Aggiornamenti

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E per l’allegra rubrica “dimmi di che morte devo morire” dedicata a genitori, parenti e chi a vario titolo si interfaccia col mondo di bambini e ragazzi, ecco un breve ma esaustivo aggiornamento sulle mode del momento tra i giovanissimi. Non sarà un campione statistico significativo ma se Piaget ha costruito teorie pedagogiche osservando i suoi tre figli, posso provare anche io a generalizzare un po’.

“Io non pago affitto, io non faccio operaio” intrigante motivetto di Bello Figo, giovane rapper di origine ghanese che il primogenito ascolta con le cuffiette, ballando in giro per casa.

Cicciogamer89, gamer da un milione e settecentomila iscritti al suo canale YouTube. Il simpatico Ciccio posta a ritmo sostenuto video dei giochi più famosi, apre bauli magici con la stessa frequenza con cui gli altri si lavano i denti, concede dirette record fino a ventiquattro ore consecutive. Sostenuto da montagne di like e fidi seguaci.

“Messo/a via!” Simpatico intercalare utilizzato in maniera indiscriminata verso coetanei, adulti e bambini. Sta a indicare di avere avuto l’ultima parola in una discussione, avere ragione e saperne di più. Poche altre espressioni generano la stessa irritazione in chi la ascolta.

“Me contro te” giovane coppia di ragazzi, fidanzati nella vita e youtuber sullo schermo, che dilettano il giovanissimo pubblico con imperdibili video di ordinaria quotidianità. Cosa succede in cucina se fai sciogliere un’aspirina nella coca cola, assaggi al buio di cibi improbabili, come fare la neve in casa. Un canale youtube da ottocentomila iscritti, di cui due sono figli miei.

“Buongiorno gente, questa è una rapina!
io sono l’ultima persona che vedrete nella vita
a meno che non vi mettete faccia a terra a pecorina
e sarà tutto rapido e indolore come una sveltina!” Parola di Giulio Elia, alias Lowlow, giovanissimo rapper che ha fatto dei temi sociali la sua cifra stilistica.
“Mother, non capisci, è una canzone contro il bullismo”

Sarà anche vero, che non capisco. Ma io ero rimasta al Bullo Citrullo, abbiate pazienza.

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AAA

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La stampante che stampa dodici pagine della ricerca su Giuseppe Verdi ogni volta che viene accesa.

Il Wi-Fi che appare e scompare durante la delirante operazione on line per l’iscrizione del figlio maggiore alla scuola superiore.

Il gatto che fissa con insistenza l’angolo sinistro della mia stanza, ogni tanto un miagolio, quasi stesse conversando con qualcuno che nessun’altro vede.

Le lampadine di tutti agli abat-jour fulminate nel giro di due sere, causando panico diffuso poco prima della buonanotte.

Il telefono che dopo il backup ha arbitrariamente eliminato una settimana di messaggi, mail, telefonate, foto e quant’altro tanto da farmi dubitare seriamente che siano mai esistiti.

Le pastiglie effervescenti per il raffreddore che non si sciolgono.

Il microonde impostato per scaldare un tè che decide in autonomia un tempo minimo di venticinque minuti, quando nemmeno Edward mani di forbice riuscirebbe a tirare fuori la tazza.

Il primogenito che per un intero pomeriggio rimane in casa, pur non essendo in punizione.

La mezzana che studia storia spontaneamente la domenica pomeriggio.

I pacchi di merendine scomparse e il vasetto di Nutella da quattrocento cinquanta grammi svuotato, ma in questo caso qualche idea ce l’ho.

Urge l’intervento di uno specialista. Cercasi esorcista serio, motivato e automunito. Astenersi perditempo

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Scacco

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Lo sguardo serio, fisso e concentrato. Gli occhi allungati da un cromosoma in più dietro due lenti coperte di ditate su una montatura rossa, come le sue guance e il maglione che indossa. La lingua sul labbro nel momento di massima concentrazione, le briciole di brioche sul naso. Abbandonati sul lungo tavolo di legno i resti di una abbondante colazione, un bicchiere di succo vuoto e una scacchiera. Accanto una mano che tamburella nervosa, del giovane uomo seduto di fronte al bambino. I capelli scuri ondulati a coprire il colletto della camicia a quadri, un bracciale di corda etnico sul polso. E una sedia a rotelle dalle ruote colorate. C’è brusio nel bar del centro, il tintinnare dei cucchiaini che mescolano lo zucchero nel caffè, il soffio del vapore nella cuccuma per il cappuccino, le notifiche dei cellulari, le chiacchiere mattutine. C’è silenzio e concentrazione al tavolo della scacchiera. La luce entra dalle vetrate in ampi fasci, di quelli che fanno danzare la polvere e illuminare i sorrisi.
Il bambino si gratta la punta del naso, e lentamente fa la sua mossa.

“Scacco! Scacco matto! Ho vinto!”

“Ancora? Non è possibile, mi arrendo”

“E allora la colazione la paghi tu”

“Perché, tu avresti mai potuto pagarla?”

“No, ma così è più buona”

La diversità, a volte, è solo una differente normalità.

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And the winner is…

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“Mami, indovina un po’? Ho deciso cosa farò da grande!”

“Uh che bello piccola! Dai, siediti qui accanto a me e racconta”

“Pronta? Voglio fare…la mamma!”

“Ah. Urca, che bel proposito”

“Ma io non voglio essere una mamma qualunque. Io voglio essere te”

“Oh amore, che bello. Che cosa dolce mi dici. Sei un tesoro”

“Sì, voglio essere bella, intelligente, capace, simpatica e dolce. Voglio anche i capelli rossi”

“Piccola, sei seria? No perché è tutto bellissimo ma sai, così mi metti un po’ d’ansia”

“Sono serissima, certo. Ho forse la faccia di una che non è seria? Eh? Io non sto mentendo. Io voglio essere esattamente come te, con tre figli e un cane”

“Ma noi non abbiamo il cane”

“Appunto! Non vedi come ci starebbe bene?”

“Piccola, quindi era tutta una manovra per convincermi a prendere il cane???”

“Ma noooo mami che dici? Io le penso davvero tutte queste cose belle di te. Adesso però scusa ma vado in camera a fare i compiti. Ciao”

“Frateeeelliiiiii! Niente da fare!! Non ci è cascata!”

L’Oscar, il David di Donatello, la Coppa Volpi. Se le merita di diritto. Insieme a due sculacciate, però.

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Sconfitta

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“MammaMammaMammaMammaMammaMammaMammaMammaMamma”

“Che succede? Non basta chiamarmi una volta? Cielo che ansia”

“Meglio essere certi, magari non senti”

“Ma che c’è? Puoi venire di qui a dirmelo invece che urlare da una stanza all’altra? E poi come fate? Ho un sensore attaccato al libro? Al divano? Al sedere, che mi chiamate ogni volta che provo a sedermi??”

“È che ho sentito il gatto miagolare, forse vuole entrare”

“E non puoi aprirgli tu che sei più vicina?”

“Mami, sto giocando alle Barbie”

“Miaoooo, miaoooo”

“Mamma apri al gatto! Sto facendo un video e se continua a miagolare mi disturba l’audio”

“Senti un po’, cara la mia Spielberg. Alzati e vai. Il gatto è anche tuo, se non erro”

“Miaooo! Miaoooooo! Miaaaooooo!!”

“E vostro fratello dove diavolo è finito??”

“Miiiiaaaaaaoooooo”

“Basta, non ne posso più, povera bestia. Gli apro io, come al solito. Ma? E tu coi tuoi amici cosa caspita fate qui fuori in terrazza?”

“Ah, ciao mother. Facciamo i trucchi di magia, no? Il divano è occupato e allora stiamo qui. Vuoi vedere un trucco?”

“Ma scusa, avevi qui di fianco il gatto che è diventato afono a furia di miagolare, non potevi aprirgli la porta?”

“No. Avevo le mani occupate con le carte. Ma questo trucco nuovissimo lo vuoi vedere o no?”

Chiudo la porta e ritorno in casa, sconfitta. E intanto il gatto si è preso il mio posto sul divano.

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Scelte obbligate

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È la domanda delle domande, il quesito per eccellenza, l’amletico dubbio dei genitori dei ragazzi e ragazze in terza media. Ci osserviamo di sottecchi, muovendoci circospetti, e quando siamo a una distanza accettabile sottovoce lo diciamo. Sussurrandolo, quasi. A labbra strette e occhi bassi. La domanda è la stessa per tutti, fuori da scuola, tra le corsie del supermercato, nelle chat di WhatsApp.
“Ma il tuo/a, ha scelto?”
Dove il soggetto sottinteso non è il figliolo ma la temutissima scuola superiore. Con un’offerta formativa tanto ricca da disorientare più che orientare, in una giungla di proposte che in confronto ordinare un caffè macchiato freddo in tazza grande con un po’ di schiuma e una spruzzata di cannella pare semplice. Ci sono i licei, e sono sei. Gli istituti tecnici, suddivisi in due settori con undici indirizzi diversi. Gli istituti professionali, due settori e sei indirizzi. E così ascolti confusa e un po’ intimidita la mamma di Giancarlo affermare fiera di averlo iscritto all’istituto tecnico aziendale a indirizzo turistico con specializzazione in manutenzione e assistenza.
Origli mentre la mamma di Maria Paola racconta sorridente di averla iscritta al Liceo delle scienze umane perché all’università sceglierà psicologia, la specialistica in criminologia e poi andrà in tivù a commentare gli omicidi.
Barcolli quando senti il padre di Tommaso dichiarare senza mezzi termini che non esiste altra scuola oltre il liceo scientifico, e non offendiamo con l’indirizzo delle scienze applicate che l’unico vero liceo ti insegna il latino, anche se

qui pro quo è probabilmente l’unica locuzione latina che conosce.
E poi ci sono io. La mamma educatrice, pedagogista, esperta nei processi di crescita.
Quella aperta e tollerante, pronta a lanciare i figli come frecce nel mondo, come diceva il buon Gibran. Già. Tutto vero finché il tuo primogenito decide di fare qualcosa di diverso da quello che nella tua sciocca supponenza pensavi fosse il meglio per lui. E allora ciao ciao alla pedagogia, alle aperture e pure a Gibran, ti scopri con sgomento piccola e limitata. Scopri che la tua tolleranza finisce dove comincia la sua opinione, che la libertà è un’arma a doppio taglio e tu non hai abbastanza cerotti. Abbiamo ancora un po’ di tempo, tuttavia. Lui per pensare e scegliere. Io per lasciare che lui scelga.

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Dalla padella alla brace

pag10-copia-e1428671945313Ci sono momenti in cui tutto si fa più chiaro. in cui si squarcia il velo davanti agli occhi, la nebbia si dissolve e la verità si manifesta in tutta la sua splendente ineluttabilità. Capita di andare a pranzo in una casa luminosa con le montagne appena poco più in là delle vetrate, dove ad attenderti c’è una tavola apparecchiata e tra un antipasto e il primo si fa strada la consapevolezza che i quattro salti, in quella accogliente dimora, non siano contemplati nemmeno sul tappeto, figuriamoci in padella. Accade che all’improvviso compaiano come nel Canto di Natale di Dickens i fantasmi dei tuoi pranzi passati e presenti, a ricordarti che la cifra stilistica della tua cucina è rapidità e minimo sforzo. Che il congelatore a pozzetto è il tuo Cracco personale, che per la Findus sei più un’azionista che una cliente, che la via maestra per arrivare a sera è lastricata di pasta al pesto. Succede di ascoltare consigli, ricette, trucchi e indicazioni e riflettere sulle infinite possibilità di passare del tempo in cucina e nutrire in maniera più sana i tre giovani affamati che si siedono intorno al tavolo tre volte al dì. Si rimugina sul fatto che, se per ogni bambino le polpette più buone sono quelle della mamma, per i tuoi nulla supera quelle surgelate dell’Ikea. E allora, presa dal sacro fuoco della massaia mediti di trasformarti in food blogger e decidi che da oggi l’oggetto proibito del desiderio non sarà più la Birkin di Hermès ma lui, l’unico e il solo: il macina carne per polpette. Ed ecco che arrivi a casa, lo cerchi nei cassetti e in dispensa, tra teglie e padelle, e ti accorgi con sgomento di non averne mai posseduto uno. Ma non ti scoraggi e ricordi di essere maestra di problem solving, per cui acchiappi il Minipimer e decidi, sbagliando, che possa sostituire l’oggetto del desiderio. Il tutto accade sotto gli sguardi preoccupati dei figli, che si chiedono cosa stia accadendo alla loro madre. Solo una domanda esce dalle loro bocche, dopo avere osservato in silenzio le manovre culinarie. “Mamma, facciamo una pasta al pesto stasera?”

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Persi ma non sperduti

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Si perdono treni, amicizie e chiavi di casa. Si perdono speranze, chili, amori. Si perdono i capelli, la pazienza e i biglietti del parcheggio. Si perdono i denti da piccoli, i ricordi da grandi, gli impegni del giorno. Si perde la coincidenza e il posto di lavoro, il caricatore del cellulare e un orecchino su due. Si perde di vista la realtà, le persone care, il carrello pieno al supermercato. Si perde la trebisonda, la tessera elettorale e la memoria del cellulare. Si perdono i momenti, le strade, gli ombrelli. Si perdono le occasioni, il sangue dal naso, gli anni di scuola se bocciati. Si perdono i bambini, gli inizi e le fini. Si perde l’incanto, la passione e il libro di scienze.
Si perdono gli animali, il senso, gli accendini nella borsa. Si perde il sonno, la taglia quarantadue e i sogni al risveglio. Si perde tempo, l’olio dalla macchina, il fischio d’inizio e si rimane indietro. Si perde il senno, il pullman e l’appetito. Si perde il segno, il verde al semaforo, la testa. Il controllo, le mutande, la libertà. I diritti, la verginità, la scarpetta di cristallo allo scoccare della mezzanotte.
E io, che ho perso molte di queste cose, alcune più volte, mi guardo intorno e mi vedo circondata da innumerevoli altre. E penso di essere molto fortunata.

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Dubbi e perplessità

 

pag10-copia-e1428671945313Drinn! Drinn!

“Pronto?”

“Vodafone, il cliente le chiede di addebitare la chiamata. Digiti uno se accetta l’addebito”

“Uno”

“Pronto? Pronto? Chi parla?”

“Ehm, mi scusi signora ma mi ha chiamato lei, pure con l’addebito quindi immagino mi conosca…”

“Barbara? Sei la mamma di X?”

“”X? No, sono la mamma di W, Y e Z”

“Ma sei sicura?”

“Certissima. Immagino lo saprei fossi anche la mamma di X”

“Ma…allora ho sbagliato numero?”

“Numero, madre, addebito. Sì”

“Ah. Ma tu non hai il numero della mamma di X?”

“Io non se nemmeno chi sia, X”

“Ma io credevo che tu fossi Barbara”

“Io sono Barbara! Ma non quella che cerchi tu”

“Allora cercherò il numero giusto. Quindi sei proprio certa di non essere la madre di X”

“Abbastanza”

“Ah. Allora ti devo salutare”

“Già. Arrivederci”

“Però che strano, mi avevano detto che eri proprio tu. Ciao”

Ottanta centesimi in meno, due minuti di conversazione, un dubbio che attanaglia: non mi sarò mica dimenticata di X?

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Grammatica pedagogica

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Ci sono giorni di grazia, quando basta un buon giorno sussurrato per farli alzare dal letto. Quando apprezzano il pranzo e chiacchierano fra loro, più amici che fratelli. Quando i compiti si fanno da soli e senza capricci, le equazioni si risolvono, si capisce la lezione di tedesco ed è più facile scrivere in corsivo. Quando chiedi e rispondono, domandi ed eseguono, ridi e sorridono.

Ci sono giorni bui, quando anche il buongiorno dà fastidio e il malumore è una cappa di afa sulla casa. Quando non si trova la maglietta preferita, ci si è dimenticati i verbi di francese per la verifica e fuori piove. Quando a tavola ci sono gli spinaci e hai il cellulare sotto sequestro, volano parole e mazzate più da fratelli che da amici. Quando non capisci l’area della corona del cerchio, devi studiare quindici pagine di storia e la acca in corsivo non ne vuole sapere di venire. Quando parli al vento, chiedi a loro senza avere risposta, chiedi a te chi te lo ha fatto fare.

Ci sono giorni in cui ti si spalanca la meraviglia, altri il baratro. E poi ci sono giorni, e sono la maggior parte, in cui buio e sorrisi, carezze e mazzate, ascolto e indifferenza, dolcezza e arroganza, si mescolano insieme come in un grosso calderone. Quando non capisci dove comincia uno e finisce l’altro, quando non sai se essere soddisfatta o sconfortata, quando ti dici che forse va bene così.

La genitorialità è un periodo ipotetico. Della realtà, della possibilità o della irrealtà. Un costrutto facile ma non semplice, dove c’è sempre un’ipotesi, ma non sai mai quale sarà la conseguenza.

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