Inquietanti scenari

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“Ciao bambini!”

“A dopo!”

“Buona scuola!”

“Oh, ecco, via lo scuolabus si può cominciare la giornata. Cioè a correre”

“Ma…non si smette mai di correre?”

“Eh no cara! Neanche quando vai in pensione come me. Ho lavorato quarant’anni, ho cresciuto due figli e ora sono nonna a tempo pieno. Da lunedì a venerdì, dallo scuolabus dell’andata a quello del ritorno”

“Sembra impegnativo”

“Non sembra, lo è. Io li adoro, per carità. Ma quando smetti di fare la madre -che poi in realtà non smetti proprio mai- cominci a far la nonna. All’inizio sei incantata da quelle meraviglie, i figli dei tuoi figli. E poi…sempre meraviglie rimangono, ma mangiano, vanno cambiati e litigano proprio come facevano i tuoi. La differenza è che non hai più le energie di quando eri giovane”

“Beh, insomma, io neanche adesso mi sento tutte queste energie francamente”

“E tu ne hai tre di figlioli, vero cara?”

“Sì, tre”

“E allora pensa a quanti nipoti potrebbero farti!”

Appena il tempo perché le parole di questa nonna occupata passino dalle mie orecchie all’inconscio, e mi sembra di star fuori dal mio corpo e guardare la scena dall’alto. Un’esperienza extracorporea insomma, uno stato di pace e benessere nel quale puoi solo osservare, librandoti in alto senza dover fare nulla. E se questo è il mio futuro, mi sa che nel corpo non ci rientro più.

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Come una danza

pag10-copia-e1428671945313Dimmi quando è successo, chè io non me ne sono accorta.
Dimmi quando è successo che sei diventata più alta di me, forse nella notte. Quando il tuo viso ha perso la morbida rotondità dell’infanzia affilandosi in quei tratti da adulta, rivelatori ormai di quanto bella sarai da grande. Quando quegli occhioni marroni hanno smesso di incantarsi davanti al mondo che ti mostravo, e si sono rivolti altrove, a un’amica, un cellulare, fuori da un finestrino. Quando le chiacchiere sono diventate silenzio, la fiducia dubbio, l’ammirazione critica. Quando ho smesso di essere concava e tu convessa, o forse io sono sempre uguale ma il tuo corpo lungo non si adatta più a stare comodo fra le mie braccia. Sarà che io, mentre ammiro quella ragazzina alta coi capelli lunghi che gioca a pallavolo sorrido pensando a una bimba ricciolina che combinava disastri. La maternità è una danza, con una precisa coreografia. Comincia con le braccia intorno al corpo a sorreggere, cullare e consolare. Poi la schiena curva ad accompagnare e risollevare i primi passi incerti. Una corsa veloce a evitare un pericolo, a chi va più veloce e chi arriva per primo. Le braccia lungo i fianchi e una mano nell’altra per attraversare una strada, per salire le scale, per entrare nel mare. Le gambe piegate per guardarsi negli occhi, le braccia allargate per tuffarsi dentro, le mani in alto per dichiararsi in arresto. E i sorrisi, le smorfie, le facce buffe e gli occhi severi. La maternità è una danza di cui imparo i passi e a volte sbaglio, inciampo, non sto a ritmo. È un passo a due con prese difficili, lanci e volteggi. Ci vuole talento, applicazione e passione.

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Distanze siderali

pag10-copia-e1428671945313“Mother, dove sei? Guarda qui che bel trucco ho imparato!”

“Sono qui, in bagno, vieni pure”

“Allora, è un trucco pazzesco e…aaarghhh! O cielo che spavento! Ma cos’hai sulla faccia? Oh my god anche mia sorella?! Che paura fate”

“Ora basta con le urla che non fai ridere nessuno. È una maschera purificante, solo che è nera”

“Maschera? E allora a carnevale cosa vi mettete? Uno scafandro?”

“Guarda che fa un gran bene alla pelle e toglie tutte le impurità. Vieni che te la metto, vedrai che risultato!”

“Cosa? Mai. Ho una dignità, io”

“Sì, piena di punti neri però”

“Fatti gli affari tuoi sorella, altrimenti ti faccio una foto così conciata e la pubblico”

“Non ci provare o dico a tutti che in vacanza stavi per lavarti i denti con la crema depilatoria”

“Ma ce la fai? A parte che è stata colpa della mamma che l’ha lasciata sul lavandino, mica posso vedere tutto”

“Non è che non vedi, è che proprio non guardi tesoro mio”

“Vedi? Sei stordito”

“Zitta tu che sembri Balotelli”

“Ora basta! La pelle tira così tanto che non riesco più a parlare”

“Bah. Io davvero non vi capisco. Perdete tanto tempo a spalmare crema da tutte le parti, che tanto poi siete sempre uguali”

Non è questione di diversità. Non è nemmeno che gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere. La differenza tra maschi e femmine è un’escursione termica che neanche ad agosto in Egitto dalla spiaggia all’hotel.

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Under

pag10-copia-e1428671945313Hanno lo zaino su una spalla, la giacca alla moda, i capelli sugli occhi. Camminano lenti trascinando i piedi. Dicono parolacce ridendo, aspettano alla fermata dell’autobus ma poi tornano a casa a piedi. Lo sguardo è sfuggente o strafottente, il cellulare in mano e a volte la sigaretta in bocca. Sono più alti di te ma pagano ancora il ridotto. Sono stanchi e affamati, confusi e annoiati, sciocchi e profondi. Qualcuno fa il bullo, qualcun altro ne è vittima. Fanno a botte on line, la tastiera per guantone. Stanno in gruppo da soli. Sono amici per sempre, fratelli o nemici. Il prof ce l’ha con me, la tipa di terza c è bellissima ma sta con uno del liceo, minchia se mi becca domani in storia sono fregato. Ma l’hai visto il video di Cicciogamer, sono entrato in arena otto a clash royale, la prof di musica non c’era e vai.
Sono gli under quindici, che incontro ogni giorno, nelle scuole per lavoro, a casa per destino. Sono quelli dalle intuizioni geniali e l’auto stima sotto i piedi, che ti viene voglia di abbracciarli quanto di prenderli a schiaffoni. Sono il futuro che visita il presente, il piccolo che diventa grande, la contraddizione e la scoperta.

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A che santo votarsi

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Gita dal dentista alla ricerca di carie nella bocca della figlia  mezzana, puntualmente trovate in numero sufficiente ma assolutamente non necessario.

Parafrasi di cinque dicasi cinque pagine di epica, nello straziante passaggio dell’addio fra Ettore e Andromaca. “Mami, com’è toccante questo momento”
“Mamma, se vedessimo Troy con Brad Pitt non faremmo prima?”
“Mother, fa vomitare”

Telefonata dalla segreteria del futuro liceo del primogenito, che tanto futuro non sarà visto che siamo arrivati tra i quindici non ammessi per overbooking.

Consolazione e discussione col primogenito sulle scelte imminenti e improrogabili dell’iscrizione a una nuova scuola. Delirio del preadolescente che interpreta come segno del destino l’esclusione, chiaro messaggio divino che lo esorta a non studiare più.

Fila di addizioni, sottrazioni e moltiplicazioni della piccola, che sta alla matematica come io sto alle polpette col macinacarne.

Non che smaniassi per fiori e cioccolatini, cene a lume di candela e vestiti eleganti, sia chiaro. Ma un’altra giornata così e altro che San Valentino, mi voto a San Gennaro.

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A tu per tu

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“Oh, bene, eccoci qua. Era un po’ che ci non ci si vedeva, eh? Non va bene così, lo sai?”

“Ehm…sì sì lo so, ma che ci vuoi fare, coi bambini, il lavoro, la casa, la spesa, il bucato…”

“Non cercare scuse con me”

“No, certo, ci mancherebbe”

“Dunque, stavi parlando della spesa. Allora come va il buon proposito di cucinare cose più sane ai bambini? Di avere sempre in casa verdura e frutta fresca?”

“Ma, insomma, sai com’è. Ho fatto il minestrone un po’ più di frequente, certo era quello surgelato ma va bene lo stesso, giusto? È solo che poi per qualche sera ho fatto un po’ tardi, una volta ero stanca, un’altra il maggiore doveva giocare e allora aveva bisogno di carboidrati, e allora non è che ho mantenuto del tutto la promessa…”

“Male. Ah! E il macinacarne? Che hai stressato la tua povera mamma per scovare in cantina quello del nonno, che hai rotto a tutti con la ricetta delle polpette, allora? Come sono venute?”

“Uh, veramente…non le ho acora fatte”

“Come??”

“Non le ho ancora fatte, ecco, ma ci vuole tempo, e dedizione, e…”

“Basta così, passiamo ad altro. Vediamo qui. Lettura!”

“Ah, benissimo guarda: ho già letto un sacco di libri, l’ultimo poi te lo consiglio perché…”

“Ma non tu! La mezzana! Che ne è stato del buon proposito di farle leggere un libro al mese per staccarla un po’ dal maledetto cellulare?”

“Abbiamo cominciato bene, in verità. Il libro è stato preso, credevo leggesse, invece teneva il cellulare con le cuffiette. È diabolica”

“Sto perdendo le speranze. E la dieta della piccola? Cosa dice il pediatra?”

“Beh, insomma, la dieta. Benino direi, non fa neanche più il bis, a meno che io non mi distragga”

“E tu, hai ripreso a camminare la mattina alle sette e trenta, prima di andare al lavoro?”

“Ma fa freddo…non si potrebbe aspettare il disgelo?”

“Non ci posso credere. Erano solo parole allora? E le promesse? E i giuramenti? C’ero quasi cascata”

Maledetta coscienza. Sempre lì a impicciarsi.

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Napoli

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I passi in salita e in discesa, uno dopo l’altro. Il cielo azzurro con un sole da primavera, i palazzi alti e i vicoli stretti, i profumi e gli odori, il chiasso e la gente. Il mare e il vulcano, uno vicino all’altro. Le statue bianche, il barocco delle chiese dorate. Il cibo buono e il traffico congestionato, il fritto nel cono e la pizza per strada. Il caffè a ogni angolo, i musei e le bancarelle. Mendicanti e mercanti, chiostri di pace, chiese fredde e cornetti rossi. La fortuna e l’azzardo, la superstizione e il culto. Cinquantaquattro santi a proteggere la città, la musica e le processioni. I presepi così belli da sembrare veri, le ceramiche e i limoni. Le voci alte, una città sotterranea, un castello sul mare.
Tre giorni di bellezza e libertà, di chat su WhatsApp coi tre ragazzi rimasti a casa, le foto e i regali, la partenza e il ritorno, un treno veloce, un abbraccio lunghissimo.

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Interior designer

pag10-copia-e1428671945313Un Barbapapà azzurro sulla mensola del bagno. Diverse Barbie abbandonate nella vasca, gambe e braccia innaturalmente ripiegate. Uno shampoo senza lacrime e il dentifricio rosa accanto a uno spazzolino di Minnie. Una faccia buffa col ciuccio che ti guarda incorniciata sul muro, il corridoio una galleria di disegni, acquarelli e schizzi appiccicati malamente con lo scotch. Gli adesivi dei Minion sulla porta, il poster della pallacanestro che ti osserva mentre sistemi il copriletto di Super Mario. Le carte di magia ordinate nella mensola, un flauto storto sulla scrivania, il manico di un borsone che sbuca da sotto il letto. Un libro di fiabe aperto in cucina, una barchetta di pongo ormai indurita fatta all’asilo accanto al caffè. Pezzi di lego sparsi sul pavimento, che si conficcano sotto i piedi scalzi. I colori squillanti sui muri delle camerette, gli avvisi di scuola sul calendario. La decorazione natalizia dimenticata sul vetro, i palloni liberi sul terrazzo, una cover coi gattini sulla lavatrice. Il body di ginnastica steso al sole, un diario segreto sotto il cuscino, la collezione di monete in un barattolo rosso.
I magneti sul frigo, un sorriso sull’anima, la cicatrice sulla pancia. I bambini ti arredano la casa, l’anima e il corpo.

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Mira, Sofia

pag10-copia-e1428671945313Interno di un bar, mattino presto. Tavolini occupati, qualche colpo di tosse, il rumore di una tazzina che cade e si rompe. Il caldo del locale che ti fa aprire la giacca e allentare la sciarpa, perché ti accorgi che stai cominciando a sudare. Loro sono in piedi davanti al bancone, ad aspettare che sia pronta la colazione. Stanno vicini perché stretti tra molte persone, e lui non sembra affatto dispiaciuto da questa prossimità forzata. Lei, capelli scuri raccolti in una treccia morbida e complicata, mangia una brioche staccandone minuscoli pezzi che si porta alla bocca con eleganza. Lui tiene le mani nelle tasche del giaccone e si dondola sui talloni, le orecchie rosse per il riscaldamento e forse l’emozione. È più alto di lei ma sembra più piccolo. Lei gli sorride padrona della situazione, con l’aria di chi sta valutando una possibilità.

“Eh così, stasera stacchi alle sette, giusto?”

“Sì, ho un colore alle cinque. Poi ho finito”

“Ah, ecco, bene. E poi che fai? No, intendo, stasera…magari si potrebbe andare a bere qualcosa, o a mangiare, come preferisci tu”

“Non so, forse potremmo…”

“Mira, Sofia
Sin tu mirada, sigo
Sin tu mirada, sigo
Sé que solo, sé que ya no soy oy oy”

La suoneria di un cellulare, proviene dalla tasca del ragazzo che farfuglia delle scuse alla ragazza e si affretta a rispondere.

“Pronto? Sì, sì, ci sono. No, stavo facendo colazione…sì che l’ho già fatta a casa ma mi andava un caffè. Come dici? Sì, come vuoi tu. No, ho detto come vuoi tu, è uguale! Non insister…ok ok va bene, fammela al sugo la pasta, mamma”

E così dicendo chiude la comunicazione e ogni speranza di una bella serata con la giovane parrucchiera. Che con gesti secchi spolvera le ultime briciole di brioche dal cappotto e si sistema la borsa. Saluta il ragazzo con una pacca sulla spalla, segno inequivocabile che quel caffè insieme sarà l’esperienza più intima che gli concederà. E lui rimane lì, col caffè in mano e una canzonetta estiva nella tasca.

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Quiz

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“Ragazzi! Un po’ di attenzione che facciamo un bel gioco”

“Un bastimento carico carico? Le storie matte? Un giro di poker?”

“Poker? Piccola, ma che dici? Che compagnie frequenti? Comunque no. È un giochino che gira su Facebook. Io ci faccio una serie di domande e voi rispondete, capito?”

“Un’intervista?”

“Un interrogatorio”

“Una noia,mother”

“Oh, bravi, che entusiasmo. Cominciamo: qual è la cosa che dico sempre?”

“Pronto”

“In che senso scusa?”

“Dici pronto quando rispondi al telefono, no? Ce l’hai sempre in mano, poi però ti lamenti che io lo uso troppo e…”

“Va beve va bene basta così. Passiamo alla prossima. Cosa mi rende felice?”

“Io lo so! Io lo so! Quando ci sono le offerte speciali al supermercato”

“Ma come? Non vi viene in mente altro? Che mestizia”

“Anche quando non abbiamo compiti il sabato e la domenica e si può dormire la mattina”

“Andiamo avanti che è meglio. Quanto sono alta?”

“Ahahahaahahahahah! Alta?? Ahahahaha”

“Passiamo oltre. Quanti anni ho?”

“Quarantatré”

“No, sono quarantadue”

“Mamma, tra poco è il tuo compleanno. Tanto vale che cominci ad abituarti. Lo sai che la mamma di Sibilla ha compiuto trentadue anni? Che fortuna una mamma giovane…”

“Basta così. La mamma di Sibilla va in giro vestita come la figlia undicenne, solo con vestiti di cinque taglie più grandi. Sai che meraviglia. Ultima domanda, concentrati. Cosa mi piace tanto fare?”

“Questa è facile. Lavare, stirare e spolverare”

“Cosa??!!??”

“Ahahahah ci sei cascata. Ti piace scrivere, di noi”

Una quarantaquattrenne bassa con una dipendenza da cellulare, che va in estasi davanti alle offerte speciali all’ipermercato, ecco l’idea che di me hanno i miei figli. Forse era meglio giocare a poker.

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