A Dicembre

Mi muovo in punta di piedi, a piccoli passi incerti.

Sto a una distanza elastica dai malumori, i bisogni e le allegrie, che si allunga o si accorcia in base al momento e all’emozione.

Sto seduta su un divano rosso coi piedi sotto la coperta e lo osservo alle spalle, vedo il taglio sfumato che ha scelto mentre cerca di capire un esercizio di fisica.

Ascolto conversazioni che non mi appartengono, decifro un linguaggio che mi è nuovo.

Bevo il tè e preparo la cioccolata, mi chiedo se comprare un nuovo albero di Natale, se sia giusto assecondare le richieste della mezzana, perché la piccola arrivi da due sere nel lettone, col mal di pancia, di ginocchia e i brutti sogni.

Cammino e sbaglio strada, allora grido per farmi sentire, davanti a una cesta di vestiti che nessuno ha svuotato.

Lascio che l’euforia del Natale trovi un posto anche dentro di me.

Guido per accompagnare a una partita, un allenamento, una lezione.

Rispetto gli orari e i limiti di velocità, ma a volte non i miei tempi.

Scrivo liste di regali, di persone, di cose da fare.

Accarezzo il gatto pensando a una storia, aspetto la neve sapendo che dovrò uscire.

Compro l’agenda nuova, sempre uguale ogni anno ma con le pagine bianche, e mi aspetto di scriverci cose belle.

A Dicembre mi arrendo, alla frenesia, alle luci, a un anniversario doloroso e sorrisi felici.

Lascio che le emozioni trovino un posto insieme alle decorazioni, provo a rallentare anche se dovrei correre.

Lascio scorrere l’acqua dal rubinetto e le tensioni dalle spalle, lascio spazio alle parole che si dicono ridendo e a quelle che vanno dette piangendo.

Ascolto e aspetto, a Dicembre.

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Pronto, chi è stato?

Va bene, sono pronta, vado.

La borsa, le chiavi della macchina, quelle di casa, il telefono…ma dov’è il telefono?

Strano, l’avevo appoggiato proprio qui.

Dunque, fammi pensare.

Stamattina ho portato il grande alla fermata del pullman, e ce l’avevo.

Poi sono tornata e sono andata a piedi con la piccola allo scuolabus, che però non è passato per lo sciopero e allora siamo tornate indietro di corsa a prendere la macchina e siamo andate a scuola.

Lì abbiamo scoperto che lo scuolabus era passato, però in anticipo e l’abbiamo perso.

Poi ho salutato piccoletta e sono venuta a casa, ho fatto i letti, sistemato la cucina…però qui non c’è da nessuna parte.

E adesso?

Devo fare delle telefonate importanti stamattina. Ma dove diavolo può essere finito?

Aspetta! È un iPhone, lo posso trovare! Vediamo un po’…ecco…no! L’avevo disattivato, mannaggia a me.

Il backup! La mia salvezza! Bene, eccoci qua…come ultimo backup a giugno? Passa così veloce il tempo?

Niente panico. Deve pur essere da qualche parte. Ci sono! Deve averlo preso il grande stamattina per sbaglio, scendendo dalla macchina. Non c’è altra spiegazione. Se mi sbrigo arrivo per il cambio dell’ora e glielo chiedo.

Non ce l’ha.

Non ne sa niente.

E adesso? Andrò a casa a scrivere mail a tutti. Però passo davanti alla scuola della mezzana…magari lei si ricorda dove l’ho messo.

Proviamo.

“Giuro mamma, non so proprio come sia potuto succedere! Mi sono trovata il tuo cellulare in tasca, davvero è un mistero! Ovviamente te lo avrei ridato. Vabbè, tutto è bene ciò che finisce bene”

Sono state le ultime parole pronunciate dalla mezzana.

Sarà autorizzata a parlare tra sei mesi, al termine del castigo.

E adesso vado a fare il backup.

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Mi fido di te

“E abbiamo passato il resto della mattina al supermercato a dare i sacchetti alla gente, poi ce li restituivano e noi dividevamo la spesa”

“Bella questa idea della scuola, di farvi fare i volontari per la colletta alimentare. Però non fare il furbo e mangia anche i fagiolini, grazie”

“Beh, chi non si farebbe volontario per saltare ore di scuola?”

“Allora ci andrò anche io quando sarò al liceo. Mamma, sai che oggi a scuola c’erano due ore buche e se si voleva ci si poteva portare avanti coi compiti?”

“Ah, bene, quindi sei a posto per domani”

“No. Ho detto che si poteva scegliere”

“Ah. Mangia i fagiolini”

“Perché non lo dici anche alla piccola che li sta imboscando sotto il tovagliolo? Eh? Eh?”

“Piccola, che faccia. Va bene che non ti piacciono, però un’espressione tanto disperata mi sembra esagerata”

“Oggi mi hanno detto che Babbo Natale non esiste”

Silenzio. Scende il gelo. Sulle nostre teste, sulla tavola e pure sui fagiolini nascosti sotto il tovagliolo.

“Sorella, la magia non si può spiegare. Bisogna solo crederci. E Babbo Natale è magia! Tu ci credi? Io sì!”

“Dici davvero? Allora esiste?”

“Sono tua sorella, no? Ti ho mai mentito?”

“Sì, ma solo per cose poco importanti. Ti credo. Mi sento meglio”

E si ritorna a respirare, parlare e ridere.

In segno di gratitudine imperitura la mezzana ha potuto avanzare i fagiolini, stasera e per sempre.

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Inferno, canto III

A volte penso di aver fatto qualcosa di molto brutto, in una vita precedente.

Un eccidio di bambini forse, o una qualche forma di schiavismo e di crudeltà verso l’umanità.

Il karma mi appare come l’unica spiegazione possibile a una due giorni di colloqui generali coi professori del liceo, per verificare l’andamento scolastico del figlio primogenito.

Perché se non vai sembra che non ti interessi, se vai nelle comodissime ore di ricevimento infrasettimanale ti sei giocato le ferie estive.

E allora, ci vai.

Parcheggi nel primo posto libero, a cinque chilometri dalla scuola, cammini a passo spedito cercando di sorpassare altri genitori e entri a scuola, affannata e sudata.

Qui fai code che nemmeno alla Mediaworld la mattina del black friday con l’iPhone X al cinquanta per cento di sconto.

Neanche a Gardaland per salire sullo Space Vertigo a ferragosto.

Neppure su ticketone per la prevendita del concerto dei Coldplay.

Le regole della coda sono poche, ma inderogabili e insindacabili.

Vuoi parlare con il professore di inglese, mentre aspetti quella di lettere e hai ancora centoventi persone davanti, e sono nella stessa aula? Accomodati.

Poi ritorni in fondo alla fila.

Ti scappa la pipì e devi andare urgentemente in bagno?

Prego.

Poi ritorni in fondo alla fila.

Hai capogiri, tachicardia e nausea dopo ore passate in piedi, vuoi andare a sederti nella sedia all’angolo? Fai pure.

Poi ritorni in fondo alla fila.

Ma non ti arrendi e arriva il tuo turno, ti siedi trionfante dall’altro capo del banco e ascolti rapita tante belle parole sul tuo figliolo. Peccato per quell’abbigliamento dai colori squillanti, certo, ti dice l’insegnante.

A quel punto il tuo tempo è scaduto, e tu esci pensando che il primogenito non ha di squillante nemmeno le calze, e la sua icona di stile è il sobrio total black di Lord Voldemort.

Te ne vai così, tenendoti i tuoi dubbi.

Perché non vuoi tornare in fondo alla fila.

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Vengo anch’io?

“Mamma, mamma, mamma”

“Ossignore che spavento! Perché mi hai svegliata? Stai male?”

“No, tranquilla. Volevo solo essere sicura che c’eri”

“Amore mio, sono le tre di notte. Ma dove caspita dovrei essere?”

“Non so, ieri sera eri al lavoro”

“Ecco, appunto, ieri sera. Poi sono tornata. Ti ho dato un bacio ma tu ti stavi addormentando”

“Vabbè, mi sono svegliata e ho pensato di controllare. Si è fatto tardi. Dormi bene mamma”

C’è stato un tempo, quando la mezzana era solo uno scricciolo con una testa piena di riccioli castani e gli occhioni sgranati sulla sua mamma e sul mondo, in cui l’ansia da abbandono era quasi quotidiana.

Se stavamo per uscire, pronti con giacca sciarpa e scarpe, lei ci guardava da sotto in su e domandava “vengo anche io?”

Arrivati a destinazione, spenta la macchina e slacciate le cinture mi chiedeva “scendo anche io?”

Ora, io non so da dove arrivi questa sindrome da Calimero il pulcino nero.

Non mi spiego quando si insinui in lei lo spirito dell’orfanello Remì.

Non comprendo come si possa essere una bimba amata e accudita e identificarsi con la piccola fiammiferaia.

Ho in mente un figlio maggiore che non si è mai posto domande, forse perché investito dal sacro fuoco della primogenitura.

Ricordo una piccola che si è fatta largo in famiglia a suon di gomitate e strilli d’aquila.

Forse è stare nel mezzo, che confonde.

Che schiaccia, limita, perché sia a destra che sinistra, sia prima che dopo, trovi qualcuno.

Perché sarà pur vero che in medio stat virtus. Ma la mezzana ancora non lo sa.

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20 novembre

“Mamma, ma io voglio la penna cancellabile blu!”

“Clara non importa. Te l’ho presa nera perchè tuo fratello usa quella così i ricambi sono uguali per tutti”

“Ma io non voglio scrivere col nero, ma col blu! Non voglio essere diversa da tutti i miei compagni di classe! Per piacere mamma”

“Il nero andrà benissimo, Clara”

La voce della bambina è una cantilena, coi toni striduli di chi sta per piangere.

Tira su col naso e guarda per terra.

Ha una testa piena di ricci e di pensieri.

Quante volte non sappiamo riconoscere i bisogni dei bambini.

Li chiamiamo capricci. Li chiamo, capricci.

Anche io spesso sento ma non ascolto, loro ma soprattutto me.

Perché c’è un solo modo per distinguere un capriccio da un bisogno, una lagna da una richiesta.

Bisogna ricordarsi di essere stati lì, in quel mondo bambino, e di essere stati piccoli a nostra volta .

E comunque non basta.

Va cercato il bambino che ci portiamo dentro. Va stanato, trovato, curato.

Gli va data voce, riconoscimento, ascolto.

Solo così possiamo curare i bambini che stanno fuori.

Oggi, nella giornata mondiale dei diritti dei bambini e delle bambine, una speranza.

Che ogni bambino e ogni bambina possano trovare ascolto.

Che ogni adulto trovi lo spazio per tutta la cura necessaria.

Anche passando da una penna blu.

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Deus ex machina

C’è un limite a tutto.

Un limite d’età per fare la commessa da Zara, di peso per salire su un ascensore e di altezza per le giostre più paurose.

Il limite di velocità per strada, di decenza nel vestire, di tempo per finire un gioco.

Ci sono i limiti della trigonometria, di calorie in una dieta, i casi limite.

Il limite di decibel nei locali, di spesa sulla carta di credito, di caratteri su Twitter.

Limiti scelti, limiti imposti.

Limiti superabili, limiti insuperabili

C’è poi un limite ben più pericoloso, quello nella pazienza coi propri figli.

Che quando si supera fa il rumore secco di un ramo che si spezza, col quale alimentare il fuoco della rabbia che lo accompagna.

E allora ti trovi un pomeriggio con una mezzana preadolescente che sbatte porte e urla la sua insofferenza per essere incompresa e abbandonata, e tu molli gli ormeggi e urli la tua insofferenza per le mezzane preadolescenti e ti fai sentire da tutto il quartiere.

Quando all’improvviso, il campanello.

Alla porta, una suora.

Nelle sue mani, un’immaginetta.

La benedizione natalizia, quest’anno, è scesa su una nutrita platea composta da una nonna in trasferta, una mamma e una mezzana furibonde l’una con l’altra, un primogenito e il suo amico che stavano giocando a carte, una piccola con la bocca piena di biscotti e un felino dormiente sul divano

C’è un limite a tutto, tranne che alla provvidenza.

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Che cosa farà da grande

“Mami che belli, teneri, cucciolosi!! Sabato è stato meraviglioso, non vedevo l’ora di vederli”

“Piccola, sono contenta che finalmente tu sia riuscita a conoscere i cuccioli di Zelda”

“Anche io. I cuccioli sono tutti neri, tranne uno che ha una macchia bianca sul collo. Chissà da dove è venuta! La sua mamma è nera, il suo papà è cioccolato.

Comunque Zelda è bravissima a fare la mamma: ha una gran cura dei suoi piccoli”

“Proprio come te, mother ahahahah”

“Zitto e mangia”

“E pensa che mi venivano vicini. Mi sono lasciata annusare anche se profumo di gatto”

“Al limite puzzi, di gatto ahahahah”

“Zitto e mangia”

“Mother, ma è il polpettone! Il tuo, polpettone! Sai che non ce la facciamo proprio”

“Mamma, ha ragione lui”

“Mmm…che bontà! Mami, posso avere un’altra fetta? Anche insalata, grazie”

“Fermi tutti. La piccola sta male! Vuole il polpettone della mamma! C’è un dottore in sala?”

“Siete orribili, voi due. Vostra sorella apprezza le cose buone, tutto qui. Tieni, piccola”

“Grazie mille, mami. Belli i capelli, sei andata dalla parrucchiera?”

“Ehm…no, anzi sarebbe proprio il caso di lavarli”

“E il lavoro, oggi? È andato bene?”

“Uhm…sì, ma…ti senti bene?”

“Benissimo! Ah, ti trovo dimagrita”

“Piccola infingarda. No! Non prenderemo un cucciolo!”

“Ahahaha la piccola è stata smascherata!!”

“Basta, non ne voglio più di polpettone”

Forse da grande diventerà una veterinaria affermata.

O più probabilmente un ottimo politico.

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Lisboa

Un continuo saliscendi, su strade lastricate di pietra. I piedi doloranti per un paio di scarpe nuove inadatte al viaggio.

Le scalinate, infinite per il fiato e tonificanti per i polpacci, che all’improvviso ti aprono scenari inaspettati.

Il colore, sulle case e nel cielo, spesso lo stesso. 

Un negozio di sardine simile a un circo, i tavoli in strada e le panchine vicine.

Un fiume che scorre lento sotto lo sguardo di un altissimo Cristo, che sembra tenere le braccia aperte anche per te.

Una torre sull’acqua, dove poggia l’immagine di un rinoceronte. Doveva essere il folle dono di un sovrano a un pontefice, ma il povero animale è naufragato durante il viaggio e non è mai arrivato a destinazione.

La cena in quello che era un carcere femminile e oggi è un luogo dove si mangia e si impara.

Un monastero bianco e imponente, che per secoli ha ospitato preghiere e per ultimo un orfanotrofio.

Un tram giallo antico, funzionante e panoramico che si inerpica tra pendenze e strettoie.

Avere accanto chi è capace sempre di mostrarti i dettagli, che perde il cellulare ma non la testa, che condivide con te la costante meraviglia della scoperta.

Obrigada, Lisbona.

Torniamo a casa con tanta bellezza negli occhi e le parole di Pessoa, che qui ha vissuto, nel cuore.

La vita è ciò che facciamo di essa.

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Di buon mattino

“I shot the sheriff 

But I didn’t shoot no deputy, oh no! Oh! 

I shot the sheriff 

But I didn’t shoot no deputy, ooh, ooh, oo-ooh

Yeah! All around in my home town…”
“Ah, Wily wily

Ah, Nari nari

Fumiamo i casini

Beviamo i problemi

Fammi un applauso con i piedi

Ora che sono ancora in piedi

Qua non ti ascoltan quando hai sete

Ti stanno addosso quando bevi

Habibi

Habibi, habibi, habibi

Habibi, habibi, habibi”
Io con la radio accesa, lui con un paio di enormi cuffie che fanno tanto deejay anni ottanta.

Ognuno che ascolta la sua musica, disprezzando silenziosamente quella dell’altro. 

Fuori è buio, non sono ancora le sette, ma dal lunedì al sabato madre e figlio si dirigono in macchina alla fermata dell’autobus.

Anche io sono stata accompagnata da mio padre, quando andavo al liceo e abitavo lontano. 

A papà piaceva molto cominciare la giornata insieme, poco importava se il suo lavoro cominciasse un -bel- po’ prima della campanella. 

Mi lasciava al bar vicino alla scuola e proseguiva verso il suo posto di lavoro. 

Io aspettavo lì ed è un miracolo che non sia diventata alcolista, malgrado oggi abbia una preoccupante dipendenza dai cappuccini con la cannella.

Il primogenito è più fortunato, e tutto sommato lo sono anche io. 

In quei cinque minuti di macchina, due semafori e una buona dose di sonno, riusciamo a dirci come saranno le nostre giornate. A lagnarci del freddo e dell’interrogazione di chimica. 

A sgridare -io- e a lamentarsi -lui- perché siamo sempre un po’ in ritardo.

A contaminarci con i rispettivi gusti musicali.

Poi io accosto dove non potrei, lui sorride chiudendo la portiera.

E un altro giorno comincia.

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