La prima volta che

“Mami, che roba. Ti dico la verità, quando ce lo hanno spiegato le maestre non ci volevo andare, insomma, tutte quelle regole, ma neanche in prigione! E poi perché bisogna vestirsi eleganti? Lo sai che io non sono una di vestiti e gonnelle. Le scarpe da ginnastica sono più comode. Però se non ci vestivamo eleganti non ci facevano entrare. Non si possono fare le foto, portare i cellulari ma non importa perché io il cellulare non ce l’ho mica. E bisogna fare silenzio. S-I-L-E-N-Z-I-O capisci? Noi!?! Però siamo stati zitti zitti, perché alla fine essere lì ti fa un po’ impressione. È bellissimo il teatro! È gigante! E le poltroncine sono comode. Però credo che il canto lirico non fa per me, perché non ho capito quasi niente di quello che dicevano! Sembrava mio fratello quando canta le canzoni rap in inglese che tanto non lo sa e lo inventa.

Ho sentito che c’era Figaro, perché ce lo aveva detto la maestra. Però non so se lo voglio risentire. Ma lì ci voglio tornare, perché La Scala è bellissima. A te era piaciuta?”

“Io non ci sono mai stata, sai?”

“Come non ci sei mai stata? Vuoi dire che io ho visto un posto prima di te? Che io ho fatto una cosa e tu no?”

Eh già, piccola mia.

Speriamo che sia la prima di tante altre.

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Pronti, via!

E chi l’ha detto che nessuno è profeta in patria?

È con grande gioia e ansia da prestazione che vi invito alla presentazione del libro, proprio nella mia città.

Vi aspetto sabato 16 dicembre alle 16.30, per fare quattro chiacchiere insieme, per una volta non virtuali.

La piccola ci sarà, chissà mai che ci scappi una lasagna.

A sabato!

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Il regalo giusto

‘Cuccia imbottita da esterno

Cuscinone per casa

Traversine

Guinzaglino

Pettorina

Ciotola pappa

Ciotola acqua

Ciotola croccantini

Lattine di pappa

Spazzola pelo

Gallina da mordere

Ah, ovviamente, un cucciolo (preferirei un Labrador o un pastore australiano , altrimenti c’è Aisha giù al canile che cerca casa da un po’, oppure su cuccioli.it c’è tanta scelta)

La mamma non vuole, vabbè’

La piccola si gioca il tutto per tutto e stila questa precisa quanto toccante missiva per Babbo Natale.

Mi pare evidente e inevitabile arrendersi a tanta determinazione e desiderio.

La costanza e la perseveranza vanno sempre premiate.

Quindi, se qualcuno possiede un cucciolo rispondente alle caratteristiche elencate, mi scriva in privato.

La piccola verrà a vivere a casa vostra entro Natale.

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Droghe leggere ma non troppo

“Signora buongiorno! Come posso esserle utile?”

“Buongiorno a lei, ecco le ricette”

“Dunque, vediamo, questo ce l’ho, questo forse arriva nel pomeriggio, ma…aspetti un momento! No posso darle niente!”

“Come? Cosa? Perché? Che ho fatto?”

“Signora, le ricette ripetibili durano sei mesi, queste sono scadute”

“Scadute? No, non è possibile, le ho fatte tornata dalle vacanze, faceva ancora caldo, mi faccia vedere…ecco! Settembre, visto? Sono ancora valide”

“Eh no signora, è settembre sì, ma del 2017”

“Sì, settembre 2017. Quindi, che problema c’è?”

“Come che problema c’è? Signora! Sono scadute da un anno, siamo nel 2018! La matematica non è un’opinione!”

“Ehm…no. Siamo nel 2017. Che è quasi finito, mi rendo conto, però è ancora valido direi”

“Ossignore ma è vero! Mi scusi, ha ragione, è sempre così. No ci posso credere, avevano ragione i miei professori a scuola”

“Perché le dicevano…”

“Beh, ovvio, no? che sono sempre avanti un passo! Vabbè, mi spiace per l’equivoco. Arrivederci”

“E le mie medicine?”

“Ah, già”

Il lavoro del farmacista è impegnativo, non c’è dubbio.

Meno se assumi sostanze psicotrope.

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Sai cosa ti dico, ciao

È sempre difficile dirsi addio, chiudere una relazione, mettere la parola fine e prendersi la responsabilità di farlo per primi.

Passano anni in cui ci si culla nella rassicurante presenza dell’altro, si da per scontato che lui ci sarà, manterrà le sue promesse, farà la sua parte.

Basta chiedere e aspettare, con gioia e fiducia.

Ci si abitua alle presenze e alle assenze, alla ripetizione sempre uguale a se stessa, forse poco emozionante ma confortante.

Poi qualcuno insinua un dubbio, si apre una crepa in quella casa che pensavi solida e capace di resistere alle scosse della vita.

Quel dubbio resta lì, sospeso come il fiato quando è trattenuto, come un sussurro per non farsi sentire.

Ma la verità respira e urla, e ti costringe ad ascoltarla.

Senza dimenticare il bello che c’è stato, ma col coraggio di pensarsi oltre.

Sapendo che sarà diverso, magari ancora più bello.

È finita, Babbo Natale.

Sono stati anni intensi, tra una letterina e un piatto di biscotti sul camino, da una villa Barbie Malibù a una vacanza a Parigi, passando per le carte rare dei Pokemon e la bicicletta rossa fiammante.

Sei stato preciso, affidabile e puntuale, più del corriere di Amazon.

Il genere di uomo si cui poter contare.

Però non può continuare.

Il primogenito a breve si farà la barba, la mezzana curiosa nei miei trucchi e la piccola finge di credere in te solo perché è più facile che tu esista piuttosto che io le compri un cane.

Questa lettera sarà l’ultima, Babbo carissimo.

Restiamo amici, sentiamoci, buona vita.

Scherzo, ma ti pare.

Ci si rivede fra qualche anno.

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Manovre natalizie

L’albero di Natale è stato montato dalle sorelle, un ramo alla volta.

Inspiegabilmente perde aghi, nemmeno fosse una pianta vera.

Le decorazioni e il presepe sono ancora nello scatolone, lo stesso degli ultimi dieci anni, ad aspettare che il primogenito resti in casa un tempo sufficiente per aiutarci ad addobbare.

Il pomeriggio del sabato lo ha visto impegnato in una palestra lontana da casa, dove ha voluto essere accompagnato ma solo fino all’ingresso.

Pare che gli arbitri non debbano farsi vedere in giro con le loro madri, ma chissà.

Finito l’arbitraggio è stata la volta del compleanno di S, sua compagna dalla prima elementare e trasformata oggi in una bellezza dagli occhi verdi e il sorriso dolce.

Nonostante le discrete indagini -‘ma quanto dura questa festa? Cosa faranno’-e le domande appena accennate -‘ti sei divertito? Eravate in molti? C’erano i suoi genitori?’- nulla è trapelato dal misterioso adolescente, tranne uno sguardo condiscendente e un po’ beffardo.

La domenica abbiamo pranzato fuori, in una formazione familiare insolita ma bella, con un tiramisù finale che ha messo tutti d’accordo.

La piccola, pancia in dentro e coda tirata stretta stretta si è preparata per il saggio di Natale di ginnastica artistica. Per stemperare l’emozione, nel pomeriggio ha voluto comprare un grosso osso per il suo cane preferito, diventata mamma da poco.

La mezzana ha fatto quello che le piace di più dopo l’idea di possedere un iPhone: ha giocato a pallavolo e non ha studiato troppo, mica di prendere brutte abitudini.

Stesa sul divano con la testa vicina alla mia, ha passato un tempo esagerato a farsi massaggiare con una nuova crema per curare la sua pelle ribelle.

Il giovane gatto ha dormito per l’intero fine settimana, finché la piccola non l’ha svegliato per controllare che fosse vivo.

Lo era.

Il primo fine settimana del mese più impegnativo dell’anno è passato così.

Poteva andare peggio.

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A Dicembre

Mi muovo in punta di piedi, a piccoli passi incerti.

Sto a una distanza elastica dai malumori, i bisogni e le allegrie, che si allunga o si accorcia in base al momento e all’emozione.

Sto seduta su un divano rosso coi piedi sotto la coperta e lo osservo alle spalle, vedo il taglio sfumato che ha scelto mentre cerca di capire un esercizio di fisica.

Ascolto conversazioni che non mi appartengono, decifro un linguaggio che mi è nuovo.

Bevo il tè e preparo la cioccolata, mi chiedo se comprare un nuovo albero di Natale, se sia giusto assecondare le richieste della mezzana, perché la piccola arrivi da due sere nel lettone, col mal di pancia, di ginocchia e i brutti sogni.

Cammino e sbaglio strada, allora grido per farmi sentire, davanti a una cesta di vestiti che nessuno ha svuotato.

Lascio che l’euforia del Natale trovi un posto anche dentro di me.

Guido per accompagnare a una partita, un allenamento, una lezione.

Rispetto gli orari e i limiti di velocità, ma a volte non i miei tempi.

Scrivo liste di regali, di persone, di cose da fare.

Accarezzo il gatto pensando a una storia, aspetto la neve sapendo che dovrò uscire.

Compro l’agenda nuova, sempre uguale ogni anno ma con le pagine bianche, e mi aspetto di scriverci cose belle.

A Dicembre mi arrendo, alla frenesia, alle luci, a un anniversario doloroso e sorrisi felici.

Lascio che le emozioni trovino un posto insieme alle decorazioni, provo a rallentare anche se dovrei correre.

Lascio scorrere l’acqua dal rubinetto e le tensioni dalle spalle, lascio spazio alle parole che si dicono ridendo e a quelle che vanno dette piangendo.

Ascolto e aspetto, a Dicembre.

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Pronto, chi è stato?

Va bene, sono pronta, vado.

La borsa, le chiavi della macchina, quelle di casa, il telefono…ma dov’è il telefono?

Strano, l’avevo appoggiato proprio qui.

Dunque, fammi pensare.

Stamattina ho portato il grande alla fermata del pullman, e ce l’avevo.

Poi sono tornata e sono andata a piedi con la piccola allo scuolabus, che però non è passato per lo sciopero e allora siamo tornate indietro di corsa a prendere la macchina e siamo andate a scuola.

Lì abbiamo scoperto che lo scuolabus era passato, però in anticipo e l’abbiamo perso.

Poi ho salutato piccoletta e sono venuta a casa, ho fatto i letti, sistemato la cucina…però qui non c’è da nessuna parte.

E adesso?

Devo fare delle telefonate importanti stamattina. Ma dove diavolo può essere finito?

Aspetta! È un iPhone, lo posso trovare! Vediamo un po’…ecco…no! L’avevo disattivato, mannaggia a me.

Il backup! La mia salvezza! Bene, eccoci qua…come ultimo backup a giugno? Passa così veloce il tempo?

Niente panico. Deve pur essere da qualche parte. Ci sono! Deve averlo preso il grande stamattina per sbaglio, scendendo dalla macchina. Non c’è altra spiegazione. Se mi sbrigo arrivo per il cambio dell’ora e glielo chiedo.

Non ce l’ha.

Non ne sa niente.

E adesso? Andrò a casa a scrivere mail a tutti. Però passo davanti alla scuola della mezzana…magari lei si ricorda dove l’ho messo.

Proviamo.

“Giuro mamma, non so proprio come sia potuto succedere! Mi sono trovata il tuo cellulare in tasca, davvero è un mistero! Ovviamente te lo avrei ridato. Vabbè, tutto è bene ciò che finisce bene”

Sono state le ultime parole pronunciate dalla mezzana.

Sarà autorizzata a parlare tra sei mesi, al termine del castigo.

E adesso vado a fare il backup.

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Mi fido di te

“E abbiamo passato il resto della mattina al supermercato a dare i sacchetti alla gente, poi ce li restituivano e noi dividevamo la spesa”

“Bella questa idea della scuola, di farvi fare i volontari per la colletta alimentare. Però non fare il furbo e mangia anche i fagiolini, grazie”

“Beh, chi non si farebbe volontario per saltare ore di scuola?”

“Allora ci andrò anche io quando sarò al liceo. Mamma, sai che oggi a scuola c’erano due ore buche e se si voleva ci si poteva portare avanti coi compiti?”

“Ah, bene, quindi sei a posto per domani”

“No. Ho detto che si poteva scegliere”

“Ah. Mangia i fagiolini”

“Perché non lo dici anche alla piccola che li sta imboscando sotto il tovagliolo? Eh? Eh?”

“Piccola, che faccia. Va bene che non ti piacciono, però un’espressione tanto disperata mi sembra esagerata”

“Oggi mi hanno detto che Babbo Natale non esiste”

Silenzio. Scende il gelo. Sulle nostre teste, sulla tavola e pure sui fagiolini nascosti sotto il tovagliolo.

“Sorella, la magia non si può spiegare. Bisogna solo crederci. E Babbo Natale è magia! Tu ci credi? Io sì!”

“Dici davvero? Allora esiste?”

“Sono tua sorella, no? Ti ho mai mentito?”

“Sì, ma solo per cose poco importanti. Ti credo. Mi sento meglio”

E si ritorna a respirare, parlare e ridere.

In segno di gratitudine imperitura la mezzana ha potuto avanzare i fagiolini, stasera e per sempre.

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Inferno, canto III

A volte penso di aver fatto qualcosa di molto brutto, in una vita precedente.

Un eccidio di bambini forse, o una qualche forma di schiavismo e di crudeltà verso l’umanità.

Il karma mi appare come l’unica spiegazione possibile a una due giorni di colloqui generali coi professori del liceo, per verificare l’andamento scolastico del figlio primogenito.

Perché se non vai sembra che non ti interessi, se vai nelle comodissime ore di ricevimento infrasettimanale ti sei giocato le ferie estive.

E allora, ci vai.

Parcheggi nel primo posto libero, a cinque chilometri dalla scuola, cammini a passo spedito cercando di sorpassare altri genitori e entri a scuola, affannata e sudata.

Qui fai code che nemmeno alla Mediaworld la mattina del black friday con l’iPhone X al cinquanta per cento di sconto.

Neanche a Gardaland per salire sullo Space Vertigo a ferragosto.

Neppure su ticketone per la prevendita del concerto dei Coldplay.

Le regole della coda sono poche, ma inderogabili e insindacabili.

Vuoi parlare con il professore di inglese, mentre aspetti quella di lettere e hai ancora centoventi persone davanti, e sono nella stessa aula? Accomodati.

Poi ritorni in fondo alla fila.

Ti scappa la pipì e devi andare urgentemente in bagno?

Prego.

Poi ritorni in fondo alla fila.

Hai capogiri, tachicardia e nausea dopo ore passate in piedi, vuoi andare a sederti nella sedia all’angolo? Fai pure.

Poi ritorni in fondo alla fila.

Ma non ti arrendi e arriva il tuo turno, ti siedi trionfante dall’altro capo del banco e ascolti rapita tante belle parole sul tuo figliolo. Peccato per quell’abbigliamento dai colori squillanti, certo, ti dice l’insegnante.

A quel punto il tuo tempo è scaduto, e tu esci pensando che il primogenito non ha di squillante nemmeno le calze, e la sua icona di stile è il sobrio total black di Lord Voldemort.

Te ne vai così, tenendoti i tuoi dubbi.

Perché non vuoi tornare in fondo alla fila.

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