Telefono casa

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h 20.00

“Amore, sei tu? Che bello sentirti tesoro! Ho visto delle bellissime foto sul gruppo!”

“Mamma no non fare così che piango. Niente emozioni per piacere. Parliamo di cose neutre che abbiamo una sola telefonata di cinque minuti che per me è pure troppo”

“Ehm.. Va bene. Allora, vediamo. Dimmi almeno se è tutto a posto, che qui stan tutti bene, sorella piccola, gatto grande, gatto piccolo, fratello sui monti..”

“Bene. Grazie.”

“Come sei loquace. Vabbè facciamo così, da uno a dieci com’è il campeggio quest’anno?”

“Undici. Ma adesso ti lascio perché sennò mi commuovo. Saluta tutti. Ah, quando vieni a trovarmi domenica portami gli orecchini, che ne ho perso uno nel lavandino. Erano quelli che mi avevi regalato tu”

h 21.00

“Mother, come va? Qui tutto a posto. Abbiamo appena finito l’allenamento. Si sì, mangio, dormo e sto bene. Cosa? Certo che mi lavo, per chi mi hai preso. Ora vado. Ti mando un whatsapp prima di andare a dormire. Ah, dimenticavo. Sabato non torno, mi hanno invitato in montagna con altri della squadra. Ci vediamo domenica”

“Facciamo che sento i loro genitori”

“Tranquilla Mother, è tutto sotto controllo”

h 22.00

Messaggio vocale della piccola, inviato di nascosto col cellulare della nonna

“Mamma, volevo dirti che non esistono mica solo loro, sai? Al telefono potresti parlare pure con me”

Se E.T. l’extraterrestre avesse avuto whatsapp forse sarebbe tornato a casa prima.

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Sulla strada (parte terza)

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Lo giuro su quanto ho di più caro, sulla mia collana di rame preferita, il libro autografato da Luis Sepulveda e il piccolo micio. Possa io smarrire la password del blog, le chiavi della macchina e la tessera fedeltà del supermercato coi punti se non dico il vero.
Sembra incredibile anche a me, immagino agli altri.
Ci siamo rivisti.
In un piccolo paese vicino alla città dove lavoro. A un semaforo rosso, in un caldo pomeriggio estivo, io in macchina e lui, affiancato, in bici. Lui, il biondo adolescente alla ricerca della figura materna. Quello che ho incontrato con lo zaino e la cartelletta mentre usciva da scuola, ritrovato sul marciapiede opposto poche strade più in là qualche tempo dopo. Lui, coi riccioli biondi appoggiati sul collo e lo sguardo fiducioso.
Lui, che al posto dello zaino ieri aveva un misterioso strumento nella sua custodia, la divisa della banda con la camicia bianca perfettamente stirata dalla mamma, i ricci tagliati corti e il solito enorme sorriso felice.

“Non ci credo. Sei proprio tu?”

“Sì! Non è incredibilmente meraviglioso? È il destino”

” In effetti anche io sono stupita stavolta”

“Adesso devo proprio andare, ho le prove. Suono, sai? Vuoi venire a sentirmi?”

“Il semaforo è verde, mi dispiace devo andare. Buon divertimento”

Ecco, magari al saggio di fine anno non è il caso di andare. Ma se lo incontrerò ancora almeno un succo di frutta glielo offrirò, promesso.

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La stagione dell’amore

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I passi nella notte a piedi nudi, nel corridoio. Gli abbracci infiniti senza guardarsi le spalle, gli sguardi rapiti e i sorrisi felici.
Pranzo e cena apparecchiate per due, cose buone da mangiare che più buone non si può, film serali stretti stretti sul divano.
La piscina all’aperto, la passeggiata nel centro, il gelato con la granella di cioccolato.
Una giro sul lago, uno di carte, uno di valzer.
Una canzone stonata, una storia inventata, una stanza cambiata.
Ci abbiamo messo un anno, ma ce l’abbiamo fatta. Da quando i fratelli grandi sono partiti, la piccola ed io godiamo della reciproca compagnia come due innamorati per troppo tempo lontani, senza gli sguardi di disapprovazione e le frecce di gelosia dei due grandi di casa. Libere finalmente di coccolarci senza sensi di colpa, stranite da questa reciproca e magica esclusività. Libere di ascoltarci senza interruzioni, meravigliate dalle parole che fluiscono, sorprese dai silenzi che ci girano intorno.
Le spazzolo i capelli, mentre maldestra si spennella sulle unghie uno smalto trasparente e sospira felice.
“Mamma, che bella la stagione dei figli unici”

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La macchina del capo

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“Buongiorno, guarda lì che bella macchinina. Come va?”

“Ehm.. Buongiorno. Scusi ma devo mettere i soldi all’automatico, un momento”

“È un diesel, vero? Stia attenta a non mettere la benzina, eh!”

“Grazie, ci proverò. Se si sposta un passo dal serbatoio faccio il pieno, grazie”

“Ah no, io dei distributori automatici non mi fido nemmeno un po’. Aspetto una mezz’oretta che apre”

“Uhm.. Si, certo, buona idea”

“Che cilindrata ha detto che è?”

“Non credo di averlo detto perché non ne ho idea”

“Ma quanto le fa con un litro?”

“Non ho idea nemmeno di questo”

“Ma va bene in montagna? Il motore non si surriscalda?”

“Lo ignoro, mi dispiace”

“Signorina, non va mica bene così. Lo sa almeno di che colore è? Ahahahah!”

Caro signore coi calzoncini a righe e i capelli candidi, che in un torrido pomeriggio di giugno aspetta il benzinaio perché non si fida dei distributori automatici, volevo dirle che ha trovato la donna sbagliata. Della mia macchina, come di tutte le altre, non so veramente nulla. Giro la chiave e parte, questo per me è più che sufficiente. Ci porta dove dobbiamo, e questo è quanto. Non so bene nemmeno cosa sia una cilindrata, ma so che nel baule ci sono i sacchetti della spesa che dimentico sempre quando entro al supermercato, uno scatolone di abiti da riciclare, dei libri della biblioteca col prestito scaduto, documenti di lavoro e un centinaio di palloncini da gonfiare con tanto di pompa. So che l’abitacolo farebbe la gioia di un archeologo, che potrebbe rinvenire reperti di epoche remote, incluso lo scontrino di una lavanderia chiusa da almeno sei mesi. So che è riuscita a contenere tre bambine e due preadolescenti, che d’estate si scalda parecchio e che ogni tanto, come oggi, devo fermarmi e fare gasolio.
Ah, so anche che è nera. E sa perché? Così non devo preoccuparmi che si sporchi.

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Pezzi ‘e core

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“Mother, allora ciao. A tra una settimana. Ti chiamo io, anzi ci sentiamo su whatsapp”

“Buona vacanza! Divertiti e gioca a pallacanestro come non ci fosse un domani. Una cosa: magari mi metterei qualcosa sopra quella elegantissima canotta gialla e viola dei Lakers”

“Mother, si chiama estate”

“No, polmonite”

Segue una virile pacca sulla spalla, come è uso salutarsi fra uomini. Mi trattengo e non lo sbaciucchio selvaggiamente perché so che, davanti ai compagni di squadra, sarebbe la morte sociale.

“Mamma mamma che bello si parte! È un anno che aspetto. Sul pullman mi siedo dietro con le mie amiche così ascoltiamo la musica. Mi tieni tu la felpa per favore?”

“No, la felpa te la rimetti perché non stai andando a Cayo Paloma ma in un campeggio in montagna, anche se a vederti coi calzoncini non si direbbe”

“Abbi fiducia: porterò il sole”

Segue un lungo abbraccio, baci e stritolamenti vari, ché con una femmina di quinta elementare pare sia ancora concesso, anche in luogo pubblico.
Io da brava mamma mi assicuro che siano ben coperti, che abbiamo abbastanza calze e mutande e di essere puntuali alla partenza del pullman. Mi commuovo il giusto, mi gusto la loro mancanza, privilegio raro.
I figli maggiori sono partiti, dando inizio al loro peregrinare estivo.
Ognuno per la sua personale avventura, ognuno coi propri amici, ognuno con le proprie passioni. Ma con loro c’è anche un po’ di me.
Il mio cuore quest’anno viaggia parecchio.

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Otto

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Otto come le meraviglie se ci fossi anche tu, otto per otto come asino cotto, otto che si legge al contrario ed è sempre uguale, otto come le zampe di Sleipnir, il magico cavallo di Odino.
Otto come la tabellina dove inciampi di più, come l’infinito, come i petali del loto, come le punte della rosa dei venti.
Tu che porti un nome da principessa ma ti immagino salire su un cavallo senza aspettare il principe.
Tu che nuoti nel mare dei grandi galleggiando con la paperella dei piccoli. Che guardi i Simpson da quando avevi cinque anni, sai cos’è una radice quadrata e cosa significa metafora.
Tu che mi guardi con quegli occhi di miele carichi di una fiducia che fatico a meritarmi, a te che ho tagliato il cordone troppo presto e adesso potessi lo userei come un lazo per riacciuffarti mentre diventi grande, che sei e sarai sempre la piccola di casa.
Tu che hai dovuto urlare forte per sovrastare le voci degli altri, e ho dovuto educarti al sussurro. Tu che mi hai travolta e stranita, quando ormai ero convinta di saper fare la mamma, tu che invece di crescere sbocci, in una meravigliosa e perenne primavera. Tu che hai trovato solo un terzo di mamma e hai combattuto con le unghie e coi denti per averne una intera.
Tu che sei buona come il profumo del pane, medaglia e faccia di bronzo, bella come una sera di stelle.
La mia bimba in rima baciata, il mio folletto misterioso e capriccioso, il mio senso e il mio perché, la mia gioia e meraviglia.
Auguri amore mio, che il giorno giusto è finalmente arrivato.
E allora metteremo otto candeline su una teglia di lasagne, sarai per ventiquattro ore la più importante di tutti, e finalmente ti canteremo in coro “tanti auguri a te”!

La tua mamma

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L’insostenibile frustrazione di un no

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Camminano avanti e indietro sul marciapiede di fronte alla banca, nervosamente. La donna si arresta all’improvviso, cambia direzione, come su un ring per confondere l’avversario.
Lei è molto bella, anche nascosta da grandi occhiali scuri. Lunghi capelli lucenti in piega perfetta, borsa e scarpe coordinate, un abito costoso a sottolineare una linea invidiabile. Lui alto, forse più giovane, con indosso un completo da grande. Curato con l’eccesso che a volte gli uomini scambiano per eleganza. Sorride di un sorriso tirato e aggrotta la fronte mentre parla, gesticolando rabbioso.

“Potresti almeno spiegarmi il perché. Non mi sembra di chiedere molto”

“Ti ho già spiegato mille volte almeno che è finita Fabio, ora basta e lasciami stare”

“No. Tu mi hai detto che è finita ma non il perché. Mi sembra un mio diritto saperlo”

“Fabio ascolta una buona volta. Non ti amo. Non ti voglio. Non ho un altro. Non ci voglio riprovare. Basta”

“Non è vero. Non può essere. Io ti amo”

“Non basta uno ad amare, bisogna essere in due”

“Io ti amo abbastanza per tutti e due”

“Fabio, tu ami te stesso per tutti e due. Adesso sparisci, brucia il mio numero e dimentica il mio nome”

“Camilla, tu mi ami ancora”

Accettare un no è un’esperienza frustrante. Lo sa il bambino di due anni che non può fare un altro giro di giostra, lo sa la ragazzina di undici che non avrà il cellulare, lo sa il quindicenne a cui è stato negato il permesso di passare fuori la notte con gli amici.
A non saperlo, a volte, sono proprio i trentenni con la giacca elegante e le unghie curate.

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Precoci preoccupazioni

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“Mamma, sono preoccupata. Temo che non sarò una brava madre da grande”

“Piccola? Cosa? Senti, va bene che tra pochi giorni è il tuo compleanno, va bene che solo io continuo a chiamarti piccola e prima o poi dovrò farmi una ragione che anche tu diventi grande, va bene che siete una generazione precoce. Ma questo è troppo. Mi sembra prematuro parlarne”

“Ma io sono preoccupata lo stesso”

“Ascoltami amore: tu hai avuto una brava mamma (!) e quindi sarai ancora più brava. È matematico”

“Ma io ho paura di partorire”

“Beh, avevo paura anche io. Ma poi era talmente grande la gioia di avervi e il desiderio di liberarmi di quel gigantesco pancione che ho messo da parte la paura”

“Ma non è giusto! Perché solo le femmine devono partorire?”

“Sono d’accordo con te. Davvero un’ingiustizia. Però in natura c’è una specie animale che funziona al contrario, il maschio partorisce e la femmina se ne sta a casa bella tranquilla”

“Quale?”

“Il cavalluccio marino”

“Davvero? Ma è meraviglioso. Ho deciso: da grande sarò una cavalluccia marina”

E mentre pronuncia queste parole alza le mani al cielo in segno di vittoria, sorridendo da orecchio a orecchio sotto il cappellino blu girato al contrario, come il più tamarro dei rapper americani.
E il suo mi sembra un gran bel proposito.

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Anniversario

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“Lo sport più di moda dell’estate 2015, perlomeno a casa mia, e’ ufficialmente il preparare valige”

Cominciava così, un anno tondo fa, il mio primo post .
Il lettone era invaso da calzettoni, magliette, mutande e scarponi. Sul pavimento gli zaini, un borsone, il sacco a pelo e le creme solari. Sul comodino due lunghissime liste stropicciate dall’uso, indicanti il materiale necessario per la degna sopravvivenza dei minori in campeggio o al basket camp. Che poi, sarebbero bastate due sole parole su un post it fosforescente: “portate tutto”.
Un anno giusto è passato, e il lettone è nuovamente invaso da felpe e pile, pantaloncini e canotte, infradito e giacconi. Accappatoi e costumi, divise e bagnoschiuma, lenzuola e spazzolini.
Tutto come un anno fa. Sembrerebbe non essere cambiato nulla. Ma i cambiamenti sono come il vento, li senti senza vederli, spostano delle cose e ne portano delle altre. E questo è stato un anno parecchio ventoso. In quel primo e timido post raccontavo la fatica delle partenze e la frenesia della preparazione. Davanti a quel lettone invaso, alle scarpe mancanti, le maglie stropicciate e i calzini spaiati, ricordo di essere stata presa dallo sconforto e da quello strisciante e inesorabile senso di inadeguatezza che spesso le mamme provano. Mi veniva da piangere, e allora mi sono messa a ridere. Ho lasciato il disordine e il dovere, preso il cellulare e cominciato a scrivere. E a sorridere di più. Mentre condividevo quelle parole su un social ho terminato di preparare zaini e borsoni, fatto le ultime e inascoltate raccomandazioni ai figli vagabondi e li ho salutati una mattina presto asciugandomi gli occhi nel piazzale dell’oratorio. Nel frattempo qualcuno leggeva, forse rideva, magari si ritrovava in quelle poche parole. Una mamma si è riconosciuta nel disordine, un’altra nella fatica della separazione, un papà nel senso di inadeguatezza. Io non lo sapevo, che da quel giorno tante parole ancora sarebbero venute.
Non sapevo che in quest’anno avrei raccontato di pallacanestro e lasagne, mare e montagna, scuola e supermercato, gioie e dolori, tentativi ed errori. Non sapevo o forse sì che l’eccezionale si nasconde nella normalità e che la quotidianità può essere una tragedia quanto una commedia. Non immaginavo che tanti sarebbero arrivati e come le parole portino persone. Parole che lastricano ponti e generano incontri. E anche qualche scontro.
Festeggio questo primo anniversario così come ho cominciato: chiudendo la cerniera di un borsone colmo.
Sempre pronta per raccontare un nuovo viaggio.

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Il pranzo è servito

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Cena di compleanno, a casa di amici. La regola è semplice ma efficace: che ognuno porti qualcosa. Io però, già lo so, ho un impegno in più e come spesso accade in simili circostanze oscillo tra la voglia di stare in compagnia e il desiderio di mangiare a casa mia lontano da occhi indiscreti e domande curiose. Altra occasione, stesso problema: pizzata di fine anno con le classi dei figli, cena in oratorio per raccolta fondi di qualcosa, ché il parroco è ormai uno specialista in crowdfunding e si destreggia meglio di un grande imprenditore per racimolare il necessario a pagare il riscaldamento della cappella, la gita a Medjugorje del centro anziani o l’imbiancata alla sagrestia.
Cena multietnica della consulta stranieri, pranzo in ufficio di corsa, gite, pic-nic, aperitivi, colazioni, inviti a cena e torte, biscotti e dolcetti che le persone gentili offrono quando hanno ospiti a casa e che io, ogni volta, rifiuto nel modo più cortese possibile. La verità è che non vorrei affatto rifiutare, ma accettare con un gran sorriso quanto mi viene proposto.
Il ma in questa storia si chiama glicemia, che nel caso specifico è particolarmente anarchica e va tenuta a bada con una rigida disciplina alimentare. Il disturbo è dono della terza e ultima gravidanza che, insieme a una bella bambina, le smagliature e qualche chilo in più mi ha regalato dei valori impazziti. Nulla di grave, s’intende. Il mondo è pieno di problemi legati al cibo, mia cugina è celiaca, mio cognato è affetto da favismo e uno dei miei figli è intollerante al lattosio. Si vive lo stesso e anche bene, con qualche piccolo accorgimento.
Io, per esempio, sono ormai nota tra amici, colleghi e parenti per quella che a tavola non si concede mai una gioia. E non a torto, riflettendoci. Mentre gli amici assaggiano il nuovo tipo di pizza al carbone vegetale e scamorza – un mio caro amico ha da poco aperto una pizzeria, tanto per stare allegri- io mi gusto bresaola e spinaci; frattanto che i parenti saltano la paella in padella dispongo crescenza e asparagi nel mio piatto; davanti a un sontuoso tiramisù (che magari ho preparato io stessa) mi gusto uno yogurt ai frutti di bosco. Sempre io, che ho provato a imbarcarmi sul volo Malpensa- Sharm El Sheikh con due buste di bresaola in borsa, sequestrate al controllo bagagli con le stesse modalità normalmente utilizzate per i narcotrafficanti colombiani.
Chi mi conosce, oramai, lo sa. Gli altri, guardano e chiedono. La domanda più gettonata è, da sempre, “sei a dieta?” e le sue originali varianti “cominci a dicembre per la prova costume?” o “ci tieni proprio alla linea, eh?” gettando contemporaneamente uno sguardo allusivo ai miei fianchi, a riprova che il consumo di carboidrati non alimenta le cellule celebrali. Poi ci sono i colleghi che, per qualche misteriosa congiunzione astrale, sono per la maggior parte vegetariani e inevitabilmente storcono il naso, addentando il loro tofu, mentre io degusto la mia bistecca. Altra reazione consueta è quella di chi si dispiace per me, si intristisce al pensiero che esistano persone a cui il destino avverso impedisce di assumere carboidrati mattina e sera. Un dispiacere che scivola nella pietà vera e propria nel momento in cui vengono a conoscenza dell’altro mio indicibile segreto: sono astemia. Per alcuni è una bestemmia, per altri una colpa, per altri ancora è come se confessassi un infanticidio, a ben guardare l’espressione inorridita che gli si dipinge sul volto. A un conoscente particolarmente insistente e fastidioso ho risposto che no, non potevo bere nemmeno un goccio perché ero di ritorno dalla riunione settimanale con gli alcolisti anonimi. Il suo sguardo attonito è valso la piccola bugia. Qualcuno si è persino spinto a scomodare Baudelaire, ricordandomi con tatto e gentilezza che “chi non beve vino ha qualcosa da nascondere”.
Chissà il buon Charles cosa avrebbe detto di chi, come me, sta alla larga anche da amari, superalcolici e birrette con gli amici.

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