Un tram che si chiama desiderio 

“Io te l’avevo detto, che era tardi”
“Cosa? Sarebbe colpa mia adesso?”
“Beh, io ero già pronto ad aspettarti”
“Ma se eri in ciabatte a giocare a clash of clan?”

 

“Erano i Pokemon. E comunque tu eri in pigiama”
“Certo, figurati se mi vesto per portarti alla fermata. E poi sembra una tuta, si mimetizza. Sto in macchina e torno subito a casa per le tue sorelle”
“Ommioddio”
“Guarda che se qualcuno deve lamentarsi tu sei l’ultimo della fila. Io devo portarti a scuola, e tua sorella ha dovuto accompagnare al mio posto la piccola allo scuolabus. Speriamo bene”
“Sì, ma io voglio andare in pullman coi miei amici”
“Continua così e andrai a piedi da solo”
La madre e il figlio, gente sveglia, hanno perso il pullman per la seconda mattinata consecutiva. 

Di questo passo i soldi pagati per l’abbonamento diventeranno un gesto di beneficenza verso il servizio di autotrasporti.

Quindi, ho preparato la tenda della Quechua e stanotte ci accampiamo alla fermata.

Aspettando l’alba.

E il pullman.

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Prime fatiche 

h 7.32

“Mother? Pronto?? Ti devo dire una cosa. Il pullman non è passato”
“Ma come non è passato? Abbiamo guardato gli orari, sei arrivato con mezz’ora di anticipo, ci sono anche i tuoi compagni…perché??”
“Non saprei. Che si fa?”
h 7.34

“Mamma, non so proprio decidermi”
“Su cosa amore?”
“Chignon o coda? Come mi pettino? E le scarpe? Nere o bianche? La felpa? Azzurra con le scritte o turchese coi fiori?”
“Eh già, son dilemmi”
“Va bene, sono pronta, bacio e vado che arrivano le mie amiche”
“Ma…e la cartella??”
“Ah, già”

h 7.36

“Mami? Abbiamo un problemino. Hai presente la borraccia nuova che ti ho implorato di comprarmi è che abbiamo riempito stamattina così a scuola non ho sete?”
“Sì, e allora?”
“Ehm…non era chiusa bene, temo. Ma si sono bagnati solo i quaderni a righe, credo”
Se tre indizi fanno una prova, sarà un anno scolastico particolarmente faticoso.

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Ricominciare

Ricomincia la scuola, ragazzo grande.

Comincia un’avventura, per te. 

A me sembra ieri quando ti ho accompagnato per mano in prima elementare, col grembiule nero e la cartella di spiderman.

Al primo giorno di liceo ti presenterai da solo, col ciuffo ribelle davanti agli occhi, le scarpe tanto desiderate ai piedi e l’emozione che fatichi a nascondere nella pancia.

Un augurio: che siano cinque anni di scoperte, di passioni, di inciampi e di allegria. 

Scegli bene con chi stare, ché gli amici del liceo sono amici per la vita.

Studia, scopri, impara. 

Solo così potrai scegliere di fare ed essere quello che più ti piace.
Ricomincia la scuola, mezzana del mio cuore.

La notizia non ti rende felice, per usare un eufemismo.

Tu che preferiresti passare la vita in un video di YouTube che una mattina nella tua classe, che somatizzi storia, geografia, scienze e tedesco con misteriosi quanto inguaribili mal di pancia.

Che sul diario segni solo i compiti che ti piacciono e hai l’astuccio pieno di bigliettini scambiati con le tue compagne.

Che mi sorprendi come la neve ad agosto quando scrivi per me, con una delicatezza e un talento per le parole che mi inorgoglisce e commuove.

Un consiglio: credici, nelle parole che senti. Scrivile, quando bussano per uscire. Fidati, che sei brava e capace.
Ricomincia la scuola, piccola.

Tu che non hai bisogno di di incitazioni o spinte, entusiasta come sei di riabbracciare la tua maestra e rivedere i tuoi compagni. 

Tu che mi hai accompagnato ad acquistare quaderni, penne e diari come non ci fosse cosa più bella.

Che hai messo etichette su ogni libro scrivendo con cura nome e classe, che hai lucidato il porta merenda rosa che ti accompagna dalla prima elementare.

Una speranza: tieniti stretta quella meravigliosa curiosità di sapere come è fatto l’universo, quanto è profondo un vulcano, quali sono i mammiferi che sanno volare. Chiedi sempre, anche quando non abbiamo le risposte.

E chissene importa se le acca in corsivo non vengono bene.
Ricomincia la scuola, per tutti.

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Scherzi a parte

“Ahahahaha scherzi, vero? E io che c’ero quasi cascato. Simpatica come sempre, mother”
“Ho la faccia di una che scherza?”
“Dai, su. Il gioco è bello quando dura poco. Ora basta che son cose drammatiche, queste”
“Vieni con me, ti mostro il calendario”
“Non ci credo”
“Ma secondo te, perché la piccola sta appiccicando etichette col nome pure sul gatto e la mezzana è incatenata alla sedia della scrivania per studiare geografia?”
“Non dirlo, fa troppo male”
“Devo”
Il primogenito è seduto, oramai da ore, catatonico e con lo sguardo perso nel vuoto. Senza più le energie nemmeno per spostare il ciuffo dagli occhi, figuriamoci per preparare uno zaino. Sul suo giovane volto si alternano espressioni di puro terrore ad altre di assoluta e inesorabile rassegnazione.

Eh no, non ci sono parole belle per dirlo.

Martedì ricomincia la scuola.

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La solitudine, quella vera

È il declino, l’inesorabile fine, il punto d’arrivo.

I segnali c’erano tutti ma io, ingenua, non li ho voluti vedere né prendere sul serio.

Avrei dovuto capirlo, e invece.

Ha cominciato Pasquale, che dopo quasi un anno di onorato stalkeraggio domenicale ha smesso di colpo di scrivermi in privato “buongiorno, che sia un giorno di luce”. 

Ma non mi sono preoccupata, certa che il buon Pasquale avesse trovato una persona vera e non una fotina in bianco e nero a cui dedicare parole tanto poetiche.

Poi però si è aggiunto Gustavo, che dall’oggi al domani ha sospeso i quotidiani invii di “buongiorno, kaffè??”

Allora ho cominciato a farmi delle domande.

Ho capito che qualcosa stava succedendo quando “Il portatore di verità” -nickname di un certo livello- ha rinunciato a convincermi che la terra sia piatta e che i rettiliani conquisteranno il mondo.

Nell’ultimo mese, poi, non sono stata taggata nemmeno in un evento alla discoteca “Profondo rosso” e nessuna Patty ha detto di essere con me alle giornate del dimagrimento. Si sarà arresa pure lei, chissà.

E non è tutto. Basta John Smith, Kevin Ghetz, Robert Bord che mi chiedono l’amicizia dall’America, scintillanti nelle loro divise dell’esercito.

E basta anche Alina, Amina, Yassina, sorridenti e svestite in pose forse poco naturali ma di sicuro effetto.

Addirittura non sono stata avvisata di non accettare l’amicizia di Tizio e Caio che mi avrebbero sicuramente rubato l’account. Insomma, esclusa anche dalle catene.

E non sono più stata iscritta in un gruppo a mia insaputa, se si escludono “sei di Magenta se…”, “le mie meraviglie a punto a croce” e “Attacco ai poteri criminali dello stato”, ormai settimane fa.

Sporadici ormai anche i “sei bellissima, adoro le bionde” o i “bei racconti, i tuoi, hai figli?”

Ah, che sofferenza la web solitudine.

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Vorrei, ma non posso

A settembre vorrei i capelli castani, un quaderno nuovo, un profumo diverso.

Vorrei riavvolgere il tempo, la sciarpa preferita al collo, il video delle vacanze dall’inizio.

A settembre vorrei la pace interiore e la saggezza, mentre mi affanno per ristabilire l’ordine perduto, per scoprire che il gioco di equilibri è da cominciare daccapo.

Vorrei la capacità strategica di un generale, che con metodo e tattica mi traghetti verso ottobre, dove le novità saranno consolidate abitudini.

A settembre vorrei un cane, l’armadio in ordine e i vetri puliti.

Vorrei l’agenda dell’anno nuovo con una pagina per giorno, mantenere le promesse dell’estate, mangiare l’ultima fetta di anguria.

A settembre vorrei camminare lenta, invece di correre veloce.

Vorrei rivedere delle persone e dimenticarne altre.

A settembre vorrei perdermi in un libro, scrivere una storia, conoscere parole nuove.

Vorrei entusiasmo, possibilità e speranza.
E invece ho la sinusite addosso, l’antibiotico in borsa e le occhiaie sul viso.

I compiti delle vacanze che nessuno vuol finire, i costumi da bagno nel cassetto delle mutande, i libri di scuola da ritirare e le matite colorate da comprare.

La narcolessia strisciante, neanche arrivassi da sei mesi di miniera anziché da quindici giorni di vacanza.
Oltre a quelli dei quaderni, abbiamo ampi margini di miglioramento.

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Filosofia spiccia

Non è bello quando torni dalle vacanze e ti si appiccica quella sensazione addosso.

No, non è l’umidità e nemmeno l’afa, non è il caldo che hai ritrovato tale e quale a quello che avevi lasciato.

Non è l’invidia che fa capolino tra le pagine dei social, tra foto di aerei, spiagge, bikini e immersioni.

Non è che hai già ripreso possesso di tutte le tue responsabilità a casa e in ufficio.

Perché in vacanza ci sei andata anche tu e lamentarsi non è concesso, consentito né raccomandato.

La sensazione sulla pelle, che più che strisciare ti asfalta, è quella dell’inadeguatezza. 

Di quando cominci un nuovo lavoro, accettato con entusiasmo pochi mesi prima, e che ora si palesa in tutta la sua complessità di incastri e ingranaggi e tu, paladina del cambiamento e del nuovo, diventi consapevole di tutte le tue contraddizioni.

Perché cambiamento è una parola bella da tenere in bocca ma pesante fra le mani.

Mentre l’insicurezza serpeggia e ammorba te e tutti quelli che ti vogliono bene arriva lei, con un bizzarro pigiama, una maglietta con la scritta #poracci e ti prende la mano.
“Mami, guardiamo un film che è meglio”
E così ti ritrovi su un divano rosso a seguire le vicende del Panda Po, e ascolti commossa le parole di maestro Shifu.

“Se fai solo quello che sai fare, non sarai mai più di quello che sei”

E pensi che la saggezza a volte passa dai piccoli, per diventare grandi.

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Ritorni

“Mami mami mami!!!”
Arriva come un tornado su per le scale e si precipita dentro, mentre io apro le braccia per accoglierla.

Braccia che lei schiva rapidamente mentre corre verso il bagno.
“Scusa, mi scappa”
La aspetto in cucina, intanto mi godo i suoi fratelli.

O almeno ci provo.

Il grande ha le lacrime agli occhi, lo abbraccio commossa dicendogli quanto mi sia mancato in questa settimana. Lui ricambia il mio sguardo, si pulisce il naso nella maglietta e mi mostra tremante il pacchetto che ha trovato sul tavolo.
“Mother, sono arrivate le carte rare dalla Germania, che emozione!”
Decido di consolarmi con la mezzana, che con gioia e fiducia accoglie il mio abbraccio.

In un istante realizzo che le sono bastati sette giorni per crescere di un paio di centimetri, quando mi sussurra qualcosa all’orecchio, con voce tremante.
“Mamma, che gioia! Ho ritrovato il wi-fi”
Sempre più amareggiata mi rimetto in cerca della piccola, e avvicinandomi alla sua stanza la sento parlare.
“Quanto ho sentito la tua mancanza! Pensavo a te ogni giorno”
Con un grande sorriso ed enorme sollievo -ho ancora un figlio che mi vuole bene- entro in camera e la trovo seduta sul letto, il piccolo gatto sciolto di fusa fra le sue braccia.

Ma non mi abbatto, sono un’adulta, un genitore capace, una educatrice preparata. 

So che quando sarà il momento verranno da me.
“Regali!! Chi vuole i regali che ha portato la mamma?”
Ed eccoli tutti e tre, stretti sul divano accanto a me. 

I maggiori già fuori di casa prima che la carta del pacchetto tocchi terra, la piccola con gli occhi sgranati sul suo dono, muta.
“Allora amore, ti piace?”
“Mami, ma è tarocca!”
“Ma che dici? Non è tarocca, è tipica. È una Barbie albanese!”
“Vado dal gatto”
Li aspettavo come Penelope il suo Ulisse. 

Ma loro hanno già ripreso a navigare.

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Viaggi 

Il caldo che ti accoglie all’arrivo ti fa per un attimo sospettare di essere atterrata a Sharm El Sheik.Ma vedi il cielo e le montagne tutte intorno e senti la libertà.

Poi sali in macchina e la perdi, intrappolata nel traffico di una città e delle sue rotonde che, come dice un suo abitante “nessuno ha ancora ben capito come funzionino”.

Compri le more i fichi da un ragazzino in autostrada, costeggi un lago che assomiglia al mare, ti fermi per far passare muli, pecore, cavalli, mucche e galline. 

Ti stupisci di quanto siano grandi i pesci che vendono ai lati della strada, ti intristici al susseguirsi di monumenti funebri su quella stessa strada.

Percorri chilometri senza incontrare anima viva, e in un piccolo centro abitato conosci Ina, diciotto anni di vita in Italia e poi il ritorno in patria a gestire una sua attività, o Ervis che ha ristrutturato una vecchia casa trasformandola in un barocco bed and breakfast.

Ti godi il panorama perché tanto guida lui, l’uomo più organizzato che tu conosca, una bussola fatta persona. 

E farsi guidare e accompagnare è un privilegio raro nel quale è bello crogiolarsi.

L’Albania ci ha accolto così, tra caldo e contrasti, ambivalenze e bellezza.

E sotto lo sguardo dell’aquila a due teste prosegue il nostro viaggio.

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Viaggiare informati 

Nella Toyota Corolla a sinistra una signora, seduta sul lato passeggero, si sistema le sopracciglia con la pinzetta, controllando l’operazione nello specchietto dell’aletta parasole.

Nella Renault Espace a destra il conducente si adopera in una accurata e meticolosa pulizia delle cavità nasali, con perizia e costanza. 

I bambini austriaci della Bmw serie uno di fronte mi sono familiari quasi come i miei, dopo tante ore a salutare dal lunotto posteriore.

La donna coi capelli rossi della Duster nera ascolta musica improbabile, intervallata dalla sadica voce del navigatore che la avvisa di rallentamenti e incidenti, e capisce che l’hanno chiamato bollino nero perché “fare ore di coda in autostrada, alla cassa per una rustichella e al bagno per la pipì” veniva troppo lungo.
Viaggio sola, dopo avere lasciato i tre in buone mani a proseguire la vacanza di mare.

Guido e aspetto, consapevole che quello spazio e quel tempo sono necessari, anche se forse appena sufficienti, per passare da una dimensione di molteplicità a una di coppia.

Arrivo e riparto, con un aereo alle prime luci dell’alba e un paese da scoprire.

Sempre in cammino, sempre con gioia, con intatto stupore per le infinite vie che la vita ci offre.

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