adolescente”

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Zucca o zucchina?

“Mami mami che bello! Tra poco è Halloween e si va a fare dolcetto o scherzetto!”
“Cosa? Non se ne parla. Noi non festeggiamo questa festa pagana, non adoriamo il demonio! Non celebriamo le tenebre ma la luce!”
“Mami, scherzi?”
“Certo. Ho già cambiato le pile della zucca da mettere sul terrazzo”
“Ah, beh, allora…comunque io mi metto il pigiamone di Stich e giro tutte le case del paese! Però le caramelle non mi piacciono. Chiederò lasagne”
“Piccola, se si chiama dolcetto o scherzetto ci sarà un perché. Non puoi chiedere una teglia di lasagne”
“Pasta alla carbonara?”
“No”
“Pasta al ragù?”
“Nemmeno”
“Tortellini panna e prosciutto? Quelli sono sani, hanno dentro gli spinaci”
“Guarda che stiamo a casa”
“Mami, uffa! Togli sempre tutto il divertimento!”
Certo. 

Altrimenti che gusto c’è a fare la madre?

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Fuoco

“Mamma, perché un bosco? Cosa può farti di male? È lì per tutti, non è di nessuno”
Brucia.

Brucia da giorni, la nostra montagna.

Le fiamme alte, il fumo, una nuvola scura nel cielo.

Il fuoco è potente, tanto quanto è criminale la mano che lo appicca.

Perché provocare un incendio non è altro che questo. Un gesto criminale.

Ma la nostra montagna è ancora lì, e non è sola. Vigili del fuoco, volontari, canadair e elicotteri, che ormai ininterrottamente lavorano per spegnere quelle fiamme. 

Con una città che attende, spera, osserva. 

Ci si abitua alla bellezza, delle cose, delle persone e anche della natura. 

Ci si dimentica di quel monte, che ci guarda dall’alto, da sempre, che abita questi luoghi da molto prima di noi. 

Ci si dimentica che distruggere è sempre più veloce che costruire.

Ci si ricorda di quanto le persone possano essere eroiche, nello svolgere il proprio lavoro.

Ci si stupisce di poter essere così in apprensione, come se quel monte fosse un parente, un amico, una persona cara. 

E allora aspettiamo, con gli occhi in alto, verso la montagna.

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Taaaac!

Luci basse, odore indefinibile, di vetustà e finestre aperte di rado.

Una porta pesante che cigola mentre si apre e quando si richiude alle spalle.

Un signore non vecchio né giovane, coi capelli bianchissimi e una collana dorata e luccicante al collo.
“Buongiorno, avrei bisogno di tre marche da bollo da sedici euro”
“Eccole sciura bella”
“…”
“Eh no, il bancomat! Only cash, sciura bella”
“Ah, va bene, tanto c’è la banca qui fuori”
“No! Non c’è”
“Ma fino all’altro ieri era lì…”
“Sciura bella ascolta un cretino. Sono cinquant’anni che apro questo negozio ogni mattina e lo chiudo ogni sera. Se ti dico che la banca non c’è, non c’è”
“E quindi?”
“E qui di prendi la prima a sinistra, la seconda a destra e taaac! Il bancomat”
“Ok. Bene. Vado. Un’ultima cosa. Lei può farmi una fotocopia?”
“Eh no bella sciura. Però se vai dai CIAINA qui avanti, gli occhi a mandorla che riparano i telefonini, te la fanno”
“Capisco. Grazie. Arrivo subito”
“A dopo bella sciura”
Io credevo fosse una figura mitologica, come gli unicorni, i neonati che dormono tutta la notte e la taglia trentotto dopo i quarant’anni.

Invece il milanese imbruttito esiste, e vive con noi.

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Quattordici

Crescono i capelli, gli alberi e i denti da latte.

Cresce la paura, la pancia e il debito pubblico.

Crescono i figli, soprattutto se primogeniti.

Cresci tu, mio ragazzo grande.

Per un po’ abbiamo girato l’allegro luna park della tua infanzia, con lo zucchero filato e le musichette felici, mano nella mano.

Oggi siamo dentro il labirintico castello degli specchi dell’adolescenza, la colonna sonora è il rap e nelle mani tieni il cellulare.

Vaghiamo tra i corridoi, cercando l’uscita, mentre ogni specchio riflette un’immagine diversa di noi. A volte ci piacciamo, altre meno. A volte ci viene da ridere, altre ci facciamo paura. Ma sono le immagini ad essere diverse perché poi siamo sempre noi. 

Tu con quel sorriso canzonatorio, quegli occhi tra il verde e l’azzurro che hai preso in eredità e non da me, tu che piano piano, ma con una costanza simile alla goccia che scava, metti un centimetro dopo l’altro e ora gli abbracci sono un testa a testa.

Tu, che vivi di magia e di trucchi, che fai scomparire e riapparire, le carte e il mio sorriso.

Tu che ti senti più imparentato coi tuoi amici che con noi, e se potessi ci faresti pure il pranzo di Natale.

Tu che sei sempre più fuori che dentro, che come me vuoi vedere il mondo ed è una gioia quando lo facciamo insieme.

Tu che quando hai le cuffiette nelle orecchie il cappuccio sulla testa, ora lo so, sei dentro di te, non lontano da me.

Benvenuti, quattordici.

Buon compleanno ragazzo mio grande.

Da chi osserva, aspetta e ammira. E fa sempre il tifo per te.
La tua Mother

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La solitudine dei numeri primi 


Non ho mai avuto un buon rapporto coi numeri.

È sempre stata una mia difficoltà pensare che le persone potessero essere inquadrate e descritte con una cifra.

Le unità di misura non mi interessano.

Taglie, chili, centimetri e anni non mi raccontano una persona. 

Mi sento vent’anni come sessanta, non capisco mai l’età delle persone e quando mi dicono di proseguire cinquecento metri non ho idea di quanta strada fare.

So che è necessario misurare ma io preferisco raccontare. 

Sarà che mi trovo più a mio agio con le parole che con i numeri.

Sarà che sulle nostre teste aleggia un disturbo dispettoso che ogni tanto ti fa contare con le mani e usare la calcolatrice, e che rende le tabelline una sciagura e Pitagora simpatico come Voldemort.

Sarà che non ho mai dato importanza ai voti presi dai miei figli a scuola, predicando dalla prima elementare l’importanza dell’imparare e del comprendere, della curiosità nello studio, poi pazienza per i nove e dieci.

Ciò nonostante, fatte tutte le doverose premesse, a seguito della seguente conversazione whatsapp con il figlio primogenito, ho vacillato.
“Mother, tranquilla. La verifica di fisica non è andata esattamente come pensavamo. Ho preso 1”
“Scherzi, vero?”
“Sì, tranquilla. Ho preso 2”
“Scherzi, vero?”
“Sì, tranquilla. Ho preso 2.3:2”
“Scherzi, vero?”
“No. Ma tranquilla, mother”
Sarà.

Ma non riesco a stare tanto tranquilla.

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Tutto in un mattino

Scendendo dal treno
“Signorì, signorì! Aspetti che le è caduta una cosa!”
“Uhm…cosa?”
“Ma quel sorriso meraviglioso! Vicino a due occhi belli belli come i suoi! Che dice, me le compra delle calzine di un cotone buono buono? In offerta solo per lei”
Camminando al castello Sforzesco
“Buongiorno, ci farebbe una foto? Veniamo da Treviso”
“Beh, se venite da Treviso…dove la volete fare?”
“Allora, io comincerei qui con lo sfondo della fontana, se riesce quando c’è il getto più alto”
“Ci provo”
“E poi all’ingresso del castello, sulla panchina mentre ci baciamo e accanto allo stemma, eh?”
“Scusate, perdo la metro”
In metropolitana

“Signora senti, non è che mi puzzano i piedi?”
“Non direi, stia tranquillo”
“Signora, sei sicura? Perché il signore di prima mi guardava strano”
(Forse perché sei in canottiera e infradito con quindici gradi, hai i capelli che ci sembra esplosa una manciata di petardi a capodanno. Ma non lo dico)

Signore e signori, ecco a voi la calamita del disagio, la stella polare degli squinternati, il faro che guida il visionario, Nostra Signora della psichiatria di strada.

Inchinatevi.

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È arrivata la cicogna 

Camminando accanto a un grande fiume, avvolti nella nebbia, nel silenzio che accompagna lo scorrere impetuoso dell’acqua.

Alzando gli occhi al cielo per ammirarle, slanciate e eleganti, sinuose e leggendarie. Loro, le cicogne, che rientrano in volo sopra le nostre teste negli alti nidi del bosco.

Giocando a palla in un giardino colorato di autunno, con le maniche corte anche se è ottobre, e poi riposare bevendo un tè coi biscotti quando c’è meno luce.

Lamentando ingiustizie perché nel fine settimana di un adolescente è di precetto la pallacanestro, non le scampagnate.

Cenando a una ricca tavolata, di persone e cibo, di grandi e piccoli, di amici e amori.

Plaudendo un primogenito prestigiatore, che incanta le folle con un mazzo di carte e le sue mani.

Dormendo in una casa gialla con il nulla intorno, se non volpi, cinghiali e silenzio.

Sperando che la piccola non cada dall’altissimo piano sopra del letto a castello, lei che pure nel sonno ha qualcosa da dire e da fare.

Svegliandosi in un mattino grigio, al battere del becco di questi bellissimi volatili.

“Mother, ma con tutte ‘ste cicogne, starai mica cercando di dirci qualcosa??”

Passando così, insieme, un lungo fine settimana di ottobre.

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Il diavolo veste Piccola

Ore 7.25 del mattino.

Fermata dello scuolabus
“Mami, non è giusto però”
“Eccoci. Dimmi un po’, piccola, di quale ingiustizia dobbiamo parlare quest’oggi?”
“Della maestra”
“Ah. Che è successo, oltre agli scacchi, naturalmente?”
“La maestra di religione, la mia bellissima dolcissima e biondissima maestra di religione ieri non è venuta. Non stava bene”
“Beh, se non si sentiva bene non è mica colpa sua, scusa”
“E allora perché la maestra di matematica viene a scuola anche con trentanove di febbre? Eh? Eh? E poi passa tutta la mattina a dire che non dobbiamo urlare perché le scoppia la testa”
“Beh, ci credo che con la febbre alta e un gruppo di bambini chiassosi le faccia male la testa”
“Adesso che ci penso, anche tu a casa usi la stessa scusa”
“Quale scusa?”
“Il mal di testa, no? È il tuo modo per non farci gridare in casa”
“Veramente non va proprio così, è che quando uno ha mal di testa non vuole sentire baccano, e quando non ce l’hai lo fate venire per gli schiamazzi”
“No no, io ho capito. Il mal di testa è un piano diabolico dei grandi per mettere a tacere i piccoli”
Diabolica piccola. Siamo stati scoperti.

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Aprite le porte

Driiin driiin!
“Mammaaaa, hanno suonato”
“Ho sentito, grazie. Vai tu che sto girando il sugo”
“Mammaaaaa, vieni, sono i testimoni di Geovaaaaa”
“Shhh! Cosa urli? Ecco, oggi mancavano solo loro. Ehm, buongiorno. Grazie ma noi non…”
“Ma no signora, siamo testimoni ma non di Geova. Meglio ancora. Le abbiamo portato il Folletto!”
“O Gesù, forse era meglio una copia di La Torre di guardia. No, grazie, non mi interessa e mi brucia il sugo”
“Ah, non le interessa avere una casa pulita? Male! Vuol far crescere i suoi figli nella sporcizia? Peggio!”
“La mia casa è a posto così, grazie e arrivederci”
“Vuole scommettere che se vengo su e le passo il Folletto scoprirà che quello che lei chiama pulito non è altro che sporco ostinato?”
“Mother, però ha ragione. L’ho visto anch’io lo sporco ostinato in casa ahahahah”
“Sta zitto e gira il sugo, traditore”
“Vede signora? Lo dicono anche quelle anime candide dei bambini!”
“No guardi, lui di candido non ha neanche la coscienza. Comunque adesso devo andare”
“Sta commettendo un grosso sbaglio, se mi consente”
“Eh già mother, un grosso sbaglio ahahahah”
“Zitto tu o lasci la scuola e vai a vendere contenitori termici cosa per casa”
Gli zelanti venditori sono rimasti chiusi fuori dalla porta. Insieme al primogenito.

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