Lentamente scivola

Il sabato si è accavallato sulla domenica, che è scivolata veloce forse spinta dal vento freddo della Siberia.

È arrivata la neve, la presentazione del libro con tutte le emozioni che si porta appresso, le facce amiche sedute davanti, quelle amate a fianco.

È arrivato il lavoro la domenica mattina, accanto a un lago dalle rive bianche, la spesa dimenticata il pomeriggio, la biancheria da stirare la sera.

Quella però temo rimarrà nel cesto.

È arrivato il grande con la parafrasi di epica “ma hanno fatto tutto questo casino per una donna? Bah”, col pomeriggio di magia e la sera di arbitraggio, come consueto. È arrivato di corsa in bicicletta sotto i fiocchi di neve per vedere giocare i compagni di squadra, ha ripetuto qualche frase in inglese non meglio identificata e si è fatto accompagnare all’ennesimo torneo, questa volta di piccoli, da arbitrare.

È arrivata la mezzana, che ha trovato il coraggio di saltare una volta sotto la rete e ha battuto l’ultimo punto vittorioso della partita. Non è arrivata con i compiti ed è stata costretta a studiare geografia, nostra materia preferita (!)

È arrivata la piccola, che ha rinunciato al tanto desiderato corso di trampolino per andare alla festa della sua cara amica, dove si è divertita come non capitava da un po’. “Mami, abbiamo giocato a Nascondaino, un nascondino che si fa in coppia. Io e V. Ci siamo nascoste nella doccia e abbiamo stravinto”

È arrivata coi compiti di musica, flagello e piaga della famiglia, per i quali è stata assoldata a costo zero la sorella maggiore. È arrivata troppo vicina alla teglia di lasagne donataci ieri, che è stata dunque nascosta.

È arrivato il gatto a chiedere da mangiare, di uscire, di bere, di rientrare.

È quasi arrivato il lunedì, per fortuna.

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E tu, quale super potere hai?

In principio accorrevo fulminea, lasciando qualunque cosa stessi facendo, dal risotto che attaccava sul fondo della pentola al gatto a bocca aperta davanti alla bustina chiusa di pappa.

Quando dalla stanza del primogenito proveniva un’esclamazione acuta seguita da un ‘non ci posso credere’ carico di pathos e strilli che non si capiva fossero di tripudio o disperazione, mi precipitavo a scoprire la causa di tanto sconvolgimento per sentirmi dire ‘ommioddio è uscita la nuova canzone di Sfera, figo”

Col tempo ho imparato a distinguere intonazione, intensità e decibel e ho continuato a girare il cucchiaino nella tazza del tè senza scompormi.

Se in passato intervenivo al primo sentire di litigio tra i fratelli, mediando e facendo pacatamente ascoltare l’uno le ragioni dell’altro, oggi attendo che scorra il sangue prima di interromperli, mentre piego serafica la biancheria pulita.

Mi basta uno sguardo per capire se la piccola sta correndo troppo veloce con lo zaino sulle spalle e rischia di inciampare.

È sufficiente annusare l’aria in casa al rientro del lavoro per capire se la mezzana s’è fatta due uova strapazzate per merenda, la piccola ha mischiato colla e detersivo per i suoi esperimenti e il grande non ha svuotato il borsone dell’allenamento.

Riconosco l’arrivo di un’influenza da un colpo di tosse qualunque e quello dei pidocchi da una grattata distratta alla testa.

Mi accorgo del loro umore da come appoggiano la cartella per terra dopo la scuola, da un tono di voce appena diverso dal solito, dalla musica che ascoltano -a parte il primogenito, lui ascolta solo porcherie- dai libri che leggono -a parte la mezzana, che legge solo chat su whatsapp- dal silenzio della piccola, lei che zitta non sta mai.

Francamente mi sorprende che la Marvel non mi abbia ancora proposto il ruolo di super eroe.

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Di stupore in meraviglia

“Ma davvero? Caspita, non ci era mai capitato”

“C’è sempre una prima volta, dice la mamma”

“Beh, ha ragione. E posso dire anche che è una sorpresa, anche se sono qui da tanti anni. È bello stupirsi nella vita, sai?”

“Oh sì, anche io mi stupisco quando vengo qua. E sono anche tanto contenta”

“Ma che meraviglia, mi stai facendo commuovere. Ce ne fossero di più di persone come te. Allora, queste sono le nostre proposte. Ci sono i quaderni, i portachiavi, e tante altre cose. Guardale bene, se vuoi la mamma può fotografarle e poi a casa le osservi bene e decidi”

“Mmm…non ne ho bisogno, grazie. Vorrei quello”

“Piccola, non vuoi prenderti un po’ più di tempo? Non abbiamo fretta”

“No no mami, sono sicura. Mi sembra il regalo più bello. Prendiamo questo”

“Va bene, la scelta spetta a te. E ne hai fatta una ottima”

“Vero! Facciamo così, questi li ritiri appena sono pronti. Adesso ti regalo una penna da portare a casa. Vedi? C’è il disegno e il nostro logo”

“Grazie! Allora torno presto, quando è il mio turno”

La piccola ha scelto, con compostezza e senza esitazione.

Come ai suoi fratelli prima, le è stata data facoltà di scegliere a chi destinare le bomboniere della sua prima comunione.

E visto che a casa non amiamo particolarmente animaletti di Swarovski, zuccheriere di ceramica e angioletti in terracotta abbiamo pensato che un dono ben si sposa con un’occasione tanto importante.

La scelta del primogenito era stata l’Avis -mamma, sono anemico, mi pare giusto- per la mezzana l’ospedale pediatrico -ci sono nata, è importante.

La piccola non ci ha pensato su nemmeno un attimo.

E siamo andate al canile.

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Quando l’allieva supera la maestra

“È inutile, non ci capisco niente di musica. Non fa per me. E poi il flauto non funziona, io ci soffio dentro ma non fa un bel suono. Dobbiamo comprarne un altro”

“Ah, sorellina di poca fede! Vieni con me e ti aiuterò. Tra l’altro il prof lo dice sempre che sono portata per la musica”

“E perché non suoni mai la pianola allora?”

“Shhhhhhh! Ho perso il caricatore, ma non dirlo alla mamma”

“Va bene, allora mi aiuti? Ti prometto che dirò alla mamma di farti un bellissimo regalo”

“Ti aiuto, ma vedrai che lei dirà ‘il tuo regalo è un abbraccione della mamma’ con la vocina coccolosa”

Un’ora di strazio più tardi.

“Mami mami mami devi sentire come sono brava. Ho imparato le canzoni col flauto. Mia sorella è una maestra meravigliosa e mi ha aiutato tantissimo”

“Ah, ecco, mi era sembrato di aver sentito qualcosa. Dai, ascoltiamo”

“Sì però è stata davvero brava e paziente, mi ha dato il tempo, scritto le note e poi mi ha fatto vedere come mettere le dita sul flauto”

“Bene! Sono contenta di questa solidarietà tra sorelle”

“Beh, non credi che si meriti un premio pazienza?”

“Sì, hai ragione. Avrà un super abbraccione della mamma”

“Ehm…i tuoi super abbraccioni sono bellissimi ma…non so…pensavo…magari stasera la sua amica S. può fermarsi a dormire da noi, così lei sarà felice”

“Amore, ti ha aiutata a suonare il flauto, non ti ha donato un rene. Direi che baci e abbracci sono sufficienti”

“Ma mami…”

“No. Stasera non dorme qui nessuno”

“Ma non capisci? È un piano perfetto! La sua amica dorme nel mio letto, e io dormo con te! Bello, vero?”

“Amore, dormire con te è un esperienza ai confini della realtà. Ti giri e rigiri, rubi le coperte e al mattino mi sveglio sempre coi tuoi piedi sulla faccia. No, grazie”

“Ah si? L’hai voluto tu. E allora io suono. Musica, maestro!”

Ho usato per troppo tempo il ricatto come strumento educativo.

Ben mi sta.

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Tempus fugit

Il primogenito è andato a scuola, anche se per due ore soltanto tra scioperi e supplenze.

Ha arbitrato una partita complicata, sotto l’effetto di un raffreddore di quelli da ricordare, col timore di starnutire nel fischietto.

Ha trascorso il sabato sera di carnevale a una silent disco in oratorio, mascherato da nulla come suo solito, rincasando ben oltre la materna resistenza.

La mezzana ha preparato la piccola per l’interrogazione di musica, con una pazienza mai vista e un’attitudine all’insegnamento senza precedenti.

Si è fatta comprare gli spray per colorare i capelli ma poi è uscita al naturale, con la sua amica S, per festeggiare il carnevale in piazza. Ha studiato tedesco e nascosto i compiti di grammatica, coccolato il gatto e giocato una partita di pallavolo.

La piccola ha suonato il flauto come non ci fosse un domani, cosa che ha seriamente rischiato. È andata al canile per adempiere al suo dovere da volontaria e partecipato alla gara di qualificazione di ginnastica artistica, senza qualificarsi. Ha ritirato l’icona pellegrina durante la messa solenne e l’ha sistemata con tutti gli onori sul tavolo della sala.

Io ho accompagnato e ripreso, lavato, cucinato e sgridato. Sono stata sveglia a fatica durante la messa solenne, mi sono commossa alla premiazione della ginnastica, malgrado l’assenza della piccola sul podio.

Ho visto con fidanzato e figli un film che racconta una storia d’amore diversa, anche se poi non esistono storie d’amore uguali, mentre la mezzana copriva gli occhi alla piccola nelle scene inadatte.

Sono stata seduta sul divano per pochi attimi, in compagnia di un libro che parla del rimpianto di essere madre e porta riflessioni scomode ma profonde.

Il tempo è un concetto relativo.

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Carnevale o quaresima, per me è la medesima (cit)

“Visto mami? Tutto è bene ciò che finisce bene!”

“Beh, insomma, bene…”

“Certo! Ho finalmente il mio travestimento da Jumanji! Che ci voleva?”

“Che ci voleva?? Scherzi vero? Hai idea di cosa c’è voluto per trovare una salopette a febbraio? Persino Amazon s’è fatto una risata”

“Ma tu l’hai trovata mami”

“Certo, negli ultimi saldi di un centro commerciale e peccato per la taglia: in una xxs si entra dopo che si è morti da almeno un paio d’anni”

“Però io ci sono entrata alla fine, no?”

“Vero, perché abbiamo riempito di asciugamani tutta la salopette per allargarla. Alla fine stava su da sola e sembrava una persona senza testa. Era inquietante”

“Però è stato divertente metterla seduta in camera di mio fratello. Gli è preso un colpo”

“Quello sì, lo ammetto. Però poi con la ricerca della camicia a scacchi…”

“Quella del nonno Sergio come vedi è andata benissimo. Non sembrava così vecchia, anche se aveva trent’anni”

“Già. Ringraziamo il nonno e soprattutto la nonna, che non butta via niente come gli accumulatori seriali”

“Vedi che ho ragione? E poi la parrucca era carina”

“Sì, ma tu non l’hai messa! Le avevamo fatto pure le trecce”

“Perché a scuola mi hanno detto che i miei capelli sembravano già quelli di Judy!”

“Ma te lo avevo detto anch’io, mi pare”

“Non è la stessa cosa”

La piccola è riuscita a travestirsi da personaggio di Jumanji in tempo per la sfilata a scuola.

Nonostante abbia trattenuto il respiro tutta la mattina a causa della salopette troppo stretta e abbia visto le sue compagne con travestimenti degni del carnevale di Venezia, pare si sia divertita parecchio.

Io di più, perché è finita.

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Il terrore corre sul filo

Sul treno.

Il Kindle acceso su un bel libro, un finestrino poco pulito che lascia intravedere una giornata luminosa e azzurra. Persone che sonnecchiano, guardano il cellulare o chiacchierano.

Il suono di un telefono, il mio.

La faccia sorridente della mezzana sullo schermo, è passata da poco l’ora in cui esce da scuola.

Rispondo. Dall’altra parte un pianto convulso, singhiozzi, parole incomprensibili.

Panico. Paura.

Le deve essere successo qualcosa. La chiamo, non risponde e piange. Alzo la voce, le altre persone mi guardano. Lei continua a piangere e io penso come fare per scendere dal treno e tornare indietro. Forse sta male, o c’è qualcuno a casa? Tra un sospiro e un singhiozzo si comincia a capire qualche parola.

Piatto, lasagna.

“Lui…è successo ancora (pianto), è arrivato prima e si è mangiato (singulto) il piatto di lasagne che c’era nel forno…era mio”

“Ossignore, grazie. Stai bene? Mi hai fatto prendere uno spavento”

“No che non sto bene, ho fame e lui si è…”

“….mangiato la lasagna. Sì, ho capito ma stai tranquilla e smetti di piangere che in frigorifero ce n’è un altro piatto”

“No che non c’è”

“Sì, ti assicuro, l’ho messo io stamattina”

“Non c’è più perché quando ho aperto il frigo ero arrabbiata e per sbaglio ho fatto cadere il piatto, che è precipitato sulla ciotola del gatto e mio fratello mi ha preso in giro tutto il tempo”

“Non ci credo. Va bene ascolta, con te e tuo fratello faccio i conti appena arrivo a casa. Se guardi bene in frigo vedrai che c’è una teglia di lasagne, non morirai di fame”

“Davvero? Ah bene ciao ciao mamma”

E chiude la comunicazione.

Mi tremano le mani, ho la nausea e la tachicardia.

La gente riprende a chiacchierare appena alzo gli occhi dallo schermo.

La signora indiana avvolta in un coloratissimo sari, seduta di fronte, mi fissa compassionevole.

“Sai cosa si dice al mio paese? I figli sono i chiodi sulla nostra bara”

Mi sa che al suo paese hanno ragione.

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Così

Il colloquio coi professori della mezzana, che ti inquieta sempre un po’, forse perché tocca sedersi dall’altra parte della cattedra e risentire la madre di tutte le raccomandazioni “ha le capacità ma non si applica”, che per uno strano karma ritorna nella tua vita anche se stavolta non ne sei la destinataria.

Le ormai prossime gare di ginnastica artistica della piccola, in trepidante attesa di esibirsi col body scintillante e i capelli tirati sulla testa. Che desidera una vittoria quanto il Papa la pace nel mondo, con uguali probabilità di ottenerla.

Il primogenito umorale e molesto, che mi trascina sulle montagne russe dell’adolescenza, io che vomito pure sul bruco mela. Che vorrebbe le scarpe di marca, la vacanza in Inghilterra, il motorino e probabilmente la luna, se fosse firmata Gucci.

Una settimana che si preannuncia impegnativa, con tanti chilometri da fare e persone da incontrare, mille incastri da quadrare.

La fatica che ti sta addosso, come un vestito troppo stretto che non vedi l’ora di togliere la sera ma la sera non arriva mai.

Sarà la voglia di stare seduta col sole sulla faccia, gli occhi chiusi e i pensieri anche.

Sarà che il conforto passa anche dai carboidrati, ma la tua glicemia non si lascia corrompere.

Sarà il desiderio del silenzio quando abiti nel rumore, di solitudine quando sei circondata da una folla.

Sarà che non si è mai contenti, che mai sembra abbastanza.

Ma speriamo che la primavera arrivi presto.

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A carnevale ogni fuga vale

“Mami, una bella notizia!”

“Meno male, piccola, ci voleva. Il piccolo gatto pensa che io sia la sua fidanzata ed è tutta la mattina che mi tende agguati e miagola la sua straziante canzone d’amore”

“Non ho capito ma fa niente. Allora, la vuoi sentire la bella notizia?”

“Certo! Dimmela! Maledetto felino, stammi lontano”

“Allora: ho deciso come vestirmi a carnevale”

“Mannaggia la morte il carnevale. È già ora? Ma se l’altro ieri era Natale? No vabbè, ma non c’è tregua. Ok, è tutto sotto controllo. Da cosa ti vorresti travestire?”

“Jumanji!”

“Cosa?”

“Da Jumanji, no? Il gioco, il film, chiamalo come vuoi”

“E come diavolo si fa a vestirsi da Jumanji?”

“E io che ne so? Sei tu la mamma. A scuola hanno detto così, e così noi faremo”

“Mi stai prendendo in giro vero? Perché passi per l’anno di Expo quando ci si doveva vestire da uovo all’occhio di bue…”

“…e tu non sapevi come cucirlo e mi hai vestito da principessa”

“Ma tu sei la mia principessa, no? E vogliamo di parlare dell’anno dei Minion?”

“Quando mi hai messo la salopette vecchia di mio fratello e tutti mi chiedevano se ero vestita da super Mario”

“E l’anno scorso?? Ne vogliamo parlare dell’anno scorso? Il tema era le fiabe e tu eri una splendida Malefica”

“Mio fratello diceva che ero un Teletubbies!!”

“Adesso basta. Gatto pazzo, spostati! Ci penseremo, tanto c’è ancora tempo”

“Certo, mami, è solo per giovedì”

Giovedì. Questo, giovedi.

Addio.

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Amico mio

Caro Facebook,

Io non so se sia vera la storia del cambio di algoritmo ma tant’è, visto che di algoritmi capisco ancora meno che di problemi di fisica con mute di cani, assi inclinati e forze opposte.

So però che questa mattina mi sono svegliata con la bellezza di cento quarantadue richieste di amicizia, provenienti dalla più svariata umanità.

C’è Ahmed, di Tunisi, foto profilo una mitragliatrice, una serie di immagini di micetti e pulcini, lingua utilizzata: arabo.

C’è Luigi, pensionato di Casoria, precedentemente impiegato presso i cazzi miei che condivide angeli. Quelli di Victoria’s Secret, però.

C’è Amelié, procace bruna parigina, con un vestitino che nulla lascia all’immaginazione e una frase che toglie ogni dubbio: ti farò impazzire, scrivimi in chat.

C’è Ugo, che posta solo i suoi selfie in bagno, uno ogni mattino. Sullo sfondo piastrelle beige, un doccia schiuma Badedas confezione gran risparmio e una spugna a forma di Spongebob.

C’è Bettina, che propone un dimagrimento rapido ma dalla foto si direbbe che non l’abbia ancora provato.

C’è Swami, estetista con la passione del paranormale che tra una passata di smalto e uno strappo di ceretta ti rivela se incontrerai il grande amore.

C’è Tommaso, impiegato presso me stesso e laureato all’università della vita, in una relazione aperta ma complicata (forse perché lei lo prende a mazzate quando lui si apre?) che tra un fiasco di vino e un crocefisso ci fa sapere cosa pensa dell’attuale politica italiana, con dovizia di particolari, un po’ meno di grammatica.

C’è Debora, terrapiattista.

Caro Facebook, direi che per oggi può bastare.

Ma anche per domani e i giorni a venire, va.

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