Stato civile

Dal fotografo

“Su dritto bene, coraggio! E cos’è quella faccia scura? Sorridi! No, non ho detto ridere, ma sorridere! È un documento, mica un selfie”

“Ma loro mi fanno ridere!”

“Silenzio, bagna le labbra e guarda me”

In comune, ufficio anagrafe

“Bene, tu sei la mezzana e sei nata nel 2005. Vediamo quanto eri alta l’ultima volta…un metro e trenta. E adesso…un metro e sessantaquattro. Accipicchia, sei cresciuta di trentaquattro centimetri! Cosa ti hanno dato da mangiare in questi anni?

Tu invece devi essere il grande, vediamo un po’. Tu invece…beh…tu crescerai! I maschi arrivano sempre dopo le femmine, vedrai, ahahahah”

Fare le boccacce al primogenito in ostaggio della fotografa, una signora di una certa età col piglio militare e il pugno di ferro.

Chiacchierare con l’impiegato dell’anagrafe, che qualcosa dovrà pur inventarsi per tenere alto il morale tra un certificato di nascita e una richiesta di residenza.

Osservare i due grandi ancora piccini in due vecchie foto tessere quadrate, con qualche dente di meno in bocca e centimetro sulla testa.

Guardarli oggi, immaginarli domani.

Sulla mia carta d’identità devo farlo aggiungere, che non sono ancora pronta.

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Tu, che compi gli anni

Buon compleanno a te, che sei nato proprio il giorno della befana, come il tuo mito Adriano Celentano, e meno male che eri un uomo altrimenti sai le prese in giro.

Che avevi una testa piena di ricci dove avanzava implacabile la stempiatura, che guardavi il mondo dietro a un paio di grossi occhiali.

Che leggevi senza sosta e compravi i libri anche se non c’erano i soldi, che avresti voluto viaggiare di più e ora lo faccio io anche per te.

Buon compleanno a te che da giovane collezionavi francobolli, giravi con una due cavalli beige e fumavi della sigarette orribili.

Che mi hai insegnato a guidare di domenica mattina nel piazzale deserto dello stadio, senza la necessaria pazienza, proprio come quando cercavi di aiutarmi con gli esercizi di matematica.

Che mi hai spiegato il significato di tante parole, che avevi una bellissima grafia, seppur tremolante e incerta negli ultimi periodi.

Che mi accoglievi in ospedale con un sorriso così pieno di gioia come nessuno mai, replicato solo anni dopo dai miei figli.

Che camminavi per ore in montagna e oggi non so che darei per mettermi uno zaino in spalla, smettere di lamentarmi e salire ancora con te.

Buon compleanno a te, che mi hai aspettato alzato le notti brave della mia adolescenza, che per punirmi ti bastava lo sguardo, che eri fiero di me e cerco di non dimenticarmelo mai e di meritarmelo sempre.

Che avevi barba e baffi e non ti ho riconosciuto quando li hai tagliati, che amavi la pallacanestro e quando facevi il tifo non ti riconoscevo più, è un po’ forse mi vergognavo.

Che mi hai scritto un bellissimo addio, quando ancora non sapevamo che lo fosse.

Buon compleanno a te, papà.

Essere custode di una memoria è una grande responsabilità, ma i ricordi sono gioielli preziosi. Vanno custoditi con cura e mostrati all’occorrenza.

Buon compleanno a te, che mai smetti di mancare.

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Dall’alba al tramonto

Il mondo prima dell’alba ha tutto un altro aspetto.

Ovattato, silenzioso, buio.

E maledettamente freddo.

La mezzana è partita con la sua seconda famiglia, la squadra di pallavolo, per il torneo dell’epifania al mare. Nel breve tragitto in macchina fino al punto di ritrovo è riuscita farsi un video da mettere su instagram, mentre io mi sarei fatta volentieri di anfetamine per poter stare sveglia, ché a quell’ora della notte -non si può ancora chiamarlo mattino- mi trasformo in una creatura mitologica metà mamma e metà donna, metà corpo ancora in pigiama e l’altra metà infagottata in un maglione pesante.

Salutata la fanciulla coi calzoncini è stata la volta di vedere l’alba in autostrada con la piccola, pronta a riscuotere il dono più prezioso di Babbo Natale: una giornata di stage di ginnastica artistica in una famosa palestra, con le ginnaste sue muse ispiratrici.

Alla vista del capannone nella zona industriale della periferia milanese lei ha pensato di essere arrivata in paradiso, io di essermi persa. Aveva ragione lei, che si è tuffata senza salutare da un trampolino a una parallela, passeggiando diritta su una trave altissima.

Il pomeriggio è trascorso poi senza grossi traumi, tra un po’ di lavoro e l’immersione in un gigantesco e affollatissimo centro commerciale dove, come estremo gesto di abnegazione materna, comprare qualcosa per riempire le calze della befana, l’amata vecchina che si porterà via tutte queste benedette feste.

Per chiudere la giornata, ormai al tramonto, dopo qualche laconico ma pieno di gioia messaggio della mezzana, il recupero della piccola ginnasta, con gli occhi scintillanti, la coda disfatta e la polvere di magnesio pure nelle mutande.

Direi che ne è valsa la pena.

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Bricowoman

“Mami, perché siamo venute qui?”

“Come, perché?”

“Beh, questo negozio non sembra proprio adatto a te”

“Che dici, piccola? Anno nuovo vita nuova! Al Brico troveremo tutto ciò che ci serve”

“Ma che ci serve per cosa?”

“Bimba di poca fede! Ci serve per comprare un po’ di attrezzi coi quali sistemeremo casa!”

“Ma sei proprio sicura?”

“Certamente! Su, cerchiamo un martello”

“Mi fai paura”

“Oh, eccolo! Ma quanti ce ne sono? Boh. Prendiamo quello che costa meno, per non sbagliare”

“Posso averne uno anche io?”

“No. Però puoi prendere quelle lampadine laggiù”

“Fatto! Posso tenere io il martello? Per piacere?”

“Va bene, eccolo, io cerco i chiodi intanto”

Scratascrash!

“Piccola, che è successo?”

“Ehm…mi è caduto il martello…”

“Ma…”

“…sulle lampadine. Presto mami, nascondiamole!”

“No che non le nascondiamo, ma ti pare? Adesso le facciamo vedere al signore alla cassa spiegando che è stato un incidente. Capirà e apprezzerà la nostra onestà”

Sedici euro e cinquanta. A tanto ammonta la comprensione del signore alla cassa per la nostra onestà.

Ha ragione la piccola: il Brico non è il negozio che fa per me.

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…and a happy new year

Il tuo è il segno fortunato dell’anno che sta per cominciare.

Gli astri parlano chiaro, e ci dicono che sta prendendo il via un periodo di serenità e realizzazione.

Avrai porte chiuse sul passato con finestre spalancate sul futuro, con affacci su boschi ricchi di alberi e possibilità.

Avrai dubbi feroci, che scuotono in profondità come la faglia che fa tremare la terra, con crepe che potrai riempire d’oro come fanno i giapponesi con il Kintsugi.

Avrai antipatie a pelle e simpatie immediate, conoscerai persone diverse e complicate, ognuna con la sua storia che avrai la voglia e la curiosità di ascoltare.

Avrai giornate nate male e finite peggio, dove l’unico conforto sarà il pigiama che ti aspetta sotto il cuscino e la certezza che anche il giorno più brutto ha sempre una fine.

Avrai giornate così belle che sarà un peccato vederle finire.

Avrai parole in abbondanza, da raccontare, scrivere, cantare e dimenticare.

Avrai storie che bussano alla tua coscienza per essere ascoltate, e il bisogno di accoglierle anche se difficili e dolorose.

Avrai pazienza, sempre di più, anche quando ti sembrerà di non volerla affatto.

Avrai la sensazione che tutto sfugga di mano, finché non ti troverai un po’ di allegria di cui ti eri dimenticato, come i cinque euro nella giacca invernale riscoperti l’anno seguente.

Avrai un a capo per ogni punto, e continuerai a curarti di avere cura, senza capire se sia il tuo destino o la tua condanna.

Avrai un rimedio per ogni malanno, un giorno l’ironia, un altro la tenerezza.

Avrai il tepore della memoria, la brezza del futuro e lo scintillio del presente.

Ecco.

Se credessi agli oroscopi ne vorrei uno proprio così.

Ma visto che fatico a dar fede al potere degli astri, che questo sia un augurio per tutti.

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Federica

Lei era la mia migliore amica ai tempi del ginnasio.

Bella, biondissima, occhi celesti che ridevamo insieme al suo sorriso.

Lei, scapestrata e ribelle, con la quale ho condiviso le sciocchezze tipiche di quella strana terra di mezzo che è l’adolescenza.

Lei, che ha condiviso con me pomeriggi di pigrizia e lunghissime conversazioni telefoniche, anche quando non avevamo più niente da dirci e ridevamo soltanto.

Lei, che un po’ anni fa ha avuto Federica, che ha spalancato sul mondo gli stessi occhi chiari e curiosi della sua mamma.

Federica che per un po’ è stata una neonata come tante, con le sue poppate, gli strilli nella notte e i pannolini da cambiare. Federica che una notte non ha strillato più e che solo un intervento precipitoso e disperato dei medici ha tenuto qui. Federica che è tornata a casa dall’ospedale una seconda volta, dopo la nascita, una bimba tanto piccola e fragile quanto ostinata e determinata. Come la sua mamma, del resto.

Lei, sempre bella come prima ma con lo sguardo appesantito dalle lacrime e le preoccupazioni.

Lei che senza esitazioni ha sostituito i due posti di una macchina veloce con una meno scattante ma che potesse contenere la sedia a rotelle della sua bambina.

Lei che ha smesso con le sciocchezze ma mai con l’ostinazione, di vivere una vita dignitosa e piena, da sola con la sua Federica.

Lei che si è caricata sulle spalle speranze e tentativi, insieme alla sua bambina su e giù per le scale.

Lei che è scivolata e caduta ma si è sempre rialzata, con il coraggio delle leonesse che proteggono il loro cucciolo.

E leonessa è stata anche Federica, che è rimasta aggrappata con tutta la tenacia possibile a una vita con mille ostacoli ma piena di amore.

E l’ha fatto a lungo, diventando per molti di noi -sicuramente per me- monito ed esempio di cosa conta davvero.

Lo ha fatto nel suo silenzio, ricordandomi sempre dove sta il confine tra il diritto di lamentarsi e il dovere di vivere.

Lo ha fatto senza parlare, lo ha fatto vivendo.

Lo ha fatto finché non è arrivata una vita nuova, una sorellina piccola come lo era stata lei.

Lo ha fatto finché ha potuto, fino a una sera di fine dicembre di quattro anni fa. Federica è andata via come ha vissuto, in un silenzio più significativo di tante parole.

A lei va il mio pensiero, che è sempre lì, insieme all’amicizia che mi lega alla sua mamma, che ha dovuto imparare ancora una volta a sorridere alla vita, nonostante tutto.

A Federica queste parole, che non le rendono giustizia ma forse memoria.

A Federica, il cui ricordo continua ad essere il barometro delle cose importanti nella vita.

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Là sui monti

Lui è partito, sotto una pioggia scrosciante che si è fatta nevicata abbondante appena arrivati alla località di montagna prescelta.

È partito senza sci né Moon Boot, ché mamma gli ha insegnato a nuotare ma non a sciare.

È partito con un gran raffreddore e una bella emozione, nonostante sia un veterano dei viaggi in autonomia, cominciati col campeggio della terza elementare.

Oggi come allora, lui sorride e saluta con un cenno distratto e il sorriso soddisfatto di chi va ad esplorare il mondo, più interessato all’avventura che alla paura.

Oggi come allora le comunicazioni sono essenziali, sporadiche e pragmatiche.

Rapide note vocali tra una gita e una cena, che spaziano da “dove sono le ciabatte” (a casa, naturalmente) a “ti racconto una cosa epica: oggi sono svenuto, ma tranquilla, come è successo al mare, ti ricordi (come dimenticare, alle sei della mattina in spiaggia, io a camminare e lui con la bicicletta per vedere l’alba, lui che sviene a sette chilometri dal campeggio e un bagnino passato per caso che ci carica nella sua Smart, con la bici e un canotto, per riportarci al bungalow) un po’ di zucchero, quattro brioche ed è passato tutto”

E mentre le sorelle spiano le foto sui social per scoprire cosa fa il fratello con i suoi amici adolescenti, io mi godo l’insolita euforia di una casa tutta al femminile, l’appagante sensazione di un letto in meno da rifare e un piatto in meno da lavare, mi abituo ad aspettare più che organizzare, a far scoprire più che insegnare, a fidarmi più che preoccuparmi.

E quando le sorelle non guardano, a spiare le foto sui social.

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Cronache da un camerino

“Ok, questi dovrebbero andare bene, vai in camerino a provarli, io sono qui fuori con le tue sorelle”

“Ok mother, vado. Ma facciamo presto che lo shopping mi inquieta”

“Anche a me, se lo faccio per te. Vai”

“Ragazze? Ragazze? Dove siete?”

“Ahahahah dai dai vieni, nascondiamoci qui”

“Vi ho sentire ma non vi vedo, dove siete? Venite qui che quando vostro fratello è pronto dobbiamo proprio andare”

“Ihiihihihihih non ci troverà mai!”

“Ah, e ti pareva che non si nascondevano in un camerino. Santa pazienza. Ecco, devono essere qui. Fuori subito! All’istante! Aaargh! Mi scusi, io…cercavo…le mie figlie. Mi perdoni non sapevo che ci fosse qualcun’altro, davvero”

“Senta, non è che può chiudere visto che -come avrà senz’altro notato- sono in mutande”

“Mamma, che fai? Il signore è in mutande!”

“Mother, eccomi. Ma come, ti lascio sola un attimo e tu che combini?”

“Mami, non fare la guardona”

“Zitti e andiamo via subito, prima che il signore esca”

“Mother, ma la taglia va bene? No sono troppo lunghi i miei pantaloni?”

“Non importa. Andiamocene. Ci metterai gli elastici in fondo come fate sempre tu e i tuoi amici”

“Ma mamma…”

“Correre!”

I figli piccoli sono portatori sani di brutte figure, è risaputo.

I figli grandi ti portano diretta all’arresto.

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Eccoci qua

La sensazione di ordine perfetto quando anche l’ultimo pacchetto è chiuso e al sicuro in fondo all’armadio, nascosto da quei vestiti che con ostinazione e illusione conservi da anni, nonostante non ti entrino più.

L’inaugurazione di un parco giochi a pochi passi di casa che hai aspettato per oltre dieci anni e ora non ti serve più tanto, ma servirà a tanti altri bambini e allora sei contenta lo stesso.

Il sugo con le polpette che sobbolle nella pentola in cucina, piatto forte della la vigilia di Natale, nostra personalissima tradizione.

Un primogenito pronto a partire con i suoi amici, nella sua prima vacanza sulla neve in autonomia, solo con se stesso e le lezioni di snowboard, che ammazza il tempo in una giornata di sole girando il paese a far magie tra la gente.

La febbre finalmente scesa, una tosse fastidiosa che non spegne il sorriso felice della piccola in attesa di Babbo Natale.

Una mezzana che aspetta con trepidazione un dono che probabilmente arriverà, mentre si prepara ad andare al mare per un torneo di pallavolo con la squadra, sua seconda famiglia.

Una canzone che gira nella mente e per la casa, che accompagna il ricordo di chi manca sempre ma in questi giorni un po’ di più.

Un amore lontano ma che riesce a farsi sentire vicino e presente anche a seicento chilometri di distanza.

Il tintinnio dei messaggi dei gruppi whatsapp che di solito innervosisce ma è Natale, e allora va bene così.

Amici che partono e altri che restano, parole e pensieri che si rincorrono, il cinema al pomeriggio con un film che per una volta mette tutti d’accordo.

Il Natale arriva sempre, anche quando non lo aspetti, quando vorresti esserne già oltre, quando ti rendi conto che caspita, ma è arrivato di nuovo davvero.

E allora, tanti auguri.

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Ritorno al futuro

Caro primogenito,

Scrivo da un passato lontano ma forse non troppo.

Scrivo per parlare al te grande di domani del tuo alter ego adolescente di quattordici anni.

Il te stesso di oggi è un ragazzino simpatico, arguto, intelligente.

Ma ha appunto quattordici anni ed è anche molesto, irriverente e criticone.

Col tuo umore di oggi si naviga a vista, la bufera è sempre dietro l’angolo e i salvagenti chissà dove li abbiamo messi.

La riconoscenza è un sentimento adulto, l’ingratitudine la cifra stilistica della tua età. Non mi coglie impreparata, ma mi lascia spesso dispiaciuta e arrabbiata.

Tra il mio dovere alla cura e il tuo diritto alla crescita sta nel mezzo il mare della distanza, della ribellione e e dell’affermazione di sé.

Perché il muro che costruisce l’adolescenza in fondo è la tua prima casa da solo e va bene così, almeno finché c’è aperta una porta di parole, per lasciar entrare e per potere uscire.

Almeno finché non si aggiunge il filo spinato dell’incomprensione e dell’irriverenza.

Anche per me non è semplice, sai?

Io, che certe volte sono troppo e altre non sono abbastanza.

Che cerco un orientamento impossibile ma è come avvicinare una calamita a una bussola: non si riconosco più i punti cardinali .

Io che bilancio ma verso lo squilibrio,

convinta come sono che possiamo sempre portarci dietro le nostre radici, se troviamo una terra fertile in cui piantarle.

Quindi, caro primogenito ormai grande, spero che quando leggerai queste parole potremo ridere insieme di quello che ci accade oggi, e che saremo riusciti a portare la barca in salvo.

Perché oggi dal ponte di avvistano nuvoloni neri e schiarite improvvise, ma la terra sembra ancora lontana.

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