…and a happy new year

Il tuo è il segno fortunato dell’anno che sta per cominciare.

Gli astri parlano chiaro, e ci dicono che sta prendendo il via un periodo di serenità e realizzazione.

Avrai porte chiuse sul passato con finestre spalancate sul futuro, con affacci su boschi ricchi di alberi e possibilità.

Avrai dubbi feroci, che scuotono in profondità come la faglia che fa tremare la terra, con crepe che potrai riempire d’oro come fanno i giapponesi con il Kintsugi.

Avrai antipatie a pelle e simpatie immediate, conoscerai persone diverse e complicate, ognuna con la sua storia che avrai la voglia e la curiosità di ascoltare.

Avrai giornate nate male e finite peggio, dove l’unico conforto sarà il pigiama che ti aspetta sotto il cuscino e la certezza che anche il giorno più brutto ha sempre una fine.

Avrai giornate così belle che sarà un peccato vederle finire.

Avrai parole in abbondanza, da raccontare, scrivere, cantare e dimenticare.

Avrai storie che bussano alla tua coscienza per essere ascoltate, e il bisogno di accoglierle anche se difficili e dolorose.

Avrai pazienza, sempre di più, anche quando ti sembrerà di non volerla affatto.

Avrai la sensazione che tutto sfugga di mano, finché non ti troverai un po’ di allegria di cui ti eri dimenticato, come i cinque euro nella giacca invernale riscoperti l’anno seguente.

Avrai un a capo per ogni punto, e continuerai a curarti di avere cura, senza capire se sia il tuo destino o la tua condanna.

Avrai un rimedio per ogni malanno, un giorno l’ironia, un altro la tenerezza.

Avrai il tepore della memoria, la brezza del futuro e lo scintillio del presente.

Ecco.

Se credessi agli oroscopi ne vorrei uno proprio così.

Ma visto che fatico a dar fede al potere degli astri, che questo sia un augurio per tutti.

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Federica

Lei era la mia migliore amica ai tempi del ginnasio.

Bella, biondissima, occhi celesti che ridevamo insieme al suo sorriso.

Lei, scapestrata e ribelle, con la quale ho condiviso le sciocchezze tipiche di quella strana terra di mezzo che è l’adolescenza.

Lei, che ha condiviso con me pomeriggi di pigrizia e lunghissime conversazioni telefoniche, anche quando non avevamo più niente da dirci e ridevamo soltanto.

Lei, che un po’ anni fa ha avuto Federica, che ha spalancato sul mondo gli stessi occhi chiari e curiosi della sua mamma.

Federica che per un po’ è stata una neonata come tante, con le sue poppate, gli strilli nella notte e i pannolini da cambiare. Federica che una notte non ha strillato più e che solo un intervento precipitoso e disperato dei medici ha tenuto qui. Federica che è tornata a casa dall’ospedale una seconda volta, dopo la nascita, una bimba tanto piccola e fragile quanto ostinata e determinata. Come la sua mamma, del resto.

Lei, sempre bella come prima ma con lo sguardo appesantito dalle lacrime e le preoccupazioni.

Lei che senza esitazioni ha sostituito i due posti di una macchina veloce con una meno scattante ma che potesse contenere la sedia a rotelle della sua bambina.

Lei che ha smesso con le sciocchezze ma mai con l’ostinazione, di vivere una vita dignitosa e piena, da sola con la sua Federica.

Lei che si è caricata sulle spalle speranze e tentativi, insieme alla sua bambina su e giù per le scale.

Lei che è scivolata e caduta ma si è sempre rialzata, con il coraggio delle leonesse che proteggono il loro cucciolo.

E leonessa è stata anche Federica, che è rimasta aggrappata con tutta la tenacia possibile a una vita con mille ostacoli ma piena di amore.

E l’ha fatto a lungo, diventando per molti di noi -sicuramente per me- monito ed esempio di cosa conta davvero.

Lo ha fatto nel suo silenzio, ricordandomi sempre dove sta il confine tra il diritto di lamentarsi e il dovere di vivere.

Lo ha fatto senza parlare, lo ha fatto vivendo.

Lo ha fatto finché non è arrivata una vita nuova, una sorellina piccola come lo era stata lei.

Lo ha fatto finché ha potuto, fino a una sera di fine dicembre di quattro anni fa. Federica è andata via come ha vissuto, in un silenzio più significativo di tante parole.

A lei va il mio pensiero, che è sempre lì, insieme all’amicizia che mi lega alla sua mamma, che ha dovuto imparare ancora una volta a sorridere alla vita, nonostante tutto.

A Federica queste parole, che non le rendono giustizia ma forse memoria.

A Federica, il cui ricordo continua ad essere il barometro delle cose importanti nella vita.

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Là sui monti

Lui è partito, sotto una pioggia scrosciante che si è fatta nevicata abbondante appena arrivati alla località di montagna prescelta.

È partito senza sci né Moon Boot, ché mamma gli ha insegnato a nuotare ma non a sciare.

È partito con un gran raffreddore e una bella emozione, nonostante sia un veterano dei viaggi in autonomia, cominciati col campeggio della terza elementare.

Oggi come allora, lui sorride e saluta con un cenno distratto e il sorriso soddisfatto di chi va ad esplorare il mondo, più interessato all’avventura che alla paura.

Oggi come allora le comunicazioni sono essenziali, sporadiche e pragmatiche.

Rapide note vocali tra una gita e una cena, che spaziano da “dove sono le ciabatte” (a casa, naturalmente) a “ti racconto una cosa epica: oggi sono svenuto, ma tranquilla, come è successo al mare, ti ricordi (come dimenticare, alle sei della mattina in spiaggia, io a camminare e lui con la bicicletta per vedere l’alba, lui che sviene a sette chilometri dal campeggio e un bagnino passato per caso che ci carica nella sua Smart, con la bici e un canotto, per riportarci al bungalow) un po’ di zucchero, quattro brioche ed è passato tutto”

E mentre le sorelle spiano le foto sui social per scoprire cosa fa il fratello con i suoi amici adolescenti, io mi godo l’insolita euforia di una casa tutta al femminile, l’appagante sensazione di un letto in meno da rifare e un piatto in meno da lavare, mi abituo ad aspettare più che organizzare, a far scoprire più che insegnare, a fidarmi più che preoccuparmi.

E quando le sorelle non guardano, a spiare le foto sui social.

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Cronache da un camerino

“Ok, questi dovrebbero andare bene, vai in camerino a provarli, io sono qui fuori con le tue sorelle”

“Ok mother, vado. Ma facciamo presto che lo shopping mi inquieta”

“Anche a me, se lo faccio per te. Vai”

“Ragazze? Ragazze? Dove siete?”

“Ahahahah dai dai vieni, nascondiamoci qui”

“Vi ho sentire ma non vi vedo, dove siete? Venite qui che quando vostro fratello è pronto dobbiamo proprio andare”

“Ihiihihihihih non ci troverà mai!”

“Ah, e ti pareva che non si nascondevano in un camerino. Santa pazienza. Ecco, devono essere qui. Fuori subito! All’istante! Aaargh! Mi scusi, io…cercavo…le mie figlie. Mi perdoni non sapevo che ci fosse qualcun’altro, davvero”

“Senta, non è che può chiudere visto che -come avrà senz’altro notato- sono in mutande”

“Mamma, che fai? Il signore è in mutande!”

“Mother, eccomi. Ma come, ti lascio sola un attimo e tu che combini?”

“Mami, non fare la guardona”

“Zitti e andiamo via subito, prima che il signore esca”

“Mother, ma la taglia va bene? No sono troppo lunghi i miei pantaloni?”

“Non importa. Andiamocene. Ci metterai gli elastici in fondo come fate sempre tu e i tuoi amici”

“Ma mamma…”

“Correre!”

I figli piccoli sono portatori sani di brutte figure, è risaputo.

I figli grandi ti portano diretta all’arresto.

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Eccoci qua

La sensazione di ordine perfetto quando anche l’ultimo pacchetto è chiuso e al sicuro in fondo all’armadio, nascosto da quei vestiti che con ostinazione e illusione conservi da anni, nonostante non ti entrino più.

L’inaugurazione di un parco giochi a pochi passi di casa che hai aspettato per oltre dieci anni e ora non ti serve più tanto, ma servirà a tanti altri bambini e allora sei contenta lo stesso.

Il sugo con le polpette che sobbolle nella pentola in cucina, piatto forte della la vigilia di Natale, nostra personalissima tradizione.

Un primogenito pronto a partire con i suoi amici, nella sua prima vacanza sulla neve in autonomia, solo con se stesso e le lezioni di snowboard, che ammazza il tempo in una giornata di sole girando il paese a far magie tra la gente.

La febbre finalmente scesa, una tosse fastidiosa che non spegne il sorriso felice della piccola in attesa di Babbo Natale.

Una mezzana che aspetta con trepidazione un dono che probabilmente arriverà, mentre si prepara ad andare al mare per un torneo di pallavolo con la squadra, sua seconda famiglia.

Una canzone che gira nella mente e per la casa, che accompagna il ricordo di chi manca sempre ma in questi giorni un po’ di più.

Un amore lontano ma che riesce a farsi sentire vicino e presente anche a seicento chilometri di distanza.

Il tintinnio dei messaggi dei gruppi whatsapp che di solito innervosisce ma è Natale, e allora va bene così.

Amici che partono e altri che restano, parole e pensieri che si rincorrono, il cinema al pomeriggio con un film che per una volta mette tutti d’accordo.

Il Natale arriva sempre, anche quando non lo aspetti, quando vorresti esserne già oltre, quando ti rendi conto che caspita, ma è arrivato di nuovo davvero.

E allora, tanti auguri.

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Ritorno al futuro

Caro primogenito,

Scrivo da un passato lontano ma forse non troppo.

Scrivo per parlare al te grande di domani del tuo alter ego adolescente di quattordici anni.

Il te stesso di oggi è un ragazzino simpatico, arguto, intelligente.

Ma ha appunto quattordici anni ed è anche molesto, irriverente e criticone.

Col tuo umore di oggi si naviga a vista, la bufera è sempre dietro l’angolo e i salvagenti chissà dove li abbiamo messi.

La riconoscenza è un sentimento adulto, l’ingratitudine la cifra stilistica della tua età. Non mi coglie impreparata, ma mi lascia spesso dispiaciuta e arrabbiata.

Tra il mio dovere alla cura e il tuo diritto alla crescita sta nel mezzo il mare della distanza, della ribellione e e dell’affermazione di sé.

Perché il muro che costruisce l’adolescenza in fondo è la tua prima casa da solo e va bene così, almeno finché c’è aperta una porta di parole, per lasciar entrare e per potere uscire.

Almeno finché non si aggiunge il filo spinato dell’incomprensione e dell’irriverenza.

Anche per me non è semplice, sai?

Io, che certe volte sono troppo e altre non sono abbastanza.

Che cerco un orientamento impossibile ma è come avvicinare una calamita a una bussola: non si riconosco più i punti cardinali .

Io che bilancio ma verso lo squilibrio,

convinta come sono che possiamo sempre portarci dietro le nostre radici, se troviamo una terra fertile in cui piantarle.

Quindi, caro primogenito ormai grande, spero che quando leggerai queste parole potremo ridere insieme di quello che ci accade oggi, e che saremo riusciti a portare la barca in salvo.

Perché oggi dal ponte di avvistano nuvoloni neri e schiarite improvvise, ma la terra sembra ancora lontana.

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Dagli all’untore

Ha le guance arrossate, che colorano un po’ una pelle bianca come il suo nome.

I capelli arruffati nella coda di ieri, che per stanchezza ha dimenticato di sciogliere.

La voce roca da fumatrice incallita, buffa su quel facciano rotondo.

Giace sul divano circondata dai gatti, vicini per affetto o per il tepore che emana, rimane il dubbio.

Non ha appetito e questo è stato il primo sintomo a metterci sull’avviso, ché la fame è una sua fedele compagna.

Chiede un tè e non lo beve, uno yogurt e non lo assaggia, un cioccolatino e se lo mangia.

Ha il termometro accanto e registra la temperatura con frequenza ossessiva, casomai ci fossero variazioni significative e potesse quindi andare all’allenamento di ginnastica artistica.

Spalanca la bocca davanti allo specchio per controllare la gola arrossata.

Non vuole dormire ma appoggia la testa sul cuscino e non la senti più, vorrebbe chiamare amici e parenti per raccontare del suo malessere.

Nei momenti di veglia sfoglia interi album di foto di famiglia, sua grande passione, guarda vecchi dvd di Barbie e i cartoni di quando era piccina sul serio.

Infilata sotto il piumone si lascia catturare da un film che racconta di una bambina il cui desiderio più grande è avere un cane, immedesimandosi completamente nella parte.

Sorride sorniona ai fratelli che escono per andare a scuola, mentre si accoccola fra le mie braccia.

La piccola è influenzata, la sua mamma influenzabile da quegli occhietti lucidi di febbre e furbizia.

Ci godiamo la vicinanza e il tempo raro dello stare in due.

E pazienza se la piccola untrice ha già appestato la sua mamma.

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Confesso che

“Mami, sono agitata. Cosa devo dire? Cosa devo fare? E se quello che dico non va bene?”

“Amore stai tranquilla, non c’è un modo giusto o uno sbagliato di farlo. Andrà tutto bene”

“Piccola! Vieni qui che facciamo una prova: io faccio il prete e tu ti confessi. Forza, pecorella smarrita, raccontami i tuoi peccati!”

“Se dici un’altra parola dovrò confessare un omicidio oggi pomeriggio”

“Piccola, stai tranquilla. E tu, girale al largo che non si sa mai. Comunque non c’è niente di cui preoccuparsi, ti hanno spiegato cosa devi fare…”

“Sì, ma non cosa devo dire! I miei peccati non sono affatto interessanti. Posso confessare quelli di un altro?”

“No che non puoi! Che senso avrebbe? E poi come fai a sapere i peccati degli altri?”

“Beh, mia sorella ha usato il cellulare quando glielo avevi sequestrato, mio fratello al telefono ti ha detto che stava facendo i compiti e invece giocava a carte coi suoi amici, tu hai detto ai testimoni di Geova che stavi andando a lavorare invece sei andata dal parrucchiere e…”

“Va bene va bene basta. Andiamo che si fa tardi”

In Chiesa

“Benvenuti a tutti, oggi abbiamo tante belle cose da fare.

Cominciamo col canto, poi un altro canto, quindi una lettura. Poi c’è il Vangelo, un altro canto, i bambini che leggono, le confessioni di tutti e sessanta, l’unzione delle mani del bambino che non è ancora battezzato, un canto, un breve (sic!) discorso mio, un altro canto, e poi tutti fuori a far volare i palloncini!”

Qualche ora dopo

“Bene piccola, il palloncino è là incastrato nel pino dell’oratorio quindi possiamo andare, che la chiesa non era riscaldata e mi sento un inizio di broncopolmonite”

“Ok mami, tanto è andata benissimo. Ho scoperto di avere peccati molto interessanti anche io”

La piccola ha ricevuto la prima confessione, il crocefisso da conservare fino alla comunione a maggio e la conferma di essere una discreta peccatrice.

Poteva andare peggio.

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Oggi

Ci si può avvolgere in una coperta colorata prima di dormire, nell’abbraccio confortante di chi amiamo e in una musica nuova che ci emoziona.

Stasera io mi sono avvolta nel calore della presenza di tante persone intorno a me, in un sabato pomeriggio di metà dicembre.

C’era la piccola, col cerchietto delle grandi occasioni.

C’era il grande, con l’aria da funerale delle giornate passate con la mamma e rubate agli amici.

C’era la mezzana, che ha rinunciato alla partita di campionato e detto stoicamente no alla convocazione dell’allenatrice.

C’era l’uomo che mi accompagna nei marosi della vita e nelle mattine assolate, che condivide con me onori e oneri di due vite complesse che si sono incastrate cosi bene.

C’erano le persone che ho conosciuto in questo mondo virtuale e che ho potuto guardare negli occhi, c’erano amici venuti dal passato e dal presente, c’era chi condivide con me il lavoro e chi lo stesso portone d’ingresso.

C’era chi non ha mai smesso di fare il tifo e chi ho incontrato da poco.

C’erano quasi tutti i miei mondi e sicuramente tutti i miei amori.

Chi è mancato non ha perso occasione di farmi sentire la sua presenza.

C’era una bella energia, parole in circolo e abbracci.

C’è stato un brindisi, il primo del primogenito che ha approfittato dell’euforica distrazione materna.

Ora c’è un grazie, il mio.

Grazie di esserci stati, per le dediche sulla prima pagina del libro e per aver dimostrato che l’affetto riesce passare dallo schermo di uno smartphone alla vita vera.

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Rapporto fraterno

“Pronto? Che sia un’emergenza vera perché sono al lavoro”

“Mamma? Certo che è un’emergenza! Perché non mi hai lasciato il pranzo?”

“Amore ma che dici? C’è il piatto nel forno, la carne è il purè. E le carote grattugiate. Guarda bene”

“No! Il piatto è vuoto e sono rimaste solo le carote!”

“Passami tuo fratello”

“Mother? Buongiorno! Non ti vorrei disturbare, sei al lavoro…ci vediamo più tardi, eh?”

“Hai mangiato tu il pranzo di tua sorella?”

“Ehm…dunque…lei è arrivata tardi…”

“Certo che è arrivata più tardi! Esce due ore dopo di te! Le hai mangiato tutto! Come hai potuto?”

“No, le carote gliele ho lasciate”

“Stasera facciamo i conti. Passami tua sorella”

“Allora è stato lui? Mi ha mangiato tutto? Stavolta lo uccido”

“Amore ascolta, prendi qualcosa dal frigo, fatti un panino, ok? Pronto? Pronto?”

“Vieni qui!!! Mostro!”

Stonk, sbong, deng.

Tu tu tu tu tu…

È caduta la linea e probabilmente anche i denti davanti del primogenito.

Ma le linee guida della pedagogia in proposito parlano chiaro.

Se i fratelli litigano, ringrazia di essere al lavoro.

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