Il mestiere di vivere

Li conosco da sempre, forse ancora da prima.

Da che sapevano solo piangere, quando non c’erano le parole e nemmeno i passi. Quando non stavano seduti da soli, l’unico cibo era il latte, le notti buchi neri da cui pareva di non uscire mai.

Ero lì quando sono rimasti in piedi il tempo sufficiente per non cadere, quando hanno tirato gli angoli della bocca in su nel primo sorriso, nella scoperta di avere i piedi e che erano buoni da mangiare. Sempre lì quando il passo è diventato una corsa, un salto e un’arrampicata.

C’ero a sentire suoni lallati trasformarsi in parole e a sentire quelle parole ripetute mille e mille volte ancora.

Ero lì quando hanno scavalcato il lettino e sono arrivati da me con la faccia del carcerato che è riuscito ad evadere e ora il mondo è suo.

C’ero per vedere la faccia buffa dopo avere assaggiato il gelato al limone e quella beata dopo il primo cucchiaio di cioccolata.

Ero lì per la prima pedalata, quando è comparso il primo dentino e quando è caduto, e ancora l’indomani a trovare la moneta lasciata dal topino.

C’ero la prima volta che hanno visto il mare e appoggiato i piedi sulla sabbia, per ritrarli subito.

Ero lì per le prime nuotate coi braccioli e il salvagente, all’incontro con le mucche, le galline e il pavone. Per il primo fiocco di neve sulla testa e sulla lingua.

C’ero per l’incanto dei pacchi sotto l’albero di Natale, della candelina soffiata col numero uno e due e tre e ancora.

Loro li conosco da poco, e sono tanto grandi da farsi la barba ma non abbastanza per guidare. Spesso arrivano da altri paesi e sono lontani dalle loro famiglie. Altre volte le loro famiglie sono vicine ma per tante ragioni è meglio che stiano lontane.

Li osservo e li accompagno nel percorso più faticoso, la crescita e l’autonomia.

Li guardo cadere e rialzarsi, provare e sbagliare, fare pensieri profondi e trasgredire, come ogni adolescente sperimenta.

Sono i miei figli, sono i bambini e ragazzi con cui lavoro.

Educare è una parola che ha un suono secco ma porta con sé un significato profondo e fecondo.

Nel variegato ventaglio di senso che le si può attribuire, l’azione dell’educare è in primo luogo un grandissimo privilegio. Essere testimoni di un cambiamento, una crescita, il formarsi di un’identità è uno spettacolo ineguagliabile.

Accompagnare per la vita o per un pezzo di strada, da genitori ma non solo.

Educare significa tirare fuori, ma forse è soprattutto un lasciar trovare.

La propria strada, un talento, delle possibilità.

Esserci, mentre tutto questo accade.

Informazioni su BarbaraB.

Educatrice e mamma, preparatissima sulla teoria e un po' meno efficace nella pratica. Per tentativi ed errori vado avanti, con un carico di ironia come antidoto alle quotidiane fatiche educative.
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