Non manca più nessuno

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ore 8.30, piazzale dell’oratorio, cielo grigio e aria pungente

“Forza ragazzi tutti da questa parte, i bambini a destra e gli animatori a sinistra che facciamo l’appello. Sorella, sposti i più piccoli che adesso fa manovra il pullman”

“Certo Don, ora li chiamo. Bambini! Tutti pronti per la gita all’acquapark? Io mi sono comprata un bikini nuovo per l’occasione ahahaha”

“Don scusi ma è sicuro? Quasi piove, tira vento, i bambini hanno le infradito sotto e il piumino sopra.. Non sarà meglio rimandare la gita?”

“Ma va là! Mamme di poca fede! Sarà bellissimo. Io ho pure il costume intero ahahahah”

ore 17.30, piazzale dell’oratorio, diluvio universale, mancano solo i due liocorni

“Mammina mammina sono tornata! Mi sei mancata un sacco! Comunque mi sono divertita un monte e ho chiacchierato col mio amico immaginario Invisibol. Ah, mi bruciano un po’ le spalle e mia sorella mi ha persa solo due volte, ma una mi ha ritrovata”

“E l’altra?”

“La suora”

Nonostante l’allerta meteo, l’allagamento dell’autostrada e disagi alla circolazione in tutta la provincia, la gita all’acquapark è stata svolta come da programma. La piccola è tornata felice dalla sua prima uscita ufficiale senza la mamma come accompagnatrice. Parla uno strano slang adolescenziale, si è scottata le spalle anche in assenza di sole, si è persa insieme al suo amico invisibile. Adesso sì che sono tranquilla.

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Il giorno del giudizio

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“Mother è il giorno! Da oggi la pagella è on line! Su su presto guardiamo”

“Molla il computer e guarda un po’ lì sul tavolo invece”

“Ma cosa.. È mia? Ecco la pagella! L’hai stampata, non dovevi disturbarti, potevamo guardarla sul tuo telefono”

“Non scherziamo. La pagella si tocca, si sfoglia, si annusa. Dai, leggiamola insieme”

“Allora.. Sette.. Otto.. Fammi vedere .. Ecco! Nove in motoria! Meraviglioso!”

“Si, certo, bravo. Ma guarda qui come sei migliorato in geografia e..”

“Si sì mother grazie, ora però vado a giocare. Sono soddisfatto così”

“Ma..”

“Lo dici sempre che non sono un voto”

“Certo che non lo sei, però quest’anno c’è qualcosa di più: hai studiato quasi sempre da solo, ti sei organizzato e un po’ alla volta hai imparato a gestire il tempo libero e quello dello studio. E non c’è voto abbastanza alto per questo risultato: bravo!”

“Quindi posso avere l’iPhone 6?”

“Mai”

“Uscire la sera coi miei amici?”

“Non se ne parla, al massimo in cortile”

“Andare e tornare da solo dall’oratorio con la bici?”

“Questo sì”

Altro che scienze dell’educazione all’università.
Avrei dovuto studiare contrattazione in un suk.

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Maggiore età

pag10-copia-e1428671945313“Compie diciotto anni. Mio figlio grande compie diciotto anni. Sono madre di un ragazzo maggiorenne, ti rendi conto?”

Siamo nella galleria di un grande centro commerciale, dove sono entrata per comprare l’unica pappa che il giovane e nobile micio si degni di mangiare.
A parlare è una donna mia amica, mamma di quattro figli. Mi racconta dell’imminente compleanno del primogenito con un misto di orgoglio e incredulità, reggendo fra le mani una grossa scatola con un ferro da stiro che immagino non sia destinata al neo diciottenne. Lei è bionda, esile, gli occhi azzurri su un profilo perfetto. Nessuno guardandola crederebbe mai che quei quattro li abbia davvero partoriti lei. È così bella da attirare sguardi e scatenare invidie, ma così simpatica da farle passare subito. Di quella bellezza struccata e inconsapevole che la mattina nello specchio mostra difetti che non vedrà nessun altro.
Ci siamo conosciute all’asilo, non il nostro ma quello frequentato dalla mia seconda e la sua ultima figlia. Ci siamo riconosciute nella confusione di una famiglia abbondante, nelle corse allo scuolabus o al catechismo, negli sbagli quotidiani e le fatiche della genitorialità. Abbiamo coltivato timidamente questa conoscenza tra un accompagnamento e l’altro, fuori da una scuola o dentro una palestra per un saggio. Come spesso tra donne accade, abbiamo camminato sul crinale comune dell’ambivalenza materna, della frustrazione e della stanchezza.
Ora lei fatica a realizzare questo importante e simbolico passaggio del figlio maggiore, e io la capisco. Perché mi stupisco di ogni nuovo passo verso l’autonomia dei miei, di figli. Perché la crescita è piena di prime volte, per loro e per noi. Perché loro diventano grandi, e forse un po’ di più anche noi. E allora auguri al giovane diciottenne e alla sua incredula mamma: in fondo diventa maggiorenne anche lei.

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Tra entusiasmi e depressioni

“Non è possibile, davvero. Mannaggia. Proprio a me doveva capitare, me tapino. Siamo in trecento dico io, trecento! Perché proprio a me?”

“Ehi, che succede? Ti ho lasciato poche ore fa felice come una Pasqua e ti ritrovo affranto e sconsolato. Sorridi come l’urlo di Munch”

“Sono nella squadra dei gialli, ecco cosa c’è”

“Non capisco, cosa c’è che non va nell’essere con i giall..”

“Mamma evviva! Sono in squadra con mio fratello! Le quinte e le medie stanno insieme! Guarda qui come sto bene col cappello giallo”

“Ah, capisco”

“Mamma mamma mamma eccomi qui! Mi sono divertita tantissimo”

“Oh piccola meno male! Proprio tu che non ci volevi venire e hai fatto tutte quelle scene! Visto che mamma aveva ragione, si sta con gli amici e si fanno tanti giochi tutti insieme”

“Si mami avevi ragione tu: è bellissimo. Stamattina abbiamo ballato le canzoni dell’estate, Andiamo a comandare e Alvaro Soler, e la musica era altissima! E poi le mie animatrici di chiamano Benedetta e Letizia, ma preferisco Benedetta perché ha l’iPhone 6. Però Letizia ha dei capelli bellissimi. Posso avere un euro per il gelato di pomeriggio?”

La prima mattinata di oratorio feriale è scivolata via così, tra depressioni e entusiasmi. Con una bimba convinta di essere sbarcata a Ibiza invece che in parrocchia. Un fratello che non trova pace nel dover condividere il colore della squadra con la sorella più prossima, una mezzana che gode perfidamente del disappunto fraterno.
Certo è che far convivere trecento tra bambini e ragazzini in pantaloncini e maglietta per tutte quelle ore non deve essere impresa da poco. Forse ci vuole davvero un miracolo.

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Un tranquillo week end di paura

In ordine sparso.

La piccola vaga per casa circospetta, entrando in ogni stanza come un agente segreto di un film americano che sta per arrestare un narcotrafficante. Se per caso il giovane e piccolo micio si trova a passare di lì, la piccola salta sulla prima sedia a disposizione come una vecchia signora alla vista di un sorcio. La gattofobia non conosce limite né spiegazione.

Il piccolo e giovane micio si diverte a tendere agguati a chiunque, cose o persone. Testimoni riportano di averlo visto combattere come una tigre con il portasciugamani, rimanendo sepolto sotto un accappatoio dimenticato.

La mezzana ha decretato ufficialmente l’inizio dell’estate, contro ogni evidenza scientifica e previsione meteorologica. Gira per casa in infradito, calzoncini e occhiali a specchio, registrando sul mio computer video che non ha il permesso di mettere on line. “È un’ingiustizia: tu fai la blogger e io non posso essere una youtuber”
“No. E parla come mangi, per cortesia”

Il gattone di casa si è preso qualche giorno sabbatico per elaborare l’arrivo del nuovo venuto- o una strategia di eliminazione dello stesso. Ad oggi è ancora profondamente offeso e in segno di sommo disprezzo ha catturato delle prede che ha poi consegnato ai vicini di casa.

Il preadolescente maggiore passa con disinvoltura da un party a un campetto, vive col pallone da basket in mano e, nonostante i periodici malumori, sembra felice.

Io vivo con serenità e armonia questo nuovo equilibrio, tanto da trascorrere la domenica con la febbre e il gattino sulla testa come una pezza bagnata.

Ci sono ampi margini di miglioramento per tutti.

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Porca paletta

“Mamma, io a quanti anni potrò dire le parolacce?”

“Le parolacce? Tesoro, sei in quinta elementare, perché dovresti dirle?”

“Beh, le dicono tutti”

“Ah, capisco. E a te piace sentirle?”

“No, non mi piace. A volte, forse un po’. La mia amica dice sempre quella con due zeta. E anche quella che vuol dire sedere ma prima c’è un vaffan..”

“Si sì ho capito, grazie. Il fatto è che non c’è un’età per dirle. Sarebbe meglio non usarle, sei più bella se parli bene”

“E allora perché tu le dici?”

“Io non le dico”

“Ieri allo stop, quando il signore col cappello sulla macchina gialla ci ha tagliato la strada”

“Al supermercato quando ti è caduta la passata di pomodoro con la bottiglia di vetro”

“A casa quando ti sei accorta di avere dimenticato mio fratello a scuola”

“Non ricordo”

“Mamma, il micetto si è morsicato il tuo cavo dell’IPhone!”

“Cosa? Ma #*#@# è l’unico che ho!”

“Visto? Avevamo ragione noi”

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L’ultima campanella

“Ho finito la scuola elementare! Ho finito la scuolaa! Ho finito la scuolaaaaa!! Evviva! È festa! È pacchia! È vacanza!! Mamma, sono la bambina più felice dell’universo”

“Mother non torno a pranzo, si va tutti in piadineria a festeggiare. No, non torno nemmeno al pomeriggio che si va tutti al campetto a far due tiri. No, non torno neanche dopo perché ho allenamento. Mi puoi ricaricare il cellulare che con questa telefonata ho esaurito il credito?”

“Pronto? Buongiorno. Parla la scuola elementare. La piccola è qui pallida e tremante a fianco a me. Dice che le fa malissimo la pancia. Che fa, se la viene a prendere?”

L’ultima campanella è suonata ma nessuno l’ha sentita, sovrastata come era dall’urlo di centinaia di bambini e ragazzi festanti. Si sono rovesciati fuori come un fiume che esonda e rompe gli argini, chi diretto a una pizzata, chi a un campetto, chi -particolarmente sfortunato- dal pediatra.
È suonata l’ultima campanella e per noi l’estate comincia domani, contrariamente al calendario.
È suonata per una ragazzina che ha concluso il suo primo ciclo scolastico e ha già pronto lo zaino nuovo per le medie.
È suonata per un preadolescente che, a giudicare dalla giornata di oggi, non si farà vedere granché in famiglia.
È suonata per una bambina che è stata recuperata prima del tempo e che ha perso la festa delle seconde restando sul divano con una coperta, mentre il piccolo gatto le morsicava i piedi.
È suonata anche per me, che da domani passo da mamma part time a tempo pieno, almeno fino a lunedì.
Perché lunedì, fortunatamente, comincia l’oratorio feriale.

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Aristogatto

È ufficiale: il fiocco è azzurro.
Lui è piccino ma vispo e arzillo. È arrivato da poche ore e ha già combinato un sacco di guai, in una casa dove i guai sono all’ordine del giorno e, per dirla tutta, non sarebbe servito del caos in aggiunta. Tuttavia al cuor non si comanda, soprattutto quando i cuori sono tre, capaci di prenderti per sfinimento. No, non c’era davvero bisogno di qualcun altro da accudire in questa casa, ma a volte la vita prende il sopravvento e allora eccoci qui. E soprattutto eccolo qui, il piccolo Matisse, il nostro nuovo e giovane amico a quattro zampe. Lui, a differenza del felino primogenito non è un trovatello ma il frutto di una scandalosa passione tra Fru Fru, la sua aristocratica ed elegante mamma e un non meglio identificato gatto di strada. Da questa fugace quanto intensa storia d’amore sono nati quattro bellissimi micetti, con un lunghissimo pedigree da parte di madre e una bella lista di guai da parte di padre. Da una prima osservazione pare che il cucciolo abbia ereditato il folto pelo materno e la tendenza a delinquere paterna.
Il felino primogenito si è barricato nella posizione della Sfinge in camera del figlio primogenito, chiudendosi in un impenetrabile silenzio. Non è dato sapere se stia meditando la fuga o di cucinarsi il nuovo arrivato.
Del resto, come ha commentato saggiamente il figliolo, “se mi sono abituato io alle sorelle lo farà anche lui”
Per adesso, ben arrivato Matisse.

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Parola di bambino

“Ma io ho paura, non voglio andare da sola! Ti prego!”

“Smettila di fare i capricci Melissa, non ti posso più sentire”

“Ma non è un capriccio! Ho paura per davvero! Perché non lo capisci??”

“Sei sempre la solita frignona, ha ragione papà. Mai una volta che non fai storie. Su, muoviti, andiamo. Sei proprio una paurosa”

 

“Mamma, Ho finito il gelato. Dove butto la carta?”

“Buttala lì, per terra”

“Ma.. non si può buttare le carte in terra, mamma. Ho cercato un cestino ma non lo trovo”

“Allora buttala sotto la macchina, Leonardo, così non la vede nessuno”

“Mamma, no, non si deve”

“Allora fai finta che ti sia caduto. Che imbranato. Possibile che debba insegnarti tutto io?”

 

“Non ci riesco, mi aiuti papà?”

“Ma se è semplicissimo? Come fai a non riuscirci? Sarebbe capace anche un bambino”

“Io sono un bambino, papà”

“Appunto, quindi forza e fallo”

“Ma non ci riesco da solo!”

“Sempre così. Carlo, non sei capace di far nulla. Dove ho sbagliato?”

Ci sono parole apparentemente innocue. Sempre, mai, niente. Intere frasi. Non sei capace. Cosa devo fare con te. Parole che cascano giù dall’alto, sempre più veloci, impossibili da richiamare indietro. Un bungee jumping senza elastico, che non risale e ti schianta.
Scegliere le parole da dire ai bambini è necessario. Saperne tacere alcune è opportuno. Combinarle nel modo giusto è doveroso.
Perché queste parole non li mettano all’angolo, con un’etichetta sulla fronte e la paura nel cuore.
È la grammatica dell’autostima, la sintassi dell’educazione, il lessico dell’amore.

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Segno zodiacale: bilancia

Una bella signora con una cascata di riccioli biondi, qualche ciocca rosa confetto sparsa qua e là. Una morbida e larga maglia a grosse righe bianche e blu, strategicamente drappeggiata sui fianchi abbondanti, con una scollatura appena accennata. Un paio di semplici pantaloni bianchi, delle ballerine azzurre. Un insieme sobrio e piacevole non fosse per la cascata di collane, bracciali e orecchini di corallo rosso. Che ci si augura sia di plastica, pena l’estinzione di una intera barriera corallina. Si toglie le scarpe e a piedi nudi sale sulla bilancia della farmacia.

“Dottore, la bilancia è rotta”

“Non va signora? Strano, si sono già pesate un paio di persone stamattina. Aspetti che controllo”

“Le dico che è guasta”

“Dunque vediamo.. È attaccata, accesa, proviamo a schiacciare qui. Ecco fatto. Risalga e vediamo”

“Si, ma lei si volti”

“Scusi?”

“Si volti ho detto. Non voglio farle vedere quanto peso”

“Ah, come vuole signora mia. Torno a sistemare gli sciroppi, va bene?”

Due minuti dopo

“Dottore, la bilancia non va”

“Ancora? Aspetti che mi peso io. Ecco. Settantasette chili e quattrocento grammi. Perfetto. In costume starò benissimo ahahahah”

“Si sbaglia, e la bilancia è rotta. Mi segna sette chili di troppo. Non è possibile”

“Ma signora, le garantisco che è esatta. Potrebbe essere forse ingras..”

“Non lo dica nemmeno per scherzo, sono due settimane che bevo frullati proteici gusto banana. Bevo e basta, capisce? Ho così tanta voglia di masticare che mi fa gola pure la ghiaia in cortile”

“Beh, se mi permette le direi di mangiare più sano e lasciar stare i beveroni”

“Grazie del consiglio ma si preoccupi di sistemare la bilancia che è guasta. Buongiorno”

La signora bionda si rimette le ballerine azzurre. Pancia in dentro e petto in fuori esce decisa dalla farmacia.
Forse i sette chili di troppo erano le collane di corallo.

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