Chi si rivede 


Un viaggio né lungo né corto, allietato da panorami incantati e funestato dalla colonna sonora imposta dal figlio primogenito, “bella io ti conosco, tu fumi cannella”,”scusate per il disagio (mentale)”, “compravo i libri al Libraccio, adesso cerco un riscatto”
Una mezzana pronta per la parte da protagonista del remake de “alla ricerca dell’arca”, per l’occasione rivisitato in “alla ricerca del wi-fi” che cerca di mostrarsi interessata quel tanto che basta a non farsi sequestrare il cellulare “guarda amore, che montagna maestosa!” “Eh? Uh, bella” “guarda amore, che torrente! Che bel colore l’acqua” “Eh? Uh, bello” “Guarda amore, gli unicorni!” “Eh? Uh, belli”
Un forte arroccato su un cucuzzolo, con tanta storia dentro e fuori, tra prigioni segrete dove mediti segretamente di lasciare il figlio maggiore e la vastità del cielo che tutto fa sembrare possibile.

E poi lei, il concentrato del mio amore in maglietta e calzoncini, coi nodi nei capelli e le scarpe allacciate, il sorriso di sempre e gli occhi lucidi.

Che ci guida per il campeggio padrona della situazione “mami, questa è la mia tenda, questo il mio letto col sacco a pelo, qui teniamo le mutande sporche quindi passiamo oltre”.

Che ti sembra più grande anche se è partita da sette giorni, ma tu non sei mai stata lontana da lei così tanto quindi tutto è possibile.

Che tentenna e si intristisce al momento dei saluti, davanti a una mamma dagli occhi lucidi che si riempie la bocca di autonomia e il cuore di nostalgia.
Forse crescere è salutare, sapendo di rincontrarsi.

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Corrispondenze amorose

Cara piccola ti scrivo,

Così mi distraggo un po’, e siccome sei molto lontana, più forte ti scriverò.

Oggi è il quarto giorno da che sei partita, piccola mia, e qui va tutto benissimo.

Nemmeno per un attimo ho pensato di venire a spiarti dall’albego vicino al campeggio, no.

Nemmeno una volta ho ingrandito le foto che qualche anima pia ci manda sul gruppo WhatsApp “Primo Turno” per cogliere nei tuoi occhi un indizio di benessere o malessere, no.

Nemmeno una volta ho pensato di stalkerare le mie conoscenze per avere notizie di te e sapere se mangi e dormi, se il minestrone e le verdure delle cuoche ti piacciono, se hai visto le marmotte o hai avuto freddo la notte, no.

E sai perché, piccola mia?

Perché ho fiducia in te e nelle persone che ti accompagnano.

Perché credo nel campeggio come esperienza formativa e di crescita, come passo in avanti nelle autonomie e nella fiducia in se stessi.

Perché i tuoi fratelli lo hanno fatto prima di te e li ho sempre riabbracciati sporchi, felici e cresciuti.

Non l’ho fatto perché i figli sono frecce lanciate in avanti ma, soprattutto, perché oggi è il giorno della telefonata e domenica veniamo a trovarti, piccola mia!

Con tanto amore,

Mamma stalker 

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Se telefonando 


 “Mamma che ridere oggi all’oratorio! Hihihihihihi! Col telefono di Carolina abbiamo fatto degli scherzi bellissimi! Hihihihihi!Allora: abbiamo cercato su google delle pizzerie, ma non di qui, di Milano. Poi ci facevamo dire che pizze avevano e poi dopo avere ordinato gli davamo l’indirizzo di qui! Hihihihihihihihi”
“E noi allora? Senti qui mother. Abbiamo chiamato un tizio a caso e quando ha risposto ho detto Tutto bbbene??? E lui -non puoi immaginarti mother- ha detto Saluta Andonio! È stato mitico abbiamo riso per un’ora”
“E ti ricordi di quando avete chiamato la mamma del tuo compagno dicendo di essere il dirigente scolastico e che suo figlio era stato sospeso? Faceva la prima elementare ahahahahahah”
“Sì mitico! E quella volta che chiamavamo il ristorante la conchiglia e chiedevamo se era il ristorante corallo? Uhuhuhuhuh quanto si è arrabbiato il signore”
Se il nome scientifico di questa età è stupidera, dal latino stupidus, ovvero “faccio cose per cui rido solo io”, un motivo ci sarà.

E comunque, Fantozzi, è lei? 

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Non dimenticar 

Io non lo so.

Io non so cosa ricorderanno i miei figli dell’infanzia, dell’esordio nella vita, degli anni in cui si è costruita la loro identità.

Non so se ricorderanno di essere stati cullati per ore, nutriti a richiesta, tenuti puliti e al sicuro.

Non so se ricorderanno le notti insonni, i massaggi al pancino, l’acquaticità. Le pappe biologiche, la farina di mais e tapioca che francamente mi dimenticherei volentieri, le favole inventate e quelle lette, con la voce grossa e il cinguettio della fatina. Non so se ricorderanno il tempo in cui da un passeggino ammiravano il camion della spazzatura, la ruspa gialla e l’aeroplano, o quando ciangottavano su un seggiolone lanciando quello che avevano nel piatto e talvolta pure il piatto.

I pomeriggi alla fattoria che puzza di mucca a nutrire dei bovini svogliati con il fieno raccattato da terra, i cento salti su un tappeto elastico, le mille scivolate da un gonfiabile e le innumerevoli spinte sull’altalena.

Non so se ricorderanno la mano che li teneva per accompagnarli nei loro primi passi, o quella a reggere un sellino nelle prime incerte pedalate.

Le buche scavate in spiaggia per trovare l’acqua, la crema solare protezione cinquanta + spalmata ovunque, le piste delle biglie fatte strisciando col sedere sulla sabbia.

Non so se si ricorderanno gli aerosol nelle notti invernali o tutte le volte che ho corretto un congiuntivo. Forse quello sì, perché non ho mai smesso.

Io non lo so mica, se si ricorderanno qualcosa.

E in realtà non me ne importa nemmeno così tanto.
Io non ricordo la maggior parte delle regole grammaticali e matematiche, ma so leggere e contare, e a volte anche creare.

Tutto quello che non ricorderanno sarà lì nascosto, da qualche parte, come le radici di un albero, le fondamenta di una casa. 

In uno sguardo limpido e curioso, nella possibilità di superare un limite, fuori dalla gabbia di un pensiero rigido, dentro lo stupore, accanto a un gesto gentile.

Sarà come sentire i fuochi d’artificio, quelli troppo lontani che non riesci a vedere. 

Ma sai che stanno illuminando un cielo.

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Senza offesa


“Mother, cosa dici?”
“Che c’è? Era solo un’idea”
“No ma davvero. Ti pare che posso sprecar…usare un pomeriggio d’estate, capisci ESTATE per vedere un film, con te poi, senza offesa”
“Mamma, dobbiamo passare più tempo insieme”
“Oh, mezzana del mio cuor, che bello! Si, sono d’accordo con te. Cosa vorresti fare di bello?”
“Boh. Shopping? Però dobbiamo sbrigarci”
“Per i saldi?”
“No. Perché sento che sto diventando come mio fratello e fra un po’ non avrò più voglia di stare con te. Non offenderti, eh. E mi dispiace perché tu sei simpatica, mamma. Fai un polpettone che è un disastro ma sei simpatica”
“Mami? Ho pensato una cosa. Non so se è una buona idea che io ti telefono dal campeggio”
“Ma…come? Avete una sola chiamata in dieci giorni, così mi racconti come sta andando, se ti diverti…”
“Mami, mami. Non offenderti, ma io avrò molto da fare, i giochi, i tornei, le camminate, le amiche. Non credo di avere tempo per telefonare”
Se ami qualcuno lascialo andare.

Se torna significa che ti appartiene, se no che non ti è mai appartenuto. (cit)

Caro saggio, mi sa che non avevi figli.

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Adesso ti racconto 


Oratorio, diciottesimo giorno 
“Mami che bella la gita coi nonni, siamo andati nelle grotte e Rachele ha battuto forte le mani ed è caduto un sasso e ho pensato che se urlavo cadeva giù tutto poi le scale che fatica a tornare su e poi le cotolette con le patatine erano buonissime mica come quelle finte che ci fai tu le cuoche usano le patate vere e poi siamo stati di pomeriggio nell’oratorio maschile ma erano tutti in castigo perché avevano fatto casino quindi c’era un gran silenzio non si sentiva neanche despacito suave suave sito e stiamo preparando il balletto per la festa anche se io alla festa non ci sono e ho visto mio fratello con una ragazza capisci una ragazza chissà cosa si dicevano e ho comprato le caramelle gommose che si sono appiccicate all’apparecchio e tutte le mamme vengono a fare le merende tranne te ma dimmi come è andata oggi dallo psichiatra?”
“Osteopata, piccola, sono andata dall’osteopata”
“Uh, vabbè, è lo stesso. Dai, saliamo in macchina che ti racconto la mia giornata”
Aiuto.

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Madre e matrigna

La natura si chiama madre mica per niente.

È femmina e mamma, quindi scaltra, organizzata e previdente. Ma anche melliflua, affabulatrice e incantatrice.

Alla nascita ti presenta una creaturina meravigliosa, con la faccina rotonda e i piedini a conchiglia, le labbra di rosa e lo sguardo di mare. 

Te lo consegna così, avvolto nella ciniglia e profumato di borotalco, come quando al primo appuntamento arrivi pettinata, truccata, col vestito che non ci respiri dentro ma che ti sfina tanto, il reggiseno imbottito e le ciglia finte. 

Ti fa innamorare un po’ alla volta, di un sorriso sghembo e la sua prima parola, la risata che scuote tutto e gli occhioni sgranati sul mondo.

Ma è un inganno.

Quando sarai irrimediabilmente innamorata, follemente invaghita e pronta a tutto, arriverà lei, la rivale, la nemica. 

L’adolescenza.

E con lei l’irriverenza, la sfrontatezza, la ribellione.

I brufoli e i piedi -ormai più grandi dei tuoi- che puzzano.

È la prova del nove del tuo amore, ché son bravi tutti ad amare un cucciolo d’uomo, ma pochi reggono la sfida continua, la scemenza perpetua, la contestazione a oltranza. 

La polemica onnicomprensiva, che spazia dalla marca del latte alla scelta della religione, la musica inascoltabile dei rapper arrabbiati che esce dalla cassa che tengono in tasca.

L’avversione alle regole, alla pulizia e allo studio.

Il desiderio costante di essere da un’altra parte con gli amici, che se proponi di andare a trovare i parenti si mettono il lutto al braccio.

L’appetito di quattro in uno, i pranzi al McDonald dopo tutta la fatica fatta a svezzarli con cibo biologico, equo solidale, senza olio di palma, pesticidi, col sale rosa dell’himalaya e l’olio evo spremuto a freddo dal cugino siciliano.
E se è vero che un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia, una madre di adolescente la riconosci dalla capacità di tenere a freno le sberle che abitano nelle sue mani.

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Petricore

“Zaino! C’è?”
“Sì, lo zaino ce l’abbiamo, nuovo e coloratissimo”
“E gli scarponi?”
“Scarponi pronti, però dobbiamo imparare bene ad allacciarli, altrimenti come si fa?”
“Imparerò. Mi aiuteranno. In qualche maniera farò. Andiamo avanti. Pile?”
“Pile pronti, tre che erano di tua sorella e uno nuovo”
“Telo poncho!”
“Amore no, il telo poncho no. Sono cinque anni che mando in campeggio i tuoi fratelli e non ho ancora capito cosa sia e a che cosa serva”
“Vabbè, niente telo poncho”

La piccola si prepara per la sua prima partenza da sola. 

Che poi sola non sarà, ma se mi penso senza di lei la vedo così.

Sarà in compagnia di amiche, animatori, educatori, cuoche, uomini campo, marmotte e montagne, oltre a un invidiabile entusiasmo e tanta voglia di fare. 

Io dei suoi fratelli, della quotidianità e di una insolita formazione familiare.

Sono contenta che vada, come è stato per i grandi prima di lei. 

E oscillo tra la magia del vederla crescere e l’egoismo del volerla piccola. 

Zoppico nell’ambivalenza tra una madre saggia e una donna ansiosa.

Aspetto, nel traccheggiare indolente di chi sa che è solo questione di tempo.

Intanto sistemo magliette e mutande, euforie e ansie.

E dentro è come sentire il petricore, l’odore della pioggia d’estate, quando cade sulla terra calda e subito ritorna il sole.

È il sollievo e il ricordo, il benessere e la nostalgia, una fine seguita da un nuovo inizio. 

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Niente panico

“Ragazzi, avete visto? La gita di questa settimana dell’oratorio è al mare! Evviva! Vengo anch’io”
“What?”
“Eh??”
“Evviva!”
“Mother scherzi vero? Per un attimo ho pensato fossi seria”
“E chi scherza?

Certo che vengo, ho proprio voglia di una giornata al mare. E poi pensa che bello, così stiamo insieme, che sei sempre con i tuoi amici, non abbiamo mai un momento per noi. Potrò spalmarvi la crema solare sulle spalle così non vi scottate, anche se nelle ore più calde staremo all’ombra, naturalmente. Niente bibite ghiacciate e schifezze, porto l’insalata di pasta e il panino con la cotoletta. Prima di rientrare in acqua quattro ore, che non si è mai troppo prudenti. Sul pullman stiamo davanti col Don, mica che vi venga da vomitare. Ah, le bandane di topolino,chissà dove sono finite, ora le cerco: non si scherza col sole sulla testa! I racchettoni! Possiamo fare un torneo! Cosa dite, chiediamo anche alla nonna se vuole venire?”
“Mi sento poco bene”
“Aiuto”
“Evviva! La mamma e la nonna!”
Seminare il panico, ogni tanto, dà grosse soddisfazioni.

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Cibo per l’anima

Sdraiate strette al piano di sotto del letto a castello, vicine vicine.

Lei dolorante per le spalle scottate, io per la schiena malandata.

In mezzo a noi un libro, che racconta di come pochi grammi possano dare la felicità.

E non parla di droga.

La piccola ascolta rapita parola dopo parola, riga dopo riga, finché la lettrice non sbadiglia sonoramente, ché leggere ad alta voce la sera è la più potente delle ninnananne. 

Allora afferra il libro e prosegue la lettura, con gli inciampi e le incertezze della terza elementare, interrompendosi per chiedere il significato delle parole che non conosce. Che poi, dare significati non è mica così semplice.
“Greta mi spinge-va, creden-do di aiutarmi. Ma io non vole-vo prendere le deci-sioni che le li mi sugg…sugge…suggeriva. Erano sue. Non mie.”
“Mamma, è proprio vero!”
“Cosa amore?”
“Le decisioni, no? Ognuno deve prendere le sue perché magari le tue vanno bene per te ma non per me giusto? Le decisioni vanno prese su misura”
“Oh, beh, certo. È vero. E anche molto saggio piccola, brava”
“Grazie mamma, quindi decido io quante lasagne mangiare, giusto?”
“Andiamo avanti a leggere, forza”
Qui la letteratura non parla all’anima, ma alla pancia.

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