Di lunedì mattina

Quando la mattina alle sei e un quarto stai preparando i petti di pollo e l’insalata per il pranzo dei due grandi, che torneranno a casa affamati prima di te.

E ti accorgi che quel profumino di padella non è solo in cucina ma anche sui tuoi capelli, vestiti e mani.

Quando corri in macchina perché hai un treno da prendere, ti accorgi con sgomento di essere senza benzina e passi al volo al distributore, pregando di riuscire ad arrivarci. 

E ci arrivi con indicibile sollievo ma il distributore è ancora chiuso, quindi ti rassegni ad usare l’automatico, che pur essendo un’attività a portata di tutti non è mai stato il tuo forte.

Quando per la fretta e la sbadataggine estrai la pompa con un secondo di anticipo, innaffiandoti i piedi con gli ultimi due euro di benzina.

E corri a cercare un parcheggio nel raggio di cinque chilometri intorno alla stazione, non lo trovi ma ormai è tardi e allora lasci la macchina tra una striscia blu, un marciapiede, un passaggio pedonale e un passo carraio dicendole addio mentre la chiudi, consapevole che non la troverai più al tuo ritorno.

Quando sali sul treno al volo, ansimante ma fiera di avercela fatta, e ti accorgi di emanare un odore a metà strada tra la friggitrice di McDonald e il benzinaio dell’autogrill.

E realizzi che non puoi lamentarti. 

C’è chi sta peggio.

Per esempio quei poveretti seduti vicino a te.

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Grazie, eh

“Sono arrabbiata, furibonda e offesa!

Ecco, non vieni mai. Io ho fatto il pennello, la rovesciata sulla trave e il salto sul trampolino. E tu dov’eri? Non c’eri a vedermi. Se non mi vedi quando mi alleno come fai a sapere se divento brava? 

I miei fratelli hanno le partite, ma io niente, la ginnastica è una cosa seria e tu la prendi così, ti basta portarmi e tornare a prendermi”
“A me sembrava già parecchio”
“Ancora pasta? Davvero? Mamma, basta, l’abbiamo mangiata anche l’altro ieri! Non si possono mangiare sempre le stesse cose, non fa bene. Mi faccio le uova strapazzate. Anzi no. Pane e mortadella ne abbiamo? Idea! Ordiniamo la pizza. Io würstel e patatine, al solito”
“Quindi la vuoi in bianco, la pasta? Buon appetito”
“Mother, come sarebbe che non puoi? Ma cosa ti costa portarci al raduno di magia? Siamo solo in cinque. Si, ho capito che è domenica mattina, ah già, non sai dove mettere le sorelle. Ecco, perché non sono figlio unico? Che sofferenza. Sarebbe tutto per me, anche il tuo tempo”
“Non ho detto che non posso, ho detto che non voglio. È diverso” 

Ma guarda. Era la giornata mondiale della recriminazione e ingratitudine filiale e io non lo sapevo. 

Chissà se sono ancora in tempo per chiamare mia madre.

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Il più grande spettacolo 

“Mami, ci sei?”
“Si amore, sono quasi pronta”
“Ma l’hai presa?”
“Ma sì, è qui”
“E la custodia?”
“Non ce l’abbiamo. Fa niente, per oggi la portiamo così”
“Sì ma la porto io, tu tieni lo zaino”
“Va bene”
“Mi sento già una rockstar. E poi lo dice anche Jovanotti “ho preso la chitarra, senza saper suonare”
Il mondo della musica trema.

La piccola, alla prima lezione col capo della banda a scuola, ha scelto lo strumento che intende imparare a suonare.

Siamo arrivate davanti ai cancelli ancora chiusi con lo zaino sulle mie spalle e una grossa chitarra imbracciata a mo’ di fucile dalla giovane strimpellatrice. 

Lo strumento, che albergava polveroso nello stanzino tra lo stendi panni e l’aspirapolvere, è stato accordato per l’occasione. 

Nessuno la toccava da che la mezzana, universalmente nota per cominciare cento cose e lasciarne novantanove, aveva deciso che le lezioni con il suo tatuatissimo insegnante non le interessavano più.

Adesso è il turno della piccola, quindi Lorenzo caro fatti più in là.

Perché lei si sente già il più grande spettacolo dopo il big bang.

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Fedeli ma non troppo

(sottovoce)
“Che poi io non capisco, ma come hai fatto a perdere il telefono in chiesa?”
“Mother, Nonso che dirti. Non me lo spiego nemmeno io. È qualcosa di sovrannaturale”
“Qui di sovrannaturale c’è solo la tua storditaggine. Ecco, con tutto quello che ho da fare oggi mi tocca anche cercare il sacrestano. Almeno sei sicuro che ce l’abbia?”
“Sì, ha risposto lui ieri sera al telefono”
“E dove sarà? Qui no, qua c’è il fonte battesimale, là il confessionale…ecco! Una porta! Proviamo”
UEUEUEUEUEUEUEUEUEUE
“Ommioddio mother! Cosa hai combinato? È partito l’allarme!”
UEUEUEUEUEUEUEUEUEUE
“Non è colpa mia! Pensavo fosse qui”
UEUEUEUEUEUEUEUEUEUE
“Mother, nascondiamoci!”
UEUEUEUEUEUEUEUEUEUE
“Ma che sei matto? E dove scusa? Nell’acquasantiera? O cielo, ecco il prevosto. E il sacrestano. Che figura”
UEUEUEUEUEUEUEUEUEUE
“Chi è là? Che succede?”
UEUEUEUEUEUEUEUEUEUE
“Ehm…buongiorno signor prevosto, ci scusi tanto non abbiamo fatto apposta. Siamo qui per riprendere il telefono di mio figlio…”
UEUEUEUEUEUEUEUEUEUE
“Fatemi spegnere questo affare. Allora, chi è stato?”
“Lui!”
“Lei!”
“Maledetto, la pagherai”
“Vabbè, ora basta. Due volpi, eh? Prendete il telefono e andate”
“Certo, ci scusi”
“Mother, che figure mi fai fare”
“Zitto tu, che ti sbattezzo qui su due piedi”
E niente. Mi sa che da domani si cambia parrocchia.

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Così com’è 

Sono una buona madre, a volte.

E una cattiva, altre.
Sono una buona madre quando leggo, invento, racconto le storie, quando nutro la loro fantasia e lascio libera la mia.

Sono una cattiva madre quando le urla prendono il posto delle parole, quando a parlare è la mia rabbia invece che il mio cuore.

Sono una buona madre quando coltivo la mia solitudine e trovo il tempo per la mia felicità.

Sono una cattiva madre quando al Mc Donald prendo l’insalata ma rubo le loro patatine, e mi offendo se non me le danno.

Sono una buona madre quando cucino cibi sani, equilibrati e gustosi, ma anche quando porto in tavola bastoncini e patatine, ché a volte l’importante è sapere che c’è un piatto pronto ad aspettarci.

Sono una cattiva madre quando proietto la mia fatica, mi arrabbio con loro mentre sono arrabbiata con me stessa, e non gli spiego la differenza.

Sono una buona madre quando rinuncio. A volerli diversi da come sono, a realizzare quello che non è riuscito a me.

Sono una cattiva madre quando mi lascio guidare dal senso di colpa, dall’affanno e dalla fretta, quando sento senza ascoltare, quando vorrei essere altrove.

Sono una buona madre quando perdono il mio passato, per non condizionare il presente e ipotecare il futuro. 

Sono una cattiva madre quando il mattino si svegliano e io vorrei più tempo e meno fatica.

Sono una buona madre quando dormono e faccio buoni propositi per l’indomani.

Sono una cattiva madre quando dico sì, per sfinimento e stanchezza.

Sono una buona madre quando dico no. Alle mie paure di lasciarli andare, scoprire e sbagliare.

Sono una persona sufficientemente equilibrata quando tengo insieme il buono e il cattivo, quando mi prendo sia il bianco che il nero, e mi ricordo che in quella infinita varietà di sfumature ci sono io, una madre coi capelli rossi.

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Eroi

Ferrovie Nord, treno del mattino, direzione Milano. Tanta gente, tutta assonnata. Nessuno senza telefono in mano.

E poi, loro.

Gli eroi.
“Oh raga come butta? Minchia che stamattina c’ho fisica e ieri sono uscito con una tipa e non ho studiato”
“Ma chi, Yasmine di terza C?”
“Ma che, sei fuori? Quella non ti caga neanche a pagarla”
“Allora chi era? Quella bionda di seconda G, che è arrivata quest’anno?”
“No, quella c’ha il tipo, ti pare?”
“E quindi con chi sei uscito?”
“Benedetta, terza A. Quella col cane enorme e la madre gnocca”
“E bravo frate! Oh, gente, che si fa, si bigia? Dai che si spacca oggi”
“Bella lì, caxxo di genio che sei, ci sto”
“Anch’io, me ne fotto. Non ho preso neanche i libri oggi”
“Si va al parco? C’è il bar e poi ce ne stiamo sul pratone”
“Dai frate, spacchiamo!”
“Però sembra nuvolo fuori”
“E se piove?”
“Ma tu c’hai soldi?”
“Niente, zero”
“Io ho tre euro”
“Oh, ma è già la nostra fermata”
“Vabbè, andiamo a scuola frate, che mio padre mi impicca se mi becca”
E anche oggi, si spacca domani.

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Tutti in classe 

“Buongiorno, bello essere qui ma sappiate che noi per le diciannove dobbiamo tassativamente tornare”
“Beh, cercheremo di fare il possibile ma non garantisco di poter finire prima”
“Eh no. Dobbiamo essere in cella tassativamente per le diciannove”
“Facciamo una pausa?”
“Allora: a chi spetta verificare i sistemi di sicurezza antincendio in una ditta?”
“Ai vigili del fuoco! Sai quante ne ho incendiate, di aziende? Ahahahah”
“Facciamo una pausa?”
“Andiamo avanti. Chi di voi è mai stato addetto a una squadra di emergenza?”
“Io! Alle elementari ero il capofila”
“E ditemi un po’. Chi è l’ultimo dell’organigramma che vi ho appena mostrato?”
“Lo schiavo”
“Facciamo una pausa?”
“Chi mi sa dire che acronimo è FBL? È il più importante”
“…”
“Non lo sa nessuno? Allora ve lo dico io: fa balà l’oeucc! Per chi non è milanese “fai ballare l’occhio! Prima regola della sicurezza”
Frequentare un corso per la sicurezza in un paese dell’hinterland milanese. 

Immaginare di annoiarsi come non mai.

Trovare dei compagni di banco allegri, festanti e antropologicamente variopinti. 

Divertirsi come in quinta elementare quando la maestra non c’è.

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Non l’avevo considerato 

In cucina, tardo pomeriggio.

La piccola, con un grembiule di quattro taglie più grandi, che non so nemmeno da dove sia uscito.

Appollaiata sullo sgabello giallo, con le maniche rimboccate e i capelli che scappano dalla coda di cavallo. È armata di mestolo.

Il gatto ai suoi piedi, col naso all’insù e la migliore espressione di supplica.

Sul tavolo una grossa pentola piena di ragù. 

Nella teglia, le sfoglie. 

Sui muri, il sugo.

Io, con la felpa di casa e i pantaloni eleganti, ché quando torni dal lavoro devi fare ancora tante cose e il tempo è sempre troppo poco.
“Mami, ho bisogno di un’agenda. Come la tua, non nera però che fa triste. Tutta colorata”
“Amore, hai il diario di scuola, no?”
“Quello è per i compiti”
“Ah, certo, per i compiti. Quindi tu vorresti un’agenda per…”
“Per i miei impegni. Allora. C’è la ginnastica artistica il mercoledì e il venerdì. Poi avrò le gare. Al giovedì il catechismo. E i turni al canile! Non posso certo mancare”
“Caspita. Non avevo riflettuto. Fai davvero tante cose, piccola”
“E vorrei anche suonare la chitarra”
“La chitarra? Beh, è una bella cosa. Solo mi sembra che tu sia già molto impegnata, non si se sia il caso di aggiungere attività”
“Vero. Sono molto impegnata. Quindi basta!”
“Basta cosa?”
“Basta aiutarti in cucina, no? Mica posso fare tutto io in questa casa. Però a cena le mangio le lasagne, eh”
Lo sfruttamento minorile, non l’avevo considerato.

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Ricordati di me


Gli avvenimenti degli ultimi giorni in ordine sparso, ché in quello giusto non me li ricordo.
Parcheggiare la macchina nel centro del paese, mettere diligentemente il disco orario, lasciare le chiavi inserite e la portiera aperta.
Farsi raggiungere da una signora che, ancora ansimante dalla corsa ti chiede “sei tu Barbara Boggio, vero?” incipit che di solito è preludio di “sei la mamma di x,y e z” o “leggo sempre i tuoi post, mi fai tanto ridere” e invece diventa “ha lasciato il bancomat adesso in banca”
Organizzare in modo dettagliato e con tempi militari il mercoledì dei figli, tra baby sitter, passaggi per gli allenamenti, lavoro, senza accorgersi che invece e martedì.
Andare al supermercato perché si è finito il sale. Arrivare alla cassa con salmone, insalata, detersivo in polvere per lavatrice e tre scatole di ciobar in offerta. Tornare a casa. Mangiare insipido.
Dimenticare -questo è un evergreen, ma con un’attenuante- a scuola il figlio maggiore al mezzogiorno del sabato, perché non abbiamo l’abitudine di frequentare sei giorni su sette. Trovare il figlio al bar “il cigno” ormai prossimo alla dipendenza da Campari spruzzato col bianco.
Attendere la nonna per mezz’ora alla fermata dell’autobus, borbottando contro l’inefficienza e i ritardi del trasporto pubblico, la classe politica e le scie chimiche come un vecchietto inacidito, per poi accorgersi di essere alla fermata sbagliata.
Perdersi in un sito di angeliche mamme “pancine” che dispensano consigli di puericultura e pedagogia direttamente dal medioevo, ridere con le lacrime agli occhi perché sei una mamma con la pancetta ma almeno conservi un briciolo di sanità mentale, dimenticandosi però di andare a iscrivere la piccola al catechismo.

Questi inquietanti accadimenti mi collocano di diritto in quell’allegro ventaglio che va dal leggero stordimento all’Alzheimer precoce.

Ma la piccola ha una soluzione per tutto. “Tranquilla mami, se dovrai firmare autografi ti ricorderemo noi come ti chiami”

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Dodici

Gli occhi grandi e la testa dura.

Un sorriso finalmente diritto, che illumina il tuo viso e rallegra la mia pancia ogni volta che lo incrocio con lo sguardo. 

I capelli raccolti in una stretta e alta coda di cavallo, al massimo uno chignon, che vedo sciolti solo quando mi chiedi di toglierti i nodi, con la spazzola gialla che non fa male.

Le mani belle da pallavolista, le gambe lunghissime che ti farebbero saltare in alto, se solo volessi.

La grazia nei gesti e la dolcezza dei modi.

Le fossette sulla schiena, marchio di fabbrica tuo e dei tuoi fratelli.

L’inclinazione all’ascolto, della musica in cuffia e non di quello che ti chiede la mamma, tanto che da piccina sei stata visitata da un dottore bravo, ed è stato chiaro che ci senti benissimo ma ascolti solo quello che vuoi. 

La felicità che ti esplode in faccia quando senti che per cena c’è pizza, quando è ora di andare all’allenamento e quando non devi andare a scuola.

L’allergia ai libri, anche se hai letto quello della mamma, l’avere ereditato la mia faccia, alcune delle mie insicurezze, gli imbrogli per non studiare storia ma anche la cura per le parole. 

Quelle da dire e quelle da non dire. 

L’essere sempre maggiore e minore perché sei nata nel mezzo.

Sei tu mezzana del mio cuore, che domani festeggi un giorno speciale.

Il tuo compleanno è arrivato presto, quest’anno. 

Presto per me, non certo per te che non vedevi l’ora di avercelo, un anno in più, che significa una manciata di minuti di più in piedi la sera e un qualche assaggio di autonomia.

Io che vorrei tu andassi dove ti porta il cuore, tu che vai dove ti porta un wi fi.

A pascolare nel tuo disordine, un caos che avrebbe scandalizzato pure la me stessa adolescente.

A scoprire un mondo che vorrei migliore per te.

Tanti auguri mia incredibile dodicenne.

Ti auguro di guardarti ogni tanto coi miei occhi.

Per vedere la meraviglia che vedo io.

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