Sconfitta

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“MammaMammaMammaMammaMammaMammaMammaMammaMamma”

“Che succede? Non basta chiamarmi una volta? Cielo che ansia”

“Meglio essere certi, magari non senti”

“Ma che c’è? Puoi venire di qui a dirmelo invece che urlare da una stanza all’altra? E poi come fate? Ho un sensore attaccato al libro? Al divano? Al sedere, che mi chiamate ogni volta che provo a sedermi??”

“È che ho sentito il gatto miagolare, forse vuole entrare”

“E non puoi aprirgli tu che sei più vicina?”

“Mami, sto giocando alle Barbie”

“Miaoooo, miaoooo”

“Mamma apri al gatto! Sto facendo un video e se continua a miagolare mi disturba l’audio”

“Senti un po’, cara la mia Spielberg. Alzati e vai. Il gatto è anche tuo, se non erro”

“Miaooo! Miaoooooo! Miaaaooooo!!”

“E vostro fratello dove diavolo è finito??”

“Miiiiaaaaaaoooooo”

“Basta, non ne posso più, povera bestia. Gli apro io, come al solito. Ma? E tu coi tuoi amici cosa caspita fate qui fuori in terrazza?”

“Ah, ciao mother. Facciamo i trucchi di magia, no? Il divano è occupato e allora stiamo qui. Vuoi vedere un trucco?”

“Ma scusa, avevi qui di fianco il gatto che è diventato afono a furia di miagolare, non potevi aprirgli la porta?”

“No. Avevo le mani occupate con le carte. Ma questo trucco nuovissimo lo vuoi vedere o no?”

Chiudo la porta e ritorno in casa, sconfitta. E intanto il gatto si è preso il mio posto sul divano.

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Scelte obbligate

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È la domanda delle domande, il quesito per eccellenza, l’amletico dubbio dei genitori dei ragazzi e ragazze in terza media. Ci osserviamo di sottecchi, muovendoci circospetti, e quando siamo a una distanza accettabile sottovoce lo diciamo. Sussurrandolo, quasi. A labbra strette e occhi bassi. La domanda è la stessa per tutti, fuori da scuola, tra le corsie del supermercato, nelle chat di WhatsApp.
“Ma il tuo/a, ha scelto?”
Dove il soggetto sottinteso non è il figliolo ma la temutissima scuola superiore. Con un’offerta formativa tanto ricca da disorientare più che orientare, in una giungla di proposte che in confronto ordinare un caffè macchiato freddo in tazza grande con un po’ di schiuma e una spruzzata di cannella pare semplice. Ci sono i licei, e sono sei. Gli istituti tecnici, suddivisi in due settori con undici indirizzi diversi. Gli istituti professionali, due settori e sei indirizzi. E così ascolti confusa e un po’ intimidita la mamma di Giancarlo affermare fiera di averlo iscritto all’istituto tecnico aziendale a indirizzo turistico con specializzazione in manutenzione e assistenza.
Origli mentre la mamma di Maria Paola racconta sorridente di averla iscritta al Liceo delle scienze umane perché all’università sceglierà psicologia, la specialistica in criminologia e poi andrà in tivù a commentare gli omicidi.
Barcolli quando senti il padre di Tommaso dichiarare senza mezzi termini che non esiste altra scuola oltre il liceo scientifico, e non offendiamo con l’indirizzo delle scienze applicate che l’unico vero liceo ti insegna il latino, anche se

qui pro quo è probabilmente l’unica locuzione latina che conosce.
E poi ci sono io. La mamma educatrice, pedagogista, esperta nei processi di crescita.
Quella aperta e tollerante, pronta a lanciare i figli come frecce nel mondo, come diceva il buon Gibran. Già. Tutto vero finché il tuo primogenito decide di fare qualcosa di diverso da quello che nella tua sciocca supponenza pensavi fosse il meglio per lui. E allora ciao ciao alla pedagogia, alle aperture e pure a Gibran, ti scopri con sgomento piccola e limitata. Scopri che la tua tolleranza finisce dove comincia la sua opinione, che la libertà è un’arma a doppio taglio e tu non hai abbastanza cerotti. Abbiamo ancora un po’ di tempo, tuttavia. Lui per pensare e scegliere. Io per lasciare che lui scelga.

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Dalla padella alla brace

pag10-copia-e1428671945313Ci sono momenti in cui tutto si fa più chiaro. in cui si squarcia il velo davanti agli occhi, la nebbia si dissolve e la verità si manifesta in tutta la sua splendente ineluttabilità. Capita di andare a pranzo in una casa luminosa con le montagne appena poco più in là delle vetrate, dove ad attenderti c’è una tavola apparecchiata e tra un antipasto e il primo si fa strada la consapevolezza che i quattro salti, in quella accogliente dimora, non siano contemplati nemmeno sul tappeto, figuriamoci in padella. Accade che all’improvviso compaiano come nel Canto di Natale di Dickens i fantasmi dei tuoi pranzi passati e presenti, a ricordarti che la cifra stilistica della tua cucina è rapidità e minimo sforzo. Che il congelatore a pozzetto è il tuo Cracco personale, che per la Findus sei più un’azionista che una cliente, che la via maestra per arrivare a sera è lastricata di pasta al pesto. Succede di ascoltare consigli, ricette, trucchi e indicazioni e riflettere sulle infinite possibilità di passare del tempo in cucina e nutrire in maniera più sana i tre giovani affamati che si siedono intorno al tavolo tre volte al dì. Si rimugina sul fatto che, se per ogni bambino le polpette più buone sono quelle della mamma, per i tuoi nulla supera quelle surgelate dell’Ikea. E allora, presa dal sacro fuoco della massaia mediti di trasformarti in food blogger e decidi che da oggi l’oggetto proibito del desiderio non sarà più la Birkin di Hermès ma lui, l’unico e il solo: il macina carne per polpette. Ed ecco che arrivi a casa, lo cerchi nei cassetti e in dispensa, tra teglie e padelle, e ti accorgi con sgomento di non averne mai posseduto uno. Ma non ti scoraggi e ricordi di essere maestra di problem solving, per cui acchiappi il Minipimer e decidi, sbagliando, che possa sostituire l’oggetto del desiderio. Il tutto accade sotto gli sguardi preoccupati dei figli, che si chiedono cosa stia accadendo alla loro madre. Solo una domanda esce dalle loro bocche, dopo avere osservato in silenzio le manovre culinarie. “Mamma, facciamo una pasta al pesto stasera?”

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Persi ma non sperduti

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Si perdono treni, amicizie e chiavi di casa. Si perdono speranze, chili, amori. Si perdono i capelli, la pazienza e i biglietti del parcheggio. Si perdono i denti da piccoli, i ricordi da grandi, gli impegni del giorno. Si perde la coincidenza e il posto di lavoro, il caricatore del cellulare e un orecchino su due. Si perde di vista la realtà, le persone care, il carrello pieno al supermercato. Si perde la trebisonda, la tessera elettorale e la memoria del cellulare. Si perdono i momenti, le strade, gli ombrelli. Si perdono le occasioni, il sangue dal naso, gli anni di scuola se bocciati. Si perdono i bambini, gli inizi e le fini. Si perde l’incanto, la passione e il libro di scienze.
Si perdono gli animali, il senso, gli accendini nella borsa. Si perde il sonno, la taglia quarantadue e i sogni al risveglio. Si perde tempo, l’olio dalla macchina, il fischio d’inizio e si rimane indietro. Si perde il senno, il pullman e l’appetito. Si perde il segno, il verde al semaforo, la testa. Il controllo, le mutande, la libertà. I diritti, la verginità, la scarpetta di cristallo allo scoccare della mezzanotte.
E io, che ho perso molte di queste cose, alcune più volte, mi guardo intorno e mi vedo circondata da innumerevoli altre. E penso di essere molto fortunata.

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Dubbi e perplessità

 

pag10-copia-e1428671945313Drinn! Drinn!

“Pronto?”

“Vodafone, il cliente le chiede di addebitare la chiamata. Digiti uno se accetta l’addebito”

“Uno”

“Pronto? Pronto? Chi parla?”

“Ehm, mi scusi signora ma mi ha chiamato lei, pure con l’addebito quindi immagino mi conosca…”

“Barbara? Sei la mamma di X?”

“”X? No, sono la mamma di W, Y e Z”

“Ma sei sicura?”

“Certissima. Immagino lo saprei fossi anche la mamma di X”

“Ma…allora ho sbagliato numero?”

“Numero, madre, addebito. Sì”

“Ah. Ma tu non hai il numero della mamma di X?”

“Io non se nemmeno chi sia, X”

“Ma io credevo che tu fossi Barbara”

“Io sono Barbara! Ma non quella che cerchi tu”

“Allora cercherò il numero giusto. Quindi sei proprio certa di non essere la madre di X”

“Abbastanza”

“Ah. Allora ti devo salutare”

“Già. Arrivederci”

“Però che strano, mi avevano detto che eri proprio tu. Ciao”

Ottanta centesimi in meno, due minuti di conversazione, un dubbio che attanaglia: non mi sarò mica dimenticata di X?

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Grammatica pedagogica

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Ci sono giorni di grazia, quando basta un buon giorno sussurrato per farli alzare dal letto. Quando apprezzano il pranzo e chiacchierano fra loro, più amici che fratelli. Quando i compiti si fanno da soli e senza capricci, le equazioni si risolvono, si capisce la lezione di tedesco ed è più facile scrivere in corsivo. Quando chiedi e rispondono, domandi ed eseguono, ridi e sorridono.

Ci sono giorni bui, quando anche il buongiorno dà fastidio e il malumore è una cappa di afa sulla casa. Quando non si trova la maglietta preferita, ci si è dimenticati i verbi di francese per la verifica e fuori piove. Quando a tavola ci sono gli spinaci e hai il cellulare sotto sequestro, volano parole e mazzate più da fratelli che da amici. Quando non capisci l’area della corona del cerchio, devi studiare quindici pagine di storia e la acca in corsivo non ne vuole sapere di venire. Quando parli al vento, chiedi a loro senza avere risposta, chiedi a te chi te lo ha fatto fare.

Ci sono giorni in cui ti si spalanca la meraviglia, altri il baratro. E poi ci sono giorni, e sono la maggior parte, in cui buio e sorrisi, carezze e mazzate, ascolto e indifferenza, dolcezza e arroganza, si mescolano insieme come in un grosso calderone. Quando non capisci dove comincia uno e finisce l’altro, quando non sai se essere soddisfatta o sconfortata, quando ti dici che forse va bene così.

La genitorialità è un periodo ipotetico. Della realtà, della possibilità o della irrealtà. Un costrutto facile ma non semplice, dove c’è sempre un’ipotesi, ma non sai mai quale sarà la conseguenza.

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Lost and found

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Accadono dei fenomeni strani di recente, a casa mia. Nulla di paranormale, per carità. Nessun oggetto si sposta misteriosamente, semmai panni e scarpe giacciono scomposti sul pavimento, come nella scena di un crimine, abbandonati dal figlio di turno che non ha avuto tempo, cuore ed energie di riporli nell’armadio. Nulla prende vita, anche se la borsa del basket dopo qualche giorno emana un afrore simile a quello del sottobosco in autunno dopo ripetute piogge e fa sospettare la presenza di carcasse di animali decomposti al suo interno. Nulla scompare senza lasciare traccia, se escludiamo i calzini in lavatrice ma il calzino scomparso è patrimonio dell’umanità quindi non mi preoccupo. Lo strano fenomeno, che  da qualche mese a questa parte mi toglie sonno e serenità, è l’apparizione. Tra il cesto dei panni sporchi e la lavatrice, con una certa regolarità, fanno la loro comparsa capi di abbigliamento e biancheria mai visti. Che non ci appartengono. Mai stati acquistati. Capita di stendere calzettoni numero quarantasei accanto al body di ginnastica taglia quattro anni, mutande da gigante e divise col numero sbagliato, felpe troppo piccole e pantaloni troppo grandi. Insomma, una forma di baratto moderno, lo scambio di vestiti nello spogliatoio. Un sistema equo e solidale per fare in modo che nulla vada sprecato. Uno scambio circolare che consente a tutti di variare senza grosse spese il proprio guardaroba. Il guaio è che spesso i legittimi proprietari non vengono ritrovati, dando vita  a estenuanti ricerche sui gruppi whatsapp “Gianfranco ha lasciato la sua canotta in palestra. Qualcuno l’ha trovata?” “Quello stordito di mio figlio è tornato senza giacca anche se fuori ci sono meno undici gradi e piovono ghiaccioli: qualcuno può guardare nello spogliatoio mentre io lo prendo a mazzate?” “Mia figlia non trova più le ginocchiere nuove, non è che per caso qualcuno le ha nel borsone? altrimenti le fascio le ginocchia con la carta igienica a quella sciagurata” Per non parlare della quantità di accessori perduti negli anni, con un numero di ombrelli dimenticati e mai più ritrovati da offrire un riparo a metà popolazione del Bangladesh nella stagione della pioggia. Ma io non mi arrendo e continuo a sperare. Magari nella prossima lavatrice potrei trovare un vestitino nuovo Desigual.

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Per contratto

pag10-copia-e1428671945313Sospiro

“Piccola, sei tu?”

Altro sospiro

“Piccola, tutto bene?”

Sospirone

“Amore, che succede?”

Tira su col naso

“Oggi è stato l’ultimo giorno”

“Veramente è stato il secondo, di scuola”

Singhiozzo

“Sì, ma l’ultimo della maestra S. Adesso deve andare a fare il bambino quindi non torna”

“Oh tesoro mi dispiace, davvero. So quanto bene vuoi alla maestra”

Singulti

“Più che bene. Siamo nate lo stesso giorno, abbiamo paura tutte e due dei cani e la sua bambina è un po’ monella come me”

“Vero, avete tante cose in comune. Quando ritornerà le riprenderete tutte, vedrai. E puoi continuare a volerle bene anche quando non c’è”

Soffiata di naso

“Parli così perché non hai passato il pomeriggio divisa in seconda b perché non c’era la supplente. E se non arriva una nuova maestra?”

“Deve arrivare per forza”

“E se ne arriva una nuova e io non le piaccio?”

“Piccola, è impossibile non amarti”

Sorriso

“Certo, lo dici perché sei la mia mamma. Lo prevede il contratto”

Mi sa che vado a rileggermi righe piccole, clausole e postille. Non si sa mai.

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Di nonne, parcheggi e saggezza

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“Sessanta, settanta, settantacinque…un euro”

“Signora! Signoraaaa”

“Dice a me?”

“Sì, a chi altri sennò. Non stia lì a buttar via i soldi che il bigliettino del parcheggio glielo dò io che vale ancora un’ora e venti”

“Oh, grazie. Che gentile è lei”

“Per così poco. Sono andato dal medico perché la bronchite non ne vuole sapere di passare, stavolta. E dal dottore ci vuol sempre un mucchio di tempo così metto un’ora in più per non prendere la multa. Ma oggi era malato pure il dottore e buonanotte. Comunque mia nonna mi diceva sempre che c’è un solo modo di essere: gentili. Il resto è fuffa. E io che ero piccino me lo ricordo ancora e lo dico sempre ai miei nipoti, che però non mi stanno mica tanto ad ascoltare perché son sempre lì col telefono. Però ogni sera mi porto a casa una gentilezza. Lei è quella di oggi. Adesso la saluto caramente, passi una buona giornata”

È in una panda bianca rimasta accesa, con la marmitta rumorosa e scoppiettante. Tossisce a intervalli regolari e tiene in mano un fazzoletto di stoffa azzurro con cui si asciuga il naso. Ha i capelli bianchi e occhiaie scure, rughe profonde dalla fronte al collo. Ha sventolato il biglietto del parcheggio fuori dal finestrino come un vessillo prima di consegnarlo solennemente tra le mie mani e farmi dono della saggezza di sua nonna, lui a sua volta nonno. Accade anche questo, in una mattina ghiacciata, nel parcheggio grigio di una stazione lontana.

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Madre versus figlio

pag10-copia-e1428671945313“Tu sei lei…tu sei lei…fra così tanta gente…”

“Mother, ti prego, che roba è. Cambiamo sta lagna, va”

“A parte che lagna al sommo Ligabue, mito indiscusso della mia adolescenza e gioventù, sogno proibito dei miei anni migliori, così tanto amato da farmi soprassedere pure su quello stile un po’ tamarro, non lo dici”

“Ma è una lagna! Non è per niente divertente”

“Eh già. Ha parlato il giovane Beethoven. Che quando va bene ci rallegra con andiamo a comandare e cialtronate del genere”

“E allora? Almeno non è melenso. Senti, senti qua che dice! Se l’universo intero ci ha fatto incontrare qualcosa vorrà dire. Ho la nausea”

“Va bene, non prenderà il nobel per la letteratura ma è una canzone d’amore. Di lui riconosce lei come la donna della sua vita”

“Lo dice anche Rovazzi”

“Non proprio. Sai qual è il problema? Che non ti sei mai innamorato! Ecco perché sei così acido. Ma quando succederà lo capiremo perché comincerai anche tu a ascoltare canzoni melense”

“Piuttosto morto”

“Esagerato. Canta con me, su!”

“Posso scendere?”

I gusti musicali in famiglia divergono ancora parecchio, ma ho pazienza e confido nell’arrivo della primavera.

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