L’insostenibile gentilezza dell’essere

L’insostenibile gentilezza dell’essere

La vicina-amica che corre in tuo soccorso, mentre imprechi contro il Dio dei copri divani, che infili da una parte e esce dall’altra. E dire che su Amazon sembrava così facile, mentre lei riesce con pochi gesti e un sorriso a sistemarlo.

Il “vada pure signora, non fa niente” detto dal finanziere che ti ha trovato senza documenti ma miracolosamente ti crede quando dici che abiti proprio lì dietro e stavi andando a prendere tua figlia a scuola e sei anche terribilmente in ritardo.

La signora alla cassa che ti lascia passare perché “cara, vai che hai meno cose di me” ma è solo apparenza, perché le sue poche cose sono appoggiate ordinatamente nel carrello mentre le tue sono in precario equilibrio tra i denti e le braccia.

Il tè posato sul tavolo dal primogenito, che pare non volesse nulla in cambio quando ha detto “tieni mother, mi sembravi stanca”

Tre persone che ti salutano in momenti diversi e tu non sai chi siano ma loro evidentemente sì, e allora ti prendi quei sorrisi e ricambi.

Delle parole inaspettate, arrivate con lo squillo di un messaggio, a scaldare una giornata fredda, dentro e fuori.

Il meccanico che sta per chiudere ma “mica ti posso far andare in giro così, porta dentro ‘sta macchina che diamo un occhio a quella gomma, va” e nel tempo di un caffè della macchinetta ripara il riparabile.

La gentilezza è terapeutica, va praticata con costanza, senza misura né parsimonia.

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Mali di stagione

Le proteste sono cominciate la mattina presto, dapprima con dei lievi malumori per arrivare a un sit in di protesta in salotto.

Il primogenito, laureatosi in medicina probabilmente nella notte, solo con uno sguardo ha decretato la buona salute della sorella. La mezzana ha avuto almeno la decenza di posarle una mano sulla fronte per sentire la temperatura. Anche in questo caso la diagnosi è stata di assoluto benessere.

Nonostante il parere di tali e illustri luminari ho deciso comunque di tenere a casa da scuola la piccola, attirandomi le ire funeste dei due grandi.

“Te ne accorgerai! La verità verrà a galla” sono state le ultime parole pronunciate dal primogenito prima di correre a prendere il pullman.

La piccola derelitta, col naso rosso e gocciolante e un sorriso soddisfatto si è accomodata nel lettone, col gatto accoccolato ai suoi piedi.

Ha guardato in silenzio il dvd di una storia antica, che racconta il più famoso esodo della storia, si è interrogata sulle migrazioni e ha deciso che scappare dalla propria terra è doloroso, e devi avere proprio tanta paura se decidi di farlo.

Rinvigorita da una colazione con un numero illegale di gocciole, ha chiesto e ottenuto che le fosse letto un libro sugli animali, suo argomento preferito nonché attuale ossessione.

Ormai definitivamente in forze è approdata in cucina, dove ha affondato le mani nell’impasto degli gnocchi, rotto le uova per i muffin e leccato la ciotola prima che la lavassi.

Il tutto senza smettere di parlare, raccontare e raccontarsi.

Ho scoperto così che lunedì prossimo sarà una buona giornata perché il maestro di musica non ci sarà, che la sua amica del cuore le manca tanto perché è in ospedale a fare delle cure, che non ha più un colore preferito perché dipende dall’umore, mica dal colore.

A pochi minuti dall’arrivo dei fratelli ha smesso i panni di bambina felice per vestire quelli di malata e sofferente. Avvolta nel mio scialle preferito si è seduta sul divano, circondata da pacchetti di fazzoletti di carta e dall’immancabile felino. E ha cominciato a tossire.

Un Oscar, subito.

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Relax, don’t do it (cit)

Accade con la frequenza della congiunzione di tre pianeti, il passaggio della cometa di Halley e l’eclissi solare totale.

È raro, non ha incidenza statistica, ma accade.

Succede di trovarsi un sabato sera, al ritorno dal lavoro, a casa da sola.

All’improvviso ti assale un pensiero, ti avvolge una visione.

La spaziosa vasca da bagno di casa potrebbe non servire solo per le nuotate della piccola con le sue Barbie, e nemmeno essere esclusiva per le infinite abluzioni della mezzana.

La spaziosa vasca potrebbe trasformarsi in un’oasi profumata e vaporosa di benessere.

Certo, quei sali da bagno sulla mensola fanno parte dell’arredamento da un po’, ma mica scadono, giusto?

Senza esitazione regoli l’acqua, versi i sali che scendono in un unico blocco, ma pazienza sarà più profumato e schiumoso, no?

Entri con cautela e aspettative, pregustando il tuo momento di rilassante benessere, e quando finalmente sei avvolta nel calore, il vapore e il profumo, senza che nessuno irrompa urlante, con richieste e bisogni, ti senti così.

Proprio come in un film dell’orrore, di quelli che guardavi da ragazzina dove la protagonista si trovava in casa da sola.

E mentre ti aspetti che facciano la loro comparsa Freddy Krueger, Belfagor e Pennywise a offrirti un palloncino rosso, un rumore di vetri rotti ti fa sobbalzare nella vasca. Le le peggiori fantasie prendono forma, agguanti l’accappatoio e ti dirigi in cucina, armata solo dell’asciugamano di Masha e l’orso, sbiadito ricordo dell’infanzia di piccoletta. La scena che ti si para davanti agli occhi è in effetti degna del migliore film dell’orrore, con una chiazza rossa che si allarga sul pavimento. Nessun corpo riverso, a esclusione di quello tracagnotto del gatto seduto a osservare placidamente i resti della passata di pomodoro, con lo sguardo innocente di chi si chiede come sia potuto succedere.

Sollevata e gocciolante decidi di ignorare il disastro e tornare al tuo hammam improvvisato, ma non fai in tempo a ritrovare il benessere perduto che un suono rompe il silenzio. È il cellulare. In cucina. Lo ignori. Smette. Riprende. Ancora e ancora. Sconfitta da tanta urgenza e insistenza esci -per sempre- dalla vasca e corri a rispondere.

“Mother, finalmente! Ti volevo chiedere: mi fai una ricarica? Ho quasi finito il credito. Ah, ciao”

Giusto così. Si sa, il bagno caldo abbassa la pressione e il vapore peggiora la couperose.

Meglio una doccia veloce.

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La candidata

In macchina, nel consueto tragitto casa-oratorio del venerdì pomeriggio.

“Mami, sai cosa farei io se sarei a capo della lombardia?”

“Se io fossi”

“no, parlo di me non di te”

“intendo dire che la forma esatta è ‘se fossi capo della lombardia’”

“vabbè, fai come vuoi. Comunque sai cosa farei?”

“Dimmi tutto”

“comincerei dalle scuole. Si entra alle 11.00 e si va a casa per le 11.30. i carboidrati si possono mangiare pranzo e cena, e anche i budini. Se una famiglia desidera avere un cane, è autorizzata a prenderlo. Le mamme devono lavorare tre giorni la settimana al massimo. I compiti si fanno a scuola, al pomeriggio si è tutti liberi. La tessera della biblioteca obbligatoria. Il catechismo facoltativo. Le lasagne come piatto tipico”

“accidenti, un bel programma elettorale, hai le idee chiare”

“sai che dalla finestra della mia classe si vede il sindaco? sta con tutta la faccia sui cartelloni, e la maestra dice che le mette ansia e si sente osservata, e allora tira le tende così non ci guarda più. Peccato perché lui sorride sempre, mica come la maestra”

“Forse perché lui non deve stare in classe con coi tutte quelle ore”

“Vedi che la pensi come me? A scuola solo dalle 11.00 alle 11.30! Mi voteranno tutti, anche la maestra”

Candidati tutti, sono desolata.

Sarà per un’altra volta.

Il programma elettorale della piccola, al netto dei congiuntivi, non ha rivali.

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Pag.148, es 13

Scrive sulle note del cellulare compulsivamente, forse perché presa dal sacro fuoco delll’autore o per tenere comunque il telefono fra le mani senza essere sgridata.

Controlla i compiti sul diario, sorride felice e si sdraia sul divano.

“Ma non devi fare niente?”

“Oggi no”

“Veramente anche ieri”

“Si vede che sono fortunata”

“Forse potresti leggere. Ho giusto qui un bel libro…”

“Se mi vuoi punire fallo, ma non essere così crudele”

Lui arranca su un lunghissimo ripasso di italiano in vista della verifica del giorno dopo, prende a testate il muro della cucina perché non capisce la matematica e medita di farla finita sul problema di fisica, un quesito semplice su una slitta di massa m=15,8 che è trascinata su un piano orizzontale statico pari a 0,1 e coefficiente di attrito dinamico pari a 0,08 da una muta di 30 cani, ciascuno dei quali, esercitando una forza massima di 50N è collegato a un sistema elastico in cui è presente una molla con costante elastica pari a K= 5000N/m che al mercato mio padre comprò.

La piccola scende dallo scuolabus riprendendo con toni severi l’accompagnatore, reo di avere per sbaglio spinto una bambina.

“Le donne non si picchiano, capito?”

“Piccola andiamo a casa, che se dici un’altra parola domani ti abbandona in autostrada invece che portarti a scuola”

“Fa niente, non si può passarci sopra”

Poi arriva a casa, mangia il suo pranzo, un pezzo di quello della sorella e si imbosca in camera a giocare con le Barbie.

“Scusa, ma i compiti?”

“Mami, i bambini hanno bisogno anche di giocare, sai? La fantasia rinforza la mente”

Qui mi sa che gli unici ad aver voglia di far qualcosa sono i cani da slitta.

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Winnie-the-Pooh

Ha due anni, occhi grandi socchiusi, una cascata di capelli ricci e il respiro affannato della febbre alta.

È seduta sulle mie gambe, la schiena sul mio petto, la testa appoggiata sotto il mio mento.

Tiene il braccino disteso, per farsi massaggiare l’incavo del gomito.

È tranquilla, come non accade mai a lei, il mio piccolo Diavolo della Tasmania, che trasforma quello che tocca in cocci, che tutto smonta e tutto travolge.

È silenziosa, la mia chiacchiera ambulante, che non smette di parlare anche se ancora non sa farsi comprendere.

È assorta, col ciuccio in bocca, mentre guarda rapita in televisione le avventure di un orsetto nel magico bosco dei cento acri, e le sue avventure gli amici. L’asinello, la tigre, il maiale, il canguro e il bambino.

Dieci anni dopo.

È sdraiata accanto a me nel lettone, anche se i suoi piedi arrivano più in fondo dei miei.

Tiene la testa piegata per appoggiarsi nell’incavo del mio collo, e un braccio disteso da farsi accarezzare.

I capelli lunghi e mossi insolitamente sciolti, perché è malata e non deve andare da nessuna parte.

Tira su col naso e cerca il pacchetto di fazzoletti perso tra le coperte.

Sul comodino il cellulare spento, ché le sue amiche sono a scuola, sulle ginocchia il mio computer, nello schermo un film.

Nel silenzio della casa vuota la storia di quel bambino, che ha ispirato il padre per creare il celebre orsetto.

Pochi boschi incantati, una madre distratta, un padre che ama senza farsene accorgere.

“La mia infanzia è stata bella, il difficile è stato crescere” dice il bambino ormai grande.

La mezzana ascolta e annuisce.

Poi guarda me e sorride.

E io penso all’onore di esserci, nella fatica del crescere.

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Da lunedì palestra

La musica altissima, come la ascoltavo una volta in discoteca, così tanto tempo fa da sembrare la vita di un’altra.

Le urla di incitamento dell’istruttrice, biondissima valchiria col gluteo scolpito e l’addominale assassino, che riesce a coordinarsi, saltellare, correre senza versare una goccia di sudore nemmeno tra le lunghe ciglia finte.

Un gruppo di donne ricoperte di lycra fluorescente e qualche chilo di troppo, che volteggiano sgraziate nelle file dietro, mentre ai primi posti ci sono delle ragazze così perfette da chiedersi cosa ci facciano lì, se madre natura è già stata così generosa.

Un enorme specchio che non concede sconti e tantomeno pietà.

Nella sala accanto file di tapis roulant abilmente affiancati, che permetterebbero a chi ci corre sopra di parlarsi mentre corre senza una meta, se solo ne avesse il fiato.

Poco più in lá un gruppetto di uomini coi bicipiti larghi come le mie gomme da neve, intorno a un ragazzo sdraiato su una panca che cerca invano di sollevare qualcosa di pesantissimo.

Macchinari strani e cigolanti disseminati ovunque, tappetini colorati dove donne eroiche slanciano le gambe di qua e di là.

L’attività fisica è un impegno, necessita di costanza e forza d’animo.

Ci vuole motivazione, convinzione e fatica.

Perché mens sana in corpore sano, in fondo.

O almeno così si direbbe guardandoli dalle vetrate, mentre cammino pacifica verso il salone del parrucchiere.

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Dica trentatré

Le pareti del centro sono di un verde acceso, come i prati irlandesi e la speranza.

Aspettiamo il nostro turno sulle sedie di plastica, quelle imbullonate al muro, sai mai che qualcuno se le porti via di ricordo.

Quando sente il suo nome la piccola si alza in piedi come un soldato chiamato dal generale e trotterella nello studio con la solita coda di capelli in disordine. Viene invitata a spogliarsi dietro un paravento ma fraintende e si infila tra i pannelli della tenda.

Una volta sul lettino mi rendo conto con orrore che ha ai piedi delle calze di quattro numeri più grandi, forse della sorella, dalle quali sbuca, sfrontato, il pollicione destro.

La giovane atleta viene misurata, pesata, legge letterine su un muro lamentandosi del freddo.

In sella alla cyclette chiede di poter fare una piccola pausa, magari per bere qualcosa.

Una volta appurato il suo stato di salute, si riveste in tutta fretta con la felpa al contrario e corre fuori, pronta per fare merenda.

E così, davanti a un cappuccino d’orzo e alla sua mamma esprime liberamente i suoi pensieri.

“Mami, finalmente è finita”

“Piccola, andiamo. Non è stata così tragica, in fondo abbiamo fatto in fretta”

“Certo, perché ho pedalato veloce”

“E perché i dottori sono stati bravi e puntuali”

“A me i dottori non piacciono, secondo me credono di sapere di più di noi”

“Beh, studiare medicina non è semplice, ti pare? È vero che sanno delle cose più di noi”

“Mami, ma come fanno a sapere davvero come sto io? Lo so meglio di loro! Il corpo è il mio!”

La piccola femminista cresce, in altezza, furbizia e purtroppo onnipotenza.

A volte la vorrei per me un po’ di quella convinta determinazione, pure con una calza bucata.

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Il mestiere di vivere

Li conosco da sempre, forse ancora da prima.

Da che sapevano solo piangere, quando non c’erano le parole e nemmeno i passi. Quando non stavano seduti da soli, l’unico cibo era il latte, le notti buchi neri da cui pareva di non uscire mai.

Ero lì quando sono rimasti in piedi il tempo sufficiente per non cadere, quando hanno tirato gli angoli della bocca in su nel primo sorriso, nella scoperta di avere i piedi e che erano buoni da mangiare. Sempre lì quando il passo è diventato una corsa, un salto e un’arrampicata.

C’ero a sentire suoni lallati trasformarsi in parole e a sentire quelle parole ripetute mille e mille volte ancora.

Ero lì quando hanno scavalcato il lettino e sono arrivati da me con la faccia del carcerato che è riuscito ad evadere e ora il mondo è suo.

C’ero per vedere la faccia buffa dopo avere assaggiato il gelato al limone e quella beata dopo il primo cucchiaio di cioccolata.

Ero lì per la prima pedalata, quando è comparso il primo dentino e quando è caduto, e ancora l’indomani a trovare la moneta lasciata dal topino.

C’ero la prima volta che hanno visto il mare e appoggiato i piedi sulla sabbia, per ritrarli subito.

Ero lì per le prime nuotate coi braccioli e il salvagente, all’incontro con le mucche, le galline e il pavone. Per il primo fiocco di neve sulla testa e sulla lingua.

C’ero per l’incanto dei pacchi sotto l’albero di Natale, della candelina soffiata col numero uno e due e tre e ancora.

Loro li conosco da poco, e sono tanto grandi da farsi la barba ma non abbastanza per guidare. Spesso arrivano da altri paesi e sono lontani dalle loro famiglie. Altre volte le loro famiglie sono vicine ma per tante ragioni è meglio che stiano lontane.

Li osservo e li accompagno nel percorso più faticoso, la crescita e l’autonomia.

Li guardo cadere e rialzarsi, provare e sbagliare, fare pensieri profondi e trasgredire, come ogni adolescente sperimenta.

Sono i miei figli, sono i bambini e ragazzi con cui lavoro.

Educare è una parola che ha un suono secco ma porta con sé un significato profondo e fecondo.

Nel variegato ventaglio di senso che le si può attribuire, l’azione dell’educare è in primo luogo un grandissimo privilegio. Essere testimoni di un cambiamento, una crescita, il formarsi di un’identità è uno spettacolo ineguagliabile.

Accompagnare per la vita o per un pezzo di strada, da genitori ma non solo.

Educare significa tirare fuori, ma forse è soprattutto un lasciar trovare.

La propria strada, un talento, delle possibilità.

Esserci, mentre tutto questo accade.

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Sembrava tanto una brava persona

Lunedì, mattina

“Non capisco, ero certo di averlo lasciato qui. Nel davanti della giacca. O nella tasca dei pantaloni. O sulla scrivania. Magari è caduto in macchina. Forse me l’hanno rubato. Vuoi vedere che è rimasto sul tavolino al bar? E se fosse in lavatrice? Giuro, non ho proprio idea, però non c’entro. L’abbonamento del pullman con la tessera è scomparso, è un mistero assoluto mother”

“Premetto che non è stata colpa mia perché non l’ho fatto apposta. In fondo sono cose che possono capitare, giusto? Alzi la mano chi non l’ha mai fatto! E comunque ti spiego. Eravamo ad Alassio per il torneo di pallavolo, ricordi? Bene. Io e la mia amica G stavamo giocando col cellulare, no non il nostro ma quello di S. E insomma, gioco io, no tocca a me e zac! Caduto. Sì, ma si è solo rotto il vetro. È che glielo avevano appena regalato. Come? Sì, certo che dobbiamo ripararglielo. Sono settanta euro, li paghiamo un po’ per uno però, mamma”

“Mami, ho bisogno dei colori nuovi. Sì, me lo ricordo che li abbiamo appena comprati. E anche della penna cancellabile blu. E nera. Fai anche rossa, va. E i refil, mi raccomando. La colla, la matita hb e la gomma quella che cancella le penne. No che non li ho persi, ovvio. Li ho prestati. Sono i compagni ad averli persi, o forse se li sono tenuti. Che poi tu mi dici sempre di essere gentile e prestare, giusto? Mammina? Perché fai quella faccia arrabbiata? Fratelli!!”

Mi ci vedo già, al telegiornale, dopo i delitti.

Diranno che sembravo tanto una brava persona, che ero sorridente e salutavo sempre.

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