Under

pag10-copia-e1428671945313Hanno lo zaino su una spalla, la giacca alla moda, i capelli sugli occhi. Camminano lenti trascinando i piedi. Dicono parolacce ridendo, aspettano alla fermata dell’autobus ma poi tornano a casa a piedi. Lo sguardo è sfuggente o strafottente, il cellulare in mano e a volte la sigaretta in bocca. Sono più alti di te ma pagano ancora il ridotto. Sono stanchi e affamati, confusi e annoiati, sciocchi e profondi. Qualcuno fa il bullo, qualcun altro ne è vittima. Fanno a botte on line, la tastiera per guantone. Stanno in gruppo da soli. Sono amici per sempre, fratelli o nemici. Il prof ce l’ha con me, la tipa di terza c è bellissima ma sta con uno del liceo, minchia se mi becca domani in storia sono fregato. Ma l’hai visto il video di Cicciogamer, sono entrato in arena otto a clash royale, la prof di musica non c’era e vai.
Sono gli under quindici, che incontro ogni giorno, nelle scuole per lavoro, a casa per destino. Sono quelli dalle intuizioni geniali e l’auto stima sotto i piedi, che ti viene voglia di abbracciarli quanto di prenderli a schiaffoni. Sono il futuro che visita il presente, il piccolo che diventa grande, la contraddizione e la scoperta.

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A che santo votarsi

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Gita dal dentista alla ricerca di carie nella bocca della figlia  mezzana, puntualmente trovate in numero sufficiente ma assolutamente non necessario.

Parafrasi di cinque dicasi cinque pagine di epica, nello straziante passaggio dell’addio fra Ettore e Andromaca. “Mami, com’è toccante questo momento”
“Mamma, se vedessimo Troy con Brad Pitt non faremmo prima?”
“Mother, fa vomitare”

Telefonata dalla segreteria del futuro liceo del primogenito, che tanto futuro non sarà visto che siamo arrivati tra i quindici non ammessi per overbooking.

Consolazione e discussione col primogenito sulle scelte imminenti e improrogabili dell’iscrizione a una nuova scuola. Delirio del preadolescente che interpreta come segno del destino l’esclusione, chiaro messaggio divino che lo esorta a non studiare più.

Fila di addizioni, sottrazioni e moltiplicazioni della piccola, che sta alla matematica come io sto alle polpette col macinacarne.

Non che smaniassi per fiori e cioccolatini, cene a lume di candela e vestiti eleganti, sia chiaro. Ma un’altra giornata così e altro che San Valentino, mi voto a San Gennaro.

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A tu per tu

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“Oh, bene, eccoci qua. Era un po’ che ci non ci si vedeva, eh? Non va bene così, lo sai?”

“Ehm…sì sì lo so, ma che ci vuoi fare, coi bambini, il lavoro, la casa, la spesa, il bucato…”

“Non cercare scuse con me”

“No, certo, ci mancherebbe”

“Dunque, stavi parlando della spesa. Allora come va il buon proposito di cucinare cose più sane ai bambini? Di avere sempre in casa verdura e frutta fresca?”

“Ma, insomma, sai com’è. Ho fatto il minestrone un po’ più di frequente, certo era quello surgelato ma va bene lo stesso, giusto? È solo che poi per qualche sera ho fatto un po’ tardi, una volta ero stanca, un’altra il maggiore doveva giocare e allora aveva bisogno di carboidrati, e allora non è che ho mantenuto del tutto la promessa…”

“Male. Ah! E il macinacarne? Che hai stressato la tua povera mamma per scovare in cantina quello del nonno, che hai rotto a tutti con la ricetta delle polpette, allora? Come sono venute?”

“Uh, veramente…non le ho acora fatte”

“Come??”

“Non le ho ancora fatte, ecco, ma ci vuole tempo, e dedizione, e…”

“Basta così, passiamo ad altro. Vediamo qui. Lettura!”

“Ah, benissimo guarda: ho già letto un sacco di libri, l’ultimo poi te lo consiglio perché…”

“Ma non tu! La mezzana! Che ne è stato del buon proposito di farle leggere un libro al mese per staccarla un po’ dal maledetto cellulare?”

“Abbiamo cominciato bene, in verità. Il libro è stato preso, credevo leggesse, invece teneva il cellulare con le cuffiette. È diabolica”

“Sto perdendo le speranze. E la dieta della piccola? Cosa dice il pediatra?”

“Beh, insomma, la dieta. Benino direi, non fa neanche più il bis, a meno che io non mi distragga”

“E tu, hai ripreso a camminare la mattina alle sette e trenta, prima di andare al lavoro?”

“Ma fa freddo…non si potrebbe aspettare il disgelo?”

“Non ci posso credere. Erano solo parole allora? E le promesse? E i giuramenti? C’ero quasi cascata”

Maledetta coscienza. Sempre lì a impicciarsi.

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Napoli

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I passi in salita e in discesa, uno dopo l’altro. Il cielo azzurro con un sole da primavera, i palazzi alti e i vicoli stretti, i profumi e gli odori, il chiasso e la gente. Il mare e il vulcano, uno vicino all’altro. Le statue bianche, il barocco delle chiese dorate. Il cibo buono e il traffico congestionato, il fritto nel cono e la pizza per strada. Il caffè a ogni angolo, i musei e le bancarelle. Mendicanti e mercanti, chiostri di pace, chiese fredde e cornetti rossi. La fortuna e l’azzardo, la superstizione e il culto. Cinquantaquattro santi a proteggere la città, la musica e le processioni. I presepi così belli da sembrare veri, le ceramiche e i limoni. Le voci alte, una città sotterranea, un castello sul mare.
Tre giorni di bellezza e libertà, di chat su WhatsApp coi tre ragazzi rimasti a casa, le foto e i regali, la partenza e il ritorno, un treno veloce, un abbraccio lunghissimo.

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Interior designer

pag10-copia-e1428671945313Un Barbapapà azzurro sulla mensola del bagno. Diverse Barbie abbandonate nella vasca, gambe e braccia innaturalmente ripiegate. Uno shampoo senza lacrime e il dentifricio rosa accanto a uno spazzolino di Minnie. Una faccia buffa col ciuccio che ti guarda incorniciata sul muro, il corridoio una galleria di disegni, acquarelli e schizzi appiccicati malamente con lo scotch. Gli adesivi dei Minion sulla porta, il poster della pallacanestro che ti osserva mentre sistemi il copriletto di Super Mario. Le carte di magia ordinate nella mensola, un flauto storto sulla scrivania, il manico di un borsone che sbuca da sotto il letto. Un libro di fiabe aperto in cucina, una barchetta di pongo ormai indurita fatta all’asilo accanto al caffè. Pezzi di lego sparsi sul pavimento, che si conficcano sotto i piedi scalzi. I colori squillanti sui muri delle camerette, gli avvisi di scuola sul calendario. La decorazione natalizia dimenticata sul vetro, i palloni liberi sul terrazzo, una cover coi gattini sulla lavatrice. Il body di ginnastica steso al sole, un diario segreto sotto il cuscino, la collezione di monete in un barattolo rosso.
I magneti sul frigo, un sorriso sull’anima, la cicatrice sulla pancia. I bambini ti arredano la casa, l’anima e il corpo.

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Mira, Sofia

pag10-copia-e1428671945313Interno di un bar, mattino presto. Tavolini occupati, qualche colpo di tosse, il rumore di una tazzina che cade e si rompe. Il caldo del locale che ti fa aprire la giacca e allentare la sciarpa, perché ti accorgi che stai cominciando a sudare. Loro sono in piedi davanti al bancone, ad aspettare che sia pronta la colazione. Stanno vicini perché stretti tra molte persone, e lui non sembra affatto dispiaciuto da questa prossimità forzata. Lei, capelli scuri raccolti in una treccia morbida e complicata, mangia una brioche staccandone minuscoli pezzi che si porta alla bocca con eleganza. Lui tiene le mani nelle tasche del giaccone e si dondola sui talloni, le orecchie rosse per il riscaldamento e forse l’emozione. È più alto di lei ma sembra più piccolo. Lei gli sorride padrona della situazione, con l’aria di chi sta valutando una possibilità.

“Eh così, stasera stacchi alle sette, giusto?”

“Sì, ho un colore alle cinque. Poi ho finito”

“Ah, ecco, bene. E poi che fai? No, intendo, stasera…magari si potrebbe andare a bere qualcosa, o a mangiare, come preferisci tu”

“Non so, forse potremmo…”

“Mira, Sofia
Sin tu mirada, sigo
Sin tu mirada, sigo
Sé que solo, sé que ya no soy oy oy”

La suoneria di un cellulare, proviene dalla tasca del ragazzo che farfuglia delle scuse alla ragazza e si affretta a rispondere.

“Pronto? Sì, sì, ci sono. No, stavo facendo colazione…sì che l’ho già fatta a casa ma mi andava un caffè. Come dici? Sì, come vuoi tu. No, ho detto come vuoi tu, è uguale! Non insister…ok ok va bene, fammela al sugo la pasta, mamma”

E così dicendo chiude la comunicazione e ogni speranza di una bella serata con la giovane parrucchiera. Che con gesti secchi spolvera le ultime briciole di brioche dal cappotto e si sistema la borsa. Saluta il ragazzo con una pacca sulla spalla, segno inequivocabile che quel caffè insieme sarà l’esperienza più intima che gli concederà. E lui rimane lì, col caffè in mano e una canzonetta estiva nella tasca.

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Quiz

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“Ragazzi! Un po’ di attenzione che facciamo un bel gioco”

“Un bastimento carico carico? Le storie matte? Un giro di poker?”

“Poker? Piccola, ma che dici? Che compagnie frequenti? Comunque no. È un giochino che gira su Facebook. Io ci faccio una serie di domande e voi rispondete, capito?”

“Un’intervista?”

“Un interrogatorio”

“Una noia,mother”

“Oh, bravi, che entusiasmo. Cominciamo: qual è la cosa che dico sempre?”

“Pronto”

“In che senso scusa?”

“Dici pronto quando rispondi al telefono, no? Ce l’hai sempre in mano, poi però ti lamenti che io lo uso troppo e…”

“Va beve va bene basta così. Passiamo alla prossima. Cosa mi rende felice?”

“Io lo so! Io lo so! Quando ci sono le offerte speciali al supermercato”

“Ma come? Non vi viene in mente altro? Che mestizia”

“Anche quando non abbiamo compiti il sabato e la domenica e si può dormire la mattina”

“Andiamo avanti che è meglio. Quanto sono alta?”

“Ahahahaahahahahah! Alta?? Ahahahaha”

“Passiamo oltre. Quanti anni ho?”

“Quarantatré”

“No, sono quarantadue”

“Mamma, tra poco è il tuo compleanno. Tanto vale che cominci ad abituarti. Lo sai che la mamma di Sibilla ha compiuto trentadue anni? Che fortuna una mamma giovane…”

“Basta così. La mamma di Sibilla va in giro vestita come la figlia undicenne, solo con vestiti di cinque taglie più grandi. Sai che meraviglia. Ultima domanda, concentrati. Cosa mi piace tanto fare?”

“Questa è facile. Lavare, stirare e spolverare”

“Cosa??!!??”

“Ahahahah ci sei cascata. Ti piace scrivere, di noi”

Una quarantaquattrenne bassa con una dipendenza da cellulare, che va in estasi davanti alle offerte speciali all’ipermercato, ecco l’idea che di me hanno i miei figli. Forse era meglio giocare a poker.

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Prime volte

pag10-copia-e1428671945313La palla è stata lanciata alta sopra le teste dei giocatori mentre il primo attesissimo fischio d’inizio metteva a tacere le voci intorno. Per quaranta lunghissimi minuti è stato tutto un correre e un fischiare, tra un fallo e un tiro libero, dentro una divisa seria e di qualche taglia di troppo. Il primogenito ha scelto una domenica mattina piovosa, in una palestra non troppo lontana, per dare inizio alla carriera di arbitro di pallacanestro. Con lui l’amico di sempre, che condivide col preadolescente la passione per questo sport, la squadra di appartenenza e l’altezza. Si sono stretti la mano un momento prima del fischio d’inizio, preoccupati, tesi ed emozionati. In campo dieci altissimi adolescenti in canotta e calzoncini, sugli spalti genitori e parenti dei giocatori pronti a sfidarsi. Poco distanti due donne, dall’aria serena e innocua. Una dai capelli castani dal taglio sbarazzino, l’altra con una disordinata chioma rossa. Nessuno sarebbe stato capace di capire per quale delle due squadre tifassero. Perché loro, in realtà, erano le mamme dei due arbitri esordienti. La più saggia delle due per stemperare l’ansia aveva portato con sé il kit per fare la maglia, ma è stato chiaro dopo qualche azione che i ferri da maglia sarebbero serviti per minacciare il signore dalla giacca rossa in ultima fila, particolarmente polemico con l’arbitraggio. La partita si è conclusa con una vittoria schiacciante, nessuno spargimento di sangue e pure un applauso per i giovanissimi arbitri.
Una volta si aspettava fuori l’arbitro dopo la partita. Ora bisogna temere le loro madri che ti aspettano fuori.

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In malattia

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Il gatto acciambellato ai piedi del letto, il respiro pesante, le zampe che si muovono nel sogno. La casa silenziosa e immobile, il pigiama ancora indosso alle due del pomeriggio. La stanchezza che si fa sfinimento, il sonno incoercibile. La pioggia sui vetri, il fazzoletto nella manica del maglione che fa subito nonna. I brividi e la debolezza, l’inappetenza e il tè caldo sul comodino. I capelli ingarbugliati e il naso rosso. I bambini silenziosi sulla soglia della camera che litigano per chi deve rimboccare le coperte alla mamma. L’immobilità contro la frenesia, il fare nulla in un mondo di corsa, la testa pesante e i pensieri leggeri. Avere gli occhi troppo stanchi sia per leggere che per scrivere. Fermarsi dopo una lunga corsa, l’inattitudine alla calma e l’incapacità di mollare le redini. L’impazienza di guarire, la pazienza che serve per stare meglio. L’influenza arriva così, a dirti che forse hai già fatto abbastanza, a insegnarti che non tutto può essere controllato e che non si deve per forza arrivare dappertutto. A mostrarti che non crolla il mondo se si salta un allenamento di pallavolo o se la piccola viene accompagnata a scuola dalla vicina di casa. Chiedere aiuto è una virtù, non certo una debolezza. Io lo sto imparando, anche se con un po’ di ritardo.

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Il mio nome è Bond, Mamma Bond

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“Ciao, io sono Mattia. Ho cinque anni e la mia mamma che si chiama Concetta ne ha trentatré, come dice il dottore quando ti ascolta la schiena. Il papà Giuseppe adesso è a lavorare perché guida i camion che vanno lontano lontano lontano e torna il sabato pomeriggio. Io faccio nuoto ma mi fa schifo perché voglio andare a calcio ma la mamma adesso non mi lascia. Ma poi io ci vado e divento fortissimo. Mia sorella Lucia non gioca a niente perché ha quattordici anni e si colora le unghie mentre ascolta la musica sul cellulare e la mamma le grida di studiare che sennò la bocciano ancora. Anche la mamma si colora ma non le unghie,si fa i capelli gialli quando viene la zia Sabrina e le mette una specie di crema che puzza sulla testa, e tutti i capelli della mamma diventano gialli come i Simpson. Io li guardo a casa di mio cugino perché la mamma non vuole. Però mia nonna fa le polpette al sugo più buone di tutto il mondo e anche l’universo. Tu sei brava a fare le polpette?”

“Mattia? Ora basta per carità che devo pagare la spesa. Mi scusi signora, ha troppa fantasia il bambino”

Dice la signora alla cassa, coi capelli gialli e la tessera fedeltà del supermercato in mano.
Eh no, mia cara signora, altro che fantasia.
I figli sono un confessionale a cielo aperto, un grande fratello casalingo, dei portatori sani di vergogna. Sono la finestra lasciata aperta d’estate, la telefonata che non hai chiuso bene, lo spioncino della vicina. Il concetto di privacy gli è estraneo tanto quello di igiene personale a un adolescente. Bisogna imparare a vivere così, circospetti e con le spalle coperte, come un agente segreto.
Se ne faccia una ragione, è meglio.

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