Tra mito e realtà

Non sono piccoli ma nemmeno grandi, fuori dall’infanzia ma ben lontani dall’essere adulti, né carne né pesce, si racconta.

E invece no, qualcosa sono, questi ragazzi e ragazze vestiti uguali con le cuffie nelle orecchie, il ciuffo sugli occhi  e il cellulare, le caviglie scoperte con la neve sotto i piedi, che abbiamo in casa, in classe o che incontriamo per strada.

L’adolescenza è un drago.

Grande, maestoso, pericoloso.

Nascosto, all’inizio.

Speventato dal suo potere, dal fuoco che sputa quando meno se lo aspetta.

Qui si sputano frasi, che bruciano come le fiamme. Parole che sanno di rivendicazione, affrancamento, polemica. Parole che mettono distanza come un fuoco che non scalda ma ustiona.

Il drago protegge qualcosa di molto prezioso.

Nella mitologia  il vello d’oro, i tesori, le principesse.

Nei ragazzi e le ragazze protegge l’adulto che sarà, ancora indefinito e incerto, e per questo così fragile. Protegge speranze, sogni, ambizioni, la costruzione di un sé che è solo un po’ più in là delle fondamenta.

Nel nuovo testamento il drago rappresenta il demonio. In Cina è portatore di saggezza e conoscenza.

Qui è l’alternanza di buono e cattivo, piccolo e grande, autonomo e dipendente, riconoscente e ingrato.

Custodisce paure silenziose e non dette,

un umore che vaga ondivago tra gli estremi, disorientando e stancando loro e chi li accompagna.

È l’inquietudine, il cambiamento e la metamorfosi.

Il drago ti protegge ma ti tiene rinchiuso, spesso lontano dagli altri, e per avvicinarti serve un’armatura, per non farsi male.

La religione ci racconta che i santi uccidono i draghi, mentre le sante li portano al guinzaglio.

E mente il drago resta un archetipo di paure nascoste, ci insegna che queste paure non vanno uccise ma maneggiate, addomesticate.

L’adolescenza è un drago, che può volare ma resta, che adesso occupa tutto lo spazio.

Aspettiamo che si rimpicciolisca, fino a stare in un angolo, mentre loro diventano grandi.

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Di fenicotteri e calcagni

In ordine sparso ma tutto nella stessa, drammatica, giornata

In farmacia, mentre aspetto che il poss mi restituisca il bancomat per andare a casa, colgo uno sguardo diverso sul volto del farmacista.

Inclina leggermente il capo e con voce bassa e suadente mi dice “signora, mercoledì sera la aspetto qui. C’è l’opportunità di misurare la densità del calcagno per individuare l’osteoporosi”

E così dicendo allunga mellifluo verso di me un opuscolo in bianco e nero, dove ancora sotto shock leggo i destinatari di questa entusiasmante campagna: le persone oltre i sessantacinque anni, le donne in menopausa e i casi di obesità grave.

Col tono di voce che riservo al primogenito dopo che ha preso quattro in fisica e ho già pagato le lezioni private, gli chiedo a quale categoria secondo lui dovrei appartenere per non farmi scappare questa succulenta misurazione del calcagno. Il disgraziato farmacista balbetta scuse sconclusionate e scompare per rispondere a un misterioso telefono mai squillato, salvandosi la vita.

Al supermercato.

Passeggiando tra le corsie la mia attenzione viene attirata da un portavasi da giardino, a forma di fenicottero. Così su due piedi e senza logica alcuna -non ho il giardino, odio le piante e i fenicotteri- decido che deve essere mio. Allungo la mano per prenderlo, ma lui sfugge, cade sopra al fenicottero accanto frantumandolo per finire sul televisore led trentadue pollici in offerta a centoquarantanove euro e novanta che si infrange sul pavimento dell’altra corsia.

La signora accanto a me prende il marito per la giacchetta intimandogli “Alfredo scappiamo, sennò pensano che siamo stati noi!”

Io resto pietrificata come era il fenicottero prima che cercassi di prenderlo.

Nel parcheggio, accendo la macchina quando un signore canuto mi bussa al finestrino. Abbasso sospettosa il finestrino e lui, garrulo, mi informa che ho un faro spento, il manico della borsa fuori dalla portiera e che forse è il caso di darle una bella lavata a questa macchina, eh.

Torno dalla mia friggitrice, che è meglio.

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Ehi, brother

Antefatto

Il figlio maggiore è un ragazzino dalle molte passioni e i più diversi interessi. Ama il basket, si allena, arbitra, fa magia con le carte, si interroga e ricerca.

Ma se dovessi scegliere la sua attività preferita, quella che occupa più spazio nei suoi pensieri, non avrei dubbi.

Dare fastidio alla sorella più piccola. Schivo e indifferente nei confronti della mezzana, nonostante li separino nemmeno due anni, il giovane primogenito rivolge tutte le sue più moleste attenzione alla piccola di casa. La cerca appena rientrato da scuola, la osserva mentre prova le ruote o gioca con le Barbie, si siede accanto a lei a tavola.

Più che amorevolezza fraterna parrebbe configurarsi il reato di stalking, ma tant’è.

La piccola reagisce a questa smodata e insistente attenzione con uno dei suoi cavalli di battaglia: le urla. Strilla quando lui le passa accanto e prova ad accarezzarle la pancia, ulula se sul divano vuole condividere la coperta, oltrepassa il muro del suono quando la apostrofa con uno dei molteplici nomignoli inventati per lei.

Fatto

“Mother, perché fissi da un quarto d’ora la pentola d’acqua che bolle?”

“Uh? Ah, sì, è che non sto tanto bene. Anzi, cosa ne dici di andare tu a prendere la piccola allo scuolabus? Arriva tra poco”

“E me lo chiedi? Certo che vado a prendere la mia piccolina muahahahahah”

“Ti prego, lasciala in pace. La devi solo riaccompagnare a casa. In silenzio. Non stare troppo vicino, d’accordo?”

“Sicuro Mother! Piccolina, sto arrivando muahahahahah”

Dieci minuti dopo

“Sì, e poi la maestra ha detto che sono stata brava. Non mi stare così vicino però”

“E ha tanti compiti per domani? Comunque tranquilla che la mamma ha fatto la pasta, non il polpettone. Volevo solo metterti paura”

“E ma così esageri! Uff, meno male che scherzavi. Ciao, Mami! Siamo tornati!”

Conclusioni

L’essere figlia unica non aiuta a comprendere i complessi meccanismi alla base della fratellanza.

Continuo a osservare con stupore e meraviglia gli strani legami che intercorrono fra loro, mutevoli come la primavera e imprevedibili come la febbre prima delle vacanze, cercando di comprendere.

Per ora mi sono chiari e cristallini come il quarto segreto di Fatima.

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Matera

Ho trascinato i miei passi su quello che due milioni e mezzo di anni fa era un fondale marino, visto le tracce di coralli e conchiglie nelle colonne che ancora reggono un paese antichissimo.

Un paese che è riuscito ad avere primati in ogni ambito, con una parabola ascendente che l’ha traghettato da vergogna a vanto nell’arco di cinquanta anni.

Ho osservato una chiesa che sta a memoria di quello che tutti cerchiamo di evitare, la morte, e ne celebra la naturale democrazia e ineluttabilità.

Ho avuto i brividi nelle case scavate dentro la roccia, figlie di un’architettura irripetibile dove l’ingegno umano ha trovato soluzioni inimmaginabili.

Ho ascoltato un archeologo, che di mestiere fa la guida turistica e col talento di un comico di Zelig, raccontare la storia di un preistorico insediamento umano in una città dove tutto, dal nome alla simbologia rimanda a un unico e vitale elemento: l’acqua.

Ho scoperto che qui, tra un canyon e una collina sono stati trovati i resti completi di una balena.

Mi sono fatta accarezzare da un sole che sa di primavera inoltrata, sotto un cielo prima azzurro e poi appena velato.

Ho assaggiato la cicerchia, le fave e la cicoria, mangiato un pane buonissimo e sgranocchiato taralli su e giù da una scalinata.

Avere la possibilità di vedere il mondo è un privilegio, poter camminare nella storia un dono, farlo con chi ami è gioia pura.

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Mitologia portami via

“‘E ti feci mia sposa, perché poi tu, s’intende, mi credessi una belva e col ferro tagliassi il mio capo che porta questi occhi innamorati di te. Quanto a te, ti punirò soltanto con la mia fuga’. A queste parole levò le ali in alto e volò via”

“Oh, hai visto che dramma? Che pathos? Una delle storie più belle e romantiche”

“Mother, ti prego”

“Ma è Amore e Psiche! Attento a quello che dici. Una grande storia d’amore, con tanti significati e insegnamenti”

“Sì, che non bisogna dare retta alle sorelle””

“Scusa?”

“È semplice. Se lei se ne stava buona buona e faceva quello che lui le aveva chiesto -una cosa le ha chiesto, una, mica chissà che- loro sarebbero stati felici e contenti. E invece no! Cosa fa lei? Ascolta quelle arpie delle sue sorelle e accende il lume, guarda Eros e patatrac, fine della storia”

“Io non la farei così semplice. Comunque. Cosa devi fare come esercizio sul brano?”

“Devo riscrivere il finale in modo che sia lieto”

“Riscrivere il finale di un mito? Ossignore che tristezza. Vabbè, hai già pensato a qualcosa?”

“Sì, certo mother, l’ho anche già scritto”

“Ah, bene. Dimmi pure”

“Eros e Psiche non si erano mai incontrati”

“E poi?”

“E poi cosa? Finito. Loro due non si incontrano, lui non si deve nascondere, lei non lo guarda e non lo delude, lui non se ne va e nessuno si fa male. Geniale, no?”

Io a lui non l’ho detto, ma non mi sembra un’ipotesi poi così peregrina.

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Conciliazioni

Al lavoro.

Tredici chiamate senza risposta.

Tutte della mezzana.

È andata a fuoco la casa, la piccola è stata rapita dagli alieni, il grande è scappato di casa.

“Pronto amore, che succede?”

“Mamma mamma finalmente! Un’emergenza, una tragedia, aiuto”

“Cosa ti ha mangiato tuo fratello questa volta?”

“No, mio fratello non c’entra”

“Allora la situazione è grave. Dimmi”

“Il gatto”

“Quale gatto?”

“Il piccolo”

“Ah, allora sono più tranquilla. Che fa il gatto?”

“Ha i vermi mamma, ne sono sicura, devi tornare subito”

“I vermi? Ma come fai a dirlo? Sta forse male?”

“Ha vomitato in sala”

“Vabbè, succede. Non preoccuparti. Stamattina s’è mangiato mezzo topo, può darsi che abbia lo stomaco un po’ per aria”

“No mamma, l’ho studiato a scuola. Vomito e perdita improvvisa di peso indicano la presenza di vermi. Torna a casa, dobbiamo portarlo dal veterinario”

“Perdita di peso improvvisa? Ma chi, Matisse? L’incrocio tra un felino e un cetaceo? Quello che non passa più tra le sbarre del cancelletto? Che da seduto ricorda Buddha? Amore, se qui c’è un medico da chiamare è un oculista, per te”

“Vabbè ma tu vieni a casa, va bene?”

“Sono al lavoro, lo sai. Tu però pulisci il vomito, mi raccomando”

“…”

“Pronto? Ci sei ancora?”

“Tututututu…”

Se alle politiche sociali dovesse servire una figura di riferimento per la conciliazione lavoro e maternità non fatevi scrupoli, son qui.

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Elogio della lentezza

Nessuna partita di pallavolo, nemmeno il derby di pallacanestro, neanche il torneo da arbitrare o una gara di ginnastica. Niente lavoro.

Pochi compiti, un po’ di neve e poi la pioggia.

Una giornata intera senza la piccola, che con lo zainetto rifornito di panini, succo di frutta e l’entusiasmo della gioventù si è imbarcata sul treno in compagnia delle sue amiche e di alcuni eroici genitori, alla volta del capoluogo lombardo, per l’annuale gita del catechismo.

Un pomeriggio dedicato allo shopping compulsivo con la mezzana, che ha acquistato il suo primo fondotinta, così posso smettere di far finta che non usi il mio e ammettere serenamente che la mia figlia di mezzo sta crescendo ed è una cosa bella e naturale. Il mal di testa che si è impossessato di me in profumeria di certo non aveva nulla a che vedere con questo.

Il grande vagabondo tra la nostra casa  e quella degli amici, che traccheggiano con noncuranza da un divano all’altro, cellulari alla mano e cuffiette nelle orecchie.

Una domenica pigra col sole e il pigiama fino a tardi, lusso prezioso e raro in questa famiglia.

La piccola che chiede una scheda per votare, perché “io lui lo conosco, è gentile” detto a una faccia nota su un manifesto.

Un pomeriggio lento dentro un cinema caldo, nella storia di amicizia tra un bambino e il suo cane, le lacrime e l’immedesimazione dell’ultima di casa.

La lentezza fa bene, di tanto in tanto.

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Dimmi che insegnante hai e ti dirò chi sei

Nel corso degli anni e dei molti colloqui ho conosciuto un numero imprecisato ma notevole di insegnanti, dalla scuola materna al liceo e posso dire, senza la presunzione di fornire un dato statistico, di aver individuato alcune precise categorie.

Eccole.

L’amico: di solito maschio, spesso molto giovane. Gli studenti possono trovare in lui ascolto, conforto, consiglio e aiuto. Per questioni didattiche e mali esistenziali, per la spiegazione di matematica al pomeriggio o per un tè caldo alla macchinetta a raccogliere i cocci di un cuore spezzato.

Di norma l’anarchia in classe regna sovrana, ma gli studenti se lo ricordano anche a quarant’anni.

Il cazzuto: ne ha viste così tante che non le racconta neanche più. Si capisce che è stato in trincea ed è sopravvissuto, e ora nulla può scalfirlo. Durante le sue lezioni non vola una mosca, i compiti vengono sempre eseguiti e la sua materia imparata come Dio comanda.

Mette terrore agli studenti e apprensione ai genitori, anche se segretamente invidiano il suo piglio sicuro.

Lo sfinito: insegna da un numero imprecisato di anni, molti dei quali da precario, gli mancano meno di cinque anni alla pensione.

Sopravvive pensando che deve tenere duro ancora un po’ e poi non avrà più a che fare con quelle facce brufolose alle quali non interessa un accidente dell’Iliade o l’Odissea, che segretamente odia egli stesso.

L’aggiornato: laureato da poco, master in disturbi dell’apprendimento, sindrome da deficit di attenzione e iperattività, arte terapia e psicomotricità, ha una soluzione per tutto, anche per i problemi che non pensavi di avere.

Lo psicologo: tra una lezione sulla rete idrica lombarda e la produzione di barbabietola da zucchero in ogni regione d’Italia riesce a cogliere lo sguardo sperso di tua figlia. Lui lo attribuisce al male di vivere, tu alla barbabietola da zucchero.

L’impegnato: ha diciotto classi di una scuola di venti e un numero tendente a infinito di studenti. Non ricorda assolutamente chi sia tuo figlio e ha sviluppato il talento di parlare di tutto senza dire niente.

Il catastrofista: la scuola va male, i giovani di oggi hanno perso i valori, l’Italia fa schifo e l’unica soluzione per questi ragazzi è andare a Londra a fare i lavapiatti.

Il maestro: preparato nella sua materia, attento ai ragazzi e alle loro esigenze didattiche, emotive ed evolutive.

Ti racconta di tuo figlio come se lo conoscesse da sempre ed esci dal colloquio commossa, sentendoti meno sola.

Di solito viene trasferito l’anno seguente.

L’insegnante di educazione fisica/religione: nessuno va a parlare con lui, a parte durante i colloqui generali perché è quello con meno coda.

Sa che della sua materia importa a pochi, e sotto sotto è felice come una Pasqua di non dovere ascoltare noi, i terribili genitori.

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Pronto, chi risponde?

“Buongiorno e benvenuto in Sky, gentile cliente. Le linee sono momentaneamente occupate, tempo stimato alla risposta quindici minuti”

Riattacco. Due minuti dopo.

“Buongiorno e benvenuto in Sky, gentile cliente. A breve sarà collegato con un nostro operatore. Digiti uno per modifiche al suo abbonamento, due per la fatturazione, tre per Sky Prima Fila, quattro per guasti al decoder, cinque per problemi di ricezione…”

“Quattro”

“Gentile cliente, le chiediamo di digitare il codice di dodici cifre del suo abbonamento Sky (ecco, a posto, come se io sapessi dove diavolo sia) o in alternativa il numero di cellulare che compare nel contratto” (avrò dato il mio? Ma avevo ancora lo stesso numero? Boh, proviamo)

“34796….”

“Benvenuta in Sky signora Boggio, per guasto al decoder prema il tasto 1, per…”

“Uno”

“Se desidera l’assistenza di un nostro operatore digiti due”

“Due”

“Se ha già eseguito l’autodiagnosi digiti tre”

“Tre!!”

“Le ricordiamo che la telefonata è registrata ai sensi dell’articolo ecc ecc se desidera ancora parlare con un nostro operatore digiti uno” (no, e chi desidera parlare? Avevo solo voglia di sentire una voce amica)

“UNO”

“Buongiorno signora Boggio mi chiamo F. e rispondo dall’Italia, in che cosa posso esserle utile?”

(Grazie al cielo) “Buongiorno F che risponde dall’Italia, ho un problema col decoder. Sullo schermo appare la scritta ‘disco danneggiato’ e non si vede quasi niente. Penso ci voglia un tecnico”

“Capisco. La presa è attaccata?”

“Certo che attaccata, altrimenti come farebbe ad accendersi?”

“Sono domande di rito, signora. Andiamo avanti. Ha già fatto l’autodiagnosi?”

“Sì, e mi dice che il disco è danneggiato”

“Rifacciamola insieme. Prenda il telecomando, schiacci menu e poi tasto giallo, poi selezioni la seconda voce, menu e tasto verde. Cosa vede?”

“Sto cercando il telecomando”

“Attendo”

“Eccomi, giallo, menu, verde, seleziono, attendo, ecco! Mi dice che il disco è danneggiato”

“Capisco. Bene, direi che il disco è danneggiato”

“Lo sospettavo. E adesso?”

“Deve intervenire il tecnico. L’intervento a domicilio è a pagamento, se lo porta al centro di assistenza è gratuito. Cosa preferisce?”

“Che domande. Lo porto io, no?”

“Perfetto. Le cerco il numero del centro assistenza più vicino?”

Grazie, gentilissima F che rispondi dall’Italia, ma siamo al telefono da ore e probabilmente mia figlia sara già scesa dallo scuolabus senza trovare nessuno.

Quasi quasi mi tengo il disco rotto che tanto alla fine manteniamo Sky per Masterchef e il grande mi prende in giro per come faccio le polpette, la mezzana vede una specie di telenovela per ragazzini che non augurerei al mio peggior nemico e la piccola segue un tizio che insegna come addestrare i cani.

Adesso accendo su rete quattro e ci guardiamo tutti la Casa nella prateria, che è meglio.

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Buongiorno, mondo

“Buongiorno ragazzi, forza che è ora di alzarsi. Mamma stamattina non sta tanto bene quindi conto sul vostro aiuto. Non fatevi chiamare cento volte”

“Eccomi qui mami! Pronta per la colazione! Ma? Perché ci sono così pochi biscotti? È finito il succo! Moriremo di fame”

“Sì, è finito quasi tutto, ho fatto la spesa on line e stamattina la ritiro. Non morirai di fame”

“Allora aspetto che prendi la spesa”

“No tesoro, il ritiro è alle dieci. A quell’ora stai facendo musica”

“Appunto. Vabbè, lasagne avanzate ne abbiamo?”

“No. Ci sono le fette biscottate però”

“Ah”

“Mother, che sonno, non puoi capire quanto stancano questi fine settimana in giro per la provincia”

“Eh già, non ne ho proprio idea, perché tu ci vai da solo, vero? Adesso fai colazione e poi mi raccomando ricordati le chiavi di casa”

“Ma sì, lo so, son qui nella tasca e…oh no!”

“Che succede adesso? Hai perso di nuovo le chiavi?”

“No. Ci sono. Però mi sono portato via quelle dello spogliatoio del palazzetto ieri sera”

“Basta che tu non abbia chiuso dentro nessuno. Ma vostra sorella dov’è? Sarà ancora a letto”

“Donna di poca fede eccomi qui! Non sono a letto, ma ho fatto il letto! Guarda qui che meraviglia”

“Urca, esulterei se solo mi sentissi meglio. Ma…cos’è quella gobba sulle coperte? Ma…si muove! Hai fatto sotto anche il gatto!”

“Ecco, vedi? Non sei mai contenta”

Mi sono alzata che non stavo tanto bene. Ora comincio a stare peggio.

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