Elogio della lentezza

Nessuna partita di pallavolo, nemmeno il derby di pallacanestro, neanche il torneo da arbitrare o una gara di ginnastica. Niente lavoro.

Pochi compiti, un po’ di neve e poi la pioggia.

Una giornata intera senza la piccola, che con lo zainetto rifornito di panini, succo di frutta e l’entusiasmo della gioventù si è imbarcata sul treno in compagnia delle sue amiche e di alcuni eroici genitori, alla volta del capoluogo lombardo, per l’annuale gita del catechismo.

Un pomeriggio dedicato allo shopping compulsivo con la mezzana, che ha acquistato il suo primo fondotinta, così posso smettere di far finta che non usi il mio e ammettere serenamente che la mia figlia di mezzo sta crescendo ed è una cosa bella e naturale. Il mal di testa che si è impossessato di me in profumeria di certo non aveva nulla a che vedere con questo.

Il grande vagabondo tra la nostra casa  e quella degli amici, che traccheggiano con noncuranza da un divano all’altro, cellulari alla mano e cuffiette nelle orecchie.

Una domenica pigra col sole e il pigiama fino a tardi, lusso prezioso e raro in questa famiglia.

La piccola che chiede una scheda per votare, perché “io lui lo conosco, è gentile” detto a una faccia nota su un manifesto.

Un pomeriggio lento dentro un cinema caldo, nella storia di amicizia tra un bambino e il suo cane, le lacrime e l’immedesimazione dell’ultima di casa.

La lentezza fa bene, di tanto in tanto.

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Dimmi che insegnante hai e ti dirò chi sei

Nel corso degli anni e dei molti colloqui ho conosciuto un numero imprecisato ma notevole di insegnanti, dalla scuola materna al liceo e posso dire, senza la presunzione di fornire un dato statistico, di aver individuato alcune precise categorie.

Eccole.

L’amico: di solito maschio, spesso molto giovane. Gli studenti possono trovare in lui ascolto, conforto, consiglio e aiuto. Per questioni didattiche e mali esistenziali, per la spiegazione di matematica al pomeriggio o per un tè caldo alla macchinetta a raccogliere i cocci di un cuore spezzato.

Di norma l’anarchia in classe regna sovrana, ma gli studenti se lo ricordano anche a quarant’anni.

Il cazzuto: ne ha viste così tante che non le racconta neanche più. Si capisce che è stato in trincea ed è sopravvissuto, e ora nulla può scalfirlo. Durante le sue lezioni non vola una mosca, i compiti vengono sempre eseguiti e la sua materia imparata come Dio comanda.

Mette terrore agli studenti e apprensione ai genitori, anche se segretamente invidiano il suo piglio sicuro.

Lo sfinito: insegna da un numero imprecisato di anni, molti dei quali da precario, gli mancano meno di cinque anni alla pensione.

Sopravvive pensando che deve tenere duro ancora un po’ e poi non avrà più a che fare con quelle facce brufolose alle quali non interessa un accidente dell’Iliade o l’Odissea, che segretamente odia egli stesso.

L’aggiornato: laureato da poco, master in disturbi dell’apprendimento, sindrome da deficit di attenzione e iperattività, arte terapia e psicomotricità, ha una soluzione per tutto, anche per i problemi che non pensavi di avere.

Lo psicologo: tra una lezione sulla rete idrica lombarda e la produzione di barbabietola da zucchero in ogni regione d’Italia riesce a cogliere lo sguardo sperso di tua figlia. Lui lo attribuisce al male di vivere, tu alla barbabietola da zucchero.

L’impegnato: ha diciotto classi di una scuola di venti e un numero tendente a infinito di studenti. Non ricorda assolutamente chi sia tuo figlio e ha sviluppato il talento di parlare di tutto senza dire niente.

Il catastrofista: la scuola va male, i giovani di oggi hanno perso i valori, l’Italia fa schifo e l’unica soluzione per questi ragazzi è andare a Londra a fare i lavapiatti.

Il maestro: preparato nella sua materia, attento ai ragazzi e alle loro esigenze didattiche, emotive ed evolutive.

Ti racconta di tuo figlio come se lo conoscesse da sempre ed esci dal colloquio commossa, sentendoti meno sola.

Di solito viene trasferito l’anno seguente.

L’insegnante di educazione fisica/religione: nessuno va a parlare con lui, a parte durante i colloqui generali perché è quello con meno coda.

Sa che della sua materia importa a pochi, e sotto sotto è felice come una Pasqua di non dovere ascoltare noi, i terribili genitori.

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Pronto, chi risponde?

“Buongiorno e benvenuto in Sky, gentile cliente. Le linee sono momentaneamente occupate, tempo stimato alla risposta quindici minuti”

Riattacco. Due minuti dopo.

“Buongiorno e benvenuto in Sky, gentile cliente. A breve sarà collegato con un nostro operatore. Digiti uno per modifiche al suo abbonamento, due per la fatturazione, tre per Sky Prima Fila, quattro per guasti al decoder, cinque per problemi di ricezione…”

“Quattro”

“Gentile cliente, le chiediamo di digitare il codice di dodici cifre del suo abbonamento Sky (ecco, a posto, come se io sapessi dove diavolo sia) o in alternativa il numero di cellulare che compare nel contratto” (avrò dato il mio? Ma avevo ancora lo stesso numero? Boh, proviamo)

“34796….”

“Benvenuta in Sky signora Boggio, per guasto al decoder prema il tasto 1, per…”

“Uno”

“Se desidera l’assistenza di un nostro operatore digiti due”

“Due”

“Se ha già eseguito l’autodiagnosi digiti tre”

“Tre!!”

“Le ricordiamo che la telefonata è registrata ai sensi dell’articolo ecc ecc se desidera ancora parlare con un nostro operatore digiti uno” (no, e chi desidera parlare? Avevo solo voglia di sentire una voce amica)

“UNO”

“Buongiorno signora Boggio mi chiamo F. e rispondo dall’Italia, in che cosa posso esserle utile?”

(Grazie al cielo) “Buongiorno F che risponde dall’Italia, ho un problema col decoder. Sullo schermo appare la scritta ‘disco danneggiato’ e non si vede quasi niente. Penso ci voglia un tecnico”

“Capisco. La presa è attaccata?”

“Certo che attaccata, altrimenti come farebbe ad accendersi?”

“Sono domande di rito, signora. Andiamo avanti. Ha già fatto l’autodiagnosi?”

“Sì, e mi dice che il disco è danneggiato”

“Rifacciamola insieme. Prenda il telecomando, schiacci menu e poi tasto giallo, poi selezioni la seconda voce, menu e tasto verde. Cosa vede?”

“Sto cercando il telecomando”

“Attendo”

“Eccomi, giallo, menu, verde, seleziono, attendo, ecco! Mi dice che il disco è danneggiato”

“Capisco. Bene, direi che il disco è danneggiato”

“Lo sospettavo. E adesso?”

“Deve intervenire il tecnico. L’intervento a domicilio è a pagamento, se lo porta al centro di assistenza è gratuito. Cosa preferisce?”

“Che domande. Lo porto io, no?”

“Perfetto. Le cerco il numero del centro assistenza più vicino?”

Grazie, gentilissima F che rispondi dall’Italia, ma siamo al telefono da ore e probabilmente mia figlia sara già scesa dallo scuolabus senza trovare nessuno.

Quasi quasi mi tengo il disco rotto che tanto alla fine manteniamo Sky per Masterchef e il grande mi prende in giro per come faccio le polpette, la mezzana vede una specie di telenovela per ragazzini che non augurerei al mio peggior nemico e la piccola segue un tizio che insegna come addestrare i cani.

Adesso accendo su rete quattro e ci guardiamo tutti la Casa nella prateria, che è meglio.

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Buongiorno, mondo

“Buongiorno ragazzi, forza che è ora di alzarsi. Mamma stamattina non sta tanto bene quindi conto sul vostro aiuto. Non fatevi chiamare cento volte”

“Eccomi qui mami! Pronta per la colazione! Ma? Perché ci sono così pochi biscotti? È finito il succo! Moriremo di fame”

“Sì, è finito quasi tutto, ho fatto la spesa on line e stamattina la ritiro. Non morirai di fame”

“Allora aspetto che prendi la spesa”

“No tesoro, il ritiro è alle dieci. A quell’ora stai facendo musica”

“Appunto. Vabbè, lasagne avanzate ne abbiamo?”

“No. Ci sono le fette biscottate però”

“Ah”

“Mother, che sonno, non puoi capire quanto stancano questi fine settimana in giro per la provincia”

“Eh già, non ne ho proprio idea, perché tu ci vai da solo, vero? Adesso fai colazione e poi mi raccomando ricordati le chiavi di casa”

“Ma sì, lo so, son qui nella tasca e…oh no!”

“Che succede adesso? Hai perso di nuovo le chiavi?”

“No. Ci sono. Però mi sono portato via quelle dello spogliatoio del palazzetto ieri sera”

“Basta che tu non abbia chiuso dentro nessuno. Ma vostra sorella dov’è? Sarà ancora a letto”

“Donna di poca fede eccomi qui! Non sono a letto, ma ho fatto il letto! Guarda qui che meraviglia”

“Urca, esulterei se solo mi sentissi meglio. Ma…cos’è quella gobba sulle coperte? Ma…si muove! Hai fatto sotto anche il gatto!”

“Ecco, vedi? Non sei mai contenta”

Mi sono alzata che non stavo tanto bene. Ora comincio a stare peggio.

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Lentamente scivola

Il sabato si è accavallato sulla domenica, che è scivolata veloce forse spinta dal vento freddo della Siberia.

È arrivata la neve, la presentazione del libro con tutte le emozioni che si porta appresso, le facce amiche sedute davanti, quelle amate a fianco.

È arrivato il lavoro la domenica mattina, accanto a un lago dalle rive bianche, la spesa dimenticata il pomeriggio, la biancheria da stirare la sera.

Quella però temo rimarrà nel cesto.

È arrivato il grande con la parafrasi di epica “ma hanno fatto tutto questo casino per una donna? Bah”, col pomeriggio di magia e la sera di arbitraggio, come consueto. È arrivato di corsa in bicicletta sotto i fiocchi di neve per vedere giocare i compagni di squadra, ha ripetuto qualche frase in inglese non meglio identificata e si è fatto accompagnare all’ennesimo torneo, questa volta di piccoli, da arbitrare.

È arrivata la mezzana, che ha trovato il coraggio di saltare una volta sotto la rete e ha battuto l’ultimo punto vittorioso della partita. Non è arrivata con i compiti ed è stata costretta a studiare geografia, nostra materia preferita (!)

È arrivata la piccola, che ha rinunciato al tanto desiderato corso di trampolino per andare alla festa della sua cara amica, dove si è divertita come non capitava da un po’. “Mami, abbiamo giocato a Nascondaino, un nascondino che si fa in coppia. Io e V. Ci siamo nascoste nella doccia e abbiamo stravinto”

È arrivata coi compiti di musica, flagello e piaga della famiglia, per i quali è stata assoldata a costo zero la sorella maggiore. È arrivata troppo vicina alla teglia di lasagne donataci ieri, che è stata dunque nascosta.

È arrivato il gatto a chiedere da mangiare, di uscire, di bere, di rientrare.

È quasi arrivato il lunedì, per fortuna.

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E tu, quale super potere hai?

In principio accorrevo fulminea, lasciando qualunque cosa stessi facendo, dal risotto che attaccava sul fondo della pentola al gatto a bocca aperta davanti alla bustina chiusa di pappa.

Quando dalla stanza del primogenito proveniva un’esclamazione acuta seguita da un ‘non ci posso credere’ carico di pathos e strilli che non si capiva fossero di tripudio o disperazione, mi precipitavo a scoprire la causa di tanto sconvolgimento per sentirmi dire ‘ommioddio è uscita la nuova canzone di Sfera, figo”

Col tempo ho imparato a distinguere intonazione, intensità e decibel e ho continuato a girare il cucchiaino nella tazza del tè senza scompormi.

Se in passato intervenivo al primo sentire di litigio tra i fratelli, mediando e facendo pacatamente ascoltare l’uno le ragioni dell’altro, oggi attendo che scorra il sangue prima di interromperli, mentre piego serafica la biancheria pulita.

Mi basta uno sguardo per capire se la piccola sta correndo troppo veloce con lo zaino sulle spalle e rischia di inciampare.

È sufficiente annusare l’aria in casa al rientro del lavoro per capire se la mezzana s’è fatta due uova strapazzate per merenda, la piccola ha mischiato colla e detersivo per i suoi esperimenti e il grande non ha svuotato il borsone dell’allenamento.

Riconosco l’arrivo di un’influenza da un colpo di tosse qualunque e quello dei pidocchi da una grattata distratta alla testa.

Mi accorgo del loro umore da come appoggiano la cartella per terra dopo la scuola, da un tono di voce appena diverso dal solito, dalla musica che ascoltano -a parte il primogenito, lui ascolta solo porcherie- dai libri che leggono -a parte la mezzana, che legge solo chat su whatsapp- dal silenzio della piccola, lei che zitta non sta mai.

Francamente mi sorprende che la Marvel non mi abbia ancora proposto il ruolo di super eroe.

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Di stupore in meraviglia

“Ma davvero? Caspita, non ci era mai capitato”

“C’è sempre una prima volta, dice la mamma”

“Beh, ha ragione. E posso dire anche che è una sorpresa, anche se sono qui da tanti anni. È bello stupirsi nella vita, sai?”

“Oh sì, anche io mi stupisco quando vengo qua. E sono anche tanto contenta”

“Ma che meraviglia, mi stai facendo commuovere. Ce ne fossero di più di persone come te. Allora, queste sono le nostre proposte. Ci sono i quaderni, i portachiavi, e tante altre cose. Guardale bene, se vuoi la mamma può fotografarle e poi a casa le osservi bene e decidi”

“Mmm…non ne ho bisogno, grazie. Vorrei quello”

“Piccola, non vuoi prenderti un po’ più di tempo? Non abbiamo fretta”

“No no mami, sono sicura. Mi sembra il regalo più bello. Prendiamo questo”

“Va bene, la scelta spetta a te. E ne hai fatta una ottima”

“Vero! Facciamo così, questi li ritiri appena sono pronti. Adesso ti regalo una penna da portare a casa. Vedi? C’è il disegno e il nostro logo”

“Grazie! Allora torno presto, quando è il mio turno”

La piccola ha scelto, con compostezza e senza esitazione.

Come ai suoi fratelli prima, le è stata data facoltà di scegliere a chi destinare le bomboniere della sua prima comunione.

E visto che a casa non amiamo particolarmente animaletti di Swarovski, zuccheriere di ceramica e angioletti in terracotta abbiamo pensato che un dono ben si sposa con un’occasione tanto importante.

La scelta del primogenito era stata l’Avis -mamma, sono anemico, mi pare giusto- per la mezzana l’ospedale pediatrico -ci sono nata, è importante.

La piccola non ci ha pensato su nemmeno un attimo.

E siamo andate al canile.

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Quando l’allieva supera la maestra

“È inutile, non ci capisco niente di musica. Non fa per me. E poi il flauto non funziona, io ci soffio dentro ma non fa un bel suono. Dobbiamo comprarne un altro”

“Ah, sorellina di poca fede! Vieni con me e ti aiuterò. Tra l’altro il prof lo dice sempre che sono portata per la musica”

“E perché non suoni mai la pianola allora?”

“Shhhhhhh! Ho perso il caricatore, ma non dirlo alla mamma”

“Va bene, allora mi aiuti? Ti prometto che dirò alla mamma di farti un bellissimo regalo”

“Ti aiuto, ma vedrai che lei dirà ‘il tuo regalo è un abbraccione della mamma’ con la vocina coccolosa”

Un’ora di strazio più tardi.

“Mami mami mami devi sentire come sono brava. Ho imparato le canzoni col flauto. Mia sorella è una maestra meravigliosa e mi ha aiutato tantissimo”

“Ah, ecco, mi era sembrato di aver sentito qualcosa. Dai, ascoltiamo”

“Sì però è stata davvero brava e paziente, mi ha dato il tempo, scritto le note e poi mi ha fatto vedere come mettere le dita sul flauto”

“Bene! Sono contenta di questa solidarietà tra sorelle”

“Beh, non credi che si meriti un premio pazienza?”

“Sì, hai ragione. Avrà un super abbraccione della mamma”

“Ehm…i tuoi super abbraccioni sono bellissimi ma…non so…pensavo…magari stasera la sua amica S. può fermarsi a dormire da noi, così lei sarà felice”

“Amore, ti ha aiutata a suonare il flauto, non ti ha donato un rene. Direi che baci e abbracci sono sufficienti”

“Ma mami…”

“No. Stasera non dorme qui nessuno”

“Ma non capisci? È un piano perfetto! La sua amica dorme nel mio letto, e io dormo con te! Bello, vero?”

“Amore, dormire con te è un esperienza ai confini della realtà. Ti giri e rigiri, rubi le coperte e al mattino mi sveglio sempre coi tuoi piedi sulla faccia. No, grazie”

“Ah si? L’hai voluto tu. E allora io suono. Musica, maestro!”

Ho usato per troppo tempo il ricatto come strumento educativo.

Ben mi sta.

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Tempus fugit

Il primogenito è andato a scuola, anche se per due ore soltanto tra scioperi e supplenze.

Ha arbitrato una partita complicata, sotto l’effetto di un raffreddore di quelli da ricordare, col timore di starnutire nel fischietto.

Ha trascorso il sabato sera di carnevale a una silent disco in oratorio, mascherato da nulla come suo solito, rincasando ben oltre la materna resistenza.

La mezzana ha preparato la piccola per l’interrogazione di musica, con una pazienza mai vista e un’attitudine all’insegnamento senza precedenti.

Si è fatta comprare gli spray per colorare i capelli ma poi è uscita al naturale, con la sua amica S, per festeggiare il carnevale in piazza. Ha studiato tedesco e nascosto i compiti di grammatica, coccolato il gatto e giocato una partita di pallavolo.

La piccola ha suonato il flauto come non ci fosse un domani, cosa che ha seriamente rischiato. È andata al canile per adempiere al suo dovere da volontaria e partecipato alla gara di qualificazione di ginnastica artistica, senza qualificarsi. Ha ritirato l’icona pellegrina durante la messa solenne e l’ha sistemata con tutti gli onori sul tavolo della sala.

Io ho accompagnato e ripreso, lavato, cucinato e sgridato. Sono stata sveglia a fatica durante la messa solenne, mi sono commossa alla premiazione della ginnastica, malgrado l’assenza della piccola sul podio.

Ho visto con fidanzato e figli un film che racconta una storia d’amore diversa, anche se poi non esistono storie d’amore uguali, mentre la mezzana copriva gli occhi alla piccola nelle scene inadatte.

Sono stata seduta sul divano per pochi attimi, in compagnia di un libro che parla del rimpianto di essere madre e porta riflessioni scomode ma profonde.

Il tempo è un concetto relativo.

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Carnevale o quaresima, per me è la medesima (cit)

“Visto mami? Tutto è bene ciò che finisce bene!”

“Beh, insomma, bene…”

“Certo! Ho finalmente il mio travestimento da Jumanji! Che ci voleva?”

“Che ci voleva?? Scherzi vero? Hai idea di cosa c’è voluto per trovare una salopette a febbraio? Persino Amazon s’è fatto una risata”

“Ma tu l’hai trovata mami”

“Certo, negli ultimi saldi di un centro commerciale e peccato per la taglia: in una xxs si entra dopo che si è morti da almeno un paio d’anni”

“Però io ci sono entrata alla fine, no?”

“Vero, perché abbiamo riempito di asciugamani tutta la salopette per allargarla. Alla fine stava su da sola e sembrava una persona senza testa. Era inquietante”

“Però è stato divertente metterla seduta in camera di mio fratello. Gli è preso un colpo”

“Quello sì, lo ammetto. Però poi con la ricerca della camicia a scacchi…”

“Quella del nonno Sergio come vedi è andata benissimo. Non sembrava così vecchia, anche se aveva trent’anni”

“Già. Ringraziamo il nonno e soprattutto la nonna, che non butta via niente come gli accumulatori seriali”

“Vedi che ho ragione? E poi la parrucca era carina”

“Sì, ma tu non l’hai messa! Le avevamo fatto pure le trecce”

“Perché a scuola mi hanno detto che i miei capelli sembravano già quelli di Judy!”

“Ma te lo avevo detto anch’io, mi pare”

“Non è la stessa cosa”

La piccola è riuscita a travestirsi da personaggio di Jumanji in tempo per la sfilata a scuola.

Nonostante abbia trattenuto il respiro tutta la mattina a causa della salopette troppo stretta e abbia visto le sue compagne con travestimenti degni del carnevale di Venezia, pare si sia divertita parecchio.

Io di più, perché è finita.

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