Da lunedì palestra

La musica altissima, come la ascoltavo una volta in discoteca, così tanto tempo fa da sembrare la vita di un’altra.

Le urla di incitamento dell’istruttrice, biondissima valchiria col gluteo scolpito e l’addominale assassino, che riesce a coordinarsi, saltellare, correre senza versare una goccia di sudore nemmeno tra le lunghe ciglia finte.

Un gruppo di donne ricoperte di lycra fluorescente e qualche chilo di troppo, che volteggiano sgraziate nelle file dietro, mentre ai primi posti ci sono delle ragazze così perfette da chiedersi cosa ci facciano lì, se madre natura è già stata così generosa.

Un enorme specchio che non concede sconti e tantomeno pietà.

Nella sala accanto file di tapis roulant abilmente affiancati, che permetterebbero a chi ci corre sopra di parlarsi mentre corre senza una meta, se solo ne avesse il fiato.

Poco più in lá un gruppetto di uomini coi bicipiti larghi come le mie gomme da neve, intorno a un ragazzo sdraiato su una panca che cerca invano di sollevare qualcosa di pesantissimo.

Macchinari strani e cigolanti disseminati ovunque, tappetini colorati dove donne eroiche slanciano le gambe di qua e di là.

L’attività fisica è un impegno, necessita di costanza e forza d’animo.

Ci vuole motivazione, convinzione e fatica.

Perché mens sana in corpore sano, in fondo.

O almeno così si direbbe guardandoli dalle vetrate, mentre cammino pacifica verso il salone del parrucchiere.

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Dica trentatré

Le pareti del centro sono di un verde acceso, come i prati irlandesi e la speranza.

Aspettiamo il nostro turno sulle sedie di plastica, quelle imbullonate al muro, sai mai che qualcuno se le porti via di ricordo.

Quando sente il suo nome la piccola si alza in piedi come un soldato chiamato dal generale e trotterella nello studio con la solita coda di capelli in disordine. Viene invitata a spogliarsi dietro un paravento ma fraintende e si infila tra i pannelli della tenda.

Una volta sul lettino mi rendo conto con orrore che ha ai piedi delle calze di quattro numeri più grandi, forse della sorella, dalle quali sbuca, sfrontato, il pollicione destro.

La giovane atleta viene misurata, pesata, legge letterine su un muro lamentandosi del freddo.

In sella alla cyclette chiede di poter fare una piccola pausa, magari per bere qualcosa.

Una volta appurato il suo stato di salute, si riveste in tutta fretta con la felpa al contrario e corre fuori, pronta per fare merenda.

E così, davanti a un cappuccino d’orzo e alla sua mamma esprime liberamente i suoi pensieri.

“Mami, finalmente è finita”

“Piccola, andiamo. Non è stata così tragica, in fondo abbiamo fatto in fretta”

“Certo, perché ho pedalato veloce”

“E perché i dottori sono stati bravi e puntuali”

“A me i dottori non piacciono, secondo me credono di sapere di più di noi”

“Beh, studiare medicina non è semplice, ti pare? È vero che sanno delle cose più di noi”

“Mami, ma come fanno a sapere davvero come sto io? Lo so meglio di loro! Il corpo è il mio!”

La piccola femminista cresce, in altezza, furbizia e purtroppo onnipotenza.

A volte la vorrei per me un po’ di quella convinta determinazione, pure con una calza bucata.

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Il mestiere di vivere

Li conosco da sempre, forse ancora da prima.

Da che sapevano solo piangere, quando non c’erano le parole e nemmeno i passi. Quando non stavano seduti da soli, l’unico cibo era il latte, le notti buchi neri da cui pareva di non uscire mai.

Ero lì quando sono rimasti in piedi il tempo sufficiente per non cadere, quando hanno tirato gli angoli della bocca in su nel primo sorriso, nella scoperta di avere i piedi e che erano buoni da mangiare. Sempre lì quando il passo è diventato una corsa, un salto e un’arrampicata.

C’ero a sentire suoni lallati trasformarsi in parole e a sentire quelle parole ripetute mille e mille volte ancora.

Ero lì quando hanno scavalcato il lettino e sono arrivati da me con la faccia del carcerato che è riuscito ad evadere e ora il mondo è suo.

C’ero per vedere la faccia buffa dopo avere assaggiato il gelato al limone e quella beata dopo il primo cucchiaio di cioccolata.

Ero lì per la prima pedalata, quando è comparso il primo dentino e quando è caduto, e ancora l’indomani a trovare la moneta lasciata dal topino.

C’ero la prima volta che hanno visto il mare e appoggiato i piedi sulla sabbia, per ritrarli subito.

Ero lì per le prime nuotate coi braccioli e il salvagente, all’incontro con le mucche, le galline e il pavone. Per il primo fiocco di neve sulla testa e sulla lingua.

C’ero per l’incanto dei pacchi sotto l’albero di Natale, della candelina soffiata col numero uno e due e tre e ancora.

Loro li conosco da poco, e sono tanto grandi da farsi la barba ma non abbastanza per guidare. Spesso arrivano da altri paesi e sono lontani dalle loro famiglie. Altre volte le loro famiglie sono vicine ma per tante ragioni è meglio che stiano lontane.

Li osservo e li accompagno nel percorso più faticoso, la crescita e l’autonomia.

Li guardo cadere e rialzarsi, provare e sbagliare, fare pensieri profondi e trasgredire, come ogni adolescente sperimenta.

Sono i miei figli, sono i bambini e ragazzi con cui lavoro.

Educare è una parola che ha un suono secco ma porta con sé un significato profondo e fecondo.

Nel variegato ventaglio di senso che le si può attribuire, l’azione dell’educare è in primo luogo un grandissimo privilegio. Essere testimoni di un cambiamento, una crescita, il formarsi di un’identità è uno spettacolo ineguagliabile.

Accompagnare per la vita o per un pezzo di strada, da genitori ma non solo.

Educare significa tirare fuori, ma forse è soprattutto un lasciar trovare.

La propria strada, un talento, delle possibilità.

Esserci, mentre tutto questo accade.

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Sembrava tanto una brava persona

Lunedì, mattina

“Non capisco, ero certo di averlo lasciato qui. Nel davanti della giacca. O nella tasca dei pantaloni. O sulla scrivania. Magari è caduto in macchina. Forse me l’hanno rubato. Vuoi vedere che è rimasto sul tavolino al bar? E se fosse in lavatrice? Giuro, non ho proprio idea, però non c’entro. L’abbonamento del pullman con la tessera è scomparso, è un mistero assoluto mother”

“Premetto che non è stata colpa mia perché non l’ho fatto apposta. In fondo sono cose che possono capitare, giusto? Alzi la mano chi non l’ha mai fatto! E comunque ti spiego. Eravamo ad Alassio per il torneo di pallavolo, ricordi? Bene. Io e la mia amica G stavamo giocando col cellulare, no non il nostro ma quello di S. E insomma, gioco io, no tocca a me e zac! Caduto. Sì, ma si è solo rotto il vetro. È che glielo avevano appena regalato. Come? Sì, certo che dobbiamo ripararglielo. Sono settanta euro, li paghiamo un po’ per uno però, mamma”

“Mami, ho bisogno dei colori nuovi. Sì, me lo ricordo che li abbiamo appena comprati. E anche della penna cancellabile blu. E nera. Fai anche rossa, va. E i refil, mi raccomando. La colla, la matita hb e la gomma quella che cancella le penne. No che non li ho persi, ovvio. Li ho prestati. Sono i compagni ad averli persi, o forse se li sono tenuti. Che poi tu mi dici sempre di essere gentile e prestare, giusto? Mammina? Perché fai quella faccia arrabbiata? Fratelli!!”

Mi ci vedo già, al telegiornale, dopo i delitti.

Diranno che sembravo tanto una brava persona, che ero sorridente e salutavo sempre.

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Non è come sembra

Al supermercato, corsia pulizia della casa. Due ragazze, si intuisce amiche dalla prossimità e dalle risate, che tra un detersivo e un panno cattura polvere si scambiano racconti e opinioni.

“Allora, come è andata sabato? È stato bello?”

“Bello? Di più. Non ricordo più quando sono stata così bene”

“Beh, lo dici con un sorriso…”

“Ah, se ci penso…sesso puro. È passato troppo tempo, che emozione”

E oplá che mollo il carrello e mi metto a osservare con interesse scientifico le pastiglie per lavastoviglie, per origliare passando inosservata.

“Addirittura?”

“Eccome. Te lo consiglio. Si vive una volta sola, no? Al diavolo il resto”

“Non so, dici? È che ho preso un impegno, io sono fatta così, lo prendo sul serio”

“Perché, io no? Guarda che si può fare. Tu fai sempre la brava e poi, solo per un giorno, trasgredisci! La trasgressione rende tutto più bello”

“Boh. Ci penserò”

“Credimi Anna, va bene fare la dieta. Ma poi un giorno la settimana mangi quello che vuoi. Se penso a quella carbonara e al tiramisù ho ancora i brividi”

Poso la confezione di brillantante che fingevo di studiare, riprendo il mio carrello e proseguo la spesa.

Maledetta curiosità.

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Piccoli momenti di assoluta normalità

Il maggiore si aggira per casa spettrale, con occhiaie profonde e sguardo spiritato. Ha mal di testa, mal di pancia, il ciuffo scomposto e il sospiro pronto. È malato, anche se la diagnosi oscilla tra peste bubbonica e adolescenza grave.

È scontroso e coccolone, tra la vita e la morte, un momento esaltato e quello dopo spiaggiato.

Cerca una cura magica che lo rimetta in piedi e in forma per sabato pomeriggio, quando uno dei suoi idoli musicali farà tappa in città. Impossibile perdersi quattro ore di coda fuori dal negozio di dischi per quattro secondi, una fotografia e un autografo accanto al tuo mito indiscusso.

La piccola è felice e sorridente, passa la lingua sui denti davanti pregustando il momento -ormai imminente- in cui toglierà il doppio apparecchio e quello in cui addenterà un bidone di pop corn senza timore che le si incastri in tutto quel ferro che tiene in bocca.

La mezzana veleggia serena nel suo mondo, tra un’applicazione e un video, più raramente sullo studio e quasi mai su un libro. Si compiace di una schiacciata e per quanto riesce a saltare in alto, si cruccia per il tempo che non le basta mai e pianifica altre giornate mamma-figlia per il futuro.

La mamma corre e dimentica, si ferma e ricorda, riflette distrattamente sul fatto che non c’è mai requie, ma va bene così.

Perché ci sono giornate amare e altre da amare. Basta saperle riconoscere.

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Sarà un bel souvenir

Lo hanno deciso così, nel pomeriggio del blu monday, perché a una giornata triste deve fare da contraltare una giornata felice, per forza.

Hanno preso il treno presto, quello dei pendolari, bigiando rispettivamente il lavoro e la scuola.

Si sono avventurate in una città moderna e alla moda, dentro una piazza che sembra una scultura circondata da palazzi altissimi, passando per viali eleganti e quartieri colorati.

Si sono perse in un Duomo maestoso, decidendo di arrampicarsi fino al punto più alto, vicino alla Madonnina che svetta e osserva, incuranti delle vertigini che hanno causato tremori e tachicardia alla più grande.

Per sentirsi più turiste che mai si sono imbarcate su un pullman rosso pronto a fare il giro della città. Sedute al piano di sopra con le cuffiette nelle orecchie e il vento sulla faccia hanno sfidato il freddo polare e la sinusite incombente.

In onore delle tradizioni del capoluogo lombardo hanno pranzato in una famosa pizzeria napoletana.

Hanno perso la nozione del tempo in una libreria di tanti piani e molta scelta, comprando regali per i due rimasti a casa.

Lei, sempre particolare nella scelta dei souvenir, ha voluto solo una preziosa candela profumata per la sua stanza.

Il tempo è volato, come dicono gli innamorati.

La giornata mondiale mamma e mezzana, così come è stata battezzata, è finita davvero troppo in fretta.

Lasciando addosso un po’ di malinconia perché avremmo voluto più tempo e la consapevolezza di quanto sia speciale e prezioso quel tempo rubato agli impegni e ai fratelli.

Di quanto sia importante ritrovarsi anche se non ci si è mai perse, ma in fondo, si sa, prevenire è meglio che curare.

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Tutto inutile

Mesi di attesa, speranze, sogni a occhi aperti.

L’acido folico da prendere subito, le vitamine che non si sa mai, la tisana che consiglia la nonna.

Lo zenzero anche se ti fa venire da vomitare per combattere la nausea.

La tachipirina anche se hai la broncopolmonite, l’arnica al posto del lasonil pure quando picchi il mignolino nell’angolo, ché le medicine gli fanno male.

Stare alla larga da salame, prosciutto crudo, carpaccio.

Guardare con sospetto le foglie d’insalata nella rustichella dell’autogrill, sognare di notte un sushi all you can eat.

Invidiare gli anziani col bianco spruzzato alle sette e un quarto del mattino, tu che non puoi fare nemmeno il brindisi di capodanno.

Camminare a lungo come Forrest Gump per aiutare la circolazione, ascoltare musica classica anche se ti piace l’heavy metal perché studi scientifici dimostrano che l’ascolto in pancia favorisce lo sviluppo armonico.

Controllare gli zuccheri e le calorie, il caldo e il freddo, il giusto e lo sbagliato, l’alfa e l’omega, lo yin e lo yang per nove lunghissimi mesi.

E poi, quattordici anni dopo, osservare tuo figlio -cresciuto con l’allattamento a richiesta, il cibo biologico, la vitamina k, il mare d’inverno, i giochi pedagogici- infilarsi gli elastici sui pantaloni per tenere scoperte le caviglie, a gennaio.

A saperlo un panino col salame me lo sarei anche fatto.

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E tu, che modello hai?

Nel parcheggio.

Alfa Romeo Giulietta bordeaux.

“Io non so cosa ti passa per la testa. Questa volta hai preso il body di un’altra bambina, hai indossato la felpa sbagliata e stavi uscendo con le scarpe che non sono tue! Devi stare più attenta! Ci vuole responsabilità!”

“Ma papà, io sono solo una bambina, sono stata a scuola fino alle cinque, mi sono già ricordata un sacco di cose. Le colline moreniche, la proprietà associativa e la merenda”

“Dai, metti lo zainetto nel baule”

“Quale zainetto?”

Ford Escort Station vagon blu

“Cioè, secondo te non devi fare la doccia? Sudata come sei? Ma è possibile che tutti i martedì, mercoledì e venerdì usciamo da ginnastica e facciamo la stessa discussione? Ti devi fare la doccia!”

“Ma se accendi il riscaldamento della macchina il sudore si asciuga, nonna!”

Dacia Duster nera

“Basta ruote ti prego, mi sta venendo il mal di mare. È anche bagnato per terra e gradirei vederti camminare sui piedi e non sulle mani”

“Ma mami, non capisci, mi devo esercitare! Dai, prova a fare una ruota con me, è divertente guardare il mondo al contrario”

“Amore, se la mamma prova a fare una ruota arriva l’ambulanza. Altro che il saggio di fine anno, servirà un saggio per capire cosa mi è passato per la mente”

Il breve tragitto dalla palestra al parcheggio è sempre un momento istruttivo.

Questa volta ho imparato che anche se i modelli di auto sono diversi, quelli delle bambine sempre uguali.

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A volte ritornano

Mancava all’appello da due giorni, alla ciotola e sul divano.

A nulla erano serviti i richiami dalla finestra e i giri per il cortile chiamando il suo nome.

Vana la ricerca nei suoi posti preferiti, il garage della vicina, la legnaia di fronte.

Matisse, il piccolo gatto adottato un anno fa non sembrava intenzionato a farsi ritrovare.

La piccola si era già messa in pista per creare manifesti da appendere ai pali della luce e stava scrivendo un appello da mandare ai quotidiani.

La mezzana proponeva di rompere il salvadanaio della sala per pagare l’eventuale riscatto.

Il grande spiava preoccupato dalla finestra e ogni tanto spalancava la porta perché gli sembrava di aver sentito un miagolio.

Persino il gatto senior si aggirava tra le camere e gli armadi, alla ricerca del suo compagno di zuffe.

Io, che millanto di essere Crudelia De Mon ma somiglio di più a Flora Fauna e Serenella, le fatine stordite della Bella Addormentata, che ho maledetto con costanza il giorno in cui abbiamo accolto il piccolo incontinente in casa nostra, mi ero quasi convinta ad allertare il giornale locale per condividerne la scomparsa.

Fino a stamattina, quando il felino tracagnotto ha fatto la sua comparsa sulla porta di casa, con un miagolio prepotente e pure un po’ scocciato. E così com’era, ricoperto di fango dai baffi alla coda, mi si è strusciato fra le gambe e si è spaparanzato sul divano a zampe larghe.

Insistenti voci di paese mormorano che sia stato in giro per gattine, ma le indagini sono tutt’ora in corso.

Intanto bentornato , Matisse.

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