Pezzi ‘e core

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“Mother, allora ciao. A tra una settimana. Ti chiamo io, anzi ci sentiamo su whatsapp”

“Buona vacanza! Divertiti e gioca a pallacanestro come non ci fosse un domani. Una cosa: magari mi metterei qualcosa sopra quella elegantissima canotta gialla e viola dei Lakers”

“Mother, si chiama estate”

“No, polmonite”

Segue una virile pacca sulla spalla, come è uso salutarsi fra uomini. Mi trattengo e non lo sbaciucchio selvaggiamente perché so che, davanti ai compagni di squadra, sarebbe la morte sociale.

“Mamma mamma che bello si parte! È un anno che aspetto. Sul pullman mi siedo dietro con le mie amiche così ascoltiamo la musica. Mi tieni tu la felpa per favore?”

“No, la felpa te la rimetti perché non stai andando a Cayo Paloma ma in un campeggio in montagna, anche se a vederti coi calzoncini non si direbbe”

“Abbi fiducia: porterò il sole”

Segue un lungo abbraccio, baci e stritolamenti vari, ché con una femmina di quinta elementare pare sia ancora concesso, anche in luogo pubblico.
Io da brava mamma mi assicuro che siano ben coperti, che abbiamo abbastanza calze e mutande e di essere puntuali alla partenza del pullman. Mi commuovo il giusto, mi gusto la loro mancanza, privilegio raro.
I figli maggiori sono partiti, dando inizio al loro peregrinare estivo.
Ognuno per la sua personale avventura, ognuno coi propri amici, ognuno con le proprie passioni. Ma con loro c’è anche un po’ di me.
Il mio cuore quest’anno viaggia parecchio.

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Otto

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Otto come le meraviglie se ci fossi anche tu, otto per otto come asino cotto, otto che si legge al contrario ed è sempre uguale, otto come le zampe di Sleipnir, il magico cavallo di Odino.
Otto come la tabellina dove inciampi di più, come l’infinito, come i petali del loto, come le punte della rosa dei venti.
Tu che porti un nome da principessa ma ti immagino salire su un cavallo senza aspettare il principe.
Tu che nuoti nel mare dei grandi galleggiando con la paperella dei piccoli. Che guardi i Simpson da quando avevi cinque anni, sai cos’è una radice quadrata e cosa significa metafora.
Tu che mi guardi con quegli occhi di miele carichi di una fiducia che fatico a meritarmi, a te che ho tagliato il cordone troppo presto e adesso potessi lo userei come un lazo per riacciuffarti mentre diventi grande, che sei e sarai sempre la piccola di casa.
Tu che hai dovuto urlare forte per sovrastare le voci degli altri, e ho dovuto educarti al sussurro. Tu che mi hai travolta e stranita, quando ormai ero convinta di saper fare la mamma, tu che invece di crescere sbocci, in una meravigliosa e perenne primavera. Tu che hai trovato solo un terzo di mamma e hai combattuto con le unghie e coi denti per averne una intera.
Tu che sei buona come il profumo del pane, medaglia e faccia di bronzo, bella come una sera di stelle.
La mia bimba in rima baciata, il mio folletto misterioso e capriccioso, il mio senso e il mio perché, la mia gioia e meraviglia.
Auguri amore mio, che il giorno giusto è finalmente arrivato.
E allora metteremo otto candeline su una teglia di lasagne, sarai per ventiquattro ore la più importante di tutti, e finalmente ti canteremo in coro “tanti auguri a te”!

La tua mamma

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L’insostenibile frustrazione di un no

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Camminano avanti e indietro sul marciapiede di fronte alla banca, nervosamente. La donna si arresta all’improvviso, cambia direzione, come su un ring per confondere l’avversario.
Lei è molto bella, anche nascosta da grandi occhiali scuri. Lunghi capelli lucenti in piega perfetta, borsa e scarpe coordinate, un abito costoso a sottolineare una linea invidiabile. Lui alto, forse più giovane, con indosso un completo da grande. Curato con l’eccesso che a volte gli uomini scambiano per eleganza. Sorride di un sorriso tirato e aggrotta la fronte mentre parla, gesticolando rabbioso.

“Potresti almeno spiegarmi il perché. Non mi sembra di chiedere molto”

“Ti ho già spiegato mille volte almeno che è finita Fabio, ora basta e lasciami stare”

“No. Tu mi hai detto che è finita ma non il perché. Mi sembra un mio diritto saperlo”

“Fabio ascolta una buona volta. Non ti amo. Non ti voglio. Non ho un altro. Non ci voglio riprovare. Basta”

“Non è vero. Non può essere. Io ti amo”

“Non basta uno ad amare, bisogna essere in due”

“Io ti amo abbastanza per tutti e due”

“Fabio, tu ami te stesso per tutti e due. Adesso sparisci, brucia il mio numero e dimentica il mio nome”

“Camilla, tu mi ami ancora”

Accettare un no è un’esperienza frustrante. Lo sa il bambino di due anni che non può fare un altro giro di giostra, lo sa la ragazzina di undici che non avrà il cellulare, lo sa il quindicenne a cui è stato negato il permesso di passare fuori la notte con gli amici.
A non saperlo, a volte, sono proprio i trentenni con la giacca elegante e le unghie curate.

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Precoci preoccupazioni

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“Mamma, sono preoccupata. Temo che non sarò una brava madre da grande”

“Piccola? Cosa? Senti, va bene che tra pochi giorni è il tuo compleanno, va bene che solo io continuo a chiamarti piccola e prima o poi dovrò farmi una ragione che anche tu diventi grande, va bene che siete una generazione precoce. Ma questo è troppo. Mi sembra prematuro parlarne”

“Ma io sono preoccupata lo stesso”

“Ascoltami amore: tu hai avuto una brava mamma (!) e quindi sarai ancora più brava. È matematico”

“Ma io ho paura di partorire”

“Beh, avevo paura anche io. Ma poi era talmente grande la gioia di avervi e il desiderio di liberarmi di quel gigantesco pancione che ho messo da parte la paura”

“Ma non è giusto! Perché solo le femmine devono partorire?”

“Sono d’accordo con te. Davvero un’ingiustizia. Però in natura c’è una specie animale che funziona al contrario, il maschio partorisce e la femmina se ne sta a casa bella tranquilla”

“Quale?”

“Il cavalluccio marino”

“Davvero? Ma è meraviglioso. Ho deciso: da grande sarò una cavalluccia marina”

E mentre pronuncia queste parole alza le mani al cielo in segno di vittoria, sorridendo da orecchio a orecchio sotto il cappellino blu girato al contrario, come il più tamarro dei rapper americani.
E il suo mi sembra un gran bel proposito.

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Anniversario

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“Lo sport più di moda dell’estate 2015, perlomeno a casa mia, e’ ufficialmente il preparare valige”

Cominciava così, un anno tondo fa, il mio primo post .
Il lettone era invaso da calzettoni, magliette, mutande e scarponi. Sul pavimento gli zaini, un borsone, il sacco a pelo e le creme solari. Sul comodino due lunghissime liste stropicciate dall’uso, indicanti il materiale necessario per la degna sopravvivenza dei minori in campeggio o al basket camp. Che poi, sarebbero bastate due sole parole su un post it fosforescente: “portate tutto”.
Un anno giusto è passato, e il lettone è nuovamente invaso da felpe e pile, pantaloncini e canotte, infradito e giacconi. Accappatoi e costumi, divise e bagnoschiuma, lenzuola e spazzolini.
Tutto come un anno fa. Sembrerebbe non essere cambiato nulla. Ma i cambiamenti sono come il vento, li senti senza vederli, spostano delle cose e ne portano delle altre. E questo è stato un anno parecchio ventoso. In quel primo e timido post raccontavo la fatica delle partenze e la frenesia della preparazione. Davanti a quel lettone invaso, alle scarpe mancanti, le maglie stropicciate e i calzini spaiati, ricordo di essere stata presa dallo sconforto e da quello strisciante e inesorabile senso di inadeguatezza che spesso le mamme provano. Mi veniva da piangere, e allora mi sono messa a ridere. Ho lasciato il disordine e il dovere, preso il cellulare e cominciato a scrivere. E a sorridere di più. Mentre condividevo quelle parole su un social ho terminato di preparare zaini e borsoni, fatto le ultime e inascoltate raccomandazioni ai figli vagabondi e li ho salutati una mattina presto asciugandomi gli occhi nel piazzale dell’oratorio. Nel frattempo qualcuno leggeva, forse rideva, magari si ritrovava in quelle poche parole. Una mamma si è riconosciuta nel disordine, un’altra nella fatica della separazione, un papà nel senso di inadeguatezza. Io non lo sapevo, che da quel giorno tante parole ancora sarebbero venute.
Non sapevo che in quest’anno avrei raccontato di pallacanestro e lasagne, mare e montagna, scuola e supermercato, gioie e dolori, tentativi ed errori. Non sapevo o forse sì che l’eccezionale si nasconde nella normalità e che la quotidianità può essere una tragedia quanto una commedia. Non immaginavo che tanti sarebbero arrivati e come le parole portino persone. Parole che lastricano ponti e generano incontri. E anche qualche scontro.
Festeggio questo primo anniversario così come ho cominciato: chiudendo la cerniera di un borsone colmo.
Sempre pronta per raccontare un nuovo viaggio.

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Il pranzo è servito

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Cena di compleanno, a casa di amici. La regola è semplice ma efficace: che ognuno porti qualcosa. Io però, già lo so, ho un impegno in più e come spesso accade in simili circostanze oscillo tra la voglia di stare in compagnia e il desiderio di mangiare a casa mia lontano da occhi indiscreti e domande curiose. Altra occasione, stesso problema: pizzata di fine anno con le classi dei figli, cena in oratorio per raccolta fondi di qualcosa, ché il parroco è ormai uno specialista in crowdfunding e si destreggia meglio di un grande imprenditore per racimolare il necessario a pagare il riscaldamento della cappella, la gita a Medjugorje del centro anziani o l’imbiancata alla sagrestia.
Cena multietnica della consulta stranieri, pranzo in ufficio di corsa, gite, pic-nic, aperitivi, colazioni, inviti a cena e torte, biscotti e dolcetti che le persone gentili offrono quando hanno ospiti a casa e che io, ogni volta, rifiuto nel modo più cortese possibile. La verità è che non vorrei affatto rifiutare, ma accettare con un gran sorriso quanto mi viene proposto.
Il ma in questa storia si chiama glicemia, che nel caso specifico è particolarmente anarchica e va tenuta a bada con una rigida disciplina alimentare. Il disturbo è dono della terza e ultima gravidanza che, insieme a una bella bambina, le smagliature e qualche chilo in più mi ha regalato dei valori impazziti. Nulla di grave, s’intende. Il mondo è pieno di problemi legati al cibo, mia cugina è celiaca, mio cognato è affetto da favismo e uno dei miei figli è intollerante al lattosio. Si vive lo stesso e anche bene, con qualche piccolo accorgimento.
Io, per esempio, sono ormai nota tra amici, colleghi e parenti per quella che a tavola non si concede mai una gioia. E non a torto, riflettendoci. Mentre gli amici assaggiano il nuovo tipo di pizza al carbone vegetale e scamorza – un mio caro amico ha da poco aperto una pizzeria, tanto per stare allegri- io mi gusto bresaola e spinaci; frattanto che i parenti saltano la paella in padella dispongo crescenza e asparagi nel mio piatto; davanti a un sontuoso tiramisù (che magari ho preparato io stessa) mi gusto uno yogurt ai frutti di bosco. Sempre io, che ho provato a imbarcarmi sul volo Malpensa- Sharm El Sheikh con due buste di bresaola in borsa, sequestrate al controllo bagagli con le stesse modalità normalmente utilizzate per i narcotrafficanti colombiani.
Chi mi conosce, oramai, lo sa. Gli altri, guardano e chiedono. La domanda più gettonata è, da sempre, “sei a dieta?” e le sue originali varianti “cominci a dicembre per la prova costume?” o “ci tieni proprio alla linea, eh?” gettando contemporaneamente uno sguardo allusivo ai miei fianchi, a riprova che il consumo di carboidrati non alimenta le cellule celebrali. Poi ci sono i colleghi che, per qualche misteriosa congiunzione astrale, sono per la maggior parte vegetariani e inevitabilmente storcono il naso, addentando il loro tofu, mentre io degusto la mia bistecca. Altra reazione consueta è quella di chi si dispiace per me, si intristisce al pensiero che esistano persone a cui il destino avverso impedisce di assumere carboidrati mattina e sera. Un dispiacere che scivola nella pietà vera e propria nel momento in cui vengono a conoscenza dell’altro mio indicibile segreto: sono astemia. Per alcuni è una bestemmia, per altri una colpa, per altri ancora è come se confessassi un infanticidio, a ben guardare l’espressione inorridita che gli si dipinge sul volto. A un conoscente particolarmente insistente e fastidioso ho risposto che no, non potevo bere nemmeno un goccio perché ero di ritorno dalla riunione settimanale con gli alcolisti anonimi. Il suo sguardo attonito è valso la piccola bugia. Qualcuno si è persino spinto a scomodare Baudelaire, ricordandomi con tatto e gentilezza che “chi non beve vino ha qualcosa da nascondere”.
Chissà il buon Charles cosa avrebbe detto di chi, come me, sta alla larga anche da amari, superalcolici e birrette con gli amici.

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Non manca più nessuno

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ore 8.30, piazzale dell’oratorio, cielo grigio e aria pungente

“Forza ragazzi tutti da questa parte, i bambini a destra e gli animatori a sinistra che facciamo l’appello. Sorella, sposti i più piccoli che adesso fa manovra il pullman”

“Certo Don, ora li chiamo. Bambini! Tutti pronti per la gita all’acquapark? Io mi sono comprata un bikini nuovo per l’occasione ahahaha”

“Don scusi ma è sicuro? Quasi piove, tira vento, i bambini hanno le infradito sotto e il piumino sopra.. Non sarà meglio rimandare la gita?”

“Ma va là! Mamme di poca fede! Sarà bellissimo. Io ho pure il costume intero ahahahah”

ore 17.30, piazzale dell’oratorio, diluvio universale, mancano solo i due liocorni

“Mammina mammina sono tornata! Mi sei mancata un sacco! Comunque mi sono divertita un monte e ho chiacchierato col mio amico immaginario Invisibol. Ah, mi bruciano un po’ le spalle e mia sorella mi ha persa solo due volte, ma una mi ha ritrovata”

“E l’altra?”

“La suora”

Nonostante l’allerta meteo, l’allagamento dell’autostrada e disagi alla circolazione in tutta la provincia, la gita all’acquapark è stata svolta come da programma. La piccola è tornata felice dalla sua prima uscita ufficiale senza la mamma come accompagnatrice. Parla uno strano slang adolescenziale, si è scottata le spalle anche in assenza di sole, si è persa insieme al suo amico invisibile. Adesso sì che sono tranquilla.

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Il giorno del giudizio

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“Mother è il giorno! Da oggi la pagella è on line! Su su presto guardiamo”

“Molla il computer e guarda un po’ lì sul tavolo invece”

“Ma cosa.. È mia? Ecco la pagella! L’hai stampata, non dovevi disturbarti, potevamo guardarla sul tuo telefono”

“Non scherziamo. La pagella si tocca, si sfoglia, si annusa. Dai, leggiamola insieme”

“Allora.. Sette.. Otto.. Fammi vedere .. Ecco! Nove in motoria! Meraviglioso!”

“Si, certo, bravo. Ma guarda qui come sei migliorato in geografia e..”

“Si sì mother grazie, ora però vado a giocare. Sono soddisfatto così”

“Ma..”

“Lo dici sempre che non sono un voto”

“Certo che non lo sei, però quest’anno c’è qualcosa di più: hai studiato quasi sempre da solo, ti sei organizzato e un po’ alla volta hai imparato a gestire il tempo libero e quello dello studio. E non c’è voto abbastanza alto per questo risultato: bravo!”

“Quindi posso avere l’iPhone 6?”

“Mai”

“Uscire la sera coi miei amici?”

“Non se ne parla, al massimo in cortile”

“Andare e tornare da solo dall’oratorio con la bici?”

“Questo sì”

Altro che scienze dell’educazione all’università.
Avrei dovuto studiare contrattazione in un suk.

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Maggiore età

pag10-copia-e1428671945313“Compie diciotto anni. Mio figlio grande compie diciotto anni. Sono madre di un ragazzo maggiorenne, ti rendi conto?”

Siamo nella galleria di un grande centro commerciale, dove sono entrata per comprare l’unica pappa che il giovane e nobile micio si degni di mangiare.
A parlare è una donna mia amica, mamma di quattro figli. Mi racconta dell’imminente compleanno del primogenito con un misto di orgoglio e incredulità, reggendo fra le mani una grossa scatola con un ferro da stiro che immagino non sia destinata al neo diciottenne. Lei è bionda, esile, gli occhi azzurri su un profilo perfetto. Nessuno guardandola crederebbe mai che quei quattro li abbia davvero partoriti lei. È così bella da attirare sguardi e scatenare invidie, ma così simpatica da farle passare subito. Di quella bellezza struccata e inconsapevole che la mattina nello specchio mostra difetti che non vedrà nessun altro.
Ci siamo conosciute all’asilo, non il nostro ma quello frequentato dalla mia seconda e la sua ultima figlia. Ci siamo riconosciute nella confusione di una famiglia abbondante, nelle corse allo scuolabus o al catechismo, negli sbagli quotidiani e le fatiche della genitorialità. Abbiamo coltivato timidamente questa conoscenza tra un accompagnamento e l’altro, fuori da una scuola o dentro una palestra per un saggio. Come spesso tra donne accade, abbiamo camminato sul crinale comune dell’ambivalenza materna, della frustrazione e della stanchezza.
Ora lei fatica a realizzare questo importante e simbolico passaggio del figlio maggiore, e io la capisco. Perché mi stupisco di ogni nuovo passo verso l’autonomia dei miei, di figli. Perché la crescita è piena di prime volte, per loro e per noi. Perché loro diventano grandi, e forse un po’ di più anche noi. E allora auguri al giovane diciottenne e alla sua incredula mamma: in fondo diventa maggiorenne anche lei.

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Tra entusiasmi e depressioni

“Non è possibile, davvero. Mannaggia. Proprio a me doveva capitare, me tapino. Siamo in trecento dico io, trecento! Perché proprio a me?”

“Ehi, che succede? Ti ho lasciato poche ore fa felice come una Pasqua e ti ritrovo affranto e sconsolato. Sorridi come l’urlo di Munch”

“Sono nella squadra dei gialli, ecco cosa c’è”

“Non capisco, cosa c’è che non va nell’essere con i giall..”

“Mamma evviva! Sono in squadra con mio fratello! Le quinte e le medie stanno insieme! Guarda qui come sto bene col cappello giallo”

“Ah, capisco”

“Mamma mamma mamma eccomi qui! Mi sono divertita tantissimo”

“Oh piccola meno male! Proprio tu che non ci volevi venire e hai fatto tutte quelle scene! Visto che mamma aveva ragione, si sta con gli amici e si fanno tanti giochi tutti insieme”

“Si mami avevi ragione tu: è bellissimo. Stamattina abbiamo ballato le canzoni dell’estate, Andiamo a comandare e Alvaro Soler, e la musica era altissima! E poi le mie animatrici di chiamano Benedetta e Letizia, ma preferisco Benedetta perché ha l’iPhone 6. Però Letizia ha dei capelli bellissimi. Posso avere un euro per il gelato di pomeriggio?”

La prima mattinata di oratorio feriale è scivolata via così, tra depressioni e entusiasmi. Con una bimba convinta di essere sbarcata a Ibiza invece che in parrocchia. Un fratello che non trova pace nel dover condividere il colore della squadra con la sorella più prossima, una mezzana che gode perfidamente del disappunto fraterno.
Certo è che far convivere trecento tra bambini e ragazzini in pantaloncini e maglietta per tutte quelle ore non deve essere impresa da poco. Forse ci vuole davvero un miracolo.

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