Dica trentatré

Le pareti del centro sono di un verde acceso, come i prati irlandesi e la speranza.

Aspettiamo il nostro turno sulle sedie di plastica, quelle imbullonate al muro, sai mai che qualcuno se le porti via di ricordo.

Quando sente il suo nome la piccola si alza in piedi come un soldato chiamato dal generale e trotterella nello studio con la solita coda di capelli in disordine. Viene invitata a spogliarsi dietro un paravento ma fraintende e si infila tra i pannelli della tenda.

Una volta sul lettino mi rendo conto con orrore che ha ai piedi delle calze di quattro numeri più grandi, forse della sorella, dalle quali sbuca, sfrontato, il pollicione destro.

La giovane atleta viene misurata, pesata, legge letterine su un muro lamentandosi del freddo.

In sella alla cyclette chiede di poter fare una piccola pausa, magari per bere qualcosa.

Una volta appurato il suo stato di salute, si riveste in tutta fretta con la felpa al contrario e corre fuori, pronta per fare merenda.

E così, davanti a un cappuccino d’orzo e alla sua mamma esprime liberamente i suoi pensieri.

“Mami, finalmente è finita”

“Piccola, andiamo. Non è stata così tragica, in fondo abbiamo fatto in fretta”

“Certo, perché ho pedalato veloce”

“E perché i dottori sono stati bravi e puntuali”

“A me i dottori non piacciono, secondo me credono di sapere di più di noi”

“Beh, studiare medicina non è semplice, ti pare? È vero che sanno delle cose più di noi”

“Mami, ma come fanno a sapere davvero come sto io? Lo so meglio di loro! Il corpo è il mio!”

La piccola femminista cresce, in altezza, furbizia e purtroppo onnipotenza.

A volte la vorrei per me un po’ di quella convinta determinazione, pure con una calza bucata.

Informazioni su BarbaraB.

Educatrice e mamma, preparatissima sulla teoria e un po' meno efficace nella pratica. Per tentativi ed errori vado avanti, con un carico di ironia come antidoto alle quotidiane fatiche educative.
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