The year of the cat

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Fobia: irrazionale e persistente paura e repulsione di certe situazioni, oggetti, animali.

Ailurofobia: fobia dei gatti.

Delirio: vivere con una bambina gattofobica e un piccolo micio strampalato sotto lo stesso tetto.

Vero è che il micio in questione non spicca per simpatia e arguzia. Tanto per cominciare passa buona parte della giornata appostato dietro le porte per tendere agguati, nemmeno fosse un temibile ghepardo nel cuore della savana. Peccato finisca per lo più spalmato sul retro della porta che viene spalancata dall’ignara vittima di passaggio. A non farlo eccessivamente benvolere si aggiunge un altro elemento. L’imberbe felino non ha ancora ben compreso l’ubicazione e la funzione della lettiera, ragion per cui non si fa scrupolo a rilasciare gli sfinteri sul divano, nella doccia o sulle piastrelle della cucina. Questo ha costretto all’acquisto di un profumato spray repellente, l’equivalente felino della Kryptonite per Superman che dovrebbe tenere a distanza il micio debole di vescica.
Non bastasse tutto questo, la piccola vive nella paura costante di essere assalita dal gatto e noi nel terrore perenne di sentirla urlare. Chiude tutte le porte di casa, non importa se in una stanza c’è un fratello o una sorella. Si è trasferita a dormire nel letto più alto, come quando nella foresta bisogna rifugiarsi su un albero per sfuggire alle fameliche fiere.
Ultimo, ma forse più inquietante, si è cosparsa del famoso spray repellente dalla testa ai piedi.

È ormai evidente che non si può continuare così. Sono quindi alla ricerca di una famiglia buona, simpatica e accogliente. Paziente ma normativa, con valori profondi e tempo da dedicare. Segni particolari: che preparino spesso le lasagne.

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Ok, la taglia è giusta

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“Ecco.. Così.. Forse ci siamo”

“Alzi le braccia, magari riesco a farla scivolare meglio”

“Oddio son tutta sudata”

“Ma no che ce la facciamo, sia ottimista signora”

“Ma è una trappola infernale! E dire che questa tonalità mi piace così tanto”

“Eh sì, il pervinca è il suo colore, le sta un incanto. Guardi come le risalta lo sguardo e come si intona con il castano cenere dei suoi capelli”

“Si, ma non si chiude! Mi dia una taglia in più, anzi faccia due già che c’è”

“Non ne ho altre. Per la sua taglia mi è rimasta solo in ocra. Ma le garantisco che con un mesetto di dieta calzerà come un guanto. Lei ci sta un po’ attenta coi grassi, fa un po’ di movimento in più, niente gelato dopo cena e zac! La maglia pervinca si chiude”

“Niente gelato dopo cena?”

“Niente gelato dopo cena”

“La prendo ocra”

Per farsi una cultura su fitness, dieta bilanciata e perfette cromie non c’è niente di meglio che un giro nei camerini di un negozio di abbigliamento. Meglio ancora nel periodo dei saldi.

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Lost in the week end

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“Come si chiama il papà del pulcino?”

“Gallo?”

“Padre Pio”

“In ciabatte nel locale! Andiamo a comandareee”

“Vorrei ma non postoooo”

“Quanto manca?”

“Siamo arrivati?”

Un viaggio passato tra imperdibili barzellette, canzoni tamarre cantate a squarciagola e inesorabili domande sui tempi di arrivo. Qualche strada sbagliata, che mancava poco sentire il navigatore esclamare “vabbè, fai un po’ come ti pare”. Il tutto sotto un acquazzone scrosciante, di quelli così estivi che sembra di essere in pieno novembre. Una pioggia soprattutto di ricordi, perché la destinazione era il paese dove ho trascorso molte delle mie estati durante l’infanzia. Luoghi rivisti con lo sguardo adulto di fianco alla mia bambina che li ammirava per la prima volta. Ha osservato con curiosità la casa dove la sua mamma trascorreva le vacanze, guardato con sospetto grosse mucche per la strada, imparato che c’è un punto esatto dove due torrenti diversi diventano un fiume nuovo. Per onorare le tradizioni montanare ha cenato con alcuni piatti tipici: lasagne e tiramisù in un ristorante tutto di legno.
La piccola e io abbiamo passato il fine settimana in montagna, per trovare la fanciulla campeggiatrice.
Ci sono stati abbracci, lacrime, risate e buone cose da mangiare. Lei, la figlia mezzana, mi è parsa se è possibile ancora più alta e sempre più bella, un gradino più grande di quando è partita. Come solo lei sa fare, è riuscita a farmi arrabbiare e commuovere all’interno dello stesso minuto. Ma per sgridarla aspetterò che torni a casa.

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Telefono casa

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h 20.00

“Amore, sei tu? Che bello sentirti tesoro! Ho visto delle bellissime foto sul gruppo!”

“Mamma no non fare così che piango. Niente emozioni per piacere. Parliamo di cose neutre che abbiamo una sola telefonata di cinque minuti che per me è pure troppo”

“Ehm.. Va bene. Allora, vediamo. Dimmi almeno se è tutto a posto, che qui stan tutti bene, sorella piccola, gatto grande, gatto piccolo, fratello sui monti..”

“Bene. Grazie.”

“Come sei loquace. Vabbè facciamo così, da uno a dieci com’è il campeggio quest’anno?”

“Undici. Ma adesso ti lascio perché sennò mi commuovo. Saluta tutti. Ah, quando vieni a trovarmi domenica portami gli orecchini, che ne ho perso uno nel lavandino. Erano quelli che mi avevi regalato tu”

h 21.00

“Mother, come va? Qui tutto a posto. Abbiamo appena finito l’allenamento. Si sì, mangio, dormo e sto bene. Cosa? Certo che mi lavo, per chi mi hai preso. Ora vado. Ti mando un whatsapp prima di andare a dormire. Ah, dimenticavo. Sabato non torno, mi hanno invitato in montagna con altri della squadra. Ci vediamo domenica”

“Facciamo che sento i loro genitori”

“Tranquilla Mother, è tutto sotto controllo”

h 22.00

Messaggio vocale della piccola, inviato di nascosto col cellulare della nonna

“Mamma, volevo dirti che non esistono mica solo loro, sai? Al telefono potresti parlare pure con me”

Se E.T. l’extraterrestre avesse avuto whatsapp forse sarebbe tornato a casa prima.

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Sulla strada (parte terza)

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Lo giuro su quanto ho di più caro, sulla mia collana di rame preferita, il libro autografato da Luis Sepulveda e il piccolo micio. Possa io smarrire la password del blog, le chiavi della macchina e la tessera fedeltà del supermercato coi punti se non dico il vero.
Sembra incredibile anche a me, immagino agli altri.
Ci siamo rivisti.
In un piccolo paese vicino alla città dove lavoro. A un semaforo rosso, in un caldo pomeriggio estivo, io in macchina e lui, affiancato, in bici. Lui, il biondo adolescente alla ricerca della figura materna. Quello che ho incontrato con lo zaino e la cartelletta mentre usciva da scuola, ritrovato sul marciapiede opposto poche strade più in là qualche tempo dopo. Lui, coi riccioli biondi appoggiati sul collo e lo sguardo fiducioso.
Lui, che al posto dello zaino ieri aveva un misterioso strumento nella sua custodia, la divisa della banda con la camicia bianca perfettamente stirata dalla mamma, i ricci tagliati corti e il solito enorme sorriso felice.

“Non ci credo. Sei proprio tu?”

“Sì! Non è incredibilmente meraviglioso? È il destino”

” In effetti anche io sono stupita stavolta”

“Adesso devo proprio andare, ho le prove. Suono, sai? Vuoi venire a sentirmi?”

“Il semaforo è verde, mi dispiace devo andare. Buon divertimento”

Ecco, magari al saggio di fine anno non è il caso di andare. Ma se lo incontrerò ancora almeno un succo di frutta glielo offrirò, promesso.

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La stagione dell’amore

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I passi nella notte a piedi nudi, nel corridoio. Gli abbracci infiniti senza guardarsi le spalle, gli sguardi rapiti e i sorrisi felici.
Pranzo e cena apparecchiate per due, cose buone da mangiare che più buone non si può, film serali stretti stretti sul divano.
La piscina all’aperto, la passeggiata nel centro, il gelato con la granella di cioccolato.
Una giro sul lago, uno di carte, uno di valzer.
Una canzone stonata, una storia inventata, una stanza cambiata.
Ci abbiamo messo un anno, ma ce l’abbiamo fatta. Da quando i fratelli grandi sono partiti, la piccola ed io godiamo della reciproca compagnia come due innamorati per troppo tempo lontani, senza gli sguardi di disapprovazione e le frecce di gelosia dei due grandi di casa. Libere finalmente di coccolarci senza sensi di colpa, stranite da questa reciproca e magica esclusività. Libere di ascoltarci senza interruzioni, meravigliate dalle parole che fluiscono, sorprese dai silenzi che ci girano intorno.
Le spazzolo i capelli, mentre maldestra si spennella sulle unghie uno smalto trasparente e sospira felice.
“Mamma, che bella la stagione dei figli unici”

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La macchina del capo

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“Buongiorno, guarda lì che bella macchinina. Come va?”

“Ehm.. Buongiorno. Scusi ma devo mettere i soldi all’automatico, un momento”

“È un diesel, vero? Stia attenta a non mettere la benzina, eh!”

“Grazie, ci proverò. Se si sposta un passo dal serbatoio faccio il pieno, grazie”

“Ah no, io dei distributori automatici non mi fido nemmeno un po’. Aspetto una mezz’oretta che apre”

“Uhm.. Si, certo, buona idea”

“Che cilindrata ha detto che è?”

“Non credo di averlo detto perché non ne ho idea”

“Ma quanto le fa con un litro?”

“Non ho idea nemmeno di questo”

“Ma va bene in montagna? Il motore non si surriscalda?”

“Lo ignoro, mi dispiace”

“Signorina, non va mica bene così. Lo sa almeno di che colore è? Ahahahah!”

Caro signore coi calzoncini a righe e i capelli candidi, che in un torrido pomeriggio di giugno aspetta il benzinaio perché non si fida dei distributori automatici, volevo dirle che ha trovato la donna sbagliata. Della mia macchina, come di tutte le altre, non so veramente nulla. Giro la chiave e parte, questo per me è più che sufficiente. Ci porta dove dobbiamo, e questo è quanto. Non so bene nemmeno cosa sia una cilindrata, ma so che nel baule ci sono i sacchetti della spesa che dimentico sempre quando entro al supermercato, uno scatolone di abiti da riciclare, dei libri della biblioteca col prestito scaduto, documenti di lavoro e un centinaio di palloncini da gonfiare con tanto di pompa. So che l’abitacolo farebbe la gioia di un archeologo, che potrebbe rinvenire reperti di epoche remote, incluso lo scontrino di una lavanderia chiusa da almeno sei mesi. So che è riuscita a contenere tre bambine e due preadolescenti, che d’estate si scalda parecchio e che ogni tanto, come oggi, devo fermarmi e fare gasolio.
Ah, so anche che è nera. E sa perché? Così non devo preoccuparmi che si sporchi.

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Pezzi ‘e core

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“Mother, allora ciao. A tra una settimana. Ti chiamo io, anzi ci sentiamo su whatsapp”

“Buona vacanza! Divertiti e gioca a pallacanestro come non ci fosse un domani. Una cosa: magari mi metterei qualcosa sopra quella elegantissima canotta gialla e viola dei Lakers”

“Mother, si chiama estate”

“No, polmonite”

Segue una virile pacca sulla spalla, come è uso salutarsi fra uomini. Mi trattengo e non lo sbaciucchio selvaggiamente perché so che, davanti ai compagni di squadra, sarebbe la morte sociale.

“Mamma mamma che bello si parte! È un anno che aspetto. Sul pullman mi siedo dietro con le mie amiche così ascoltiamo la musica. Mi tieni tu la felpa per favore?”

“No, la felpa te la rimetti perché non stai andando a Cayo Paloma ma in un campeggio in montagna, anche se a vederti coi calzoncini non si direbbe”

“Abbi fiducia: porterò il sole”

Segue un lungo abbraccio, baci e stritolamenti vari, ché con una femmina di quinta elementare pare sia ancora concesso, anche in luogo pubblico.
Io da brava mamma mi assicuro che siano ben coperti, che abbiamo abbastanza calze e mutande e di essere puntuali alla partenza del pullman. Mi commuovo il giusto, mi gusto la loro mancanza, privilegio raro.
I figli maggiori sono partiti, dando inizio al loro peregrinare estivo.
Ognuno per la sua personale avventura, ognuno coi propri amici, ognuno con le proprie passioni. Ma con loro c’è anche un po’ di me.
Il mio cuore quest’anno viaggia parecchio.

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Otto

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Otto come le meraviglie se ci fossi anche tu, otto per otto come asino cotto, otto che si legge al contrario ed è sempre uguale, otto come le zampe di Sleipnir, il magico cavallo di Odino.
Otto come la tabellina dove inciampi di più, come l’infinito, come i petali del loto, come le punte della rosa dei venti.
Tu che porti un nome da principessa ma ti immagino salire su un cavallo senza aspettare il principe.
Tu che nuoti nel mare dei grandi galleggiando con la paperella dei piccoli. Che guardi i Simpson da quando avevi cinque anni, sai cos’è una radice quadrata e cosa significa metafora.
Tu che mi guardi con quegli occhi di miele carichi di una fiducia che fatico a meritarmi, a te che ho tagliato il cordone troppo presto e adesso potessi lo userei come un lazo per riacciuffarti mentre diventi grande, che sei e sarai sempre la piccola di casa.
Tu che hai dovuto urlare forte per sovrastare le voci degli altri, e ho dovuto educarti al sussurro. Tu che mi hai travolta e stranita, quando ormai ero convinta di saper fare la mamma, tu che invece di crescere sbocci, in una meravigliosa e perenne primavera. Tu che hai trovato solo un terzo di mamma e hai combattuto con le unghie e coi denti per averne una intera.
Tu che sei buona come il profumo del pane, medaglia e faccia di bronzo, bella come una sera di stelle.
La mia bimba in rima baciata, il mio folletto misterioso e capriccioso, il mio senso e il mio perché, la mia gioia e meraviglia.
Auguri amore mio, che il giorno giusto è finalmente arrivato.
E allora metteremo otto candeline su una teglia di lasagne, sarai per ventiquattro ore la più importante di tutti, e finalmente ti canteremo in coro “tanti auguri a te”!

La tua mamma

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L’insostenibile frustrazione di un no

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Camminano avanti e indietro sul marciapiede di fronte alla banca, nervosamente. La donna si arresta all’improvviso, cambia direzione, come su un ring per confondere l’avversario.
Lei è molto bella, anche nascosta da grandi occhiali scuri. Lunghi capelli lucenti in piega perfetta, borsa e scarpe coordinate, un abito costoso a sottolineare una linea invidiabile. Lui alto, forse più giovane, con indosso un completo da grande. Curato con l’eccesso che a volte gli uomini scambiano per eleganza. Sorride di un sorriso tirato e aggrotta la fronte mentre parla, gesticolando rabbioso.

“Potresti almeno spiegarmi il perché. Non mi sembra di chiedere molto”

“Ti ho già spiegato mille volte almeno che è finita Fabio, ora basta e lasciami stare”

“No. Tu mi hai detto che è finita ma non il perché. Mi sembra un mio diritto saperlo”

“Fabio ascolta una buona volta. Non ti amo. Non ti voglio. Non ho un altro. Non ci voglio riprovare. Basta”

“Non è vero. Non può essere. Io ti amo”

“Non basta uno ad amare, bisogna essere in due”

“Io ti amo abbastanza per tutti e due”

“Fabio, tu ami te stesso per tutti e due. Adesso sparisci, brucia il mio numero e dimentica il mio nome”

“Camilla, tu mi ami ancora”

Accettare un no è un’esperienza frustrante. Lo sa il bambino di due anni che non può fare un altro giro di giostra, lo sa la ragazzina di undici che non avrà il cellulare, lo sa il quindicenne a cui è stato negato il permesso di passare fuori la notte con gli amici.
A non saperlo, a volte, sono proprio i trentenni con la giacca elegante e le unghie curate.

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