Buone vacanze 

“Valigie?”
“Fatte!”
“Borsa asciugamani/ costumi/giochi da spiaggia/ ciabatte/fenicottero gonfiabile?”
“Eccola!”
“Borsa frigo con pranzo al sacco perché sicuramente faremo dodici ore di coda e così non moriamo di fame?”
“Pronta!”
“Zaino con attività ricreative per trascorrere le suddette dodici ore di coda, incluso lettore dvd portatile e collezione di film?”
“Preparati! Poi ho caricato tutti i caricatori portatili, sai mai che si scarica il cellulare e io non posso whatsappare con le mie amiche”
“Eh già, non sia mai. Compiti delle vacanze?”
“Ehm…uhm…”
“Prendeteli subito!”
“Mami, i gatti?”
“I gatti stanno a casa, piccola”
“Ah. Peccato”
Felini a parte, tutto sembra essere pronto per le tanto sospirate vacanze. 

Ci aspetta il campeggio di sempre e il mare che ha visto i tre fratelli imparare a nuotare, passare dal costumino al due pezzi -primogenito escluso- volti noti e nuovi amici.

Mi aspetta un paese nuovo che ho voglia di scoprire.

Ma soprattuto la libertà di stare senza trucco, con i piedi scalzi, i capelli ribelli e i pensieri liberi di correre. 

Il tempo rallentato, i bomboloni al cioccolato e lo sguardo perso dentro a un orizzonte diverso.

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Metamorfosi 

Si è presentata puntuale, elegante e sorridente.

Il tubino blu e i capelli raccolti, la cartelletta stretta al petto. 

Ha salutato educatamente salendo il primo gradino delle scale.

Lei, carina e seria, aveva chiesto e ottenuto un’intervista per completare il lavoro della sua tesi, intervista che qualche settimana fa avevo accettato con piacere, consapevole dell’impegno e della fatica che comporta l’ultimo e decisivo impegno universitario.

Tuttavia, dal momento della email di conferma al suono del campanello di casa le giornate sono scivolate via tra impegni e incombenze, con la solita ordinaria follia, cifra stilistica della mia famiglia.

Così è arrivata, pensando di trovare la pedagogista e ritrovandosi di fronte la casalinga disperata. Asse da stiro aperto sul terrazzo, panni spiegazzati disseminati per ogni dove, tazze della colazione sparse. Due gatti svenuti sul pavimento, una piccola in mutande e canottiera stesa sul divano a guardare i cartoni animati. 

E poi io, la professionista, l’educatrice, con una vecchia maglietta e i pantaloni del pigiama, il mollettone sulla testa e lo sguardo spiritato tipico del pre-partenza.

Dulcis in fundo, un sottile odore di bruciato a permeare la stanza, in seguito alla preparazione dei pancake promessi la sera prima in un momento di debolezza.

Lei è stata brava a non mostrare cedimenti e l’intervista è stata registrata comunque, tra una maglietta sulla sedia e uno sbaffo di Nutella sul tavolo.

Certo che è un attimo. 

La metamorfosi da pedagogista a gattara dura il tempo di un pancake. 

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Un amico tira l’altro

“Mother guarda qui! Una cosa meravigliosa!”
“Quanto entusiasmo! Dai fammi vedere”
“È un sito. Un sito fighissimo. Praticamente vende tecnologia…”
“Va bene non andare oltre. Non compro niente. Non mi interessa”
“Ascoltami mother! Non capisci! È l’affare del secolo. Succede che tu vuoi un iPhone sette? Invece che ottocento euro lo paghi duecento novanta! Preferisci il Samsung? C’è! Vuoi un tablet, una PlayStation o dei giochi? Li paghi fino al settanta per cento di meno con loro!”
“Tesoro, frena l’entusiasmo. Per darteli a quel prezzo o li rubano o ti spediscono un mattone”
“No! Donna di poca fede! Ho visto un milione di video e letto spiegazioni. È semplice. Se vuoi comprare il telefono scontatissimo devo trovare tre amici che acquistano un oggetto dello stesso prezzo, i quali per averlo scontatissimo come te devono trovare altri tre amici che…”
“Che devono trovare altri tre amici, in una immensa catena senza fine. No, non se ne parla. Nessuno ti regala niente e comunque, alla base, tu non hai bisogno di un telefono”
“Mother, ma cosa ti è successo da piccola? Sei stata truffata? Hai perso fiducia nell’umanità? È tutto vero! E poi se non riesci a trovare degli amici puoi iscriverti nelle liste di attesa e poi gli amici arrivano, altrimenti…beh hai tanti amici su Facebook, potresti chiedere a loro”
“Fammi capire. Io dovrei chiedere agli amici di Facebook di diventare amici del sito tecnologico? Se c’è un santo dell’amicizia si sta rivoltando nella tomba”
“Mother, tu non capisci”
Vero, non capisco. Però cerco tre amici che me lo spieghino.

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Caliente 

I pensieri che scivolano dalla testa, come le gocce di sudore che rigano il viso, senza riuscire a fermarli.

Lo sfinimento, l’oppressione, l’irritabilità, ché il caldo, quando è eccessivo, tira fuori il peggio di noi.

Salire sulla tua auto -nera- parcheggiata da cinque ore al sole e pensare che quei venticinque chilometri che separano il lavoro da casa te li potresti pure fare a piedi.

La ricerca spasmodica del fresco in una piscina, un lago, una doccia gelata. In un ipermercato che spalanca le porte automatiche sull’aria condizionata, il banco frigo che ammiri neanche fossi alla National Gallery.

Le coccole bandite che se mi abbracci ti incolli, il gatto che ti si acciambella accanto e tu lo faresti in salmì se solo non facesse tanto caldo.

La consultazione del meteo in ogni sua forma, come un oracolo, nella speranza vana che ti prometta un repentino ancorché drastico abbassamento delle temperature.

Sentirsi venire meno alle domande “mother, mi stiri la maglietta preferita?” “Mami, mangiamo le lasagne?” e realizzare che maternità e afa sono due concetti incompatibili.

La pratica masochista di sfogliare la home di Facebook e trafiggersi il cuore con immagini di spiagge tropicali, selfie in bikini, spaghettate ai frutti di mare.

Sentirsi soli, raminghi e un po’ poracci nei cinque minuti quotidiani di autocommiserazione, anche se non è vero e in fondo manca poco ad aggiungere alle tue foto #vacanze.

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Criminal minds

“Buongiorno signora, favorisca i documenti, prego”
Ho la patente da più di vent’anni e negli ultimi dieci sono stata fermata per controlli dalle forze dell’ordine così poche volte da contarle sulle dita di una mano.

L’ultima occasione fu un inseguimento da parte della Polizia Stradale del mio paese -parlavo col cellulare, era tutta colpa mia, lo so che non si fa, non è più accaduto- terminata con una paternale infinita dello zelante vigile e della figlia mezzana, seduta dietro. “Signora, sa che multa potrei darle? È gravissimo” “Eh sì mamma, il signor vigile ha ragione. Glielo avevo detto anch’io comunque” “Multatemi e finiamola qui, per carità”

Nell’ultima settimana la paletta rossa si è alzata al mio passaggio per quattro volte. Quattro. Due volte la polizia, una i carabinieri e persino la finanza.

Ogni volta è andata bene, sono stata diligente e non c’è stata contestazione alcuna.

Nonostante mi assalga il panico alla vista del milite di turno con la mitraglietta al braccio, come se trasportassi nel baule chili di droga o il cadavere del vicino che continua a suonare il flauto, invece che il sacchetto dei libri della biblioteca e una confezione da sei di succhi alla pera. 

Che poi, se non mi decido a riconsegnare i libri avranno sì un buon motivo per arrestarmi.

Mi domando tuttavia le ragioni di questi numerosi controlli.

C’è un pericoloso ricercato in fuga con una Dacia Duster nera rigata sul fianco sinistro?

C’è un numero minimo di volte per essere fermati e si sono accorti che io non ne ho avute abbastanza?

L’Interpol ha diramato la descrizione in una criminale dai capelli ricci e rossi?

Ho fatto qualcosa di grave e non lo so?

Interrogativi scottanti, ne convengo. È che andando avanti così rischio di diventare paranoica. Giuro che ieri, mentre girovagavo tra camicette fiorate e gonne zebrate, mi guardava con sospetto anche la nerboruta guardia all’ingresso dell’H&M.

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La finestra sul cortile 

Le sedie non sono bastate per tutti, se ne sono dovute aggiungere all’ultimo momento.

Le tovaglie erano diverse per ogni tavolo e l’effetto finale era di un lungo e coloratissimo patchwork.

I bambini hanno aperto più pacchi di patatine di quanto ne fosse necessario e consentito, ma gli adulti hanno chiuso un occhio o forse tutti e due, dopo qualche bicchiere di vino.

E di calici se ne sono alzati diversi, per brindare ai nuovi arrivi, al mondo e nel cortile.

Si è svolta poche sere fa la tradizionale cena di corte, se di tradizione si può parlare arrivati alla seconda edizione.

Ma per noi, abitanti di un cortile che un mattino dopo l’altro si danno il buongiorno aprendo le persiane e la buonanotte chiudendole, piace pensarla così.

Piace pensare che tante case in cerchio possono fare comunità, che si può chiedere un litro di latte, il sale grosso o di ritirare un pacco perché non sei a casa, ma anche come ti sta un vestito, se la strada fuori è ghiacciata e l’indomani ritirano il secco o l’umido.

Piace conoscere le abitudini e anche farsi i fatti degli altri, un po’ curiosi e appena pettegoli ma sempre pronti a dare una mano.

Per bagnare le piante, nutrire gli animali, ascoltare un problema. 

Seduti intorno a un tavolo rappresentiamo le nostre case disposte intorno al cortile, diventato negli anni il parco giochi ufficiale della zona tanto da attirare anche i ragazzini degli altri quartieri. 

Per la gioia della più anziana abitante della corte, sempre pronta a bucare i palloni, chiederti di chi sei figlio e inseguire con la scopa.

La signora non se l’è sentita di sedersi a tavola con noi, per non perdere la consueta puntata de “il segreto” o forse perché, a una certa età, tutta quella confusione intorno, benché festante, non la tolleri più. 

In compenso abbiamo avuto come ospiti inattesi un fragoroso temporale e un caldo arcobaleno, che abbiamo ammirato seduti, vicini.

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Un altro giro di giostra 

C’è chi si commuove per un’alba, un tramonto, un’opera d’arte o un tiramisù ben fatto. 

Io quando ero incinta piangevo davanti all’acquario delle aragoste dell’esselunga, per il dispiacere di vedere quelle povere bestie -che mangio volentieri, tra l’altro- con le chele legate.

Non sono dunque da prendere alla lettera e forse nemmeno il massimo della credibilità. 
Però negli ultimi giorni ho capito che mi muove a commozione un pullman gran turismo che arriva in lontananza, due facce stravolte con gli occhi felici, la consapevolezza che i miei vagabondi hanno preso qualche centimetro e molta esperienza.

Mi commuove la nostalgia che hanno degli amici e delle montagne, che mi dà la misura di come sono stati bene e quanto hanno dispiegato le ali della crescita.

Mi commuove ricordare che la mia quotidianità è un caos calmo e va bene così, che disfare uno zaino mi regala una montagna di mutande e magliette da lavare e altrettanti ricordi da ascoltare.

Che passare da un figlio a tre dalla sera alla mattina è come accelerare da zero a cento con una Ferrari. 

Ti manca l’aria.

Poi inspiri, li guardi tutti insieme e per un attimo senti che l’universo è tornato al suo posto e il tuo cuore può ricominciare a battere al ritmo di sempre: di corsa.

E poi espiri mentre loro cominciano a litigare, pretendere attenzioni esclusive, prendersi in giro.

Allora sospiri, perché sei risalita sulla giostra, e per un po’ non si scende più.

Bentornato primogenito, bentornata mezzana.

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Verità nascoste 

Il primo, profondo cambiamento è stato il numero di lavatrici settimanali.

A seguire la cifra finale sullo scontrino del supermercato, che così bassa non si era vista mai.

I piatti da lavare, i letti da rimboccare, gli spazzolini da sistemare.

Negli ultimi dieci giorni il numero degli umani di casa è stato pari a quello dei felini, forse per la prima volta.

Complice la lunga vacanza in campeggio dei figli grandi, la piccola e io ci siamo godute una gaudente luna di miele.

Passati i primi momenti di sconforto “sorella mia! Dove sei? Mi manchi” “e tuo fratello?” “Chi?”

la piccola ha compreso appieno i vantaggi derivanti dall’assenza dei suoi consanguinei e ne ha subito approfittato.

Dalla prima notte ha piantato le tende nel lettone con la stessa convinzione di Armstrong quando piantò la bandiera sulla luna.

Dopodiché ha iniziato con una lenta ma inesorabile regressione che nemmeno in ipnosi con le vite precedenti, abbandonando autonomie e rivendicando bisogni. Ha riattraversato la sfiancante fase dei perché mettendo a dura prova i miei nervi nonché la mia fedina penale. Si è coccolata senza freni e limiti, consapevole dell’unicità della situazione ma anche della sua precarietà.

Si è goduta pranzi e cene da assoluta protagonista, una gita tra le colline alla scoperta di un rifugio per ricci e ha sguazzato beata tra gli scivoli di un parco acquatico. 

Ha guardato i suoi programmi preferiti senza che nessuno cambiasse canale e mangiato seduta al posto della sorella.

Sotto lo sguardo amorevole della sua mamma, che in questi giorni di pace ha capito finalmente una profonda verità: se il vasetto della Nutella è ancora intatto, non è la piccola che la ruba.

Attendiamo dunque il ritorno dei colpevoli.

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Un brindisi 


In coda alla cassa di un supermercato.Io che mi destreggio con abilità tenendo in equilibro come un funambolo le fette biscottate integrali (numero di confezioni: tre),

I biscotti (numero di pacchi: quattro), il latte (numero litri: due) e il detersivo in polvere per la lavatrice (uno solo, ma confezione famiglia quindi largo come una Smart e pesante come l’uranio)

Prima di me una signora, elegantissima nel suo vestito blu profilato di bianco, coi capelli corti e morbidamente acconciati, parure di collana e orecchini ton sur ton. Tanti anni ma ben portati. Ha già appoggiato sul nastro nero la sua spesa, una ventina di yogurt gusti misti e due bottiglie di bianco frizzante.

Mi osserva per un momento, mentre cerco goffamente di non versare il latte nel detersivo, e mi fa un gran sorriso che mette in mostra una fila di denti (dentiera?) perfetti.
“Oh signorina, la lascerei passare tanto volentieri…”
“Grazie signora, in effetti ero un po’ in difficoltà, non dovevo prendere nulla ma sa come sono le offerte…”
“…ma non posso perché sono di corsa. Devo andare all’ospedale da mio marito Mario, ha avuto un ictus”
“Oh signora, mi dispiace, non si preoccupi…”
“Sì, l’ha avuto due settimane fa e mangia solo yogurt per adesso. Non le dico che fatica avanti e indietro dall’ospedale, praticamente non faccio altro, meno male che almeno ancora non parla così c’è un po’ di tranquillità”
“E può bere il vino? Strano!”

Si inserisce la cassiera dal grembiule giallo.
“Come? Ah, no! Dopo l’ospedale ho l’aperitivo con le mie amiche! Adesso ci vediamo più di prima”
Ridendo insacchetta gli yogurt e esce allegra, una bottiglia per ogni mano.
Caro signor Mario,per quello che può valere, solidarietà dalla fila della cassa due del supermercato.

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Punto e a capo

“Mami, non puoi capire che bello che è stato. Adesso che è passato qualche giorno ti posso raccontare.

Allora. Non è come dicevano i fratelli, le verdure non sei mica obbligato a mangiarle! E poi il minestrone mi è piaciuto, mi hanno dato una montagna di crostini perché ho fatto gli occhioni. Ah, la Nutella non mi piace più, ho deciso. La bistecca della Peppa, poi, non si può descrivere! Che bontà assoluta, magari fossi capace anche tu di fare cose così buone! 

Poi si camminava, però ti confesso che gli scarponcini non li ho mai usati, mettevo le scarpe da ginnastica. Ma non è un problema, perché tanto erano quelli che non andavano più bene a mia sorella, mica li hai comprati nuovi. 

Camminare era faticoso, ma ho visto le marmotte e ho mangiato la griglia, non di marmotte però. 

La notte faceva freddissimo che ti passava la voglia di fare la pipì, la mattina ti svegliavano coi coperchi che sbattevano e facevano sdoong! E una notte i maschi -sempre loro- sono venuti nella tenda per farci uno scherzo ma non sono riusciti a dipingermi la faccia perché io furbamente dormivo girata. 

Mi sei mancata ma non ho tirato fuori l’orsetto di peluche che mi avevi messo nello zaino, perché se no mi mancavi di più. Al telefono avrei preferito non sentirti perché mi è venuta la malinconia, e quando sei venuta a trovarmi e siete andati via la disperazione. Non sai quanto volevo mia sorella!”
Le vacanze in campeggio sono state un’esperienza virtuosa per la piccola.

Ha incrementato le sue autonomie, si è fatta resistente alla nostalgia e ha sperimentato nuove parti di sé.

Ma soprattutto, ha ritrovato la punteggiatura.

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