Non è come sembra

Al supermercato, corsia pulizia della casa. Due ragazze, si intuisce amiche dalla prossimità e dalle risate, che tra un detersivo e un panno cattura polvere si scambiano racconti e opinioni.

“Allora, come è andata sabato? È stato bello?”

“Bello? Di più. Non ricordo più quando sono stata così bene”

“Beh, lo dici con un sorriso…”

“Ah, se ci penso…sesso puro. È passato troppo tempo, che emozione”

E oplá che mollo il carrello e mi metto a osservare con interesse scientifico le pastiglie per lavastoviglie, per origliare passando inosservata.

“Addirittura?”

“Eccome. Te lo consiglio. Si vive una volta sola, no? Al diavolo il resto”

“Non so, dici? È che ho preso un impegno, io sono fatta così, lo prendo sul serio”

“Perché, io no? Guarda che si può fare. Tu fai sempre la brava e poi, solo per un giorno, trasgredisci! La trasgressione rende tutto più bello”

“Boh. Ci penserò”

“Credimi Anna, va bene fare la dieta. Ma poi un giorno la settimana mangi quello che vuoi. Se penso a quella carbonara e al tiramisù ho ancora i brividi”

Poso la confezione di brillantante che fingevo di studiare, riprendo il mio carrello e proseguo la spesa.

Maledetta curiosità.

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Piccoli momenti di assoluta normalità

Il maggiore si aggira per casa spettrale, con occhiaie profonde e sguardo spiritato. Ha mal di testa, mal di pancia, il ciuffo scomposto e il sospiro pronto. È malato, anche se la diagnosi oscilla tra peste bubbonica e adolescenza grave.

È scontroso e coccolone, tra la vita e la morte, un momento esaltato e quello dopo spiaggiato.

Cerca una cura magica che lo rimetta in piedi e in forma per sabato pomeriggio, quando uno dei suoi idoli musicali farà tappa in città. Impossibile perdersi quattro ore di coda fuori dal negozio di dischi per quattro secondi, una fotografia e un autografo accanto al tuo mito indiscusso.

La piccola è felice e sorridente, passa la lingua sui denti davanti pregustando il momento -ormai imminente- in cui toglierà il doppio apparecchio e quello in cui addenterà un bidone di pop corn senza timore che le si incastri in tutto quel ferro che tiene in bocca.

La mezzana veleggia serena nel suo mondo, tra un’applicazione e un video, più raramente sullo studio e quasi mai su un libro. Si compiace di una schiacciata e per quanto riesce a saltare in alto, si cruccia per il tempo che non le basta mai e pianifica altre giornate mamma-figlia per il futuro.

La mamma corre e dimentica, si ferma e ricorda, riflette distrattamente sul fatto che non c’è mai requie, ma va bene così.

Perché ci sono giornate amare e altre da amare. Basta saperle riconoscere.

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Sarà un bel souvenir

Lo hanno deciso così, nel pomeriggio del blu monday, perché a una giornata triste deve fare da contraltare una giornata felice, per forza.

Hanno preso il treno presto, quello dei pendolari, bigiando rispettivamente il lavoro e la scuola.

Si sono avventurate in una città moderna e alla moda, dentro una piazza che sembra una scultura circondata da palazzi altissimi, passando per viali eleganti e quartieri colorati.

Si sono perse in un Duomo maestoso, decidendo di arrampicarsi fino al punto più alto, vicino alla Madonnina che svetta e osserva, incuranti delle vertigini che hanno causato tremori e tachicardia alla più grande.

Per sentirsi più turiste che mai si sono imbarcate su un pullman rosso pronto a fare il giro della città. Sedute al piano di sopra con le cuffiette nelle orecchie e il vento sulla faccia hanno sfidato il freddo polare e la sinusite incombente.

In onore delle tradizioni del capoluogo lombardo hanno pranzato in una famosa pizzeria napoletana.

Hanno perso la nozione del tempo in una libreria di tanti piani e molta scelta, comprando regali per i due rimasti a casa.

Lei, sempre particolare nella scelta dei souvenir, ha voluto solo una preziosa candela profumata per la sua stanza.

Il tempo è volato, come dicono gli innamorati.

La giornata mondiale mamma e mezzana, così come è stata battezzata, è finita davvero troppo in fretta.

Lasciando addosso un po’ di malinconia perché avremmo voluto più tempo e la consapevolezza di quanto sia speciale e prezioso quel tempo rubato agli impegni e ai fratelli.

Di quanto sia importante ritrovarsi anche se non ci si è mai perse, ma in fondo, si sa, prevenire è meglio che curare.

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Tutto inutile

Mesi di attesa, speranze, sogni a occhi aperti.

L’acido folico da prendere subito, le vitamine che non si sa mai, la tisana che consiglia la nonna.

Lo zenzero anche se ti fa venire da vomitare per combattere la nausea.

La tachipirina anche se hai la broncopolmonite, l’arnica al posto del lasonil pure quando picchi il mignolino nell’angolo, ché le medicine gli fanno male.

Stare alla larga da salame, prosciutto crudo, carpaccio.

Guardare con sospetto le foglie d’insalata nella rustichella dell’autogrill, sognare di notte un sushi all you can eat.

Invidiare gli anziani col bianco spruzzato alle sette e un quarto del mattino, tu che non puoi fare nemmeno il brindisi di capodanno.

Camminare a lungo come Forrest Gump per aiutare la circolazione, ascoltare musica classica anche se ti piace l’heavy metal perché studi scientifici dimostrano che l’ascolto in pancia favorisce lo sviluppo armonico.

Controllare gli zuccheri e le calorie, il caldo e il freddo, il giusto e lo sbagliato, l’alfa e l’omega, lo yin e lo yang per nove lunghissimi mesi.

E poi, quattordici anni dopo, osservare tuo figlio -cresciuto con l’allattamento a richiesta, il cibo biologico, la vitamina k, il mare d’inverno, i giochi pedagogici- infilarsi gli elastici sui pantaloni per tenere scoperte le caviglie, a gennaio.

A saperlo un panino col salame me lo sarei anche fatto.

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E tu, che modello hai?

Nel parcheggio.

Alfa Romeo Giulietta bordeaux.

“Io non so cosa ti passa per la testa. Questa volta hai preso il body di un’altra bambina, hai indossato la felpa sbagliata e stavi uscendo con le scarpe che non sono tue! Devi stare più attenta! Ci vuole responsabilità!”

“Ma papà, io sono solo una bambina, sono stata a scuola fino alle cinque, mi sono già ricordata un sacco di cose. Le colline moreniche, la proprietà associativa e la merenda”

“Dai, metti lo zainetto nel baule”

“Quale zainetto?”

Ford Escort Station vagon blu

“Cioè, secondo te non devi fare la doccia? Sudata come sei? Ma è possibile che tutti i martedì, mercoledì e venerdì usciamo da ginnastica e facciamo la stessa discussione? Ti devi fare la doccia!”

“Ma se accendi il riscaldamento della macchina il sudore si asciuga, nonna!”

Dacia Duster nera

“Basta ruote ti prego, mi sta venendo il mal di mare. È anche bagnato per terra e gradirei vederti camminare sui piedi e non sulle mani”

“Ma mami, non capisci, mi devo esercitare! Dai, prova a fare una ruota con me, è divertente guardare il mondo al contrario”

“Amore, se la mamma prova a fare una ruota arriva l’ambulanza. Altro che il saggio di fine anno, servirà un saggio per capire cosa mi è passato per la mente”

Il breve tragitto dalla palestra al parcheggio è sempre un momento istruttivo.

Questa volta ho imparato che anche se i modelli di auto sono diversi, quelli delle bambine sempre uguali.

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A volte ritornano

Mancava all’appello da due giorni, alla ciotola e sul divano.

A nulla erano serviti i richiami dalla finestra e i giri per il cortile chiamando il suo nome.

Vana la ricerca nei suoi posti preferiti, il garage della vicina, la legnaia di fronte.

Matisse, il piccolo gatto adottato un anno fa non sembrava intenzionato a farsi ritrovare.

La piccola si era già messa in pista per creare manifesti da appendere ai pali della luce e stava scrivendo un appello da mandare ai quotidiani.

La mezzana proponeva di rompere il salvadanaio della sala per pagare l’eventuale riscatto.

Il grande spiava preoccupato dalla finestra e ogni tanto spalancava la porta perché gli sembrava di aver sentito un miagolio.

Persino il gatto senior si aggirava tra le camere e gli armadi, alla ricerca del suo compagno di zuffe.

Io, che millanto di essere Crudelia De Mon ma somiglio di più a Flora Fauna e Serenella, le fatine stordite della Bella Addormentata, che ho maledetto con costanza il giorno in cui abbiamo accolto il piccolo incontinente in casa nostra, mi ero quasi convinta ad allertare il giornale locale per condividerne la scomparsa.

Fino a stamattina, quando il felino tracagnotto ha fatto la sua comparsa sulla porta di casa, con un miagolio prepotente e pure un po’ scocciato. E così com’era, ricoperto di fango dai baffi alla coda, mi si è strusciato fra le gambe e si è spaparanzato sul divano a zampe larghe.

Insistenti voci di paese mormorano che sia stato in giro per gattine, ma le indagini sono tutt’ora in corso.

Intanto bentornato , Matisse.

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Stato civile

Dal fotografo

“Su dritto bene, coraggio! E cos’è quella faccia scura? Sorridi! No, non ho detto ridere, ma sorridere! È un documento, mica un selfie”

“Ma loro mi fanno ridere!”

“Silenzio, bagna le labbra e guarda me”

In comune, ufficio anagrafe

“Bene, tu sei la mezzana e sei nata nel 2005. Vediamo quanto eri alta l’ultima volta…un metro e trenta. E adesso…un metro e sessantaquattro. Accipicchia, sei cresciuta di trentaquattro centimetri! Cosa ti hanno dato da mangiare in questi anni?

Tu invece devi essere il grande, vediamo un po’. Tu invece…beh…tu crescerai! I maschi arrivano sempre dopo le femmine, vedrai, ahahahah”

Fare le boccacce al primogenito in ostaggio della fotografa, una signora di una certa età col piglio militare e il pugno di ferro.

Chiacchierare con l’impiegato dell’anagrafe, che qualcosa dovrà pur inventarsi per tenere alto il morale tra un certificato di nascita e una richiesta di residenza.

Osservare i due grandi ancora piccini in due vecchie foto tessere quadrate, con qualche dente di meno in bocca e centimetro sulla testa.

Guardarli oggi, immaginarli domani.

Sulla mia carta d’identità devo farlo aggiungere, che non sono ancora pronta.

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Tu, che compi gli anni

Buon compleanno a te, che sei nato proprio il giorno della befana, come il tuo mito Adriano Celentano, e meno male che eri un uomo altrimenti sai le prese in giro.

Che avevi una testa piena di ricci dove avanzava implacabile la stempiatura, che guardavi il mondo dietro a un paio di grossi occhiali.

Che leggevi senza sosta e compravi i libri anche se non c’erano i soldi, che avresti voluto viaggiare di più e ora lo faccio io anche per te.

Buon compleanno a te che da giovane collezionavi francobolli, giravi con una due cavalli beige e fumavi della sigarette orribili.

Che mi hai insegnato a guidare di domenica mattina nel piazzale deserto dello stadio, senza la necessaria pazienza, proprio come quando cercavi di aiutarmi con gli esercizi di matematica.

Che mi hai spiegato il significato di tante parole, che avevi una bellissima grafia, seppur tremolante e incerta negli ultimi periodi.

Che mi accoglievi in ospedale con un sorriso così pieno di gioia come nessuno mai, replicato solo anni dopo dai miei figli.

Che camminavi per ore in montagna e oggi non so che darei per mettermi uno zaino in spalla, smettere di lamentarmi e salire ancora con te.

Buon compleanno a te, che mi hai aspettato alzato le notti brave della mia adolescenza, che per punirmi ti bastava lo sguardo, che eri fiero di me e cerco di non dimenticarmelo mai e di meritarmelo sempre.

Che avevi barba e baffi e non ti ho riconosciuto quando li hai tagliati, che amavi la pallacanestro e quando facevi il tifo non ti riconoscevo più, è un po’ forse mi vergognavo.

Che mi hai scritto un bellissimo addio, quando ancora non sapevamo che lo fosse.

Buon compleanno a te, papà.

Essere custode di una memoria è una grande responsabilità, ma i ricordi sono gioielli preziosi. Vanno custoditi con cura e mostrati all’occorrenza.

Buon compleanno a te, che mai smetti di mancare.

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Dall’alba al tramonto

Il mondo prima dell’alba ha tutto un altro aspetto.

Ovattato, silenzioso, buio.

E maledettamente freddo.

La mezzana è partita con la sua seconda famiglia, la squadra di pallavolo, per il torneo dell’epifania al mare. Nel breve tragitto in macchina fino al punto di ritrovo è riuscita farsi un video da mettere su instagram, mentre io mi sarei fatta volentieri di anfetamine per poter stare sveglia, ché a quell’ora della notte -non si può ancora chiamarlo mattino- mi trasformo in una creatura mitologica metà mamma e metà donna, metà corpo ancora in pigiama e l’altra metà infagottata in un maglione pesante.

Salutata la fanciulla coi calzoncini è stata la volta di vedere l’alba in autostrada con la piccola, pronta a riscuotere il dono più prezioso di Babbo Natale: una giornata di stage di ginnastica artistica in una famosa palestra, con le ginnaste sue muse ispiratrici.

Alla vista del capannone nella zona industriale della periferia milanese lei ha pensato di essere arrivata in paradiso, io di essermi persa. Aveva ragione lei, che si è tuffata senza salutare da un trampolino a una parallela, passeggiando diritta su una trave altissima.

Il pomeriggio è trascorso poi senza grossi traumi, tra un po’ di lavoro e l’immersione in un gigantesco e affollatissimo centro commerciale dove, come estremo gesto di abnegazione materna, comprare qualcosa per riempire le calze della befana, l’amata vecchina che si porterà via tutte queste benedette feste.

Per chiudere la giornata, ormai al tramonto, dopo qualche laconico ma pieno di gioia messaggio della mezzana, il recupero della piccola ginnasta, con gli occhi scintillanti, la coda disfatta e la polvere di magnesio pure nelle mutande.

Direi che ne è valsa la pena.

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Bricowoman

“Mami, perché siamo venute qui?”

“Come, perché?”

“Beh, questo negozio non sembra proprio adatto a te”

“Che dici, piccola? Anno nuovo vita nuova! Al Brico troveremo tutto ciò che ci serve”

“Ma che ci serve per cosa?”

“Bimba di poca fede! Ci serve per comprare un po’ di attrezzi coi quali sistemeremo casa!”

“Ma sei proprio sicura?”

“Certamente! Su, cerchiamo un martello”

“Mi fai paura”

“Oh, eccolo! Ma quanti ce ne sono? Boh. Prendiamo quello che costa meno, per non sbagliare”

“Posso averne uno anche io?”

“No. Però puoi prendere quelle lampadine laggiù”

“Fatto! Posso tenere io il martello? Per piacere?”

“Va bene, eccolo, io cerco i chiodi intanto”

Scratascrash!

“Piccola, che è successo?”

“Ehm…mi è caduto il martello…”

“Ma…”

“…sulle lampadine. Presto mami, nascondiamole!”

“No che non le nascondiamo, ma ti pare? Adesso le facciamo vedere al signore alla cassa spiegando che è stato un incidente. Capirà e apprezzerà la nostra onestà”

Sedici euro e cinquanta. A tanto ammonta la comprensione del signore alla cassa per la nostra onestà.

Ha ragione la piccola: il Brico non è il negozio che fa per me.

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